[RG-9] I fattori di razza e nazione nella teoria marxista (Pt.2)
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PARTE PRIMA: Riproduzione della specie ed economia produttiva inseparabili aspetti della base materiale del processo storico
Preistoria e linguaggio
8) Il passaggio dal fattore razziale a quello nazionale può molto generalmente essere messo in corrispondenza al passaggio da preistoria a storia. Nazione si intende un complesso di cui l’etnica non è che uno degli aspetti e in ben pochi casi quello dominante. Prima quindi di entrare nel campo della portata storica del fattore nazionale si presenta il problema degli altri fattori che vengono ad integrare quello della integrità razziale: primissimo quello del linguaggio. Non si può dare altra spiegazione dell’origine del linguaggio e delle lingue che quella tratta dai caratteri materiali dell’ambiente e dalla organizzazione produttiva. La lingua del gruppo umano è uno dei suoi mezzi di produzione.
Quanto sopra stabilito, sulla stretta connessione tra legame di sangue nelle prime tribù e inizio di una produzione sociale con date attrezzature di utensili, e sulla preminenza del rapporto tra gruppo umano e ambiente fisico sulla iniziativa e tendenza dell’individuo, sta nel nocciolo del materialismo storico. Due testi distanti tra loro mezzo secolo lo ribadiscono. Marx nelle Tesi su Feuerbach dice nel 1845: «L’essenza umana non è niente di astratto insito nel singolo individuo. Nella sua realtà essa è l’insieme delle condizioni sociali». Intendiamo, noi marxisti, per condizioni sociali il sangue, la sede fisica, l’utensileria, l’organizzazione del gruppo dato.
Engels in una lettera del 1894 già da noi largamente usata per combattere il pregiudizio della funzione dell’individuo (Grande uomo, Battilocchio) nella storia, risponde al quesito: «quale sia la parte rappresentata dal momento (v. punto tre) della razza e della individualità storica nella concezione materialistica della storia di Marx e di Engels». Come avemmo di recente a rammentare, Engels, sollecitato a passare all’individualità e a quel Napoleone che era evidentemente nel subcosciente dell’interrogatore per buttarlo giù di scanno senza il minimo esitare, sul punto razza non ci dà che un colpo solo di scalpello: «Ma la razza stessa è un fattore economico».
Le mezze calzette della pseudocultura borghese possono ridere quando ci si ferma un poco a rilanciare l’arco immenso che va dai primi principii al risultato finale, come fa ad esempio la possente e dura a cedere scuola cattolica nel corso prestigioso dal caos primitivo alla eterna beatitudine delle creature.
I primi gruppi sono di sangue strettamente puro e sono gruppi-famiglia. Sono alla stessa stregua gruppi-lavoro ossia la loro «economia» è una reazione di tutti all’ambiente fisico in cui ciascuno ha lo stesso rapporto: non vi è proprietà personale, non classi sociali, non potere politico e Stato.
Non essendo noi metafisici né mistici accettiamo, senza cospargerci il capo di cenere o considerare il genere umano insozzato da macchie da lavare, che insorga e proceda in mille sviluppi la commistione del sangue, la divisione del lavoro, la spartizione della società in classi, lo Stato, la guerra civile. Ma alla fine del ciclo con un miscuglio etnico generale e indecifrabile ormai, con una tecnica produttiva di intervento sull’ambiente di una tale complessa potenza che già prevede di occuparsi della regolazione dei fatti del pianeta, vediamo, con la fine di ogni discriminazione razziale e sociale, la economia di bel nuovo comunista, ossia la fine alla scala terrestre della proprietà individuale, da cui si erano generati i transitori culti dei mostruosi feticci: la persona, la famiglia, la patria.
Tuttavia all’inizio la economia di ogni popolo e il suo grado di attrezzatura produttiva è sua caratteristica insieme al tipo etnico.
Le ultime ricerche nelle tenebre preistoriche hanno condotto la scienza delle origini umane a riconoscere più punti di partenza nell’apparire dell’animale uomo sulla terra, e dalla evoluzione di altre specie. Non si può più parlare di un «albero genealogico» dell’umanità tutta e nemmeno delle sue sezioni. Uno studio di Etienne Patte (Facoltà di scienze di Poitiers, 1953) combatté efficacemente la insufficienza di tale immagine tradizionale. Nell’albero ogni biforcazione tra due rami o ramoscelli è per così dire irrevocabile: di norma i due gruppi non vengono più ad «anastomizzarsi». La generazione umana è invece una rete inestricabile i cui tratti si rilegano di continuo tra loro: se non vi fossero stati incroci tra parenti ognuno di noi avrebbe 8 bisavoli in tre generazioni, ossia in un secolo, ma già mille anni fa avrebbe oltre un miliardo di antenati, e dando alla specie l’età di seicento millenni, che sembra probabile, il numero di antenati sarebbe indicato da cifre astronomiche con migliaia di zeri. Rete dunque e non albero. Ed infatti nelle statistiche etniche nei popoli moderni i rappresentanti di tipi etnici puri figurano con percentuali bassissime. Di qui la bella definizione della umanità come un «sungameion» ossia, grecamente, un complesso in cui ci si incrocia in tutti i sensi: il verbo gaméo indica atto sessuale e rito nuziale. E si risale alla regola un po’ semplicistica: l’incrocio di specie è sterile, quello di razze fecondo.
Comprensibile è la posizione del Papa che, nel respingere ogni minorità razziale, punto di vista nel senso storico bene avanzato, vuole che di razze si parli per le bestie ma non per gli uomini. Malgrado la sua cura nel seguire i dati ultimi delle scienze e la loro spesso geniale collimazione con quelli del dogma, non gli è dato abbandonare il biblico (sebbene più ebraico che cattolico sul terreno filosofico) albero genealogico che scende da Adamo.
Altro autore di tendenza spiccatamente antimaterialista non può tuttavia non concludere nel respingere la vecchia separazione di metodi tra antropologia e storiografia, in quanto quella i dati positivi se li deve cercare, questa li trova belli e fatti e soprattutto messi in serie cronologica. Nessuno dubita che Cesare visse prima di Napoleone; ma è un grosso quesito la precedenza tra l’uomo di Neanderthal e l’antropomorfo Proconsul …
Invece appunto la potenza del metodo materialista, applicato ai dati che la ricerca ha fornito, stabilisce facilmente la sintesi tra i due stadi, anche se la razza fosse un più decisivo fattore economico nelle gentes preistoriche, e la nazione, entità assai più complessa, nel mondo contemporaneo.
È solo su questa strada che si può dare il suo posto alla funzione del linguaggio, comune all’inizio ad uno stretto gruppo consanguineo e collaborante senza legami con gruppi esterni, o con soli legami di conflitti armati, comune invece oggi a popolazioni che occupano territori estesissimi.
Hanno espressione comune fonetica all’inizio i gruppi che hanno, al tempo stesso, comune la cerchia di riproduzione e l’attrezzatura e capacità produttiva di quanto è necessario alla vita materiale.
Può dirsi che l’uso di suoni per comunicazione tra individui si comincia a riscontrare presso le specie animali. Ma la modulazione del suono che possono emettere gli organi vocali di animali di una stessa specie (ereditarietà puramente fisiologica nella struttura e possibilità funzionale di tali organi) è molto lontana dalla formazione di una lingua con un dato complesso di vocaboli. Il vocabolo non fa la sua comparsa per designare il soggetto che parla o quello cui si dirige il discorso, l’esemplare di sesso opposto o la parte del corpo o la luce, la tenebra, la terra, l’acqua, il cibo o il pericolo. Il linguaggio per vocaboli nasce quando è nato il lavoro a mezzo di utensili, la produzione di oggetti di consumo a mezzo di opera associata di uomini.
