Partito Comunista Internazionale

Debiti pubblici – profitti privati

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Il proletariato è schiavizzato dal rapporto di lavoro salariato, non dal “peso del debito”

Intorno al tema del pagamento o meno del debito pubblico dello Stato italiano si è costituito un movimento con un confuso programma interclassista, che mescola rivendicazioni sindacali e più propriamente politiche. “Noi il debito non lo paghiamo”: ma del debito di chi si sta parlando, se i proletari sono per definizione dei nullatenenti?

Il debito che lo Stato ha contratto verso la classe borghese nostrana o verso altri Stati non interessa i lavoratori salariati. La classe operaia si mantiene attraverso la vendita – ripetuta giornalmente – della propria forza-lavoro ed il salario che riceve è praticamente tutto consumato. Così si riproduce l’intero esercito industriale, che comprende non solo gli attivi, ma anche gli anziani, i disoccupati, i giovani non ancora avviati alle galere industriali, ecc. Il rapporto di lavoro salariato, che regola la precaria esistenza in vita degli schiavi moderni, non sarà mai intaccato da qualsiasi evoluzione del circuito del debito internazionale.

Un costituendo movimento che pone a base delle proprie fondamenta un problema relativo ad uno scontro interno alla borghesie o fra diverse borghesie nazionali, mentre afferma di difendere gli interessi dei lavoratori, non può che camminare nella direzione sbagliata.

“Contro l’Europa delle banche”: perché questa separazione opportunista tra capitalisti buoni e tagliatori di cedole cattivi? A cosa servono le banche se non a trasformare il denaro in capitale da gettare nella produzione immediata?

L’assemblea del 1 ottobre è stata la costituente di un movimento che avrebbe per obiettivo “di reagire alla aggressione alla democrazia e ai diritti sociali” tramite la formazione di “un fronte comune”. Un fronte di che genere? A giudicare dai continui richiami a tutto il classico armamentario riformista, di un fronte politico.

Si mischiano vaghi sentimenti pacifisti ad echi antipolitici e indignazione per la corruzione e i privilegi “di casta”. Si annacquano rivendicazioni sindacali determinanti, come la richiesta di riduzione dell’orario di lavoro (seppur non specificando che tale riduzione dovrà aversi a parità di salario e di intensità), in un brodo riformista e insaporito con la salsa della reintroduzione della scala mobile.

I proletari devono lottare per la difesa del salario, anche per chi è espulso dal lavoro o non lo trova, al fine non di sopire ma di inasprire le contraddizioni di classe fino poi lasciarle esplodere nella guerra sociale per l’assalto al potere statale.

Affiancando a rivendicazioni sindacali vecchie illusioni staliniste si torna a parlare di nazionalizzazione delle banche, di nuovo modello di sviluppo, di tassazione dei grandi patrimoni, di vincoli alle scelte delle multinazionali. Poi, lotta all’evasione, difesa della scuola pubblica, riforme fiscali, economia compatibile con la difesa dell’ambiente, per arrivare al cavallo di battaglia del camaleontico opportunismo ormai di un secolo e mezzo: intervento pubblico nell’economia. Perché il massiccio sostegno dello Stato a banche e imprese non sarebbe intervento pubblico? Lo Stato interviene sempre, cambiano solo le forme di questo intervento a seconda delle esigenze di valorizzazione del capitale.

Quale il collante in grado di tenere assieme “soggetti” così eterogenei? Lo si ripete nei documenti prodotti in vista della formazione di questa “area”, che dovrebbe collocarsi all’estrema sinistra dello schieramento istituzionale: una “democrazia radicale anticapitalista”! La democrazia, da miglior involucro del capitalismo, perfezionatasi nel fascismo e più ancora nel post-fascismo, dovrebbe diventare “anticapitalista”! Si chiede il ritorno all’involucro e alla ideologia giovanili del capitalismo ignorando che le sovrastrutture finiscono per adeguarsi alla base economica, e che se questa è sempre più concentrata e tirannica lo dovrà essere anche quella. Non solo è parola antioperaia, è addirittura reazionaria.

