La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra Pt.1
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Il rapporto che qui presentiamo è una sintesi ordinata di citazioni da „Il Partito Comunista nella Tradizione della Sinistra”, il nostro testo fondamentale.
Presentazione – 1986
Un lavoro di questo genere nasce
„(…) ogni volta che l’organizzazione subisce sbandate che di norma, almeno fino ad oggi, si concretizzano in fratture più o meno vistose ed estese, più o meno fertili al fine del potenziamento dell’azione del partito sulla base della continuità ed unicità di teoria, programma, tattica ed organizzazione.
(…) testo e lavoro di partito, non documento polemico o capo d’accusa scissionista verso una pretesa „altra parte”.
(…) Questo lavoro tenace mirava a suscitare nel Partito non soddisfazioni personali di „sconfitti” o „vincitori”, ma una sana reazione che lo riportasse tutto intero sulle posizioni corrette.
(…) Dalla monoliticità del programma discendono centralismo e disciplina, che nel partito è e non può che essere spontanea e sentita non come una costrizione amministrativa o terroristica ma come il naturale modo di vita di un organismo tutto teso verso lo stesso fine e che ben conosce il percorso, le svolte e i pericoli che ad esso portano. (…) il richiamo alla disciplina non si avvale di costrizione, solo potendosi dedurre, in caso di non individuale indisciplina, che qualcosa di più profondo nel lavoro del partito si sta allontanando dal suo tracciato storico.
(…) Del pari il rigido quadro in cui la rosa delle eventualità tattiche può svolgersi rassicura l’unità, la compattezza e quindi la disciplina dell’intera compagine del Partito, che non dovrà più essere sottoposto alle invenzioni tattiche della direzione del movimento, vincolata anch’essa al rispetto norme e cardini vincolanti con ugual rigore base e vertici, universalmente accettate e conosciute, sulle il Partito stesso si è formato. E quindi non a consultazioni assembleari, né a scontri di maggioranze o minoranze, od a capi di maggior o minor genio potrà essere demandata l’esecuzione del piano tattico, ma ad un organo esteriormente anonimo, sostanziato da un anonimo, impersonale collettivo lavoro, opera dell’intera compagine, tanto più efficiente quanto più ricollegato saldamente a quella tradizione ed a quel metodo storico, dal Partito compresi e fatti propri”.
Parte 1
Cap. 1 – Centralismo e disciplina. Cardini dell’organizzazione del Partito
„Cit. 17 – Le tesi viste da noi allora e oggi – 1965
Nella concezione della Sinistra del centralismo organico, gli stessi congressi non devono decidere sul giudizio dell’opera del centro e la scelta di uomini, ma su questioni d’indirizzo, in modo coerente alla invariante dottrina storica del partito mondiale”.
Cap. 3 – Differenziazioni di funzioni
„È evidente che il sostenere la necessità di un’organizzazione di partito centralizzata e disciplinata implica, fra l’altro, una differenziazione gerarchica che vede i singoli militanti distribuiti in funzioni diverse e di diverso peso. Ci devono essere nel partito i capi e i responsabili per le diverse funzioni. Ci devono essere coloro che comandano e coloro che eseguono gli ordini e ci devono essere organi differenziati adatti a svolgere queste funzioni. L’organizzazione del partito si presenta così, nella nostra concezione, con una struttura che molte volte abbiamo definito piramidale, nella quale tutti gli impulsi provenienti dai diversi punti della struttura convergono verso un unico nodo centrale e da questo partono le disposizioni per tutta la rete organizzata.
Cit. 20. Lenin nel cammino della rivoluzione – 1924
L’organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari „cervelli” (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi secondo le attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unificano sempre più intimamente „nel tempo e nello spazio”. […] Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nell’organizzazione: man mano che questa divisione di compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società), è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. L’evoluzione rivoluzionaria nostra non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.
Cit. 21 – Norme orientative generali – 1949
Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche, con reti, organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti.
Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.
Cit. 22 – Contenuto originale del programma comunista … – 1958
19 – Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come di organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nell’organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell’opportunismo.
Cit. 23 – Tesi supplementari … (Tesi di Milano) – 1966
8 – Per la necessità, stessa della sua azione organica, e per riuscire ad avere una funzione collettiva che superi e dimentichi ogni personalismo ed ogni individualismo, il partito deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni ed attività che formano la sua vita. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie borghesi. Nel partito non vi sono concorsi nei quali si lotti per raggiungere posizioni più o meno brillanti o più in vista, ma si deve tendere a raggiungere organicamente quello che non è uno scimmiottamento della borghese divisione del lavoro, ma è un naturale adeguamento del complesso ed articolato organo partito alla sua funzione”.