Lavoro sociale e parola
9) Ogni attività umana comune a fini produttivi, nel più largo senso, esige per la utile collaborazione un sistema di comunicazione tra i lavoratori. Partendo dal semplice sforzo per la preda o per la
difesa cui bastano gli incitamenti istintivi la spinta o l’urlo animale, allorché invece occorrono scelte di tempo o di luogo di azione, o di mezzo (attrezzo primitivo, arma, ecc.) in una serie lunghissima di tentativi falliti e di rettifiche, sorge la parola. Il procedimento è opposto a quello della illusione idealista: un innovatore immagina nel suo cervello senza mai averlo visto il nuovo metodo «tecnologico», lo spiega parlando agli altri, e ne dirige coi suoi ordini la realizzazione. Non la serie pensiero, parola, azione, ma proprio l’opposta.
Una riprova del reale processo naturale a proposito del linguaggio la troviamo ancora nel mito biblico, quello famoso della Torre di Babele. Siamo già in presenza di un vero Stato dall’immenso potere con eserciti formidabili e cattura di prigionieri e di lavoratori forzati in numero immenso. Tale potere intraprende opere colossali soprattutto nella sua capitale (è storica la potenza della tecnica dei babilonesi non solo nell’edilizia ma nella idraulica fluviale e in campi affini) e secondo la leggenda vuole erigere una torre di altezza tale che con la cima abbia a toccare il cielo: è il solito mito della presunzione umana che la divinità atterra, come per il fuoco rapito da Prometeo, il volo di Dedalo, e così via. Gli innumerevoli operai, contromastri, architetti sono di diversa e lontana origine, non parlano le stesse lingue, non s’intendono tra di loro, la esecuzione dei progetti e delle disposizioni è caotica e contraddittoria e la costruzione, raggiunta una certa altezza, per gli errori dovuti alla confusione delle lingue non può che rovinare, sicché gli artefici o sono schiacciati o si disperdono atterriti dalla punizione degli dei.
Il significato involuto di tale storia è quello che non si può costruire se non si ha una lingua comune: pietre, braccia, leve, martelli, picconi non bastano se manca l’utensile, lo strumento di produzione, dato da uno stesso linguaggio e uno stesso lessico e formulario a tutti comune e ben noto. Nei selvaggi del centro dell’Africa si trova la stessa leggenda: la torre era fatta di legno e doveva arrivare alla luna. Oggi che tutti parliamo «americano» è un gioco da bambini elevare i grattacieli, stupidi più di assai di quelle torri geniali di barbari e di selvaggi.
Non vi è dunque dubbio alcuno che la definizione marxista del linguaggio sia che esso è uno degli strumenti della produzione. Il già citato articolo recentissimo del Wallon non può fare a meno di rifarsi, nell’esame delle più importanti dottrine, a quella da noi seguita: «Secondo Marx il linguaggio è legato alla produzione da parte degli uomini di istrumenti e di oggetti dotati di definita proprietà». E l’autore sceglie due citazioni magistrali, la prima di Marx (Ideologia tedesca): «Gli uomini si cominciano a distinguere dagli animali dal momento che cominciano a produrre i loro mezzi di sussistenza»; la seconda di Engels: «Dapprima il lavoro, in seguito in combinazione con esso il linguaggio, ecco i due fattori essenziali sotto l’influenza dei quali il cervello della scimmia è oggi a poco a poco divenuto cervello umano». Ed Engels quando scriveva non sapeva quali altri risultati riferiscono, loro malgrado, scrittori di pura filosofia idealista (Saller, Università di Muenchen: Cos’è l’antropologia?). Oggi il cervello umano ha il volume di 1.400 centimetri cubici (dei genii e di noi fessi, lo sappiamo, lo sappiamo!). Un tempo lontanissimo, alla fase del sinantropo-pitecantropo con 1.000 centimetri cubici di cervello quel nostro antenato pare avesse già le prime nozioni di magia, seppelliva in certo modo i morti, sebbene fosse anche frequentemente cannibale; ma, oltre a usare da tempo il fuoco, aveva vari utensili: coppe per bere fatte di crani di bestie, armi di pietre, ecc. Ma le scoperte fatte specie nell’Africa del Sud hanno portato ben oltre: 600 mila anni fa (la cifra è del Wallon) un precocissimo nostro antenato, con soli 500 cmc. di cervello, usava già il fuoco, cacciava e mangiava la carne cotta degli animali, procedeva eretto come noi, e sola rettifica ai dati di Engels (1884), pare che già non vivesse sugli alberi come il suo stretto parente «australopiteco» ma si battesse coraggiosamente colle belve a livello del suolo.
Strano che lo scrittore da cui prendiamo queste notizie, smarrito da questi dati che martellano la teoria materialista nei suoi capisaldi, cerchi rifugio alla antropologia nella psicologia, per piangere sulle rovine dell’individuo elevato da un misterioso afflato extraorganico, e che nel tempo moderno della sovrapopolazione e del macchinismo degenererebbe a massa cessando di essere uomo. Ora, chi è più uomo: il simpatico pitecantropo da 500 cmc. (non me lo confondete con una volgare vetturetta utilitaria, di massa!) o lo scienziato, da 1.400, che dà la caccia alle farfalle sotto l’arco di Tito per erigere la pietosa equazione: scienza ufficiale più idealismo uguale disperazione?
Base economica e sovrastrutture
10) Il concetto di «base economica» di una data società umana si allarga dunque ben oltre i limiti di quella superficiale interpretazione che lo limita ai fatti della remunerazione del lavoro e dello scambio mercantile. Esso abbraccia tutto il campo delle forme di riproduzione della specie, o istituti familiari, e mentre ne formano parte integrante le risorse della tecnica e la dotazione di strumenti ed attrezzi materiali di ogni natura, non ne va limitata la portata a quella di un magazzino campionario, ma vi va incluso ogni meccanismo di cui si dispone per il trapasso di generazione in generazione di tutta la «sapienza tecnologica» sociale. In questo senso e come reti generali di comunicazione e trasmissione, vanno dopo il linguaggio parlato considerati e annoverati tra i mezzi di produzione, la scrittura, il canto, la musica, le arti grafiche, la stampa, in quanto sorgono come mezzi di trasmissione della dotazione produttiva. Nella considerazione marxista anche letteratura, poesia e scienza sono forme superiori e differenziate degli strumenti produttivi e nascono per rispondere alla medesima esigenza della vita mediata ed immediata della società.
Sorgono a tale proposito nel campo del movimento proletario questioni di interpretazione del materialismo storico: quali fenomeni sociali costituiscano in effetti la «base produttiva» o le condizioni economiche, cui si chiede la spiegazione delle sovrastrutture ideologiche, politiche, caratteristiche di una determinata società storica.
È noto che al concetto di una lunga graduata evoluzione della società umana il marxismo oppone quello di brusche svolte di passaggio da un’epoca ad un’altra, caratterizzate da diverse forme e rapporti sociali. A questi svolti mutano la base produttiva e le sovrastrutture. Al fine di chiarire questo concetto si è più volte fatto ricorso a testi classici, sia per porre al loro luogo le varie formule e nozioni, sia per ben chiarire che cosa è che bruscamente muta nel momento della crisi rivoluzionaria.