Ma gli organizzatori vedono il movimento come “un’alternativa radicale che colpisca gli interessi della finanza e delle banche”, in grado di ristabilire “eguaglianza e diritti”, e col fine di liberare la società “dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi”. Esattamente il contrario della reale necessità storica: per colpire gli interessi del capitalismo, sia esso giunto alla “fase finanziaria” o meno, occorre proprio violare la uguaglianza borghese, fino a prevedere la dittatura del proletariato; solo con questo intervento politico comincerà l’opera di disintegrazione del mercato, non una riforma interna al dominio democratico, ma la sua distruzione.

Partiamo dal fondo.

Lo Stato interviene costantemente nell’economia, oggi non meno e non più di ieri. Non è, né è stato, per nulla un passo verso il socialismo la creazione delle imprese economiche di Pantalone o l’autogestione delle imprese ad opera dei lavoratori da esse dipendenti, per il semplice fatto che il socialismo non affiderà di certo la produzione sociale a gruppi particolari. Queste imprese di proprietà dello Stato-Padrone non possono essere sottratte al mercato e alle sue leggi. Il capitalismo di Stato non può uscire dal mercato perché quello è il suo ambiente vitale e d’elezione, al di fuori del quale non potrebbe più essere capitale e Stato del capitale.

Il rimpianto del vecchio Stato assistenziale (con la sua opera di corruzione di larghe fette del proletariato), tanto da rivendicare un piano “straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione”, è una chiara dichiarazione di fede socialdemocratica. Lo Stato “assiste” la classe operaia per fregarla meglio, come il secondino “assiste” il carcerato, per mantenere, completare e rendere più ordinata la sottrazione del plusvalore. Una quota del salario mensile viene trattenuta dallo Stato borghese che la investe a suo piacimento, sottratta al consumo operaio e trasformata in capitale. Sono solo i proletari che alimentano lo Stato assitenziale, che infatti è in attivo. Ma quando, a chi e quanto sarà restituito ai lavoratori lo deciderà lo Stato, vedasi le recenti “riforme” delle pensioni.

Accanto trovano il loro posto gli altri miti tipicamente riformisti: le banche dovrebbero ritornare sotto il controllo diretto dello Stato. Ma lo Stato di chi? questo il punto focale. Finché si concepisce quella macchina organizzata dalla classe dominante per reprimere la nemica classe proletaria come un organismo al di sopra delle parti e di ogni sospetto, è naturale che la soluzione delle crisi cicliche del modo di produzione capitalistico vada ricercata in nazionalizzazioni o creazioni di municipalizzate. Quando invece si abbraccia la teoria comunista rivoluzionaria, non si può che concludere per la distruzione dello Stato borghese con tutte le sue istituzioni e apparati, materiali ed ideologici compresi: scuola, tribunali, esercito, polizia, organi di comunicazione di massa, ecc.

Sulla pretesa della distribuzione del reddito e della riforma fiscale basta notare che si tratta di tagliare diversamente una torta già divisa in partenza in parti diseguali dalla natura stessa del rapporto salariale e dall’arcano della fattura del plusvalore.

“C’è un governo unico delle banche e della finanza che domina le nostre vite” si dice nell’assemblea del primo ottobre; giusto, ma come farvi fronte? Il governo unico sta a significare che la borghesia ha scoperto la propria coscienza di classe. A questa centralizzazione si deve rispondere con altrettanta concentrazione, non con il federalismo movimentista, con il “movimento dei movimenti”. Dietro l’opportunismo dei mestatori di sempre, è sempre meglio lasciar fare alla “base” e poi cavalcarne l’onda!

Per i “movimentisti” il nemico non è l’intero modo di produzione capitalista, il più bestiale della storia, ma “il sistema finanziario globalizzato, gli accordi di Maastricht, il potere delle banche, della finanza e del grande capitale”, è il “liberismo”. Concetto questo di sicuro effetto sulla “base”, ma che sta all’opposto da ogni linea di difesa classista e dal fine di riorganizzare il fronte proletario. A metà strada tra un sindacato che rifiuta la concertazione confederale e un partito politico che si collocherebbe nel tanto accogliente “arco costituzionale”, non è stato un passo verso il ricompattamento delle frantumate spinte operaie; non lo poteva essere a causa del programma interclassista che sta alla sua base e che lo condannerà a rivestire un ruolo di servizio del dominio del capitale internazionale nella sua base italiana.

