Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Riprendendo la Questione Cinese Pt.7

Kategorie: Agrarian Question, China, CPC, Kuomintang, Mao Zedong

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Il periodo delle “Repubbliche sovietiche” 1925-37

Espulso dai centri urbani della sconfitta del 1927, il P.C.C., riorganizzò le sue forze nell’entroterra agrario in cui l’opposizione al regime del Kuomintang non poteva essere tanto facilmente repressa.

Abbiamo visto come in questo modo il P.C.C. si fosse trasformato nel “vero Kuomintang” e avesse perduto qualunque caratteristica proletaria e comunista divenendo il vero rappresentante della rivoluzione nazionale borghese. Naturalmente, esso mantenne l’etichetta di partito “proletario”, ma niente nella sua politica indica che abbia seguito una linea aderente agli interessi della classe operaia. Fin dal principio subordinò la sua vita e le sue possibilità di vittoria alla capacità di barcamenarsi fra gli interessi contrastanti dei diversi strati sociali che si muovevano nelle campagne, e questo imperativo di unità nazionale e di “blocco delle classi”, che in definitiva significava sacrificare gli interessi dei contadini poveri e del proletariato alle necessità della formazione di uno Stato nazionale indipendente, è la caratteristica che contraddistingue tutto il corso della sua politica, fino alla presa del potere nel 1949. È naturale, e non contraddice quanto abbiamo detto finora, che anche su questa base politica il P.C.C. riuscisse veramente a mobilitare il contadiname e la piccola borghesia rurale ed urbana, divenuti ben presto la sua base sociale. Da una parte il proletariato cinese aveva subito una sconfitta troppo cocente perché potesse riprendersi in breve come classe autonoma. Dall’altra, in questo stesso periodo, la degenerazione dello Stato russo e del movimento comunista alla scala internazionale raggiunse il culmine; la prospettiva della rivoluzione mondiale e della dittatura proletaria scompare completamente sotto il peso di una serie di sconfitte fisiche, e di un completo travisamento dei principi stessi su cui il movimento comunista era sorto. L’alleanza naturale fra controrivoluzione borghese e tradimento stalinista, di cui abbiamo mostrato gli effetti in Cina, e la vittoria di questa alleanza alla scala mondiale, fece sì che il proletariato fosse costretto per una intera epoca storica ad uscire come classe dalla scena della storia dopo di aver giocato un ruolo di primo piano nel decennio precedente. L’indirizzo comunista rimase patrimonio della tenace Sinistra italiana, che lo difese e lo restaurò, non nella previsione di vittorie immediate sul nemico borghese, che ormai premeva il suo tallone di ferro sul collo del proletariato, ma di una non vicina ripresa del movimento di classe. Nell’immediato il proletariato e il suo programma comunista erano battuti; questo significava che per un intero periodo storico i movimenti di lotta in tutto il mondo sarebbero stati subordinati all’indirizzo della borghesia vittoriosa.

Le masse contadine e lo stesso proletariato cinese subirono anch’essi questa sottomissione; il P.C.C. la realizzò da un punto di vista programmatico ed organizzativo. D’altra parte il P.C.C. attuava, entro i limiti borghesi che abbiamo delineato, il programma di liberazione e unificazione del paese che il Kuomintang, spaventato da un proletariato all’attacco, aveva abbandonato. Nei confronti del Kuomintang, completamente sottomesso agli interessi dell’imperialismo mondiale e della borghesia compradora, scatenante campagne di vera e propria dilapidazione e saccheggio di ogni ricchezza a vantaggio degli imperialisti, e incapace di difendere perfino il territorio nazionale dall’invasione giapponese, il P.C.C. appariva necessariamente come il rappresentante degli interessi “popolari”. E se mille volte il P.C.C. sacrificò gli interessi dei contadini poveri e dei proletari a quelli della borghesia, questo era pur sempre qualcosa di meglio e addirittura di rivoluzionario rispetto alle repressioni, ai bagni di sangue, al saccheggio sistematico e al servilismo più vile messi in atto dal Kuomintang. Queste considerazioni servono a spiegare perché la politica del P.C.C., che niente ebbe mai di comunista, trovasse nelle campagne cinesi il pieno appoggio delle masse contadine, e potesse, sulla base di questo appoggio, sottoporre al suo controllo armato un certo territorio fin dal 1930, difendendolo per lunghi anni contro i ripetuti assalti delle truppe del Kuomintang.

