[RG-22] Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e dei prodotti del lavoro Pt.2
Categorie: Agrarian Question, Friedrich Engels, Karl Marx
Articolo genitore: Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e dei prodotti del lavoro
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- Inglese: [GM22] The Revolutionary Program of Communist Society Eliminates All Forms of Ownership of Land, the Instruments of Production and the Products of Labor (Pt. 2)
- Italiano: [RG-22] Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e dei prodotti del lavoro Pt.2
Marx e la proprietà della terra
Nello scritto di Carlo Marx, già preso ad utilizzare nel capitoletto che precede, egli definisce il programma dei comunisti sotto due aspetti. Storicamente ed economicamente va sostenuta la grande azienda agraria, per la quale spesso si usa il termine di grande proprietà, contro la piccola azienda e la piccola proprietà. Di più nel programma comunista è contenuta la sparizione, o come si suole meno esattamente dire l’abolizione, di qualunque forma di proprietà della terra, il che vuol dire di qualunque soggetto di proprietà, tanto singolo quanto collettivo.
Marx non si attarda molto sulle tradizionali giustificazioni filosofiche e giuridiche del rapporto di proprietà dell’uomo sulla terra. Esse risalgono alla vieta banalità che la proprietà è un prolungamento della persona. Il rancido sillogismo comincia ad essere falso nella stessa sua tacita premessa: la mia persona, il mio corpo fisico, mi appartengono, sono mia proprietà. Noi neghiamo anche questa, che in fondo non è che un’idea preconcetta nata dalle forme antichissime dello schiavismo, per cui la forza predava terra e corpi umani insieme. Se io sono schiavo il mio corpo ha un proprietario alieno, il padrone. Se non sono schiavo sono il padrone di me stesso. Sembra tanto chiaro ed è pura scempiaggine. A quello svolto della struttura sociale in cui tramontava la forma odiosa del padronato sull’essere umano, invece di prevedere il tramonto di tutte le ulteriori forme di proprietà, era logico che la sovrastruttura ideologica – la illustre Ultima di tutti i processi reali! – facesse solo questo passetto da pigmeo: si verifica un semplice cambio di padrone dello schiavo, cosa a cui la povera mente umana era assuefatta. Prima passavo da schiavo di Tizio a schiavo di Sempronio, ora sono passato a schiavo di me stesso… Forse un pessimo affare!
Il modo di ragionare antisocialista volgare è più sciocco del mito che vi sia stato un primo uomo solo soletto, che si credeva re del creato. Secondo la costruzione biblica si doveva pure ammettere che col moltiplicarsi degli umani il sistema di legami fra l’unico e gli altri non fa che infittirsi, e la illusoria autonomia dell’io disperdersi sempre più. Per noi marxisti ad ogni trapasso da modi di produzione semplici ai nuovi più intrecciati, aumenta la rete delle relazioni molteplici tra il singolo e tutti i suoi simili, diminuiscono le condizioni correntemente designate coi termini di autonomia e libertà. Impallidisce ogni individualismo.
Il borghese moderno, ed ateo che difende la proprietà vede il corso storico, nella sua ideologia di classe (i cui rottami sono oggi patrimonio solo dei piccoli borghesi e di tanti sedicenti marxisti), vede il processo alla rovescia, come un seguirsi di tappe di ridicolo svincolamento dell’individuo uomo dai legami sociali (correttamente, anche quelli tra uomo e natura esterna storicamente infittiscono la loro rete). Liberazione dell’uomo dallo schiavismo, liberazione dal servaggio e dal dispotismo, liberazione dallo sfruttamento!
In questa costruzione opposta alla nostra l’individuo si scioglie, si sgancia, e si costruisce l’autonomia e la grandezza della Persona! E molta gente prende questa serie per quella rivoluzionaria.
Individuo, persona e proprietà si intonano bene. Dato il principio falso di cui pocanzi: il mio corpo è mio, e così la mia mano; l’utensile con il quale sempre più li prolungo per lavorare, è anche mio. La terra (e qui la seconda premessa è giusta) è anche uno strumento del lavoro umano. I prodotti della mia mano e dei suoi vari prolungamenti sono anche miei: la Proprietà è dunque un immarcescibile attributo della Persona.
Come una tale costruzione sia contraddittoria, si vede dal fatto che nella ideologia dei difensori della proprietà sul suolo agrario, che hanno preceduto illuministi e capitalisti, la Terra è di per sé produttrice di ricchezza, prima e senza il lavoro che l’uomo vi esplica. Come dunque il diritto di padronato dell’uomo su pezzi di suolo diventa il misterioso “diritto naturale”?
Come se la sbriga Marx
Richiesto di pronunziarsi sulla nazionalizzazione della terra, Marx liquida nei primi periodi tali filosofemi impotenti.
“La proprietà del suolo, questa «sorgente originale di ogni ricchezza» è divenuta il grande problema, dalla soluzione del quale dipende l’avvenire della classe dei lavoratori”.
“Noi non entriamo qui nella discussione di tutti gli argomenti avanzati dai difensori della proprietà privata del suolo (giuristi, filosofi ed economisti); tuttavia stabiliremo dapprima che essi nascondono il fatto originario della conquista sotto il velo del diritto naturale. Se tale conquista ha creato un diritto naturale per alcuni, allora basterà semplicemente a quelli che sono i più numerosi di riunire abbastanza forze per acquistare il diritto naturale di riconquista di ciò che loro è stato tolto”.