Nelle citate lettere di chiarimento a giovani studiosi del marxismo, Engels insiste sulle reciproche reazioni tra la base e la sovrastruttura: lo Stato politico di una data classe è squisitamente una delle sovrastrutture, ma esso a sua volta agisce con atti come i dazi protettori, le imposte, ecc., sulla base economica, ricorda tra l’altro Engels.
Fu poi al tempo di Lenin particolarmente necessario chiarificare il processo della rivoluzione di classe. Lo Stato, il potere politico, è quella sovrastruttura che più squisitamente si infrange in modo che possiamo dire istantaneo, per cedere il posto ad altra struttura analoga ma opposta. Ma non con la stessa immediatezza si cambiano quei rapporti che vigono nella economia produttiva, pure essendo stato primo motore della rivoluzione il loro contrastare con le sviluppate forze produttive. Così non spariscono in un giorno salariato, mercantilismo, ecc. Quanto agli altri aspetti delle sovrastrutture, ve ne sono di ancora più duri a morire e che sopravviveranno alla stessa base economica primitiva (poniamo il capitalismo), ed essi sono le ideologie tradizionali diffuse, anche nel seno della classe rivoluzionaria vincitrice, dal lungo periodo di precedente servaggio. Così ad esempio la sovrastruttura diritto, come forma scritta e praticamente applicata, sarà mutata rapidamente – invece molto lentamente sparirà l’altra sovrastruttura delle credenze religiose.
In molte occasioni si è fatto ricorso alla lapidaria prefazione di Marx alla sua «Critica della economia politica» del 1859. Non sarà male fermarvisi prima di proseguire sulla questione della linguistica.
Forze produttive materiali della società. Sono, ai vari momenti dello sviluppo, la forza di lavoro delle braccia dell’uomo, gli utensili e strumenti di cui si dispone per applicarla, la fertilità della terra coltivata, le macchine che aggiungono alla forza dell’uomo le energie meccaniche e fisiche; tutti i procedimenti di applicazione alla terra e ai materiali di quelle forze manuali e meccaniche, procedimenti di cui una data società ha nozione e possesso.
Rapporti di produzione relativi ad un dato tipo di società sono «i necessari rapporti tra loro a cui gli uomini accedono nella produzione sociale della loro vita». Sono rapporti di produzione la libertà o il divieto di occupare terra per lavorarla, di disporre di utensili, macchine, manufatti, di disporre dei prodotti del lavoro per consumarli, spostarli, assegnarli ad altri. Ciò in genere; in particolare sono rapporti di produzione la schiavitù, il servaggio, il salariato, la mercatura, la proprietà terriera,
l’impresa industriale. I rapporti di produzione, con espressione che riflette non l’aspetto economico ma quello giuridico, possono parimenti dirsi rapporti di proprietà o anche in altri testi forme di proprietà: sulla terra, sullo schiavo, sul prodotto del lavoro del servo, sulle merci, sulle officine e macchine, ecc. Tale insieme di rapporti costituisce la base o struttura economica della società.
Il concetto dinamico essenziale è il contrasto che si determina tra le forze di produzione, ad un loro grado di evoluzione e sviluppo, e i rapporti di produzione o di proprietà, i rapporti sociali (tutte formule equipollenti).
Sovrastruttura, ossia ciò che deriva, che si sovrappone alla struttura economica di base, è fondamentalmente in Marx la impalcatura giuridica e politica di ogni data società: costituzioni, leggi, magistrature, corpi armati, potere centrale di governo. Questa sovrastruttura ha tuttavia un aspetto materiale, concreto. Ma Marx tiene a distinguere tra la realtà del trapasso nei rapporti di produzione e in quelli di proprietà e di diritto, e in fine di potere, e il trapasso quale si presenta nella «coscienza» del tempo e anche della classe vincente. Questa (fino ad oggi) è una derivazione della derivazione; una sovrastruttura della sovrastruttura, e forma il campo mutevole della opinione comune, della ideologia, della filosofia, dell’arte e sotto un dato aspetto (fino a che non è una normativa pratica) della religione.
Modi di produzione (preferibile a questo concetto non applicare il termine forme, usato per il concetto più ristretto di forme di proprietà) – Produktionsweisen – sono «le epoche successive di formazione economica della società» che Marx richiama a grandi tratti come quelli asiatico, antico, feudale, borghese.
Bisogna concretare in un esempio: la rivoluzione borghese in Francia. Forze produttive: l’agricoltura e i contadini servi – l’artigianato con le sue botteghe cittadine – le grandeggianti manifatture e fabbriche, le loro maestranze. Rapporti di produzione o forme di proprietà tradizionali: la servitù dei contadini alla gleba e la potestà feudale sulla terra e i suoi coltivatori – i legami corporativi ai mestieri artigiani. Sovrastruttura giuridico politica: potere dell’ordine nobiliare e di quello ecclesiastico, monarchia assoluta. Sovrastruttura ideologica: autorità di diritto divino, cattolicesimo, ecc. Modo di produzione: feudalesimo.
Il trapasso rivoluzionario si presenta: in modo immediato come passaggio del potere dai nobili e preti ai borghesi; la nuova sovrastruttura giuridico-politica è la democrazia elettiva parlamentare. I rapporti di produzione infranti sono: la servitù della gleba e la corporazione artigiana; i nuovi che subentrano: il salariato industriale (sopravvivendo artigianato autonomo e piccola proprietà contadina), il libero commercio interno nazionale, anche della terra.
La forza produttiva delle maestranze di fabbrica si svolge enormemente con l’assorbire ex contadini servi e artigiani. Si sviluppa in pari misura la forza del macchinario utensile e motore.
La sovrastruttura ideologica subisce una lenta sostituzione cominciata prima della rivoluzione, non finita ancora: al fideismo e legittimismo subentrano il libero pensiero, l’illuminismo, il razionalismo.
Il nuovo modo di produzione, che dilaga sulla Francia e fuori al posto del feudalesimo, è il capitalismo: in esso il potere politico non è del «popolo» come nella coscienza «che quella rivoluzione ha di se stessa» ma della classe dei capitalisti industriali e dei proprietari borghesi di terra.
Per distinguere i due «strati» della sovrastruttura si potrebbero adottare i termini di sovrastrutture di forza (diritto positivo, Stato) e sovrastrutture di coscienza (ideologia, filosofia, religione, ecc.).
Marx dice che la forza materiale, la violenza, è a sua volta un agente economico. Engels nei passi citati e nel Feuerbach dice lo stesso con le parole che lo Stato (che è forza) agisce sulla economia e influenza la base economica.
Lo Stato di una nuova classe è dunque una molla potente perché mutino i rapporti produttivi. Dopo il 1789 quelli feudali in Francia furono rapidamente travolti in ragione dell’avanzato sviluppo delle moderne forze produttive che da tempo premevano. La stessa restaurazione del 1815, se dette il potere di nuovo alla aristocrazia terriera e ripristinò la monarchia legittimista, non pervenne tuttavia a rovesciare di nuovo i rapporti di produzione, le forme di proprietà, non fece regredire le manifatture
e risorgere la grande proprietà signorile. Cambio di potere e trapasso di forme produttive possono bene andare storicamente e per limitati periodi in senso inverso.
