Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Fisionomia sociale della rivoluzione anticolonialista Pt.2

Kategorie: Colonial Question, Russia

Post nadrzędny: Fisionomia sociale della rivoluzione anticolonialista

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Deliberatamente abbiamo citato il caso del partito bolscevico. Bisognava parlarne perché è proprio di esso che si servono i nostri critici per porci sotto accusa di leso marxismo (!), perché affermiamo il carattere rivoluzionario del movimento anticolonialista pur sapendo che la direzione di tale movimento è nelle mani della borghesia indigena.

L’alleanza feudale-imperialistica non è un fatto nuovo, né è localizzabile nei soli paesi afro-asiatici. Anche in paesi non soggetti alla dominazione coloniale essa è storicamente reperibile. Infatti, una tipica alleanza feudale-imperialistica era quella che legava lo Stato zarista di Russia, poggiante politicamente su strutture sociali preborghesi, alle grandi potenze imperialistiche dell’Europa occidentale: la Francia, l’Inghilterra, il Belgio, ecc. Ed era alleanza tanto solida che il governo zarista non esitò, nel 1914, a buttarsi in guerra per difendere gli interessi mondiali di quelle potenze. Ancora prima dei casi offerti dalle ex colonie, l’esempio della Russia di Nicola prova come sia storicamente possibile un’alleanza tra classi dominanti che tendono a conservare, ciascuna per sé, modi di produzione e organizzazioni sociali diametralmente opposti.

Bisogna tuttavia vedere perché la borghesia russa, contrariamente alle borghesie delle colonie, fu incapace di un ruolo politico indipendente, e rifiutò di capeggiare la rivoluzione antifeudale.

Per abbattere il potere zarista, occorse la rivoluzione del proletariato comunista. La borghesia democratica, che pure aveva «tutto un mondo da guadagnare» dalla rovina dello zarismo semifeudale, si rivelò assolutamente incapace di azione rivoluzionaria; anzi, invariabilmente assunse di fronte alla rivoluzione un atteggiamento disfattista. Essa invocava per decenni, mediante i suoi intellettuali e politici, il rinnovamento della società russa, ma ogni volta che la necessità storica la spingeva nel campo dell’azione, si traeva indietro. Trovandosi ogni volta a contatto di gomito con proletariato rivoluzionario, essa si rimangiava i suoi stessi programmi e si rannicchiava dietro il potere zarista. Ciò comportò che all’alleanza feudale-imperialistica non si poté contrapporre mai l’alleanza insurrezionale democratico-socialista. Alla stretta dei conti, il proletariato dovette addossarsi tutto l’onere della rivoluzione e farla da solo, prima contro il potere zarista e in seguito, essendo questo già scaduto, contro la stessa borghesia.

La differenza nel comportamento politico tenuto dalla borghesia, rispettivamente nella Russia zarista e nelle colonie, cioè nello stesso ambiente storico caratterizzato sostanzialmente dalla dominazione della alleanza feudale-imperialistica, è da ricercarsi nel diverso grado di preparazione politica del proletariato. Ciò che ha privato il proletariato dei paesi coloniali di ogni possibilità di azione indipendente nella rivoluzione anticoloniale e ha permesso ai partiti borghesi e piccolo-borghesi di assumere la direzione è stato, e resta, l’assenza – per cause storiche che non possiamo analizzare – di un partito proletario educato al marxismo rivoluzionario. Detto altrimenti, nella rivoluzione anti-coloniale è mancato assolutamente un partito tipo bolscevico, vale a dire un partito marxista capace di agire in un ambiente storico, nel quale la strada della rivoluzione sociale è sbarrata da un potere feudale appoggiato dall’imperialismo straniero. Purtroppo, il proletariato afro-asiatico ha dovuto subire la guida dei falsi partiti comunisti fedeli a Mosca, che ormai da decenni hanno cessato di professare il marxismo ed il leninismo, anche se la loro pubblicistica è zeppa di citazioni di Marx e di Lenin.