“In seguito [Marx intende dire dopo che i primi atti di violenza crearono la proprietà sulla terra che, lei sì’, era nata libera, e fu poi comune] i conquistatori tentarono, per mezzo di leggi da loro stessi promulgate, di dare una specie di sanzione sociale al loro diritto di possesso, sorto inzialmente dalla forza. Infine, il filosofo viene a dichiarare che tali leggi godono del generale consenso della società. Se la proprietà privata del suolo fosse davvero fondata su un tale generale assentimento, essa manifestamente resterebbe abolita dal momento in cui non fosse più riconosciuta dalla maggioranza di una società”.
“Lasciamo tuttavia da parte il preteso «diritto di proprietà»…
E’ nostro proposito seguire qui il pensiero di Marx fino alla negazione di “qualunque” proprietà, ossia di qualunque soggetto (individuo privato, individui associati, Stato, nazione, e perfino società) come di qualunque oggetto (la terra, da cui siamo qui partiti, gli strumenti del lavoro in generale, ed i prodotti del lavoro).
Come sempre abbiamo sostenuto, tutto questo è contenuto nella formula iniziale di negazione della proprietà privata, ossia nella considerazione di tale forma come una caratteristica transitoria nella storia della società umana, e che nel corso presente è destinata a sparire.
Anche terminologicamente la proprietà non si concepisce che come privata. Per la terra la cosa è più evidente in quanto la caratteristica dell’istituto è la chiusura entro un confine che non si varca senza consenso del proprietario. Proprietà privata significa che il non proprietario è privato della facoltà di entrare. Qualunque sia il soggetto, persona singola o multipla, del diritto sopravvive questo carattere di “privatismo”.
Contro ogni proprietà parcellare
Marx passa subito a prendere posizione contro l’esercizio della produzione agricola in aziende di superficie limitata.
Lasciata da parte la questione filosofica dopo pochi sarcasmi, egli così prosegue: “Noi constatiamo che lo sviluppo economico della società, il crescere ed il concentrarsi della popolazione, le esigenze del lavoro collettivo ed organizzato, come del macchinismo e delle altre invenzioni, fanno della nazionalizzazione del suolo una necessità sociale, e nessun chiaccericcio sul diritto di proprietà può nulla contro questo”.
“Presto o tardi, i mutamenti dettati da una necessità sociale si aprono la loro strada; quando essi non divenuti per la società un bisogno imperioso devono essere realizzati, e la legislazione è sempre costretta ad adattarvisi”.
“Ciò di cui abbiamo bisogno è un accrescimento giornaliero della produzione. Le esigenze di questa non possono essere soddisfatte, se è permesso ad un piccolo numero di individui di regolarla secondo il loro capriccio, o di esaurire per ignoranza le risorse di fertilità del suolo. tutti i metodi moderni, quali l’irrigazione, il drenaggio, l’aratro a vapore, i procedimenti di concimazione chimica, devono finalmente entrare in applicazione nell’agricoltura. Ma noi non potremo mai applicare efficacemente né le conoscenze scientifiche di cui disponiamo, né i mezzi tecnici per la coltura del terreno che controlliamo, come ad esempio le macchine agricole, se non coltiviamo su larga scala una parte del suolo”.
“La coltura del suolo su grande scala (anche nella sua attuale forma capitalista che abbassa il produttore al rango di semplice bestia da soma) deve dare risultati ben superiori a quelli della coltura di superfici piccole e frammentate; non darebbe essa un immenso impulso alla produzione (agraria) se fosse applicata a scala nazionale? Da una parte i bisogni senza posa crescenti della popolazione, dall’altra l’incessante aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, ci portano la prova incontestabile che la nazionalizzazione del suolo è divenuta una necessità sociale”.
“La regressione della produzione agricola, che ha la sua origine nelle ingerenze dindividuali, diviene impossibile dal momento che la coltura del suolo è realizzata sotto il controllo, a spese ed a profitto della nazione”.
E’ evidente che questo scritto è di propaganda e diretto ad una cerchia di non ancora seguaci del marxismo. Tuttavia esso ben presto giungerà alle tesi radicali che abbiamo già trattate sotto il titoletto “Un grande dettato di Marx”. Qui è dimostrata la preferenza di una gestione nazionale di natura statale, in quanto si parla di spese e di profitti. Più oltre si chiarirà che lo Stato borghese sarà sempre impotente a rialzare l’agricoltura.
Ma l’autore si tiene ancora alle questioni contingenti, e sarà interessante vedere come le pone nel 1868, identicamente ad Engels nel 1894, come abbiamo esposto nella prima parte di questo studio. Come oggi avrebbe il diritto di usurpare il titolo di marxista chi sia giunto a stabilire che prima il colono, poi il mezzadro, poi perfino il bracciante rurale, deve divenire proprietario, come fanno gli odierni “comunista” di Italia e di Europa? Per noi questa parte essenziale del marxismo, come è andata dal 1868 (anzi da molto prima) al 1894, così arriva validissima fino ad oggi.
La questione agraria francese
Marx qui passa a ribattere il luogo comune della “ricca” piccola agricoltura francese. Le sue parole non abbisognano di commento. Le ricolleghi il lettore non solo alla impostazione di Engels ma anche a quella di Lenin, la cui stretta ortodossia come marxista agrario abbiamo nella trattazione russa mostrata a fondo. “A questo proposito si cita spesso la Francia. Ma questa, con le sue forme di proprietà agraria, è ben più lontana dalla nazionalizzazione del suiolo che non l’Inghilterra con la sua economia di grande proprietà fondiaria. In Francia, è vero che la terra è accessibile a tutti quelli che possono comprarla, ma precisamente questo vantaggio ha provocato lo sbocconcellamento del suolo in piccole parcelle coltivate da gente che dispone solo di mezzi derisori che si riducono essenzialmente al lavoro fisico di essi stessi e delle famiglie”.