Quid in Russia nell’ottobre 1917? Il potere politico, sovrastruttura di forza che nel febbraio era passato dai feudali ai borghesi, passò ai lavoratori delle città sostenuti nella lotta dai contadini poveri. La sovrastruttura statale giuridica prese forme proletarie (dittatura e dispersione della assemblea democratica). Le sovrastrutture ideologiche ebbero un potente impulso in larghi strati verso quella propria del proletariato, nel mezzo al disperato resistere delle antiche e delle borghesi o semiborghesi. Le forze produttive in quanto di natura antifeudale presero slancio libero verso l’industria e l’agricoltura libera. Può dirsi che i rapporti di produzione, negli anni dopo l’ottobre, divennero socialisti? No certamente, e ciò in qualunque caso esigerebbe un tempo non di mesi. Divennero essi semplicemente capitalisti? Non è esatto dire che divennero tutti e totalmente capitalisti perché a lungo sopravvissero forme precapitalistiche, come noto. Ma sarebbe tuttavia poco dire che presero impulso a trasformarsi soltanto in rapporti capitalisti.
A parte infatti le prime misure di comunismo da guerra civile ed antimercantili (case, pane, trasporti), dato che il potere è un agente economico di primo grado altro è il trapasso dei rapporti di produzione sotto uno Stato borghese democratico altro sotto la dittatura politica proletaria.
Il modo di produzione si definisce da tutto il complesso dei rapporti di produzione e delle forme politiche e giuridiche. Se tutto il ciclo russo nell’arco svolto fino ad oggi ha condotto in pieno nel modo di produzione capitalistico, e oggi in Russia mancano rapporti socialisti di produzione, ciò è in relazione al fatto che dopo il 1917, dopo l’ottobre, non è avvenuta la rivoluzione proletaria in occidente, la cui importanza non era solo quella di puntellare il potere politico perché al proletariato russo non sfuggisse, come è poi stato, ma soprattutto di rovesciare nella economia russa forze produttive disponibili all’ovest in eccesso, tali da determinare lo slancio verso il socialismo dei rapporti russi di produzione.
I rapporti di produzione non si verificano al momento della rivoluzione politica.
Poiché di un tale sviluppo il potere politico in Russia era l’altra condizione di uguale importanza (Lenin), è inesatta una formulazione che dica: solo compito storico del potere bolscevico dopo l’ottobre è stato il passaggio dai rapporti sociali feudali a quelli borghesi. Fino al disperdersi dell’onda rivoluzionaria succeduta alla guerra mondiale del 1914, ossia circa fino al 1923, il compito del potere di ottobre è consistito nel lavorare al trapasso dai modi e rapporti sociali feudali a quelli proletari; tale lavoro si fece sulla sola via storica possibile e quindi sulla via maestra: solo dopo si può dare la formula che siamo in uno Stato che non è socialista né in modo attuale, né in modo potenziale. I rapporti di produzione successivi all’ottobre sono in modo attuale parte precapitalisti, parte capitalisti e in parte trascurabile quantitativamente postcapitalisti; la forma storica o meglio il modo di produzione storico non può dirsi capitalista, ma potenzialmente proletario e socialista. Questo è che importa!
Va dunque superata l’impasse della formula: base economica borghese, sovrastrutture proletarie e socialiste. E non certo negando il secondo termine, valido per sei anni almeno dopo la conquista della dittatura.
Stalin e la linguistica
(La digressione non è stata fuori luogo in questa disposizione del materiale servito al rapporto, trattandosi di affrontare la dottrina elevata da Stalin in materia linguistica, tutta fondata sulle distinzioni, adoperate in modo poco congruo, tra base e sovrastruttura).
11) La tesi staliniana che la lingua non è una sovrastruttura rispetto alla base economica, costituisce una falsa posizione del problema da risolvere, in quanto il risultato al quale Stalin voleva pervenire è un altro: in ogni passaggio da uno dei modi storici di produzione al successivo abbiamo mutamento sia della sovrastruttura che della base o struttura economica, mutamento dei poteri delle classi e
della posizione delle classi nella società. Ma la lingua nazionale non segue le sorti né della base né delle sovrastrutture poiché non appartiene ad una classe ma a tutto l’insieme del popolo del dato paese. Quindi per salvare la lingua e la linguistica dagli effetti della rivoluzione sociale, si portano (piano piano insieme alla cultura nazionale e al culto della patria) sulla riva del turbinoso fiume della storia, fuori dal campo della base produttiva, fuori da quello delle derivazioni politiche e ideologiche.
Secondo Stalin, negli ultimi anni in Russia «è stata liquidata la vecchia base capitalista e una nuova base socialista, è stata costruita. Parallelamente è stata liquidata la sovrastruttura della base capitalistica e creata una nuova sovrastruttura corrispondente alla base socialista … Ma nonostante ciò la lingua russa è rimasta fondamentalmente quella che era prima della rivoluzione di Ottobre».
Il pregio di questi signori (abbia ciò scritto Stalin o chi per lui, segretario x o ufficio y) è di avere imparato a fondo l’arte di paludarsi semplici, chiari, alla portata di tutti, come suol dirsi da un secolo nella propaganda della cultura borghese, e soprattutto disinvoltamente concreti. Ed intanto questo che sembra così immediato ed accessibile non è che trucco, e ricaduta tutto di un pezzo nel modo di pensare borghese più rancido.
Tutto il trapasso sarebbe avvenuto «parallelamente». È tanto semplice! Non solo bisogna rispondere che quel trapasso non è avvenuto un bel corno, ma che se fosse avvenuto e quando avverrà le cose non andranno in quel modo! In questa formula da imbonitore di paesino non resta NULLA del materialismo dialettico. La base influenza la sovrastruttura ed è attiva? Ed in qual senso la derivata sovrastruttura reagisce a sua volta e non è puramente plastica e passiva? E con quali cicli ed in quale ordine e con quale velocità storica avviene il trapasso e la sostituzione? Chiacchiere bizantine! Basta rimboccare la manica destra e poi la sinistra: Liquidazione! Creazione! Perdio, fuori il creatore, fuori il liquidatore! Un simile materialismo non funziona senza un demiurgo, tutto è diventato cosciente e volontario, nulla più necessario e determinato.
Comunque l’argomentare si presta ad essere messo al passo sulla realtà: la base economica e la sovrastruttura, attraverso complesse vicende, da feudali che erano sotto lo Zar sono alla fine della vita di Stalin in pieno capitaliste. Siccome la lingua russa fondamentalmente è la stessa, la lingua non fa parte della sovrastruttura e non fa nemmeno parte della base.
Sembra che tutta la polemica sia diretta contro una scuola di linguistica improvvisamente sconfessata dall’alto, e che il capo di tale scuola sia il professore delle università sovietiche N. J. Marr, i cui testi ci sono ignoti. Egli avrebbe detto che la lingua fa parte della sovrastruttura. A sentire chi lo condanna, consideriamo N. J. Marr un buon marxista. Infatti è detto: «una volta N. J. Marr constatando che la sua formula «la lingua è una sovrastruttura rispetto alla base» incontrava obiezioni, decise di «riaggiustare» la sua teoria e annunciò che «la lingua è uno strumento della produzione». Aveva ragione N. J. Marr di classificare la lingua tra gli strumenti della produzione? No, egli aveva certamente torto».
