«Popolo di Seattle»: una masnada di imbecilli
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Se non fosse per la voluta pubblicità che tutti gli organi del regime borghese dedicano al “popolo di Seattle”, basterebbero queste quattro parole per chiudere i conti. Ci sarebbe quasi da ridere nel vedere le rappresentazioni teatrali degli scontri, come, nell’ultra difeso mondo borghese, in uno Stato di polizia planetario, gruppi folcloristici si presentino in scomposta formazione di fronte agli sbirri armati. Nel democratico e civile scontro tra le diverse ipotesi di capitalismo è concesso armarsi di camere d’aria, qualche sanpietrino e due bottiglie di benzina. Quando il proletariato anche disarmato ha reclamato il pane ha invece trovato il piombo degli sbirri.
Gli aspetti di costume sono quelli meno importanti, fanno da cornice a rivendicazioni incapaci di andare oltre la lunghezza del naso. Dietro la generica denuncia ci si arresta di fronte al Capitale: gli si chiede di essere meno brutale, di non distruggere troppo la natura.
Il “popolo di Seattle” cosa contesta e cosa rivendica ? L’evidente, ossia tutto l’abrutimento e la putrescenza sociale che il capitalismo vomita. Ma si ferma lì e tutto si riduce ad un appello alle coscienze degli individui, che si rendano conto di cotanta rovina. Sulle cause è ben guardingo nell’andare a fondo, perché gli toccherebbe ammettere che le leggi del Capitale sono inesorabili e che l’unica azione possibile è la negazione del capitalismo. Qui viene il brutto, perché le strade percorribili non sono molte, la via pacifica, le elezioni, la rivolta morale sono già state battute e hanno il fiato corto. Rimane la primordiale unica lotta di classe. Ma questa, oibò, schifa assai alla piccola borghesia, in quanto le certifica la morte sociale e la perdita individuale delle misere prebende da parassiti.
Ecco perché i contestatori di Seattle gridano e sbraitano per un capitalismo non troppo maturo e marcio, che permetta una bella e sana vita ai piccoli borghesi, a una nicchia di intellettuali e sacerdoti del giusto equilibrio tra sfruttamento e dominio di classe.
Il fenomeno della globalizzazione non è nuovo, già Marx nel descrivere l’impetuoso sviluppo delle forze produttive nella società capitalistica indica come inevitabile punto di arrivo l’imperialismo. Alcuni decenni dopo, il lavoro di Lenin fu teso a ribattere i chiodi della dottrina marxista. Da “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” riprendiamo i famosi cinque punti che identificano la fase imperialista:
1. la concentrazione della produzione del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2. la fusione del capitale bancario con il capitale industriale e il formarsi sulla base di questo “capitale finanziario”, di una oligarchia finanziaria;
3. la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitali in confronto con l’esportazione di merci;
4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo;
5. la compiuta ripartizione della terra fra le più grandi potenze capitaliste.
Se questa era, ed è tutt’oggi, la fase suprema, il suo superamento altro non è che la negazione delle basi materiali di tale sviluppo. Sembra un’ovvietà, ma tutti gli organi del regime borghese agiscono di concerto per metter su una finta contrapposizione tra capitalismo e capitalismo globalizzato per far presa ed infettare il proletariato. L’utilizzo di neologismi ha uno scopo ben preciso nel combattere e cercare di demolire la nostra dottrina, il programma rivoluzionario della classe operaia, nel riproporre sotto nuove spoglie vecchie e arcinote menzogne. Il terrore per tutti i borghesi, piccoli e non, per il “popolo di Seattle” e il popolo dei padroni, è la lotta di classe.
Nello stesso tempo, oltre al lavoro per intorbidire e negare la lotta fra le classi, i contestatori si fanno partigiani di uno schieramento imperialistico. La protesta infatti viene spesso indirizzata contro il massimo imperialismo, quello statunitense, come se i minori fossero meno peggio. «Le Monde Diplomatique» è l’organo teorico di questa marmaglia che, sotto la patina sinistra, nasconde il cuore nero del nazionalismo francese ed europeo. La storia del secolo trascorso ha mostrato a più riprese come dietro i sinistri si nasconda il nazionalismo: i naturalisti tedeschi degli anni venti finirono quasi in toto nelle file del nazismo.
La discriminante per riconoscere il falso amico, il nemico travestito, rimane oggi come sempre nel programma chiaro e netto. I sinistri “fanno delle cose”, “si muovono nel sociale”, ma il programma comunista dell’abbattimento violento dello Stato borghese e della necessaria dittatura della classe operaia non lo pronunciano mai. Si scusano, a volte, che va troppo in là, che la “gente” non capirebbe, ma la realtà è che non lo vogliono perché il loro mondo è questo.