“Non soltanto questa forma di proprietà fondiaria, con la sua coltura di superfici sparse, esclude ogni utilizzazione dei prefzionamenti agricoli moderni, ma fa nello stesso tempo del contadino il nemico deciso di ogni progresso sociale e soprattutto della nazionalizzazione del suolo”.
“Incatenato alla terra alla quale è costretto a dare tutta la sua energia e la sua vita per ottenere un reddito relativamente debole, costretto a cedere la maggior parte dei suoi prodotti sotto forma di imposte allo Stato, sotto forma di spese giudiziarie alla cricca dei magistrati, e sotto forma di interessi all’usuraio; ignorando totalmente l’evoluzione sociale estranea al suo campo di attività – esso ciò malgrado si abbarbica con un cieco amore alla sua schiappa di terra e al suo puramente nominale titolo di possesso. E’ questa la ragione per cui il contadino francese è stato spinto ad una opposizione assolutamente nefasta contro la classe dei lavoratori dell’industria. Appunto perché le forme della proprietà agraria sono l’ostacolo maggiore della nazionalizzazione della terra, la Francia non è, allo stato presente, il paese dove noi possiamo cercare una soluzione a questo grande problema”.
“Ove la nazionalizzazione della terra si accompagnasse alla sua locazione per piccole estensioni a lavoratori isolati, o alle associazioni di essi, ciò sotto un governo borghese non farebbe che scatenare tra loro una spietata concorrenza, e provocherebbe un certo aumento della “rendita”; si offrirebbero così ai possessori nuove possibilità di vivere alle spese dei produttori”.
L’ipotesi fatta in questo ultimo periodo prevede che attribuzioni statali di favore creino una classe di locatori aziendali che si avvalgano della manodopera salariata sfruttandola.
Classi di produttori
A questo punto del manoscritto di Marx si inserisce il passo fondamentale, già da noi riportato e commentato, sulla discussione al congresso internazionale del 1868. In questo passo abbiamo dato rilievo immenso alla tesi che la terra va data alla “nazione” e non ai lavoratori agrari associati. Quest’ultima formula – rilievo da non dimenticare – è antisocialista perché “consegnerebbe tutta la società ad una classe particolare di produttori”. Il socialismo non esclude solo la soggezione del produttore al possessore ma anche di produttori a produttori.
Del tutto falsa – come comunismo – è la formula agraria russa con i suoi colcos. I colcosiani formano una classe di produttori che hanno nelle mani la sussistenza di tutta la “nazione”. Di anno in anno i loro diritti si vedono aumentare di fronte allo “Stato”, con esenzione da consegne a prezzi di imperio, valutazione “economica” degli stessi, ossia ad libitum dell’associazione, ecc. Distingueremo appieno tra i termini Stato, nazione e società; per ora abbiamo il diritto di dire che economicamente ricompaiono nella struttura russa concorrenza e rendita.
Nei sovcos, che tra non molto saranno legalmente liquidati, i lavoratori della terra si riducono come quelli della industria a puri salariati, senza diritti sui prodotti rurali (finora), e non formano una classe di produttori eretta contro la società, come non la formano i proletari dell’industria, vantati padroni (sebbene di questo termine si arrossisca in Russia!) della società stessa, ossia egemoni sui contadini(!).
La classica discussione russa sulla terra si poneva fra tre soluzioni: Spartizione (populisti); Municipalizzazione (menscevichi); Nazionalizzazione (bolscevichi). Lenin sostenne sempre, nella dottrina e nella politica rivoluzionaria, la nazionalizzazione, come Marx testé l’ha difesa. La spartizione populista, ignobile ideale contadino, sta all’altezza della politica dei partiti comunisti odierni, poniamo, in Italia, che si fregiano dell’aggettivo popolare e sono parimenti degni di quello populista. La municipalizzazione corrispondeva al programma di dare il monopolio della terra, non alla società, ma alla sola classe contadina. Il municipio russo qui inteso era il villaggio rurale, dove non vivono che contadini e che sbiaditamente si riunisce alla tradizione (vedi nostre serie sulla struttura russa) del mir comune primitivo. Il sistema del colcos non è né marxista né tampoco leninista, in quanto, specie nelle “riforme” in corso, lo si può ben definire una provincializzazione della terra su cui le città operaie perdono sempre più ogni influenza. Tale deformazione, dataci dal fatto storico del 1958, ben si colpisce con la posizione dottrinale di partito nel 1868, per cui la terra non deve essere data ad “una classe di produttori” (i soci dei colcos) ma a tutta la collettività di operai rurali ed urbani.
La tesi della nazionalizzazione non si deve intendere come quella di Ricardo: la terra allo Stato, con tutta la rendita fondiaria; che vorrebbe dire la terra alla classe capitalista industriale o al suo rappresentante potenziale che è lo Stato capitalista industriale (come il russo). La nazionalizzazione marxista del suolo è l’opposto dialettica della parcellazione e della consegna ad associazioni o cooperative contadine. Tale opposizione dialettica vale sia per la struttura della società comunista senza classi né Stato (vedi brano dato nei precedenti paragrafi), sia per la lotta politica e di partito e di classe entro la società capitalista, ove la rivendicazione della spartizione parcellare è ben più indecente che non fosse quando era agitata sotto il regime degli zar. Le tesi della dottrina del partito, quando si pongano immutabili ed inviolabili sia dal centro che dalla base dei militanti, contengono la difesa contro la minaccia futura del morbo opportunista, e questo è un esempio calzante e tipico.