E perché? Secondo Stalin vi è una certa analogia tra la lingua e gli strumenti della produzione, perché anche questi possono avere una certa indifferenza verso le classi. Stalin vuol dire qui che ad esempio l’aratro come la zappa possono servire la società feudale e la borghese, e la socialista. Ma poi la differenza che darebbe marcio torto a N. J. Marr (e a Marx, e ad Engels: il lavoro, la produzione di utensili, in combinazione col linguaggio) è questa: gli strumenti di produzione producono beni materiali, la lingua no!
Ma anche gli strumenti di produzione non producono beni materiali! I beni li produce l’uomo che li impugna! Gli strumenti sono impiegati dagli uomini nella produzione. Un bimbo per la prima volta afferra la zappa dalla lamina, e il padre gli urla: si prende per il manico. Quell’urlo, che diverrà poi una regolare «istruzione», è, quanto la zappa, impiegato alla produzione.
La spiritosa conclusione di Stalin rivela che il torto è suo: se la lingua, egli dice, producesse beni materiali, i chiacchieroni sarebbero le persone più ricche della terra! Ebbene, non è proprio così? L’operaio lavora colle sue braccia, l’ingegnere con la lingua: chi è pagato di più? Ci pare di aver narrato una volta del proprietario di provincia che, seduto all’ombra e pipando, senza posa incita il giornaliero che ha assunto, il quale suda e tace: mena lu zappone! Per tema che una breve sosta nel
colpo gli tolga profitto.
Dialetticamente ci sentiamo di chiarire che Marr non ha riaggiustato nulla malgrado i fulmini a lui destinati: dialetticamente, perché non conosciamo lui né i suoi libri. Anche noi abbiamo detto ad esempio che la poesia, dall’inizio del canto corale mnemonico, di tipo magico-mistico-tecnologico, primo mezzo di tramandare la dotazione sociale, ha il carattere di un mezzo di produzione. Poi al punto seguente abbiamo posto la poesia tra le sovrastrutture di una data epoca. Così per la lingua. Il linguaggio in generale, e il suo ordinamento in versi in generale sono strumenti della produzione. Ma una data poesia, una data scuola poetica, relativa ad un paese e ad un secolo, fanno parte, staccandosi dalle precedenti e dalle seguenti, della sovrastruttura ideologica e artistica di una data forma economica, di un dato modo di produzione. Engels: «lo stadio superiore della barbarie comincia colla fusione del ferro greggio, colla scrittura alfabetica ed il suo uso per trascrizioni letterarie … il suo fiore più alto ci si offre con i poemi omerici, principalmente con l’Iliade». Così potremmo cercare altri passi e mostrare la Commedia come epicedio del feudalesimo, le tragedie di Shakespeare come prologo al capitalismo.
Per l’ultimo grande pontefice del marxismo passerebbe come mezzo di produzione distintivo di un’epoca il ferro greggio, ma non la scrittura alfabetica, perché questa non produce beni materiali! Ma è l’uso umano della scrittura alfabetica che era indispensabile, tra l’altro, per arrivare agli acciai speciali della moderna siderurgia.
Così la lingua. In tutti i tempi è un mezzo di produzione, ma le singole lingue sono sovrastrutture, come quando l’Alighieri non scrive il suo poema nel latino dei classici o della chiesa ma nel volgare italiano, o avviene con la Riforma il definitivo abbandono dell’antico sassone per il tedesco letterario moderno.
Così del resto per la zappa e per l’aratro. Se è vero che un dato strumento di produzione si può trovare a cavallo di due grandi epoche sociali separate da una rivoluzione di classe, è vero pure che il complesso della dotazione di utensili di una data società la fa «classificare» e la «costringe» – per l’urto ben noto contro i rapporti di produzione – ad assumere la nuova forma che le compete. Troviamo il tornio da vasaio nella barbarie, il moderno tornio a motore di precisione nel capitalismo. Ed ogni tanto uno strumento antico scompare, come il classico arcolaio di Engels, arnese da museo.
Così per la zappa e l’aratro. La società del capitalismo industriale non ha la possibilità di eliminare la piccola ed improba coltura della terra che torce la spina dorsale tanto orgogliosamente drizzata dal pitecantropo. Ma una organizzazione comunista su trama industriale completa conoscerà indubbiamente solo l’aratrice meccanica. E così sconvolgerà la lingua dei capitalisti, e non si sentiranno più le comuni formule usando le quali gli stalinisti affettano di condurre con essi il contraddittorio: morale, libertà, giustizia, legalità – popolare, progressivo, democratico, costituzionale, costruttivo, produttivo, umanitario, ecc., che appunto formano la dotazione grazie alla quale la maggior ricchezza finisce nelle tasche dei fanfaroni: funzione identica a quella di altri materiali utensili: il fischietto del capofabbrica, le manette del questurino.
Tesi idealista della lingua nazionale
12) Il negare che il linguaggio umano in genere abbia l’origine e la funzione di strumento produttivo, e che le società di classe abbiano tra le loro sovrastrutture (sia pure tra quelle di sostituzione non immediata, ma graduale) la locale e contingente lingua parlata e scritta, vale ricadere in pieno nelle dottrine idealiste, e vale abbracciare politicamente il postulato borghese del passaggio ad una lingua comune agli illetterati di vari dialetti e ai dotti di tutto un paese politicamente unito, vera rivoluzione linguistica che segnò l’avvento dell’epoca capitalistica.
Poiché secondo il testo in esame la lingua non è una sovrastruttura della base economica, e nemmeno è uno strumento produttivo, viene fatto di chiedersi quale ne sia la definizione. Ebbene eccola: «La lingua è un mezzo, uno strumento con l’aiuto del quale gli uomini comunicano gli uni con gli altri, scambiano i pensieri e giungono a comprendersi reciprocamente. Essendo direttamente connessa con
il pensiero, la lingua registra e cristallizza in parole e in parole coordinate in proposizioni, i risultati del pensiero e i successi del lavoro di ricerca dell’uomo, rendendo così possibile lo scambio di idee nella società umana». Questa sarebbe dunque la soluzione marxista del quesito. Noi non vediamo quale ideologo ortodosso e tradizionale non possa sottoscrivere questa definizione. È palese che secondo essa l’umanità progredisce attraverso un’opera di ricerca fatta nel pensiero e formulata in idee, e passa da questa fase individuale a quella collettiva e di applicazione mediante l’uso del linguaggio che permette al ritrovatore di passare la sua conquista agli altri uomini. È il perfetto rovescio dello sviluppo materialista di cui ci siamo occupati (collimando le abituali citazioni dei nostri testi di base): dall’azione alla parola, dalla parola all’idea, ma ciò inteso non come processo nell’individuo, bensì nella società, e quindi meglio: dal lavoro sociale al linguaggio, dal linguaggio alla scienza, al pensiero collettivo. La funzione di pensare nel singolo è derivata e passiva. La definizione di Stalin è dunque schietto idealismo. Il preteso scambio dei pensieri, è la proiezione nella fantasia del borghese scambio di merci.
Molto strano è che l’accusa di idealismo sia rivolta al disgraziato Marr il quale nel sostenere la tesi della mutazione nelle lingue pare sia giunto fino alla previsione di una decadenza della funzione del linguaggio per far luogo ad altre forme. Si accusa il Marr di avere con ciò ipotizzato un pensiero che si trasmette senza lingua, e sarebbe affondato nel pantano dell’idealismo. Ma in questo pantano fanno più pena quelli che ci sanno stare a galla. Viene trovata la tesi di Marr in contraddizione colla frase di Carlo Marx: «La lingua è la realtà immediata del pensiero … Le idee non esistono separatamente dalla lingua».