Variabile a seconda delle fortune militari delle truppe “comuniste”, questo territorio fu detto “repubblica sovietica”, anche se di sovietico non aveva che il nome. Fu qui che il P.C.C. attuò la sua politica agraria qualificandosi non come proletario e comunista, ma borghese-moderato. I soviet del “territorio sovietico” non rappresentavano altro che forme vuote, in quanto il loro contenuto non rispondeva certo agli interessi dei contadini poveri. Lo ammette lo stesso Mao nel 1931:  «Il loro appellativo non corrisponde a quello che in realtà sono (…) Essi non possono servire all’educazione politica delle masse (…) Gli intellettuali e gli arrivisti vi hanno facilmente partita vinta (…) All’inizio i piccoli proprietari terrieri e i contadini ricchi fanno di tutto per entrare nei comitati esecutivi, soprattutto alla scala cantonale: sfoggiando bracciali rossi, simulando entusiasmo, s’infilano con l’astuzia nei comitati esecutivi prendendo in mano tutto e riducono a semplici comparse i membri del comitato che rappresentano i contadini poveri». Nella questione agraria, la prospettiva proletaria della nazionalizzazione della terra come base e punto di partenza di una radicale rivoluzione nei rapporti di produzione fu completamente abbandonata. Nel periodo 1925-1927, la necessità della nazionalizzazione della terra come base della rivoluzione agraria era concordemente riconosciuta perfino dal Kuomintang, il quale a parole aveva promesso di attuarla uno volta stabilito il suo potere su tutta la Cina. La rivendicazione della nazionalizzazione della terra è anche presente nel programma della Comune di Canton del 1927, e ancora nel 1928 il 6° Congresso del P.C.C. riconosce: «L’impossibilità di risolvere la questione agraria attraverso la via riformista borghese, attraverso piccole concessioni al contadiname agiato e agli affittuari, a causa del predominio della piccola proprietà fondiaria che non può neanche sopportare un abbassamento degli affitti, oltre che della mancanza di fondi agrari di manovra».

La soluzione della nazionalizzazione della terra era in Cina l’unica misura veramente rivoluzionaria, e anche l’unica possibile date le condizioni dell’agricoltura, in primo luogo per la necessità di un controllo centralizzato e perciò statale del regime delle acque; in secondo luogo per il predominio della piccola proprietà che impediva qualsiasi ripartizione egualitaria della terra; in terzo luogo per il fatto stesso che la maggioranza assoluta della popolazione agricola era costituita da salariati agricoli e da contadini senza terra. Come abbiamo già indicato, in Cina la proprietà terriera statale era notevolmente ridotta e rappresentava nel 1929 solo il 6,7% dell’intera superficie coltivata, mentre il 93,3% si trovava nelle mani di proprietari privati. Mancava perciò quel fondo terriero in possesso ad una classe feudale da cui attingere per la ripartizione egualitaria, e questa diveniva una pura illusione e un reale pericolo per il successivo sviluppo delle forze produttive. Nel 1946, il ministero dell’agricoltura cinese dava i seguenti dati per tutta la Cina: 94 milioni di ettari coltivati da 329 milioni di contadini ripartiti in 63.200.000 aziende, cioè in media 0,28 ettari a testa (2.800 mq) e 1,48 ettari per azienda. Nel Sud della Cina coltivato a riso, la parcellizzazione era ancora più estesa che al Nord. Ripartire la terra in queste condizioni avrebbe significato condannare a morte l’agricoltura cinese e impedire qualsiasi possibilità di sviluppo delle forze produttive; è chiaro infatti che famiglie contadine di cinque persone in media viventi su 1,48 ettari di terra produrranno a stento quanto basta al loro proprio consumo fisico e in moltissimi casi non raggiungeranno neanche questo. Ne deriva che la nazionalizzazione del suolo è l’unica misura che, attraverso il trasferimento della rendita fondiaria allo Stato e alla concentrazione della proprietà terriera, potesse costituire la base per la formazione di una agricoltura moderna. Ma sostenere questa rivendicazione avrebbe significato scatenare la lotta di classe nelle campagne, appoggiarsi direttamente sulla maggioranza dei contadini senza terra e dei piccolissimi fittavoli contro i contadini medi e ricchi e contro i proprietari fondiari. Questa linea, la linea cioè di una radicale riforma agraria, non poteva essere seguita da un partito che vedeva nelle rivolte contadine e nell’armamento delle campagne solo un mezzo per condurre a buon fine il compito dell’unificazione e dell’indipendenza del paese. Il P.C.C. rinnegò il suo programma agrario non meno del Kuomintang e, invece di tendere a scatenare la lotta di classe nelle campagne, tese a reprimerla, da una parte piegandosi alle illusioni dei contadini sulla ripartizione egualitaria, dall’altra opponendosi agli “eccessi” dei contadini poveri; cioè, da una parte prometteva la ripartizione della terra, dall’altra si opponeva ai contadini quando la prendevano sul serio e attuavano spontaneamente questa ripartizione.