Nazione e società
Il termine di nazione presenta però un vantaggio nell’uso sia di teoria che di agitazione rispetto allo stesso termine di società. Come estensione nello spazio, è noto che la società socialista noi la consideriamo internazionale e che l’internazionalismo è concetto insito alla lotta di classe. Ma Marx avverte, ogni qualvolta fa la critica della struttura economica capitalista, che egli parlerà di nazione, indifferentemente di società di più nazioni, quando vorrà studiare la dinamica delle forze economiche, ma senza mai voler chiudere in angusti limiti nazionali il trapasso rivoluzionario al socialismo. D’altra parte anche quando sia utile parlare di nazione e non di Stato, non si dimentica che, fin quando esiste lo Stato di classe che esprime il dominio della classe capitalistica, la nazione nonriunisce in un complesso omogeneo tutti gli abitatori di un territorio, e questo non sarà ancora attuato nemmeno dopo l’instaurazione in uno o più paesi della dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Il termine nazione, limitativo quanto alla rivendicazione internazionalista ed a quella classista e rivoluzionaria, resta espressivo come contrapposto a consegna di date sfere di mezzi produttivi (nel caso trattato la terra) a parti ed a classi isolate della società nazionale, a gruppi locali o aziendali, a categorie sindacali-professionali.
Ma l’altro vantaggio che abbiamo accennato si ha rispetto alla limitazione nel tempo. Nazione viene da nascere, e comprende il susseguirsi delle generazioni viventi (e passate anche) e future. Il vero soggetto dell’attività sociale per noi diviene più ampio, nel tempo, della stessa società degli uomini vivi ad una certa data. L’idea della stirpe (ammesso che noi la riferiamo alla stirpe di tutto l’umano genere, alla specie, parola usata da Marx e da Engels e che è più potente sia di nazione che di società) supera tutta la ideologia borghese di potere e di sovranità giuridico-politica propria dei democratici.
Il concetto classista basta a smentire che lo Stato rappresenti tutti i cittadini viventi, e noi sorridiamo quando si voglia trarre tale azzardata conclusione dalla iscrizione di tutti i maggiorenni nelle liste elettorali. Ben sappiamo che lo Stato borghese rappresenta gli interessi ed il potere di una sola classe, anche se vi avvenissero votazioni plebiscitarie.
Ma vi è di più. Anche chiudendo una rete rappresentativa o strutturale nei limiti di una sola classe, di quella salariata (peggio se si assume il generico popolo dei russi), non ci accontentiamo di una costruzione di sovranità sul meccanismo (dato che possa esistere) di consultazione di tutti i singoli elementi di base. E questo vale tanto sotto il potere borghese, per dirigere la lotta rivoluzionaria, quanto dopo il suo abbattimento.
Più volte, e specie nel completo rapporto alla riunione di Pentecoste 1957, abbiamo sostenuto che solo il partito, evidentemente minoritario nel seno della società e della classe proletaria, è la forma che può esprimere le influenze storiche di successive generazioni nel trapasso da una all’altra forma di produzione sociale, nella sua unità spaziale e temporale, di dottrina, organizzazione e strategia di combattimento.
Quindi la forza rivoluzionaria proletaria non è espressa da una democrazia consultiva interna alla classe, lottante o vincitrice, ma dall’arco ininterrotto della linea storica del partito.
Evidentemente ammettiamo non solo che una minoranza dei vivi e presenti possa contro la maggioranza (anche della classe) dirigere l’avanzata storica, ma, di più, pensiamo che solo quella minoranza si può porre sulla direttiva che la collega alla lotta e agli sforzi dei militanti delle generazioni passate e di quelle che si attendono, agendo nella direzione del programma della società nuova, quale la storica dottrina se lo è esattamente e chiaramente prefisso.
Questa costruzione, che ci fa proclamare a dispetto di ogni filisteo la rivendicazione aperta: dittatura del partito comunista, è incontestabilmente contenuta nel sistema di Marx.
Nemmeno la società proprietaria della terra
Nel Terzo Libro del Capitale edito da Engels dopo la morte di Marx, il capitolo 46° ha il titolo: Rendita di aree fabbricabili. Rendita mineraria. Prezzo della terra. La deduzione si inquadra nella poderosa dottrina della rendita fondiaria, rigo a rigo in tutta la sua vita rivendicata dal grande combattente Lenin. Poiché nella nostra scienza economica è sostenuto e dimostrato che la rendita tratta dal proprietario fondiario ha il carattere di una aliquota prelevata sul plusvalore che la classe salariata produce e che diviene profitto capitalista, è chiaro che l’avversario può elevare questa obiezione. Si fanno degli affari e il proprietario incassa la rendita anche con la negoziazione dei terreni fabbricabili, mentre stanno lì a dormire sotto il sole e nemmeno un operaio entra a dare un solo colpo di zappa. Questo guadagno padronale da quale lavoro e relativo plusvalore salta fuori?
Ma la nostra scienza economica non cade in difetto per questo. Non siamo una facoltà accademica ma un esercito schierato in battaglia, e difendiamo la causa di chi è morto e ha lavorato come quella di chi non ha ancora lavorato e non è ancora nato.
Chi vuole ragionare entro le formulette burocratiche del dare ed avere delle Ditte in registro, insieme a quello che deduceva potere legale nei limiti dei nomi e dei numeri delle liste elettive, si faccia, di grazia, da parte.
Marx risponde portando sulla scena della battaglia le generazioni future; è un vecchio dato della nostra dottrina, e non una nostra abile invenzione per far passare la giusta tesi; contro la teoria e il programma della rivoluzione, anche la maggioranza della classe proletaria oggi presente può avere torto e stare nello schieramento nemico.
