Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Perché la Russia non è socialista? Pt.5

Kategorie: USSR

Post nadrzędny: Perché la Russia non è socialista

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Socialismo e piccola produzione

Dobbiamo prima di tutto spiegare che cosa significhi, in questo campo specifico, il fenomeno politico che abbiamo chiamato “controrivoluzione staliniana” e che presenta difficoltà e contraddizioni che siamo ben lungi dal dissimularci. Quando da un lato affermiamo che, senza il soccorso della rivoluzione internazionale, l’economia russa non poteva aspirare che ad uno sviluppo capitalistico e dall’altro diciamo che tale capitalismo è opera dello stalinismo, una spinosa obiezione ci attende: in che cosa la politica economica di Lenin differiva da quella di Stalin e con quale diritto si può parlare di controrivoluzione quando essa prosegue l’opera delle forze politiche che ha abbattute?

In realtà, a questa obiezione abbiamo già risposto: l’economia russa liberata dallo zarismo tendeva al capitalismo in virtù di una necessità ineluttabile e non è su questo terreno che i bolscevichi intendevano affrontare il capitale, ma sul piano internazionale e nei paesi dove i suoi rapporti di produzione potevano essere immediatamente distrutti da una rivoluzione vittoriosa.

Resta tuttavia da precisare che cosa rappresenti la controrivoluzione staliniana come orientamento impresso a tutto lo sviluppo storico della società russa moderna: si tratta non soltanto dell’abbandono di ogni prospettiva di un socialismo sia pure lontano, ma anche di una via di espansione capitalistica che è lungi dall’essere la più radicale e la più energica.

Sia ben inteso anzitutto che ogni contro-rivoluzione è politica, che si traduce in un cambiamento della classe al potere e non in un arresto dello sviluppo delle forze produttive, il che significherebbe un regresso nella civiltà di cui la storia moderna non offre alcun esempio. Così la Restaurazione del 1815 ha riportato l’aristocrazia al potere nei paesi d’Europa dai quali la rivoluzione del 1789 l’aveva cacciata, ma non ha arrestato lo sviluppo del capitalismo consecutivo a questa rivoluzione. In altre parole, ha trasformato i nobili in banchieri o proprietari fondiari, ma non ha ricondotto i borghesi allo stato di servi!

Allo stesso modo, lo stalinismo, pur liquidando la rivoluzione internazionale, non è ritornato sul risultato ottenuto con la caduta dello zarismo: cioè la generalizzazione della produzione mercantile, lo sviluppo dell’economia capitalistica. E’ anche vero che tale contro-rivoluzione non ha restituito il potere alle classi decadute – e questa è l’ultima, ma non la minore, delle obiezioni alla quali dovremo rispondere. Lo faremo per ora limitandoci a questa osservazione: la crisi del colonialismo di questi ultimi vent’anni ha confermato che in tutte le rivoluzioni scoppiate in paesi arretrati o semifeudali, e in assenza del proletariato mondiale dalla lotta, è il capitalismo che scaturisce da queste rivoluzioni (anche in mancanza di una classe “fisica” di borghesi) quando lo Stato, come agente economico, instaura o mantiene rapporti capitalistici di produzione. La nozione del ruolo determinante di “cerniera” che lo Stato gioca tra due modi successivi di produzione è indispensabile per comprendere tanto la funzione che Lenin gli assegnava nella rivoluzione d’Ottobre,  quanto per mettere in luce quella che ha effettivamente assolto sotto Stalin. Lo Stato, nella concezione marxista, è uno strumento di violenza al servizio della classe dominante e garantisce un ordine sociale corrispondente a un determinato modo di produzione. Questa definizione è rigorosamente valida per lo Stato proletario salvo, beninteso, il fatto che esso esprime la dominazione delle classi sfruttate sulle classi sfruttatrici e non l’inverso e che è, d’altronde, votato a estinguersi con la scomparsa dei rapporti di produzione che ha per obiettivo di abolire. In quest’ultimo campo, lo Stato proletario, come qualunque altro, non ha che due mezzi di intervento: autorizzare o interdire.