Parte 2
Premessa
„[…] struttura centralizzata, esistenza di organi diversi e di un organo centrale capace di coordinare, dirigere, ordinare a tutta la rete; disciplina assoluta di tutti i membri dell’organizzazione nell’eseguire gli ordini disposti dal centro; nessuna autonomia a sezioni o gruppi locali; nessuna rete di comunicazione divergente da quella unitaria che collega il centro alla periferia e la periferia al centro.[…] non basta vedere nel partito una organizzazione centralizzata, tutti i membri della quale rispondono come un solo uomo ad impulsi provenienti da un unico punto centrale. […] e non basta neanche per dichiarare stupidamente che viceversa siamo per la sottomissione al principio d’autorità e, di conseguenza, ci va bene qualsiasi centralismo, purché sia centralismo, qualsiasi disciplina purché sia disciplina. Abbiano negato tutto questo mille volte nella nostra storia di partito.
[…] Non un qualsiasi centralismo ed una qualsiasi disciplina, descrizione banale che si concluderebbe in due righe dicendo: «ci deve essere un centro che comanda ed una base che obbedisce»; con l’aggiunta che, siccome siamo antidemocratici, non vogliamo né la conta delle teste dei singoli, né l’elezione dei dirigenti e non ci fa schifo che comandi in maniera totale un ristretto comitato o addirittura un uomo solo senza bisogno che il suo potere sia sanzionato dalla maggioranza degli iscritti democraticamente consultata. Tutte cose che accettiamo, ma che non servono a spiegare la reale dinamica attraverso la quale l’organo partito realizza la sua massima centralizzazione o, viceversa, la perde e degenera in fasi sfavorevoli alla lotta rivoluzionaria di classe. E nemmeno a capire in che modo l’organo partito diviene robusto, cresce e si rafforza abilitandosi a vincere le malattie che possono colpirlo. Tutto questo è da spiegare per arrivare a comprendere quale sia l’essenza del centralismo e della disciplina comunista.
Bisogna, come in tutte le nostre tesi e particolarmente nelle tesi di Napoli del 1965, dare non una ricetta d’organizzazione (la «ricetta» è espressa nel termine stesso di centralismo), ma descrivere la reale vita del partito comunista, le vicende alle quali è stato sottoposto nella sua lunga storia, le malattie che mille volte lo hanno colpito e la efficacia dei rimedi che volta a volta si è inteso applicargli per guarirlo. Bisogna studiare la storia del partito dal 1848 fino ad oggi, vederlo muoversi nella reale vicenda storica, nelle fasi d’avanzata ed in quelle di rinculo della rivoluzione alla scala mondiale. Da questo soltanto si possono trarre delle lezioni che possono e debbono essere utilmente assimilate dal partito attuale rendendolo più forte e più capace di resistere a quei materiali fattori di segno negativo che distrussero tre Internazionali ed un movimento rivoluzionario del proletariato che sembrava votato, negli anni del primo dopoguerra, alla più splendida vittoria su tutto il pianeta.
Propinare la dottrinetta che tutto si riduce ad una deficienza di centralismo e che tutta la lezione da trarre è che abbiamo bisogno di una struttura ancora più centralizzata di quella del partito bolscevico e della Terza Internazionale, significa ingannare il partito e falsificare tutta la sua tradizione. Come ottenere nel partito la massima centralizzazione? Quali le malattie che minano la centralizzazione assoluta e l’assoluta disciplina? Possedendo un cast di capi più rigidi e totalitari di quanto fossero, putacaso, Lenin, Trotski e Zinoviev? O possedendo una base di militanti più disciplinati, più attaccati alla causa del comunismo, più obbedienti ed eroici di quanto fossero i militanti del sempre poco centralizzato partito comunista tedesco? Oppure informando meglio della dottrina storica marxista ogni nostro singolo militante, nella serie infernale che direbbe che se un militante non ha ben studiato tutti i testi di partito, non è programmato, non può militare in maniera disciplinata nell’organizzazione?
A quelle domande si risponde analizzando la storia del partito attraverso le lezioni che la Sinistra ne ha tratte”.