“Il fatto che sia soltanto il loro titolo di proprietà su di una certa parte del globo, che permette a certe persone di appropriarsi come tributo una parte del sopralavoro sociale, è nascosto dal fatto che la rendita capitalizzata si presenta come prezzo della terra, e si può dunque vendere come qualunque merce”.
E’ chiaro? Se stimo che un terreno che nell’avvenire presumibilmente renderà cinquemila lire annue al padrone, si può vendere per centomila, io ho reso forza attiva il sopralavoro di operai che lavoreranno non venti anni, ma un numero infinito di anni futuri.
“Nelle stesse condizioni il proprietario di schiavi può credere che ha acquistato il suo diritto di proprietà sul negro grazie alla vendita e compera di mercanzie e non per la istituzione stessa dello schiavismo (che le generazioni passate gli hanno regalato).” Ed egli sconterà in denaro gli anni futuri del negro e dei discendenti!
“Ma la vendita non crea affatto il titolo; essa non fa che trasferirlo. Il titolo deve esistere prima di poter essere venduto, e non più che una sola vendita una serie di vendite non saprebbe crearlo. [l’allusione del dottore in legge Marx è alla finzione dei codici borghesi che la “prova della proprietà” si raggiunge allineando le scartoffie dei titoli di trapasso che risalgano ad un certo numero di anni, trenta o venti per es.]. Ciò che ha creato il titolo, insomma, sono le condizioni della produzione. Da quando queste sono arrivate al punto in cui si devono modificare totalmente, la fonte di quel titolo, la fonte materiale, economicamente e giuridicamente giustificata, sparisce, e con essa tutte le transazioni corrispondenti”. Ad esempio, aggiungiamo per chiarire il concetto al lettore, quando la produzione schiavista cadrà perché ormai non più conveniente, e per la rivolta degli schiavi, tutti questi diverranno uomini liberi ed ogni contratto passato di vendita di schiavi sarà nullo di effetti! Ma qui invitiamo il lettore una volta ancora a cogliere il passaggio, sempre improvviso quanto possente, dalla geniale e originale interpretazione della storia delle società umane, alla caratterizzazione non meno rigorosa della società di domani.
“PONENDOCI DAL PUNTO DI VISTA DI UNA ORGANIZZAZIONE ECONOMICA SUPERIORE DELLA SOCIETA’, IL DIRE CHE UN INDIVIDUO POSSIEDE UN DIRITTO DI PROPRIETA’ PRIVATA SU UNA QUALUNQUE PARTICELLA DEL GLOBO TERRESTRE SARA’ ALTRETTANTO ASSURDO QUANTO IL DIRE CHE EGLI POSSIEDE UN DIRITTO DI PROPRIETA’ PRIVATA SU UN UOMO SUO SIMILE, LA SOCIETA’ STESSA NON E’ PROPRIETARIA DELLA TERRA. NON VI SONO CHE DEGLI USUFRUTTUARI, CHE DEVONO AMMINISTRARE DA BUONI PADRI DI FAMIGLIA, AL FINE DI TRASMETTERE ALLE GENERAZIONI AVVENIRE UN BENE MIGLIORATO”.
Utopia e marxismo
Anche in questo passo decisivo il metodo di Marx è chiaro. La nostra previsione sulla morte della proprietà e del capitale, sulla loro sparizione, che è ben più alto scopo che il loro imbelle trasferimento dal soggetto individuale a quello sociale ed anche la decisione e la volontà che attribuiremo non al soggetto individuo, sia pure della classe calpestata, ma solo alla collettività partito, collettività la cui energia non è quantità ma qualità, si costruiscono su di una totale analisi scientifica della società presente e del suo passato. Il capitalismo che vogliamo svergognare ed uccidere, abbiamo il dovere prima di studiarlo e conoscerlo nella sua struttura e nel suo corso reale. Ed è un dovere non nel senso morale e personale, ma una funzione impersonale del partito, ente che scavalca le teste degli uomini opinanti e i confini tra generazioni successive.
In questo punto sta la risposta ad una possibile obiezione alla nostra accezione del marxismo, la sola che ne colga la potenza e l’altezza. Il Marx che da decenni e decenni la corrente rivoluzionaria presenta quando pone al primo luogo il programma massimo della struttura sociale comunista, è esattamente il Marx che superò, combatté e lasciò indietro ogni utopismo.
L’opposizione tra utopismo e socialismo scientifico non sta nel fatto che il socialista marxista dichiari che quanto ai caratteri della società futura egli sta alla finestra ad attendere che passino, per descriverne le fogge! L’errore dell’utopista sta nel trarre, dopo una constatazione dei difetti della società presente che per taluni dei suoi maestri Marx esalta con rispetto, la trama della società futura non da una concatenazione di processi reali che legano il corso precedente a noi a quello futuro, ma dalla propria testa, dal razionale umano e non dal reale naturale e sociale. L’utopista crede che il punto di arrivo del corso sociale debba essere contenuto nella vittoria di alcuni princìpi generali che sono insiti nello spirito dell’uomo. Che ve li abbia indotti il dio creatore, o che ve li scopra la critica filosofica introspettiva, sono questi ideologismi dai mille nomi – Giustizia, Uguaglianza, Libertà, e via – che formano i colori della tavolozza ove il socialista idealista intinge i suoi pennelli per dipingere il mondo di domani come dovrebbe essere.
