Międzynarodowa Partia Komunistyczna

[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica Pt.3

Kategorie: Anarchism, First International, Friedrich Engels, Karl Marx, Union Question

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L’antica lotta contro l’opportunismo

L’opportunismo, come movimento organizzato per deviare le spinte sociali del proletariato e allontanarle dalla rivoluzione, storicamente nasce con il partito di classe. Le influenze piccolo-borghesi, prima confuse col movimento operaio generico, si separano sotto l’urto e lo scontro delle classi fondamentali della società capitalistica: la borghesia e il proletariato; e tentano un processo autonomo di emancipazione sia dal grande capitale, che dalla massa proletaria. Dapprima questo processo appare come un miscuglio di idee eroiche e umanitarie; poi – dopo lo scontro a fuoco fra Stato ed operai che pone in maniera irreversibile la separazione violenta dei fondamentali gruppi sociali, per l’innanzi affiancati nella lotta comune contro l’assolutismo e l’aristocrazia – si assesta sul rivendicazionismo ottantanovesco, auto-suggestionandosi col clamore delle fatidiche parole di « libertà, fraternità, uguaglianza ».

La grande borghesia aveva già fatto strame di queste suggestioni, e lo dimostrò concretamente col sangue degli operai uccisi sui boulevard parigini, dopo di averli avviluppati nelle trame fitte e soffocatrici del parlamentarismo, nel quale la secolare arte legalitaria e la pratica quotidiana del diritto delle classi possidenti avevano inchiodato il « partito rosso », a proposito di che Marx coniò la celebre frase « cretinismo parlamentare ». Si apriva così l’era nuova della lotta di classe, in cui il proletariato doveva costituirsi in partito politico indipendente e autonomo. Il proletariato, liberatosi, dopo la sconfitta del 1848, dal giogo delle antiche dottrine, dette vita alla sua teoria, al suo programma rivoluzionario. Così non fece né poteva fare la piccola-borghesia pencolante ora da un lato ora dall’altro dello schieramento di classe. Quando gli anarchici, seguaci di Bakunin, intrapresero la guerra contro l’Internazionale, non si limitarono a sferrare attacchi al Consiglio Generale di Londra sul terreno teorico, sebbene le posizioni d’ispirazione proudhoniana fossero piuttosto un guazzabuglio delle idee più disparate, come, per esempio, l’« uguaglianza delle classi », l’« abolizione del diritto d’eredità come punto di partenza del movimento socialista », « l’ateismo come dogma imposto ai membri » dell’associazione e, « come dogma principale (proudhonianamente), astensione dal movimento politico » (lettera di Marx a Bolte del 29-11-1871); ma la portarono sul terreno politico ed organizzativo. Per Bakunin il centro dell’Internazionale, cioè il Consiglio Generale, è così concepito nelle parole del suo rappresentante al Congresso dell’Aja del 1872, Guillaume: « La maggioranza delle federazioni è dunque di avviso di togliere al Consiglio Generale la sua autorità suprema e di non mantenerlo che come un centro di corrispondenza ed un ufficio di statistica. …Noi facciamo da noi – proseguiva Guillaume – e non abbiamo bisogno di un capo, di un’autorità suprema, di un potere qualsiasi, né per la lotta economica, né, se occorresse, per quella politica ». In queste brevi frasi si condensa la pratica dello spontaneismo e dell’immediatismo, ulteriormente sancita nel contro-congresso di Saint-Imer in Isvizzera, una settimana dopo quello dell’Aja, il 15-9-1872.

La risoluzione del Congresso di Saint-Imer suona così: « I delegati di Saint-Imer opinano essere cosa assurda e reazionaria imporre al proletariato una linea di condotta o un programma politico uniforme. Essi non ammettono nessun dogmatismo. Sono, però, d’avviso che le aspirazioni del proletariato non possano avere altro scopo che quello di stabilire un’organizzazione e una federazione economica, assolutamente libera, fondata sul lavoro e sull’uguaglianza di tutti, indipendente in modo assoluto da ogni governo politico », e che « questa organizzazione e questa federazione non possano essere che il risultato dell’azione spontanea da parte del proletariato medesimo, delle corporazioni di arti e mestieri e dei Comuni autonomi ». « La distruzione di ogni potere politico – prosegue la risoluzione – è il primo dovere del proletariato; ogni organizzazione di un potere politico, sedicente provvisorio e rivoluzionario, costituito per arrivare a tale distruzione, non può essere che un inganno di più, e sarebbe assai pericoloso per il proletariato socialista ».

Tali concezioni cozzano inesorabilmente con le secche espressioni di un vecchio proletario francese Vaillant, che all’Aja ripete le posizioni di Marx: « È dunque col solo mezzo della conquista del potere politico che gli operai potranno giungere all’abolizione delle classi, curvando da principio e durante un certo periodo rivoluzionario tutta la società sotto la dittatura del proletariato ».

