Międzynarodowa Partia Komunistyczna

La vera via per il proletariato negro Pt.2

Kategorie: Racial Question

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Le corbellerie dei maoisti

È chiaro che se, come noi sosteniamo, le rivolte dei negri americani altro non sono che il movimento degli strati più sfruttati del proletariato americano, i quali accendono le polveri della battaglia di classe proprio nella più munita cittadella del capitalismo mondiale, le teorie maoiste sulla guerra popolare, sull’accerchiamento delle città da parte delle campagne, sui popoli rivoluzionari, ecc. vengono schiacciate dal fatto stesso che quel movimento sia esploso, ed assumono il loro vero carattere di utopie piccolo-borghesi basate, da un lato, sulla teorizzazione delle rivoluzioni anticoloniali, dall’altro, sulla sfiducia nella possibilità rivoluzionaria del proletariato.

Sembra quasi che la storia abbia voluto ancora una volta divertirsi a mettere in ridicolo le corbellerie dei grandi uomini e, mentre fa del “non violento” Luther King una vittima della violenza, e vede i suoi seguaci altrettanto non violenti pronunziare e attuare minacce di violente rappresaglie, mette il Presidente Mao, “più grande marxista di tutti i tempi”, in contraddizione con sé stesso facendo scoppiare un violento moto di classe proprio là dove mai egli se lo sarebbe aspettato: in quelle città che secondo lui dovevano essere accerchiate e cannoneggiate dalla circostante campagna, in seno a quel popolo che il grande duce cinese aveva irrimediabilmente bollato come reazionario.

Se poi è vero quello che i cinesi hanno sostenuto in un loro appello al Nord Vietnam perché continui la lotta: cioè che gli americani vogliono trattare la pace con Hanoi perché le loro contraddizioni interne e le tensioni sociali provocate dalla rivolta dei negri impediscono loro di continuare la guerra, questo mette in luce che, dove non sono riusciti a battere l’imperialismo e a fermare il macello i famosi “aiuti” cinesi, riuscirà forse una semplice impennata del proletariato americano il quale farà saltare la base stessa da cui parte l’aggressione al Vietnam.

E questo conferma la tesi da noi sostenuta che solo il collegamento fra la lotta di classe del proletariato e la lotta dei popoli coloniali contro la dominazione mondiale dello stesso padrone, il Capitale, avrebbe dato a questi ultimi l’unica possibilità di vittoria, e che sono mille volte traditori della causa del Vietcong coloro che, pur gridando Viva il Vietnam, sabotano la lotta del proletariato europeo e americano e gli impediscono l’uso della violenza di classe, la sola che possa fermare la guerra.

Essenza piccolo-borghese di “Potere Nero”

Ma se il movimento nero è un movimento di classe e non di razza, mal si accordano con esso i dirigenti del cosiddetto Potere Nero. Anzi, il senso in cui il movimento viene instradato è perfettamente contrario agli interessi di classe del proletariato americano, e negro in particolare, perché toglie ogni reale possibilità di vittoria al movimento stesso e ne fa solo un combattimento di disperati in perpetua quanto inconcludente rivolta.

La rivolta dell’estate scorsa ha fatto acquisire ai proletari neri la nozione della violenza: tutti si sono convinti sulla propria pelle che bisognava rispondere con il ferro e con il fuoco al bestiale sfruttamento capitalistico, fonte continua di macelli e di guerre in cui il compito di farsi scannare a maggior gloria della patria tocca sempre ai proletari. I dirigenti pacifisti e non violenti, i sostenitori della pacifica integrazione sono stati cacciati dalla folla inferocita al grido di “zii Tom”. Luther King stesso, il principale sostenitore della non violenza, e la cui morte ha provocato la rivolta attuale, non perché i negri seguissero le sue direttive ma perché hanno visto colpito in lui uno dei loro, era stato sonoramente fischiato e messo da parte fin dall’estate scorsa, e la marcia pacifista dei netturbini di Memphis con la quale egli voleva riproporre la lotta pacifica si è trasformata nella violentissima rivolta attuale.

Spazzati via dalla rivolta stessa i dirigenti non violenti, si sono sostituiti ad essi gli elementi del Potere Nero, movimento che nel suo nome stesso indica tutto un programma. Questi dirigenti sostengono la necessità della violenza nei confronti della oppressione a cui è soggetta la comunità nera, ma non vedono le radici di classe del movimento e della stessa oppressione. Essi sostengono perciò che lo sfruttamento a cui sono soggetti i neri americani è uno sfruttamento di tipo coloniale e che la società americana è imbevuta di razzismo, il che è perfettamente vero, ma è solo una conseguenza del fatto che la società americana (come quella italiana, francese, tedesca o russa, signori opportunisti!) è una società capitalista e come tale usa tutti i mezzi, razzismo compreso, per sfruttare meglio il lavoro umano.

Da questa definizione che Carmichael e compagni danno alla situazione dei negri negli Stati Uniti discendono importante conseguenze per la direzione in cui dovrà muoversi la lotta, e prima di tutto la concezione unitaria e monolitica della comunità nera. Non si vedono cioè le divisioni di classe che scindono in campi avversi questa stessa comunità, anzi si tende a superarle in vista della creazione di un grande fronte che veda i neri contro i bianchi, contro la “società bianca”, come dicono i dirigenti del Black Power.

Naturalmente, se lo sfruttamento dei neri è uno sfruttamento coloniale, si pone anche per loro la questione della conquista della indipendenza nazionale, o meglio, dato che in America questo è impossibile, di “contestare” la “società bianca”. E questo potere è inteso nel senso più riformistico e democratico del termine e non ha nulla a che vedere con la rivoluzione. Si tratta di acquisire un potere all’interno della società americana e dello Stato americano attraverso la formazione di un partito nero autonomo, e la sua vittoria, o comunque una sua affermazione elettorale. Nel campo economico si tratta di “far sbrigare ai neri gli affari dei neri” di dare loro una certa autonomia nell’ “amministrazione” ad esempio dei fondi assistenziali messi a disposizione dallo Stato.

Risulta chiaro che la direzione del movimento nero è nelle mani della piccola borghesia, la quale, nella sua confusione riformistica, non può che condurlo in un giro vizioso e senza possibilità di soluzione perché dimentica, per dirla con Harrington, che “il nero è sì povero perché è nero, ma, cosa forse più importante, è nero perché è povero”. In questo apparente paradosso è racchiusa l’essenza di classe dello sfruttamento a cui sono sottoposti i proletari negri americani.

Ancora molto resta da dire su questa questione, anche perché riveste una importanza fondamentale come primo movimento violento che scoppia nella più terribile roccaforte del capitalismo mondiale.

Queste note non vogliono essere altro che l’inizio di un lavoro che è importante impostare.