Questa ingenua ma non sempre ignobile origine fa sì che l’utopismo attenda il suo affermarsi da un’opera di persuasione tra gli uomini, di emulazione, secondo la parola venuta oggi di moda per presentare in modo veramente indecoroso la fiammeggiante storia. Gli utopisti trascinati dalle loro buone intenzioni hanno pensato una volta di vincere guadagnando ai loro rosei progetti i centri del potere già costituito. In modo preconcetto erano chiusi all’intendere la partecipazione al processo della lotta, del conflitto sociale, del capovolgimento del potere e dell’uso non della persuasione ma della forza senza riserve nel travaglio da cui uscirà la società nuova.
La nostra posizione del problema umano è l’opposta. Le cose non vanno come vanno perché qualcuno ha sbagliato, ha sgarrato, ma perché una serie causale e determinante di forze ha giocato nello sviluppo della specie umana: si tratta prima di intendere come e perché e con quali leggi generali, e poi di indurne le direzioni future.
Il marxismo dunque non è rinuncia a dichiarare nei programmi di battaglia quali saranno i caratteri della società di domani, e specificamente come essi si contrapporranno a quelli individuati rigorosamente nella forma sociale ultima, la capitalista e mercantile. Il marxismo è la via per dichiararli con validità e sicurezza di gran lunga maggiori di quelle a cui giungevano le pallide, anche se talvolta audaci rispetto ai tempi, descrizioni utopiste.
La rinuncia ad impegnarsi ad anticipare le stimmate della struttura sociale comunista non è marxismo, né è degna del poderoso corpo degli scritti classici della nostra scuola; è essa davvero un revisionismo rinculatore e conservatore, che ostenta come obiettività quello che è solo viltà e cinismo: la rivelazione su uno schermo bianco di un misterioso disegno che è segreto della storia. Nella sua sufficienza filistea questo metodo non è che il preparato alibi per le cricche politiche professionali, che non hanno mai sentita l’altezza della forma partito e l’hanno ridotta a palcoscenico per le contorsioni di pochi attivisti. Se dovevano restare al segreto, tanto valeva attendere nelle sacrestie il rivelarsi del volere divino, o nelle anticamere di servizio dei potenti il turno fortunato dell’andare al lecco dei piatti in cucina.
Proprietà ed usufrutto
Un saggio di questa retta opposizione tra marxismo ed utopismo, che abbiamo voluto mettere a punto in dottrina, lo abbiamo nel passo di Marx che traccia un allineamento tanto impegnativo della struttura avvenire quanto questo che descrive la società non proprietaria della terra.
La gestione della coltura della terra, infatti, non va fatta in modo che soddisfi le brame della sola generazione presente. Giusta un’accusa di continuo ricorrente di Marx al capitalismo, questa forma di produzione esaurisce le risorse del suolo e rende insolubile il problema dell’alimentazione dei popoli. Oggi che questi divengono sempre più numerosi si studiano dagli “scienziati”, con la serietà che ci è ben nota, vie nuove per sfamare gli abitanti del pianeta.
La gestione della terra, chiave di volta di tutto il problema sociale, deve essere indirizzata in modo da corrispondere al migliore sviluppo avvenire della popolazione del globo. La società umana vivente pure potendo essere intesa al disopra delle limitazioni di Stati, di nazioni, e quando si sarà passati ad una “organizzazione superiore” anche di classi (saremo non solo al di là dell’opposizione un po’ pedestre di “classi oziose” e “classi produttrici”, ma anche dell’opposizione tra classi produttrici urbane e rurali, manuali ed intellettuali, come Marx insegna) questa società che si presenterà come aggregato di alcuni miliardi di uomini, nel limite temporale sarà sempre un aggregato più ristretto della “specie umana”, pur divenendo più numerosa per effetto del prolungarsi della vita media dei suoi membri.
Essa volontariamente e scientificamente, e per la prima volta nella storia, si subordinerà alla specie, ossia si organizzerà nelle forme che rispondono meglio ai fini dell’umanità avvenire.
Che in tutto ciò non vi sia nulla di fantastico – o, che il cielo ne scampi, di fantascientifico – o di utopistico, risale al criterio realistico e palpabile che Marx richiama: la differenza tra proprietà e usufrutto.
Nella teoria del diritto odierno la proprietà è “perpetua”, mentre l’usufrutto è temporaneo, limitato ad un numero prestabilito di anni o alla vita naturale dell’usufruttuario. Nella teoria borghese la proprietà è ius utendi et abutendi ossia diritto di usare e di abusare. Teoricamente il proprietario può distruggere il suo bene; ad esempio irrigare il suo campo con acqua salata, sterilizzandolo, come i romani fecero, dopo averla bruciata, sul suolo di Cartagine. I giuristi di oggi sottilizzano su di un limite sociale, ma questa non è scienza, è solo paura di classe. L’usufruttuario invece ha un diritto più ristretto del proprietario: l’uso, sì; l’abuso, no. Scaduto il termine dell’usufrutto, o morto il godente nel caso del vitalizio, la terra ritorna al proprietario. La legge positiva impone che vi ritorni nella stessa efficienza dell’inizio del periodo di usufrutto. Anche il semplice colono che ha la terra in affitto non può alterarne la coltura ma deve condurla da buon padre di famiglia, come cioè fa il proprietario buono, per cui la perpetuità dell’uso o godimento consiste nel passaggio ereditario ai suoi figli o eredi. Nel codice civile italiano la sacramentale formula del buon padre di famiglia si legge nell’art. 1001 e nel 1587.
La società ha dunque solo l’uso e non la proprietà della terra.