Già nel 1931 il congresso pancinese dei soviet nelle “repubbliche sovietiche” adottò una legge agraria che non conteneva più la rivendicazione della nazionalizzazione, ma che è ancora più radicale di tutte le successive, compresa la riforma del 1950 a potere conquistato. Essa stabiliva: 1) la confisca di tutte le terre dei grossi proprietari fondiari; 2) la loro redistribuzione egualitaria; 3) la libertà per i contadini di vendere affittare o trasmettere in eredità le terre ricevute. Ma proclamava che «la nazionalizzazione del suolo non è possibile che con la vittoria della rivoluzione nelle zone più importanti della Cina e con l’appoggio attivo del contadiname a tale rivendicazione». A parte il fatto che la nazionalizzazione non fu attuata neppure dopo la presa del potere, questo era lo stesso punto di vista del Kuomintang nel 1922. Al 1° Congresso dei lavoratori dell’Estremo Oriente, il rappresentante dei bolscevichi Safarov ribatteva:      «Secondo quello che ha detto il rappresentante del Kuomintang, il governo del Sud prevedeva la nazionalizzazione della terra, ma questo progetto non fu eseguito soltanto perché questa misura rivoluzionaria richiede l’uniformità e deve essere realizzata in tutta la repubblica cinese. Prima è dunque necessario, secondo il Kuomintang, ripulire il territorio cinese dagli imperialisti e dai signori della guerra, e instaurare la democrazia in Cina. Non è un modo corretto di porre la questione (…) Per i contadini della Cina del Sud, la questione della nazionalizzazione della terra non è una questione che possa essere regolata dall’alto con misure amministrative: è una necessità vitale. Noi dobbiamo dunque realizzare questa misura rivoluzionaria anche in una parte piccola del paese, per mostrare ai contadini cinesi viventi in territorio occupato dalle forze nemiche che, dove il regime democratico è stato stabilito, i contadini stanno mille volte meglio. Senza una chiara comprensione di questo, senza un atteggiamento corretto sulla questione agraria, le grandi masse non possono essere trascinate al nostro fianco nella lotta». Come si vede, le posizioni del Kuomintang sono diventate le posizioni del P.C.C. nel 1931. Inoltre, siccome la legge del 1931 provocò la reazione dei contadini ricchi, i quali cominciarono a sabotare la produzione nelle zone “sovietiche”, Mao stesso si fece portavoce dei loro interessi: alla conferenza di Tsuni del 1935 ottenne che le già blande misure della legge agraria fossero ancora più limitate, e difese il principio della ripartizione non su basi egualitarie, ma secondo le capacità di lavoro dei contadini; cosa che evidentemente tendeva a favorire i contadini ricchi possessori di strumenti e di scorte contro i contadini poveri.