Ma non è questa chiara tesi materialista negata in pieno proprio dalla definizione prima riportata di Stalin, secondo cui la lingua è ridotta ad un mezzo per scambiare idee e pensieri?
Ricostruiamo l’audace teoria del Marr a modo nostro (questo dovrebbe permettere il possesso di una teoria di partito al di sopra di generazioni e frontiere). La lingua è, fin qui perfino Stalin, uno strumento col quale gli uomini comunicano. La comunicazione tra gli uomini non avrebbe a che fare con la produzione?! Questo lo afferma la teoria economica borghese secondo cui si finge che ognuno produce da solo e poi conosce l’altro solo sul mercato, per veder di fregarlo. La espressione marxista giusta non sarebbe: comunicano per aiutarsi nel comprendersi, ma: comunicano per aiutarsi nel produrre. Quindi vi strappiamo di bocca che è giusto il criterio di mezzo di produzione. Quanto al metafisico comprendersi, sono passati seicentomila anni e a quanto pare tra scolari dello stesso maestro non ci capiamo ancora!
Ed allora la lingua è un mezzo tecnologico di comunicazione. È il primo di tali mezzi. Ma è forse esso l’unico? No di certo. Ne appare nel corso della evoluzione sociale una serie sempre più ricca, e non è affatto fuori luogo la ricerca di Marr su quelli che potranno soppiantare la lingua parlata in grande misura. Con ciò Marr non dice affatto che il pensiero come elaborazione immateriale di un soggetto individuo passerà agli altri senza prendere la forma naturale del linguaggio. Marr evidentemente indica, con la formula tradotta «processo del pensiero», che si svilupperà in forme che saranno al di sopra della lingua, non la metafisica escogitazione individuale, ma la dotazione di conoscenza tecnologica propria di una società sviluppata. Nulla di escatologico e di magico.
Un esempio molto semplice. Il timoniere dell’imbarcazione a remi comanda «alla voce». Così il nocchiero della nave a vela e dei primi vaporetti. «Go ahead!». Avanti a tutta forza … Mezza forza indietro … La nave diventa troppo grande e il capitano urla in un portavoce che comunica colla sala macchine, ma poi ciò non basta, e prima degli altoparlanti (una vera invenzione retrograda) si fa un telegrafo meccanico, a maniglia, poi elettrico, che sposta le sfere del quadrante di segnali sotto l’occhio del macchinista. Infine il cruscotto di un grande aereo è tutto pieno di strumenti che trasmettono le possibili disposizioni ad ogni organo. La parola va cedendo il passo, ma a mezzi tanto materiali quanto essa, anche se evidentemente sono meno naturali, come gli utensili moderni sono meno naturali del ramo spezzato divenuto arma.
Inutile tracciare tale serie grandiosa. Parola parlata, parola scritta, stampa, e tutti gli infiniti algoritmi, le simboliche matematiche, che già sono divenuti internazionali; come in tutti i campi tecnici e di servizi generali vigono convenzioni ad uso universale per trasmettere comunicazioni precise meteorologiche, elettrotecniche, astronomiche, ecc. Tutte le applicazioni elettroniche, il radar e simili,
tutti i tipi di registrazione di segnali arrivanti sono nuovi legami tra gli uomini resi necessari dai complessi sistemi di vita e produzione, che già in cento campi ignorano la parola, la grammatica, la sintassi per la cui immanenza ed eternità Stalin spezza sul dorso di N. J. Marr formidabili lance.
Può forse il sistema capitalistico non pensare sempiterno il modo di coniugare il verbo avere, il verbo valutare, di declinare l’aggettivo possessivo, e di porre come cardine di ogni enunciazione il pronome personale? Un giorno se ne riderà come del Voi, del Lei, del Loro e del Sua Signoria e del servitor suo umilissimo e del buoni affari che si scambiano i commessi viaggiatori.
Riferimenti e deformazioni
13) In tutte le trattazioni marxiste è fondamentale la tesi che la rivendicazione di una lingua nazionale è una caratteristica storica di tutte le rivoluzioni antifeudali, essendo essa necessaria al legame e alla comunicazione tra tutte le piazze del sorto mercato nazionale, al trasferimento utile in tutto il territorio dei proletari divelti dalla gleba, alla lotta contro la influenza delle forme tradizionali religiose, scolastiche, culturali poggiate da un lato sull’uso del latino come lingua dotta, e sullo sminuzzamento in dialetti della parlata locale dall’altra.
Per sostenere la sua, veramente nuova nel senso del marxismo, teoria della lingua extraclassista, Stalin si preoccupa di superare la contraddizione, evidentemente invocata da varie parti, con testi di Lafargue, Marx, Engels, e perfino … Stalin. Il buon Lafargue viene buttato a mare senz’altro. Egli in un opuscolo: La lingua e la rivoluzione, aveva parlato di una improvvisa rivoluzione linguistica avvenuta in Francia tra il 1789 e il 1794. Periodo troppo breve, dice Stalin, e poi se mai un piccolo gruppo di vocaboli della lingua scomparve e fu sostituito con nuovi. Se mai, sono proprio quei vocaboli che avevano maggiore attinenza con i rapporti della vita sociale. Alcuni furono espulsi con leggi della Convenzione. È noto l’aneddoto satirico controrivoluzionario. Come vi chiamate, cittadino? Marquis de Saint Roiné. Il n’y a plus de marquis! (non ci sono più marchesi). De Saint Roiné! Il n’y a plus de «de»! (particola nobiliare). Saint Roiné! Il n’y a plus de Saints! Roiné! Il n’y a plus de rois! Je suis né! (io sono nato), gridò il disgraziato. Stalin aveva ragione: il participio né non era cambiato.
In un articolo «Sankt Max» che confessiamo di non conoscere, Carlo Marx aveva detto che i borghesi «hanno una loro lingua, prodotto della borghesia» e che tale lingua è permeata di uno stile di mercantilismo, di compravendita. Ed infatti i mercanti di Anversa si capivano, in pieno medioevo, con quelli di Firenze, e questa è una «gloria» della lingua italiana, lingua madre del capitale. Come nella musica ovunque scrivono andante, allegro, pianissimo e così via, così su qualunque piazza europea valgono le parole firma, sconto, tratta, riporto e dovunque si somiglia il pestifero gergo della corrispondenza commerciale «ad evasione della pregiata vostra a margine notata». Ora quale toppa mette Stalin alla incontrovertibile citazione? Invita a leggere altro passo dell’articolo: «Il concentramento dei dialetti in una unica lingua nazionale, è risultato del concentramento economico e politico». Ma dunque? La sovrastruttura lingua segue qui lo stesso processo della sovrastruttura Stato e della base economica. Ma come non è immanente e definitivo il concentrarsi del capitale, l’unificarsi dello scambio nazionale, il concentramento politico nello Stato capitalista, ma sono risultati storici legati al dominio e al ciclo borghese, così è di questo aderente fenomeno del passaggio dai dialetti locali alla lingua unitaria. Sono nazionali il mercato, lo Stato e il potere in quanto sono borghesi. Nazionale diviene la lingua, in quanto è lingua borghese.