L’utopismo è metafisica, il socialismo marxista è dialettico. Marx nelle rispettive fasi della gigantesca costruzione può successivamente rivendicare la grande proprietà (anche capitalista, sebbene i salariati vi siano bestie da soma) contro la piccola, anche se senza salariati (si taccia per decenza della piccola azienda come quella del mezzadro francese 1894 e italiano 1958, che all’impiego dell’uomo bestia da soma aggiunge la reazionaria parcellazione), rivendicare la proprietà dello Stato anche capitalista contro la grande proprietà privata (nazionalizzazione); rivendicare la proprietà statale dopo la vittoria della dittatura proletaria; rivendicare per la superiore organizzazione del comunismo integrale il solo uso razionale della terra da parte della società, e seppellire nel museo dei ferri vecchi di Engels il termine sciagurato di proprietà.
Valore d’uso e di scambio
La tesi fondamentale del marxismo rivoluzionario estende facilmente la negazione della proprietà individuale e poi sociale dalla terra agli altri strumenti della produzione allestiti dal lavoro umano, ed ai prodotti del lavoro sia in quanto siano beni utensili sia come beni di consumo.
Sulla terra agraria per il suo esercizio vi sono dei beni capitali. Uno fondamentale, quello dal quale è venuta la parola capitale (come Marx spesso ricorda) è il bestiame da lavoro e da allevamento. In italiano lo chiamano scorta viva; in francese cheptel che è la stessa parola di capitale. Il termine che indica la sporca cosa che è il capitale viene da caput, testa in latino. Ma non si illudano i borghesi che si tratti della testa umana, per venirci ad ammannire un altro diritto naturale: il Capitale come prolungamento della Persona.
Si tratta della testa del bue. Il prolungamento della testa del borghese non sono gli eterni princìpi della legge umana, sono soltanto le corna.
E’ chiaro che il conduttore della terra non può mangiarsi tutto il suo bestiame, come ve ne sono storici esempi, senza distruggere questo speciale strumento della produzione, che è atto a riprodursi se saggiamente allevato.
La società è usufruttuaria e non proprietaria delle specie animali. Nel lavoretto di Engels vi era un grazioso passo sulla risibile richiesta di libera caccia e pesca – in Francia – ai contadini, a proposito del pericolo della distruzione, poi avvenuta, di certe specie di selvaggina.
Non sarebbe breve, ma nemmeno difficile, l’estensione del nostro dedurre ad ogni capitale di intrapresa nell’agricoltura e nell’industria. Ma cercheremo di procedere per grandi tappe.
In questi capitoli magistrali sulla terra, dove Marx dimostra che il suo prezzo e valore, tratto dalla rendita capitalizzata, non entra nel capitale di esercizio dell’intrapresa agraria perché, se non vi è la deprecata devastazione della fertilità, esso si ritrova intatto alla fine del ciclo annuo, egli stabilisce il confronto ovvio con la “parte fissa del capitale costante industriale” che non entra nel calcolo del capitale circolante se non nella minor parte in cui si logora in un ciclo e va ripristinato (ammortamento). La terra si rinnova da sé; anche la scorta viva si rinnova da sé (con un certo lavoro di allevatore). La scorta morta va rinnovata in gran parte ogni anno, in agricoltura, a carico del valore totale dei prodotti. Nell’industria va invece rinnovata in parte minore.
Lasciando al suo luogo l’esame quantitativo, vogliamo notare che l’umanità ha pure delle scorte morte o capitali fissi il cui ammortamento si fa in cicli lunghissimi, come vi sono dei ponti romani che dopo duemila anni servono ancora. La criminalità capitalista cerca gli ammortamenti a ciclo breve e tenta di rinnovare – a spese del proletariato – rapidamente ogni capitale fisso. Perché? Perché sul capitale fisso si ha la folle proprietà, su quello circolante il semplice usufrutto. Ci riportiamo alla distinzione tra lavoro morto e lavoro vivente svolta nei rapporti di Pentecoste e di Piombino.
Il capitalismo insiste per far dimenare follemente il lavoro dei vivi, e fa del lavoro dei morti la sua disumana proprietà. Nell’economia comunista chiameremo quello che i loro tecnici dicono ammortamento, ossia rinnovo del capitale impianti, nel modo opposto, ossia ravvivamento.
L’antitesi tra proprietà ed usufrutto si riporta a quella capitale fisso – capitale circolante; e a quella lavoro morto – lavoro vivente.
Noi siamo dalla parte dell’eterna vita della specie, i nostri nemici dalla parte sinistra della morte eterna. E la vita li travolgerà, sintetizzando quegli opposti nella realtà del comunismo.
Ma daremo ancora un’altra formula di quella stessa antitesi: scambio monetario, ed uso fisico. Valore di scambio mercantile contro valore d’uso.
La rivoluzione comunista è l’uccisione del mercantilismo.
Lavoro oggettivato e lavoro vivente
I compagni lettori, che sono nel nostro metodo di lavoro collaboratori all’attività comune di partito, devono a questo punto rilevare dai nn. 19 e 20 del 1957 (resoconto breve della riunione di Piombino) tutta la Parte Seconda in cui il testo marxista Grundrisse è ampiamente presentato.
In quella costruzione grandiosa l’individualismo economico viene cancellato, ed appare l’Uomo Sociale, i cui confini sono gli stessi dell’intera Società Umana, anzi della Specie umana.
Il Capitale fisso industriale come contrapposto nella forma capitalista al lavoro umano, che diviene misura del valore di scambio dei prodotti o merci, è – vi sia, o non, dietro il capitalista come persona, e qui le nostre citazioni di Marx sono state innumeri – il Mostro nemico che incombe sulla massa dei produttori e monopolizza un prodotto, che non solo attiene a tutti, ma a tutto il corso attivo della specie nei millenni, la Scienza e la Tecnologia elaborate e depositate nel Cervello Sociale. Oggi che la Forma capitalista scende il ramo della degenerazione, questo Mostro uccide la Scienza stessa, ne fa mal governo, ne conduce l’Usufrutto in modo criminale dilapidando il retaggio delle generazioni avvenire.