Nell’ottobre 1934, sotto i colpi feroci delle offensive del Kuomintang, le armate del P.C.C. sono costrette ad abbandonare il Sud della Cina e a trasferirsi nel Nord: è la famosa Lunga Marcia. Vengono formati nel Nord nuovi territori “sovietici”, ma nel 1937, in seguito all’invasione giapponese, una tregua si stabilisce tra il P.C.C. e il Kuomintang per combattere gli invasori: il P.C.C. scioglie il suo governo e riorganizza il suo esercito come parte integrante dell’esercito nazionale. In nome dell’unità nazionale contro i giapponesi, le misure di confisca della terra sono abbandonate e sostituite dalla politica di ribasso dei canoni di affitto; in pratica i “comunisti” non fanno che mettere in atto le disposizioni di Chiang Kai-shek che proibivano di esigere dai contadini tassi di affitto superiori al 37% del prodotto di un raccolto. Questo ulteriore abbandono di ogni misura radicale anche in senso borghese viene così giustificata da Mao nel 1941:      «La linea del Partito è oggi fondamentalmente diversa da quella seguita nel passato, allora noi lottavamo contro i proprietari fondiari e contro la borghesia controrivoluzionaria; oggi ci alleiamo a tutti i proprietari fondiari e ai rappresentanti della borghesia che non si sono opposti alla guerra contro gli invasori giapponesi». Nel 1942 il C.C. del P.C.C. si esprimeva in questi termini: «La politica del Partito consiste nell’aiutare i contadini riducendo lo sfruttamento feudale, senza tuttavia eliminarlo completamente. Noi dobbiamo garantire ai proprietari le loro libertà civiche, i loro diritti di proprietà, i loro diritti politici ed economici, per fare aderire tutta la loro classe alla nostra lotta contro i giapponesi». Il fronte nazionale reggerà per brevissimo tempo, in quanto il Kuomintang preferirà cedere ai giapponesi per aver modo di combattere i “comunisti”, ma il Partito Comunista non cesserà di proporre e di attuare unilateralmente il fronte e sacrificherà ad esso tutte le rivendicazioni del contadiname. Non c’è alcun dubbio che questa politica del P.C.C. ha, fra l’altro, ritardato di molti anni la caduta di Chiang e l’unificazione della Cina. Se nel 1937, in vista del fronte unico antigiapponese, il P.C.C. si era completamente piegato alle prospettive borghesi affermando che: «I Tre principi del popolo enunciati dal dottor Sun rappresentano la base suprema della Cina di oggi. Il nostro Partito è pronto a fare tutto il possibile per rafforzarli», nel 1945 e poi ancora nel 1946, quando ormai la sconfitta dei giapponesi era un fatto acquisito, il P.C.C. tese la mano al Kuomintang in vista di una “pacifica” unificazione del paese, e solo quando si accorse che nessun salvataggio era possibile, dette vita a quella guerra civile che in pochissimo tempo doveva portare alla dissoluzione di quel putrido organismo.

Non solo, dunque, il P.C.C. non tenne mai in tutto questo tempo una politica comunista, che avrebbe dovuto tendere alla sollevazione delle masse dei contadini poveri contro i proprietari fondiari e i contadini ricchi, in vista della nazionalizzazione del suolo, e alla ripresa della lotta di classe sia nelle città sia nelle campagne, ma nemmeno seguì mai una politica borghese radicale e sacrificò sempre al moderatismo più gretto, e anche controproducente ai fine della lotta per l’unificazione della Cina, gli interessi sociali delle masse contadine. Dalla nazionalizzazione della terra esso passò alla ripartizione egualitaria, dalla ripartizione egualitaria alla ripartizione secondo le capacità produttive, per non scontentare i contadini ricchi, da questa ripartizione al semplice abbassamento dei canoni d’affitto per allearsi ai proprietari fondiari; parallelamente si svolgeva tutta la serie di tregue e esitazioni nella lotta contro il Kuomintang, nel tentativo di arrivare alla unificazione del paese senza scatenare grandi movimenti di masse e lasciando intatti i rapporti sociali e di produzione. Questa fu la linea politica, moderata anche da un punto di vista borghese, seguita dal partito che oggi pretende di rappresentare il Comunismo agli occhi del proletariato mondiale. Da qualunque parte lo si guardi, esso si presenta come un partito piccolo-borghese, teoricamente e programmaticamente pasciuto dalle illusioni proprie del contadiname e in ogni momento della sua vita disposto a cedere alla borghesia più controrivoluzionaria in nome del superiore interesse della patria.