Abbiamo visto che la Rivoluzione russa, a causa del suo carattere duplice, anti-feudale e anti-capitalistico, poteva certo “saltare” la tappa politica corrispondente alla sua prima faccia, ma non sottrarsi alla realizzazione del suo contenuto economico: distruggeva e rendeva impossibile ogni dominazione di classe fondata sull’accumulazione, ma non poteva sopravvivere senza tollerare, anzi incoraggiare, tale accumulazione. Il suo carattere proletario dipendeva, quindi, più da una potenzialità che da una realtà: il suo socialismo era più allo stato di intenzione che di possibilità materiale.

In queste condizioni e da quando diventa certa la sconfitta della rivoluzione comunista in Europa, su quale elemento è possibile orientarsi per stabilire il “limite” oltre il quale lo Stato cessa di mantenere ogni rapporto con la funzione rivoluzionaria del proletariato? Questo limite sul piano politico è facilmente determinabile: esso è stato superato da quando lo stalinismo ha rinunciato apertamente alla rivoluzione internazionale, condizione indispensabile del futuro socialismo russo. Ma sul piano economico e sociale, l’unico criterio solido è quello derivante dalla funzione dello Stato come è stata definita più sopra: lo Stato sovietico ha cessato di essere proletario da quando si è privato di ogni mezzo per interdire le forme economiche e sociali transitorie che era stato costretto ad autorizzare.

Se sul piano giuridico questa impotenza si manifesta ufficialmente solo con la Costituzione del 1936 – che, stabilendo l’uguaglianza democratica fra operai e contadini, consacra lo schiacciamento del proletariato sotto l’immenso contadiname russo – , sul piano economico e sociale è nella grande svolta operata nel campo delle strutture agrarie che tale impotenza soprattutto si manifesta. La propaganda staliniana, spalleggiata da tutta l’intellighenzia internazionale, pretende che la “collettivizzazione” e la “dekulakizzazione” degli anni ’30 abbiano realizzato la seconda delle due rivoluzioni russe, la rivoluzione comunista contenuta in quella dall’Ottobre 1917. Questa spacconata – sostenibile solo con uno snaturamento  totale di ogni criterio marxista – crolla davanti alla seguente constatazione: l’organizzazione della produzione agricola, che la Russia moderna trascina come una palla al piede, non solo non ha raggiunto il livello socialista, ma batte il passo a un gradino molto inferiore a quello delle agricolture dei paesi capitalistici sviluppati. Basterebbe a dimostrarlo l’endemica carenza di prodotti alimentari in Russia e la necessità che ancora oggi si impone di importare grano in un paese che fu uno dei primi produttori del mondo di questo cereale.

Contro l’opinione “estremista” molto diffusa secondo la quale la sconfitta del socialismo in Russia sarebbe dovuta all’impianto di un mostruoso capitalismo di Stato, occorre sottolineare di fronte a quale forma di produzione abbia in definitiva capitolato il potere proletario in questo paese. Basta rifarsi a Lenin per notare che cosa egli continuamente indicasse quale “nemico n.1 del socialismo” nei suoi discorsi e scritti e notare come questo nemico abbia tenuto duro nonostante tutte le riforme e trasformazioni sopravvenute in URSS. Nel testo già citato Sull’imposta in natura, Lenin elenca le cinque forme dell’economia russa:

1 – L’economia naturale ( cioè la produzione familiare quasi completamente consumata dai suoi produttori);

2 – la piccola produzione mercantile (“in cui è inclusa la maggioranza dei contadini che vendono il loro grano”);

3 – il capitalismo privato (la cui rinascita risale alla NEP);

4 – il capitalismo di Stato (cioè il monopolio del grano e l’inventario di tutti i produttori che il potere proletario si sforza di realizzare tra mille difficoltà);

5 – il socialismo. Su quest’ultimo punto, Lenin si esprime con grande fermezza: esso non è, egli dice, che una “possibilità giuridica” dello Stato proletario. Una possibilità che avrebbe potuto divenire realtà immediata solo se la rivoluzione russa, come Lenin precisò duramente a Bukharin, avesse ereditato i risultati storici di un “imperialismo integrale”, di un “sistema nel quale tutto fosse sottomesso al capitale finanziario” e nel quale “non restasse che sopprimere il vertice e mettere il resto nelle mani del proletariato”.