In quelle pagine si vede l’odierno fenomeno della Automazione scontato e teorizzato per il lontano avvenire. Quello che ci permettemmo di chiamare Romanzo del lavoro oggettivato, ha per epilogo la sua palingenesi, con cui il Mostro diviene Forza benefica dell’umanità tutta cui consente di non estorcere sopralavoro inutile, ma di ridurre a minimi il lavoro necessario, “a tutto vantaggio della formazione artistica, scientifica, ecc., degli individui”, ormai elevati all’Individuo Sociale.
Vogliamo qui trarre dagli autentici materiali, oggi assai più validi ed evidenti dell’epoca in cui nacquero, un’altra non meno autentica formulazione. Fermata dalla rivoluzione proletaria la dilapidazione della Scienza opera del Cervello Sociale, compresso il tempo di lavoro ad un minimo che ne fa tutta gioia, esaltato a forme umane il Capitale fisso mostro di oggi, ossia soppresso, non conquistato all’uomo o alla Società, il Capitale, transeunte prodotto storico, l’industria si comporterà come la terra, una volta liberati da ogni proprietà di chicchessia gli impianti come il suolo.
Poca conquista sarebbe che gli impianti di produzione cessassero di essere monopolio di una banda di oziosi, vuota frase fatta, in quanto agli inizi i borghesi furono una classe di audaci portatori del Cervello Sociale e della più avanzata Prassi Sociale. Gli impianti di produzione, a loro volta, la società organizzata in forma superiore – il comunismo internazionale – non li avrà come proprietà e capitale, ma come usufrutto, salvando ad ogni passo contro la necessità fisica della Natura, solo avversario ormai, l’avvenire della Specie.
Morta la proprietà e il capitale, sia nell’agricoltura che nell’industria, altra frase fatta che era una concessione all’arduo compito della tradizionale propaganda, ossia “la proprietà personale dei prodotti di consumo”, va gettata tra le ombre del passato. Infatti tutta la palingenesi rivoluzionaria cade se ogni oggetto non perde il carattere di merce, e se il lavoro non cessa di essere misura del “valore di scambio”, altra forma che, insieme alla misura monetaria, deve col modo capitalista morire.
Citiamo allora testualmente:
“Da quando il Lavoro ha cessato di essere, sotto la sua forma immediata, la Grande Sorgente della Ricchezza, il Tempo di Lavoro deve cessare di essere la misura di essa. E lo stesso del Valore di Scambio come misura del Valore di Uso”. Considerando la pochezza di Stalin, e dei russi che lo seguono, nel far vivere in socialismo (!) la legge del valore, fummo condotti a chiudere: Le folgori dell’Ultimo Giudizio si abbattano sui loro bersagli! (numero 20 del 1957, pag.3, colonna 5)
Il disgraziato che tracanna alcool dicendo: è mio, l’ho comprato coi soldi del mio salario (privato o di Stato) è parimenti, vittima come è della forma Capitale, un usufruttuario fedifrago della salute della specie. Ed anche l’insensato accenditore di sigarette! Tale “proprietà” sarà eliminata dall’organizzazione superiore della società.
Il rinvilimento dello schiavo salariato si esaspera nelle crisi di disoccupazione. Scrisse Engels a Marx il 7 dicembre 1857:
“Tra i filistei di qui la crisi ha l’effetto di spingerli a bere parecchio. Nessuno ce la fa a star solo a casa con la famiglia e le preoccupazioni, i clubs si animano, e il consumo di liquori cresce parecchio. Quanto più uno sta in mezzo ai guai, tanto più cerca di farsi animo. E la mattina seguente è un eloquentissimo esempio di stordimento morale e fisico”, 1857 o 1958?!
Non si consumerà dunque da bestia-persona, in nome dell’infame proprietà sull’oggetto scambiato, ma l’Uso, il consumo, si faranno secondo l’esigenza superiore dell’uomo sociale, perpetuatore della specie, e non più, come oggi è la regola, sotto l’azione delle droghe.
Morte dell’individualismo
Non è possibile che il partito proletario di classe governi se stesso nella buona direzione rivoluzionaria se non è totale il confronto del materiale di agitazione con le basi stabili e non evolventi della teoria.
Le questioni di azione contingente e di programma futuro non sono che due lati dialettici dello stesso problema, come tanti interventi di Marx fino alla sua morte, e di Engels e di Lenin (tesi di aprile, comitato centrale di ottobre!) hanno dimostrato.
Quegli uomini non improvvisarono né rivelarono, ma brandirono la bussola della nostra azione, che è troppo facile smarrire.
Essa segna chiaramente il pericolo, e le nostre questioni sono felicemente poste quando si va contro le direzioni generali sbagliate. Le formule e i termini possono essere falsificati da traditori e da deficienti, ma il loro uso è sempre una bussola sicura quando è continuo o concorde.
Se siamo nel linguaggio filosofico e storico il nostro nemico è l’individualismo, il personalismo. Se in quello politico, l’elettoralismo democratico, in qualunque campo. Se in quello economico, il mercantilismo.
Ogni accostata verso questi rombi insidiosi per un apparente vantaggio, vale il sacrificio dell’avvenire del partito al successo del giorno, o dell’anno; vale la resa a discrezione davanti al Mostro della controrivoluzione.