Engels, sempre ricordato da Stalin, nella «Situazione delle classi lavoratrici in Inghilterra» dice: «la classe operaia inglese è diventata un popolo completamente diverso dalla borghesia inglese … gli operai parlano un altro dialetto, hanno altre idee e concezioni, altri costumi e principii morali, altra religione e altra politica che la borghesia». La toppa anche qui è poverissima: Engels non ammette con questo che vi siano lingue di classe, perché parla di dialetto, e il dialetto è un derivato della lingua nazionale. Ma non abbiamo stabilito che è la lingua nazionale una sintesi di dialetti (o l’esito di una lotta tra dialetti) e che questo è un processo di classe, legato alla vittoria di una precisa classe, la borghesia?
Lenin poi deve scusarsi di avere riconosciuto la esistenza di due culture sotto il capitalismo, una borghese e l’altra proletaria, e che la parola d’ordine della cultura nazionale sotto il capitalismo è una parola d’ordine nazionalista. Vada per la illusione di castrare Lafargue, bravomo, ma castrare di seguito Marx, Engels e Lenin è una grossa impresa. La risposta è che altro è lingua e altro è cultura. Ma che cosa viene prima? Per l’idealista che ammette il pensiero astratto la cultura è prima e al di sopra della lingua, ma per il materialista, dato che la parola preesiste all’idea, non può formarsi cultura che in base alla lingua. La posizione di Marx e di Lenin è dunque: la borghesia non ammetterà mai che la sua sia una cultura di classe, ma afferma che sia la cultura nazionale del dato popolo, e quindi la sopravalutazione della lingua nazionale le serve da potente remora al formarsi di una cultura, meglio di una teoria, di classe, proletaria e rivoluzionaria.
Viene il bello quando Stalin, a guisa di Filippo Argenti, addenta se stesso. Nel XVI Congresso del partito egli aveva detto che all’epoca del socialismo mondiale tutte le lingue nazionali si fonderanno in una sola. La formula pare veramente la più radicale, e non è facile conciliarla con l’altra data assai dopo della lotta tra due lingue di cui una prevale e assorbe l’altra senza che lasci traccia. L’autore se la cava dicendo che non si è capito trattarsi di due epoche storiche ben diverse: la lotta e l’incrocio delle lingue avviene in pieno tempo capitalista, mentre la formazione della lingua internazionale avverrà in pieno socialismo; ed allora «è assurdo esigere che l’epoca del dominio del socialismo non sia in contraddizione con l’epoca del dominio del capitalismo, che il socialismo e il capitalismo non si escludano a vicenda». Oh bella, qui si resta di stucco. Non si è data tutta la forza della propaganda, da parte stalinista, a sostenere che il dominio del socialismo in Russia non solo non esclude quello del capitalismo in Occidente, ma può con esso pacificamente convivere?
Da tutto questo impiccio non si può dedurre che una sola legittima conclusione. Con le nazioni capitaliste dell’ovest convive sì il potere russo, in quanto anche esso è un potere nazionale, con la sua lingua nazionale fieramente difesa nella sua integrità, lontano dalla futura lingua internazionale della stessa distanza che ormai separa la sua «cultura» dalla teoria rivoluzionaria del proletariato mondiale.
Eppure, che la formazione nazionale delle lingue rifletta strettamente quella degli Stati nazionali e dei mercati nazionali, e sia fatto proprio e caratteristico del tempo borghese, lo stesso autore è costretto in certi passi a darne atto. «Più tardi, con il sorgere del capitalismo, con la liquidazione dello sminuzzamento feudale e con la formazione del mercato nazionale, le nazionalità si sviluppano in nazioni e le lingue delle nazionalità in lingue nazionali». Questo è ben detto. Ma dopo è mal detto che «la storia ci dice che le lingue nazionali non sono lingue di classe ma lingue di tutto il popolo, comuni ai membri della nazione ed uniche per la nazione». La storia ha detto questo quando si è ricaduti nel capitalismo. Come in Italia i signori, i preti e i dotti parlavano latino e il popolo toscano, in Inghilterra i nobili francese e il popolo inglese, così in Russia la lotta rivoluzionaria aveva condotto a questo: gli aristocratici parlavano francese, i socialisti parlavano tedesco e i contadini parlavano non diremo russo ma una dozzina di lingue e un centinaio di dialetti. Se il movimento fosse continuato sulla via rivoluzionaria di Lenin presto avrebbe avuto anche una lingua sua propria: già si parlocchiava tutti un «francese internazionale». Ma Giuseppe Stalin non capiva neanche quello: solo il georgiano e il russo. Era l’uomo per la nuova situazione, per quella in cui una lingua ne inghiotte dieci altre e per farlo usa l’arma della tradizione letteraria; per la situazione di un autentico spietato nazionalismo, che con tutto il resto segue la legge di accentrare anche la lingua e dichiararne intangibile il patrimonio.
È strano – o forse non lo è se questo movimento non rinunzia a sfruttare le simpatie e l’attaccamento del proletariato estero alle tradizioni marxiste – che il testo faccia proprio questo decisivo passo di Lenin: «La lingua è il mezzo più importante di comunicazione umana; l’unità della lingua ed il suo sviluppo senza ostacoli è una delle condizioni più importanti per un commercio realmente libero e vasto, adeguato al capitalismo moderno, per un libero e vasto aggruppamento della popolazione in classi».
È dunque ben chiaro che il postulato della lingua nazionale non è immanente ma storico: è legato – utilmente – all’avvento del capitalismo sviluppato.
Ma è chiaro che tutto cambia e si capovolge quando cade il capitalismo, cade il mercantilismo, e cade la divisione della società in classi. Con questi istituti sociali, le lingue nazionali periranno. Alla
rivoluzione che contro essi tende, è estranea e nemica la rivendicazione della lingua nazionale, non appena il pieno capitalismo ha vinto.
Dipendenza personale ed economica
14) Costituisce deviazione radicale dal materialismo storico la sua limitazione alle epoche in cui vi sono rapporti direttamente mercantili e monetari tra detentori sia di prodotti che di strumenti produttivi, terra compresa, mentre la teoria va applicata anche alle epoche precedenti in cui non vi era ancora distinzione tra possessi di privati ma si ponevano le basi delle prime gerarchie nel rapporto sessuale e familiare. Questo errore di abbandonare a dati non deterministi la spiegazione della sfera dei fenomeni generativi e familiari fa ben riscontro all’altro estremo alla avulsione del fatto linguistico dalla dinamica delle classi; trattandosi sempre della tolleranza che decisivi settori della vita sociale possono essere sottratti alle leggi del materialismo dialettico.
In uno scritto condotto direttamente al fine di far cadere in difetto la interpretazione marxista della storia, e pretendendo che questa si riduca (come purtroppo nel concetto di alcuni incauti e improvveduti seguaci del movimento comunista) a dedurre gli sviluppi della storia politica dall’urto tra le classi che hanno diversa partecipazione alla ricchezza economica e alla sua spartizione, si assume come prova che Roma antica aveva già un ordinamento a tipo statale completo quando il gioco sociale non si svolgeva tra classi di ricchi patrizi terrieri, poveri e plebei contadini e artigiani, e schiavi, ma era ordinato sulla base della potestà del padre di famiglia.