Questo non era evidentemente il caso della Russia ed è perciò che nello schema di Lenin la lotta non si svolge tra il capitalismo di Stato – ancora allo stato di tendenza e di sforzo di inventario – e il socialismo, pura “possibilità giuridica” fondata in politica sulla natura del partito al potere, ma non in economia dove domina la piccola produzione: “ma è”, sottolinea Lenin, “la piccola borghesia più il capitalismo privato (cioè le forme 2 e 3) che lottano insieme, di concerto, sia contro il capitalismo di Stato, sia contro il socialismo”.

Dell’esito di questa lotta, oggi si possono misurare  i risultati da come si presenta l’agricoltura russa attuale la quale, lungi dall’aver eliminato quella piccola produzione, l’ha immortalata sotto l’apparenza falsamente “collettivista” del colcos. Esamineremo nelle prossime pagine il contenuto economico e l’influenza sociale di un tipo di cooperativa che differisce ben poco da quelle esistenti nei paesi capitalisti occidentali. Vorremmo solo sottolineare qui che il partito del proletariato russo non è caduto di fronte all’avvento di “forme nuove” che il marxismo “non avrebbe previsto”, di fronte ad un colossale termitaio di burocrati che la classe operaia avrebbe covato in seno, ma è stato vinto dalle condizioni storiche e sociali russe che sapeva fin dall’inizio di non poter dominare che con l’aiuto della rivoluzione comunista europea.

La peggiore delle falsificazioni staliniane è di aver dichiarato che, in tali condizioni, il socialismo era stato “costruito”. Lenin denunciò in anticipo questa furfanteria, all’epoca della NEP: “Costruire la società comunista con le mani dei comunisti”, egli dice, “è un’idea puerile che non abbiamo mai espresso; i comunisti sono solo una goccia d’acqua nell’oceano popolare…”. Si tratta di farlo, aggiunge, “con le mani degli altri”, cioè permettendo alle classi non proletarie di modernizzare la loro tecnica di produzione, di apprendere l’uso delle macchine moderne: insomma, si tratta di realizzare le condizioni del socialismo e non il socialismo stesso; e tali condizioni non hanno altro nome che capitalismo!

Lo sviluppo del capitalismo è l’eliminazione della piccola produzione. I comunisti russi vi si provarono alla maniera comunista e non borghese, cioè salvando l’esistenza e la capacità di lavoro del produttore parcellare pur strappandolo alla sua derisoria “proprietà”, che è schiavitù ancora più grande della servitù della gleba. Fu nelle “comuni agrarie” che i bolscevichi si sforzarono di raggruppare i contadini sulla base di una gestione e di una distribuzione collettiva, senza proprietà individuale, senza lavoro salariato…Non vi riuscirono, come non vi riuscì più tardi l’altra via, quella di Bukharin fondata sulla speranza di un aumento del capitale di esercizio del contadino medio.

La “soluzione” che riuscì fu quella di Stalin: la collettivizzazione forzata, la più spaventosa, barbara e reazionaria che si possa concepire. Spaventosa perché nata da violenze quasi apocalittich.Barbara perché accompagnata da una distruzione incalcolabile di ricchezze, specialmente lo sterminio di bestiame di cui dopo 40 anni, la Russia attuale ancora soffre. Reazionaria perché stabilizza il piccolo produttore – a differenza del capitalismo occidentale che lo elimina – in un sistema inadeguato dal punto di vista del rendimento e retrogrado dal punto di vista ideologico. Il colcosiano, che unisce l’egoismo tradizionale rurale e l’avidità del lavoratore dei campi, è proprio il simbolo del trionfo del contadiname sul proletariato, trionfo che la millanteria del “socialismo in un paese solo” nasconde.