I sindacati di base che si pongono sul terreno della lotta e della difesa di classe non hanno nulla da guadagnare nell’aderire a questi tentativi malconci di mascherare il riformismo con una facciata barricadera; al contrario ne verranno risucchiati e ripercorreranno strade già battute nei decenni trascorsi, quando nell’ossessiva ricerca del successo immediato e dell’ingrandimento delle proprie file i primi timidi segnali di ripresa del sindacalismo di classe vennero annegati nel mare dell’immediatismo. Non è possibile scavalcare il nodo storico della rinascita del Partito di classe con la costituzione di organismi ibridi.

Il grido di battaglia dei lavoratori più combattivi e coscienti deve risuonare forte e chiaro: sciopero generale ad oltranza! Non si tratta di cercare nuovi metodi di lotta e parole d’ordine alla moda. È necessario riappropriarsi del potente strumento dello sciopero intercategoriale, sola arma in grado di contrastare un padronato, rigidamente concentrato e schierato compatto a difesa dei propri profitti.

Nulla di buono potrà uscire da un neonato movimento che sorge già con tutte le peggiori malattie senili dell’opportunismo interclassista.


Che paghino o non paghino i loro debiti il padronato e tutti gli Stati muovono all’attacco delle condizioni della classe operaia

Come scientificamente previsto dal comunismo marxista, le contraddizioni interne del regime capitalistico ne stanno determinando la rovina

L’attuale crisi economica internazionale non è solo finanziaria ma di sovrapproduzione. Il dissesto del debito e la speculazione non sono la causa ma le inevitabili conseguenze della recessione e del fallimento storico del capitale – che è industriale e finanziario insieme – come modo di produzione. I mercati sono intasati di merci invendute, molti rami di industria riducono la produzione e intere fabbriche chiudono. I lavoratori in cassa integrazione e i disoccupati aumentano, spesso senza alcuna assistenza sociale. Il Capitale sempre con maggiore difficoltà riesce a mantenere in vita i suoi schiavi salariati.

Gli Stati di tutto il mondo, sia a governo “di destra” sia “di sinistra”, sono “intervenuti” per difendere i profitti del capitale nazionale, da un lato riducendo con la forza i salari ed aumentando l’intensità e la durata della vita lavorativa, dall’altro accumulando enormi debiti al fine di rimandare il precipitare di una crisi già in atto da decenni e che infine è esplosa ancor più gigantesca. L’avvolgersi della crisi mondiale ha successivamente dimostrato fallire il regime del profitto sia sotto la forma di capitalismo di Stato sia del cosiddetto liberismo. Per l’incalzare della crisi è sempre più difficile nascondere la ferrea dittatura del capitale sulla classe operaia sotto il turpe mito borghese della democrazia.

Qualunque politica attui lo Stato borghese esso è e sarà sempre contro la classe operaia (prima, con o dopo “Berlusconi”). Il capitale nazionale italiano è indissolubilmente intrecciato al mercato e alla finanza mondiali. Chiedere di tagliare quei legami è indicazione ancora più reazionaria, oltre che utopica. A qualsiasi governo di ogni Stato, di quello italiano ma anche dei massimi imperialismi ed organismi della finanza internazionale, la politica di bilancio, fiscale ecc. è imposta dall’esterno, dal deteriorarsi della sottostruttura economica, né hanno essi alcuna libertà di scelta.

Tanto che ad una borghesia nazionale sia concesso di rimandare la dichiarazione di fallimento, quanto che essa venga infine costretta ad accettarlo, insomma, che “paghi” o che “non paghi”, muteranno comunque in peggio le condizioni dei lavoratori se questi non sapranno opporre alla pressione padronale e statale la loro forza e la loro ordinata e generale mobilitazione di classe.

Il debito, dello Stato borghese verso i borghesi e dello Stato borghese verso altri Stati borghesi, non riguarda la classe dei lavoratori. È indice dello stato agonico e della rovina loro, non della nostra classe. I lavoratori non sono oppressi dalla “schiavitù del debito”, ma dalla schiavitù del salario.

Necessità della classe lavoratrice non è consigliare allo Stato borghese quello che dovrebbe fare al fine, impossibile, di “tornare alla crescita”, ma contrastare con tutte le sue forze il tentativo padronale di aumentare lo sfruttamento dei lavoratori, per dividerli, per incanalarne il movimento verso false strade.