L’autore dello scritto (De Vinscher, Bruxelles, 1952: Proprietà e potere familiare nell’antica Roma) distingue due fasi nella storia dell’ordinamento giuridico: quella più recente e che instaurò il ben noto diritto civile che la moderna borghesia ha fatto proprio, con la libera permutabilità di ogni oggetto e possesso sia mobile che immobile, e che potremmo dire fase «capitalista», e quella più antica in cui l’ordinamento e la legge civile erano ben diversi vietando in gran parte dei casi il trasferimento e la vendita se non con regole strettamente basate sull’ordine della famiglia, di tipo patriarcale. Sarebbe una fase «feudale», se premettiamo a questo feudalesimo e capitalismo nel mondo antico la caratteristica che in essi era presente una classe sociale che manca nel medioevo ed evo moderno, quella degli schiavi. Questi sono esclusi dalla legge e considerati come cose e non persone soggetto di diritto: nei limiti della cerchia degli uomini liberi, dei cittadini, una costituzione basata sulla famiglia e sulla personale dipendenza nel suo seno precede quella successiva fondata sul libero trapasso dei beni, purché consentano venditore e compratore.
Si vuole smentire la «priorità che il materialismo storico ha lungamente fatto riconoscere alle nozioni del diritto patrimoniale nello svolgimento delle istituzioni». Ciò sarebbe vero se la base cui fa riferimento il materialismo storico fosse il puro fenomeno economico, di proprietà, di patrimonio nel senso moderno, e se invece tale base non comprendesse tutta la vita di specie e di gruppo e qualunque disciplina dei rapporti che sorge dalla difficoltà dell’ambiente, e soprattutto la disciplina della generazione e dell’organizzazione familiare.
Come si sa e come vedremo ancora nella seconda parte, non appaiono proprietà privata e istituzioni di potere di classe nelle antiche comunità o fratrie. Bensì è già apparso il lavoro e la produzione e questa è la base materiale assai più vasta di quella strettamente intesa come giuridica ed economica cui il marxismo si riferisce: a tale base mostrammo che si collega la «produzione dei produttori» ossia la generazione dei componenti la tribù che si tramanda con assoluta purezza razziale.
In questa gens pura non vi è altra dipendenza ed autorità che quella del membro sano adulto e vigoroso sui giovani da allevare e preparare alla vita sociale semplice e serena. La prima autorità che sorge quando la promiscuità dei sessi tra gruppo di maschi e gruppo di femmine comincia a essere limitata è il matriarcato, in cui la mater è il capo della comunità: non si determina ancora spartizione delle terre o di altro. A questa pone base il patriarcato prima poligamo e poi monogamo: il maschio capo famiglia è un vero capo amministrativo politico e militare, disciplina la attività dei figli e più in là quella dei prigionieri e dei vinti resi in schiavitù. Siamo sulle soglie della formazione di uno Stato di
classe.
A questo punto è possibile nelle grandi linee, intendere il vecchio ordinamento romano, cui si attribuisce la vita di un millennio (Giustiniano ne cancellò definitivamente le ultime tracce), del mancipium. Da questi, pater familias in seguito, dipendono uomini e cose: la donna o le donne, i figli, che sono liberi, gli schiavi e la loro prole, il bestiame tutto dell’azienda, la terra e tutti gli attrezzi prodotti e derrate. Tutte queste cose all’inizio non sono alienabili senza una rara e difficile procedura che si chiama emancipazione, o acquistabili senza l’inversa, che è la mancipatio. Di qui la famosa distinzione in res mancipii, cose inalienabili, e res nec mancipii, cose a piacere commerciabili, che fanno parte del normale patrimonium, suscettibile di estendersi e diminuirsi.
Ora, mentre nel secondo stadio, quando nulla è più res mancipii, e tutto è libero articolo di commercio (tra non schiavi) prevale il valore economico e pare ovvio a tutti che le lotte per il potere politico si incardinino sugli interessi di opposte classi sociali, secondo che è distribuita la terra e la ricchezza; nel primo al valore economico e al diritto patrimoniale da titolo di libero acquisto era sostituito un imperium personale del capo di famiglia, cui l’ordinamento che vige riconosce le tre facoltà del mancipium, della manus, e della patria potestas, che ne fanno il cardine della società del tempo.
Per il marxista è evidentemente un banale equivoco quello che al primo stadio di rapporti non si possa applicare il determinismo economico. L’equivoco si basa sulla tautologia che nell’ordinamento mercantile tutto si svolga tra «eguali» e che le dipendenze personali siano scomparse per cedere il luogo allo scambio tra equivalenti, secondo la famosa legge del valore. Ma il marxismo viene appunto a provare che lo scambio commerciale illimitato e «giustinianeo» dei prodotti e degli strumenti si risolve in una nuova e pesante dipendenza personale, pei componenti le classi sfruttate e lavoratrici.
È dunque più che agevole sfuggire all’insidia che ogni volta che il rapporto sociale gravita sull’ordine familiare, esso non debba spiegarsi con l’economia produttiva ma col gioco di fattori «affettivi», e quindi che rientri a bandiera spiegata l’idealismo. Anche il sistema di rapporti basati sulla generazione e la famiglia è sorto per corrispondere nel modo migliore alla vita del gruppo nel suo ambiente fisico e alla produzione lavorativa necessaria, e la deduzione rientra nelle leggi del materialismo altrettanto bene come quando si è, molto più oltre, nella fase degli scambi utilitari tra detentori individuali di prodotti.
Ma è certo di soccombere alla riscossa idealistica quel marxismo che questo non sappia vedere, e conceda per un momento che oltre ai fattori dell’interesse economico concretizzato nel possesso di un patrimonio privato e nello scambio di beni privati (inclusa tra i beni scambiabili la forza umana di lavoro) vivano come fattori separati non trattabili dalla stessa dinamica materialista quelli del sesso, dell’affetto familiare, dell’amore; e soprattutto cada nella crassa banalità che tali fattori in certi momenti sovrastano e capovolgono quello della base economica con forze superiori.
È invece sulla unica pietra angolare dello sforzo per la vita immediata della specie, che integra inseparabilmente alimentazione e riproduzione, e se necessario subordina la conservazione dell’esemplare a quella della specie, che il materialismo storico poggia la faticosa immensa costruzione che in sé racchiude tutte le manifestazioni della umana attività fino alle ultime e più complesse e grandiose.
Chiuderemo questa parte con Engels ancora, a mostrare la solita fedeltà di scuola, o aborrimento da ogni novità. È sempre l’evolvere degli strumenti produttivi che sta alla base del passaggio dall’imperium patriarcale alla proprietà privata libera. Nello stadio barbaro superiore già appare la divisione sociale del lavoro tra artigiani e agricoltori, la differenza tra città e campagna … La guerra e la schiavitù sono già nate da tempo: «Accanto alla differenza tra liberi e schiavi appare quella tra ricchi e poveri; colla nuova divisione del lavoro appare una nuova divisione della società in classi. Le differenze dei possessi tra i singoli capifamiglia spezzano l’antica comunità familiare comunistica, e con questa la comune coltivazione del suolo pro e per conto di questa comunità. La terra coltivatile è assegnata per lo sfruttamento a famiglie singole, dapprima per un periodo di tempo, più tardi per sempre. Il passaggio alla piena proprietà privata si compie gradualmente e parallelamente a quello dal matrimonio di coppia alla monogamia. La famiglia singola comincia a divenire l’unità economica della società».
E una volta ancora la dialettica insegna come la famiglia singola, questo preteso valore sociale fondamentale vantato da fideisti e illuministi borghesi, che affetta le società a proprietà privata, anche essa è un istituto transitorio, e negatale ogni base fuori della materiale determinazione, che si cerchi nel sesso o nell’amore, sarà distrutta dalla vittoria del comunismo ed è già nella sua dinamica tutta studiata e condannata alla fine dalla teoria materialista.