Cap. 1 – Partito storico e Partito formale
„Quello che è necessario divenga patrimonio dell’organizzazione militante è la nozione di quest’assoluta aderenza che deve esistere tra la loro azione, tra quello che dicono e che fanno oggi e la teoria, i principi, l’esperienza storica passata e che questa, e non la loro personale e neanche collettiva opinione, sarà sempre la massima autorità in tutte le questioni di partito. Chi dà gli ordini nel partito? Abbiamo sempre affermato: li dà per noi prima di tutto il partito storico al quale si deve assoluta obbedienza e fedeltà. E da quale microfono detta gli ordini il partito storico? Può essere un uomo solo o milioni d’uomini; può essere il vertice dell’organizzazione, ma può essere anche la base che richiama il vertice all’osservanza di quei dati senza i quali la organizzazione stessa cessa di esistere.
Nel partito, scrivemmo nel 1967 (…) nessun comanda e tutti sono comandati; nessun comanda, perché non alla sua testa individuale si chiede la soluzione del problema; tutti sono comandati, perché anche il centro più assoluto non può dare ordini che non siano sulla linea continua del partito storico.
Dittatura su tutti, centro e base, dei principi, delle tradizioni e delle finalità del movimento comunista, pretesa legittima del centro ad essere obbedito senza opposizione in quanto i suoi ordini stanno su questa linea che deve manifestarsi in ogni azione del partito, rivendicazione della base, non ad essere consultata ogni volta che un ordine è emanato, ma ad eseguirlo solo ed in quanto stia sulla linea da tutti accettata ed impersonale del partito storico. Ci sono dunque nel partito delle gerarchie e dei capi; si tratta di strumenti tecnici di cui il partito non può fare a meno, perché la sua azione deve essere in ogni momento unitaria e centralizzata, deve rispondere al massimo d’efficienza e di disciplina. Ma questi organi del partito non decidono la direzione dell’azione partendo dalla loro testa più o meno geniale; devono sottostare anch’essi a decisioni che ha preso soprattutto la storia e che sono patrimonio collettivo ed impersonale dell’organo partito”.
Cap. 3 – Il Partito come organizzazione di uomini
„E allora chi stabilisce l’indirizzo del partito, che cosa la collettività partito deve dire e fare? Lo stabiliscono la teoria, i principi, le finalità, il programma del partito che si traducono in attività; attività di studio, di ricerca, di interpretazione dei fatti sociali e di attivo intervento in essi. È da questa attività collettiva che devono uscire le decisioni pratiche che non devono in alcun modo contravvenire alla base storica su cui il partito poggia. Gli ordini di movimento a tutta la rete li dà il centro mondiale che è una funzione che può essere svolta da un uomo solo o da un gruppo di uomini, ma questo stesso centro è una funzione del partito, è il prodotto dell’attività collettiva del partito e gli ordini non escono dalle sue più o meno grandi capacità cerebrali, ma costituiscono il nodo di collegamento di un’attività che coinvolge tutto l’organismo e che deve stare sulla base del partito storico.
Nella nostra concezione non si consulta la totalità degli individui che compongono il partito per definire l’indirizzo di questo, ma esso non è nemmeno definito dal gruppo che si trova a svolgere la funzione centrale il quale esprime decisioni che hanno valore impegnativo per tutti i militanti in quanto poggiano sul patrimonio storico del partito e sono il risultato dell’opera e del contributo di tutto l’organismo. È dunque tesi nostra che agli individui non si attribuisce il merito del buon andamento del partito, né la colpa del suo eventuale sbandare. Nostro problema non sarà mai quello della ricerca degli «uomini migliori» che garantiscano il buon andamento del lavoro; né andremo mai, come risulta da tutte le nostre tesi, a rimediare ad un errore attraverso lo spostamento degli individui nella struttura gerarchica del partito. Agli individui singolarmente considerati la teoria nega coscienza, merito e colpa e li considera esclusivamente come strumenti più o meno validi di attività collettiva, come considera le loro azioni, corrette o sbagliate che siano, frutto di determinazioni impersonali ed anonime e non della loro volontà. È il lavoro collettivo sulla base della sana tradizione che seleziona gli individui ai vari gradi della gerarchia e alle varie funzioni che definiscono l’organismo partito. Ma la garanzia del corretto svolgimento delle funzioni non è data dal cervello o dalla volontà di un individuo o di un gruppo: è al contrario il risultato dello svolgimento di tutto il lavoro del partito.
34 – Organizzazione e disciplina comunista – 1924
Gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico e giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un «diritto» della massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.
Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori «quali che siano»: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.
Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta la organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a essere consultato sul «mandato» da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nell’azione del movimento.
37 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926
Ciò si riferisce anche alla questione dei capi, che il compagno Trotski solleva nella prefazione al volume «Millenoventodiciasette» nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte, e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente.
Trotski non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell’attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, sebbene la situazione variabile e spesso sfavorevole segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore, avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa”.