Russia zarista e colonie

In Russia, il movimento marxista, in quanto a teoria e organizzazione di partito, sorse insieme con le principali correnti ideologiche e politiche della democrazia borghese. Il comunismo russo nasceva in circostanze felici, avendo alle spalle l’esperienza ancora fresca del socialismo francese nella Comune e la colossale produzione teorica della socialdemocrazia rivoluzionaria austro-tedesca. Era l’epoca in cui iniziava una fase di «alta marea» del movimento proletario rivoluzionario d’Europa e, grazie al fuoriuscitismo, potenti ondate penetravano sin dietro l’impero zarista. In tali condizioni, il comunismo russo guidato da Lenin era in grado di tallonare e sopravanzare decisamente i partiti democratico-borghesi. E quanto fosse potente la presa del marxismo sulle masse lo dimostra il fatto che la borghesia tentò di servirsene adattandolo alle sue esigenze con ingegnose falsificazione (struvismo). Accadeva dunque, nella Russia zarista – fatto mai verificatosi nelle precedenti rivoluzioni antifeudali – che la borghesia non fosse la sola classe munita di un programma rivoluzionario; anzi, che fosse sopravanzata, nel campo dottrinario e politico, dal proletariato. Si cominciò a vederlo inequivocabilmente all’epoca della fallita rivoluzione antizarista del 1905. La borghesia dovette allora constatare che la rivoluzione si metteva in moto non alla maniera da lei voluta, ma per effetto dell’impiego di un’arma esclusivamente proletaria: lo sciopero generale insurrezionale e convincersi con terrore che al benché minimo cedimento dell’impalcatura statale zarista avrebbe fatto la sua comparsa lo strumento del potere rivoluzionario operaio: il Soviet.

Chiunque sappia che ogni rivoluzione è guerra armata tra le classi comprende come la borghesia russa dovesse esitare a lungo e infine rifiutare di scendere in guerra sociale contro lo zarismo, sapendo di avere alle spalle un proletariato agguerrito che andava trasformandosi, per il lavoro delle organizzazioni marxiste, in nemico mortale. Per essa lo zarismo costituiva, è vero, una grave menomazione delle possibilità di predominio sociale e un ostacolo sul cammino verso il potere politico; ma il comunismo marxista rappresentava la negazione della sua stessa esistenza di classe. In tali condizioni diventava impossibile l’alleanza borghese-proletaria contro il potere zarista – alleanza che era stata invece possibile in Francia durante la Grande Rivoluzione -, e fu merito incancellabile dei bolscevichi e di Lenin combattere e disperdere i menscevichi che a tale alleanza credevano.

 Quale, invece, la situazione del movimento operaio nella rivoluzione anticoloniale? Il proletariato dei paesi coloniali, ripetiamo, non ha saputo né potuto esprimere da sé un partito veramente marxista, ed è rimasto prigioniero delle degenerazioni ideologiche dello stalinismo. Con ciò non intendiamo porre sotto accusa il proletariato delle colonie. Sarebbe ridicolo, soprattutto perché il fenomeno non si spiega con cause soggettive e neppure con circostanze locali. Il fatto è, anzitutto, che la rivoluzione antifeudale russa e la rivoluzione antifeudale nelle colonie sono maturate nel quadro di ben diverse condizioni mondiali della lotta di classe. Mentre la rivoluzione russa crebbe in un periodo di ascesa del movimento marxista internazionale – erano i tempi in cui i Kautsky e i Plekhanov non solo non avevano ancora tradito ma arricchivano il movimento operaio di preziosi contributi dottrinari, e la Seconda Internazionale prometteva quello che non avrebbe poi mantenuto – la rivoluzione anticoloniale è scoppiata in un periodo di pauroso declino del movimento operaio. Durante il periodo più buio della lunga storia del comunismo, essendo sradicate e disperse le ali sinistre dei partiti comunisti, stalinizzata ed evirate la Terza Internazionale, schiacciato e massacrato il bolscevismo in Russia, irreparabilmente avvelenato dalle ideologie partigiane e liberazioniste il proletariato dei paesi più evoluti del mondo. In secondo luogo, in una classe operaia concentrata in grandi complessi industriali cittadini, e quindi con un potenziale rivoluzionario altissimo. Non così nella maggioranza dei nuovi Stati sorti in Asia dopo l’ultima guerra.