La crisi, così generale, profonda, irreversibile, dimostra che il regime capitalistico non può dare speranza ai proletari. Non troveranno salvezza a chiudersi all’interno della singola fabbrica, né della singola nazione. I proletari non hanno patria. Il proletariato può salvare sé stesso, e con esso tutti gli oppressi del Mondo, solo ricostituendo la sua unità di classe, prima all’interno delle nazioni poi internazionale.

Questo regime non cadrà solo per il suo, pur evidente, fallimento economico, sociale ed ideale. Se la classe borghese riuscirà a mantenere il potere politico negli Stati, se non interverrà la internazionale azione cosciente del proletariato rivoluzionario e del comunismo, l’umanità sarà precipitata in una terza guerra imperialista, unico strumento che permette al Capitale di rigenerarsi attraverso la distruzione catastrofica di masse enormi di merci e di uomini.

La crisi del capitalismo, lungi dal risolversi, si aggraverà in una spirale di cause ed effetti sempre più drammatici. Ad essa non esiste una varietà di soluzioni possibili: esiste una sola soluzione borghese a cui si contrappone la soluzione proletaria. Il suo disciogliersi avverrà necessariamente attraverso l’alternativa: o guerra imperialista fra gli Stati nazionali borghesi o rivoluzione proletaria internazionale.

Tutti i governi borghesi, “di destra” e “di sinistra”, come oggi, spinti dalla crisi, hanno imposto durissimi provvedimenti contro la classe lavoratrice, domani, di fronte al suo ulteriore precipitare, cercheranno di trascinare i lavoratori nella carneficina della guerra, per spartirsi il mercato mondiale, ma soprattutto per impedire con la guerra la rivoluzione.

Questa prospettiva indicata dal comunismo rivoluzionario sarà confermata domani come lo è stata oggi la previsione marxista della grande crisi, perché poggia sulla medesima base scientifica del marxismo, sulla sua lettura della esperienza storica di due secoli di capitalismo, delle sue crisi, di due guerre mondiali e delle sue Rivoluzioni.

Le rivendicazioni di “non pagare il debito” e la lotta “contro l’Europa delle banche” non difendono la classe operaia. Saranno utili invece al futuro governo borghese, verniciato di rosso o di nero, che avrà il compito di trascinare i lavoratori alla guerra in difesa “del Paese” contro le nazioni nemiche.

La vera lotta proletaria non è contro il debito ma per il salario! I lavoratori devono tornare ad impugnare le rivendicazioni storiche del movimento operaio:

Queste rivendicazioni accomunano tutti i lavoratori e uniscono le loro lotte al di sopra delle divisioni fra aziende, categorie, razze, religioni. Sono le uniche sulle quali è possibile costruire una mobilitazione generale della classe.

Queste rivendicazioni storiche sono state strappate di mano ai lavoratori, sostituite con altre che li dividono e li rinchiudono nelle galere aziendali, fatte loro dimenticare, da decenni di sindacalismo di regime di CGIL, CISL e UIL. Ma chi oggi propone ai lavoratori al loro posto la “lotta contro il debito” sta solo mettendo una veste nuova al vecchio opportunismo anti-operaio di sempre!

Ciò che diventa sempre più urgente per i lavoratori è la ricostituzione di un fronte unico sindacale sulla base di queste rivendicazioni, per la loro difesa incondizionata, contro l’interesse dell’economia nazionale borghese e fuori dalle compatibilità capitalistiche, che apra la strada alla ricostituzione di un potente Sindacato di classe, fuori e contro tutti i sindacati di regime!

La classe operaia deve sapersi organizzare separata dalle nemiche classi dominanti e dagli incerti strati intermedi e dai loro “movimenti”, perché solo essa porta in sé la forza e il germe del futuro. Solo una classe ben inquadrata e diretta verso i suoi obbiettivi, che impieghi l’arma dello sciopero e non le schede elettorali e referendarie, potrà domani trascinarsi dietro le infinite espressioni del malcontento sociale contro il capitalismo.

Per questo è necessario che si rafforzi e si estenda l’organizzazione politica del proletariato, il Partito Comunista Internazionale, indispensabile per mantenere oggi la prospettiva rivoluzionaria comunista, per guidare domani il proletariato alla lotta per la conquista del potere politico, verso la piena emancipazione comunista dell’uomo.