In tali condizioni la rivoluzione antifeudale nelle colonie non poteva ripetere il modello bolscevico ma era condannata a rimanere al modello borghese e democratico delle rivoluzioni del 1700 e del 1800. Dietro la borghesia indigena, munita di un programma, sia pure espresso nelle ideologie fumose della democrazia borghese, doveva allinearsi un proletariato che non aveva un programma, o, se ne aveva uno, era una coppia mimetizzata del programma borghese che i partiti russo-comunisti gli presentavano sotto l’etichetta marxista. Inevitabilmente, ciò doveva determinare l’impotenza politica della classe operaia, l’impossibilità di una azione politica indipendente del movimento rivoluzionario. Per necessaria conseguenza, doveva restare nelle mani della borghesia indigena il ruolo direttivo nella rivoluzione anticoloniale.

I nostri critici, e veniamo alla conclusione, per difendere il loro principio secondo il quale non in Europa e in America ma in tutto il resto del mondo è impensabile una rivoluzione che non sia condotta dal proletariato, arrivano al punto di negare che i rivolgimenti verificatisi nelle colonie, e che ancora vi si stanno verificando, abbiano un contenuto rivoluzionario. Ma ciò significa chiudere gli occhi sulla realtà. Quanto da noi esposto circa il ruolo dei partiti borghesi o cripto-borghesi – quali sono i partiti «comunisti» asiatici – suonerebbe come una smentita della posizione presa da Marx all’epoca della caduta della Comune del 1871! È vero, invece, il contrario. La discriminazione di Marx interessava i paesi di compiuto capitalismo, cioè paesi in cui il ciclo storico borghese poteva considerarsi definitivamente chiuso, essendo lo Stato borghese completamente assestato e ogni pericolo di ritorno offensivo del feudalesimo definitivamente scomparso. In questi paesi, ogni futura rivoluzione non poteva essere opera che del proletariato, del proletariato soltanto: nei paesi in cui la rivoluzione borghese era di là da venire la questione restava aperta. Toccava al determinismo della lotta di classe il risolverli nelle aree che al 1871 erano ancora fuori della circoscrizione geo-sociale caduta sotto la discriminazione di Marx, cioè la Russia zarista e l’enorme spazio controllato dal colonialismo.

Se il marxismo è scienza del reale, sarebbe antimarxista negare il carattere e la portata rivoluzionaria dei movimenti afro-asiatici. Che siano state forze borghesi e piccolo-borghesi a capeggiare il movimento è cosa che il marxista spiega senza procedere a rimaneggiamenti e aggiustamenti della sua dottrina e delle tradizioni del movimento. Anzi, il fatto che la rivoluzione sociale che ferocemente viene ricacciata, da quarant’anni, nelle viscere profonde della società borghese d’Europa e d’America sbocchi ed esploda nell’area afro-asiatica, è una realtà che rafforza le convinzioni del marxista ed accresce la sua capacità di durare, resistere e attendere. Significa che l’imperialismo, ad onta delle sue armate e dei suoi ordigni apocalittici, non è in grado di rinserrare il mondo nelle maglie di ferro della conservazione e fermare il corso della storia. Se ciò che è vecchio e sorpassato crolla e sparisce in Asia, se le vecchie strutture sociali cedono il posto a nuovi rapporti di produzione, anche se si tratta di rapporti produttivi borghesi, ciò conferma la legge generale della dialettica storica. Anche in Europa e in America il Vecchio e il Sorpassato dovrà, presto o tardi, sprofondare.