Al Congresso bakuninista, infine, viene anticipata e teorizzata tutta la pratica successiva dello « sciopero espropriatore » e del « frutto indiminuto del lavoro ». Questa la formulazione: « I delegati di Saint-Imer intendono organizzare la resistenza in vaste proporzioni, considerando lo sciopero come un mezzo prezioso di lotta, benché non si facciano illusione alcuna sui risultati economici. Intravedono in esso un’arma della grande lotta rivoluzionaria e definitiva che, distruggendo ogni privilegio ed ogni distinzione di classe, darà all’operaio il diritto di godere dell’intero prodotto del suo lavoro… ».

Il Congresso anarchico reagiva così ai principi dell’Internazionale, ispirati dallo stesso Marx e oggetto della IX risoluzione del II Congresso di Londra del 1871: « Visti i considerando degli Statuti Generali, ove è detto « l’emancipazione economica dei lavoratori è il grande scopo cui ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo » …; vista la risoluzione del Congresso di Losanna (1867) a quest’effetto: « l’emancipazione sociale dei lavoratori è inseparabile dalla loro emancipazione politica » …; visto che contro questo potere collettivo delle classi possidenti il proletariato non può agire come classe che costituendosi da sé stesso in partito politico distinto, opposto a tutti gli antichi partiti formati dalle classi possidenti; che questa costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale, e farla arrivare alla sua meta suprema: l’abolizione delle classi; che la coalizione delle forze operaie già ottenuta colle lotte economiche, deve servire di leva nelle mani di questa classe nella sua lotta contro il potere politico dei suoi padroni: la conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che nello stato militante della classe operaia il suo movimento economico e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti ».

L’Internazionale Comunista, cioè il partito di classe, dichiarando solennemente l’unione indissolubile tra « movimento economico » e « azione politica », rivendica quella direzione di tutte le lotte del proletariato che gli anarchici e tutti i movimenti opportunistici in generale le negano in principio, o dissociando artificialmente queste due forme di lotta di classe o negando una qualche utilità per la classe all’azione politica stessa, che corromperebbe, piuttosto che aiutare, l’emancipazione socialista del proletariato.

Fin dal suo sorgere, la posizione anarchica, nel negare la lotta politica e il partito di classe fortemente centralizzato, come anche la centralizzazione pur anche delle organizzazioni di resistenza economica, nega nella pratica qualunque reale « emancipazione socialista » della classe operaia. Così pure, negando al partito comunista la guida della classe nella sua lotta immediata, l’anarchismo si identifica con l’opportunismo in genere, e inconsciamente ne persegue gli obiettivi di sabotaggio dell’azione rivoluzionaria. Per converso, si ricava dalle opposte posizioni, quella del Consiglio Generale dell’Internazionale Comunista e quelle del movimento anarchico, come sia altrettanto falso l’atteggiamento che, anziché escludere la diretta influenza dell’azione politica rivoluzionaria del partito di classe sul movimento economico, volesse escludere l’importanza del movimento economico proletario per il partito di classe. Le due false posizioni sono inscindibili, come inscindibile è l’unione indissolubile tra « movimento economico » ed azione politica. Negando l’uno si nega l’altra, e viceversa.

La prova storica di tale principio fu data dalla crescente adesione all’Internazionale delle associazioni operaie di categoria dei singoli paesi, delle società di mutuo soccorso e di resistenza e, in Francia, dalle Camere Sindacali operaie; per modo che, in pratica, si verificò una vera e propria fusione tra organizzazione politica di partito e organizzazione sindacale. Infatti il periodo più fiorente del movimento operaio inglese coincide con la costituzione del partito cartista prima, e dell’Internazionale poi. Durante questi due distinti periodi, le Unioni inglesi aderiscono alla lotta politica del partito di classe e ne seguono le direttive. Quando verrà a mancare tale condizione, non solo il movimento operaio inglese ma anche quello di tutti i paesi si svolgerà essenzialmente in senso riformistico ed anche controrivoluzionario. Non a caso i periodi di decadenza del movimento operaio coincidono con l’estrema debolezza del partito politico di classe e con la scarsa influenza di questo sul proletariato organizzato.

Quando gli operai, soprattutto nell’Europa continentale, formarono le prime associazioni di mutuo soccorso, di previdenza e di assistenza, la borghesia e i governi borghesi mostrarono simpatia per queste istituzioni in quanto allontanavano dalle classi possidenti il crescente peso del « pauperismo ». Allorché, però, le stesse associazioni furono costrette a trasformarsi in organizzazioni di resistenza, in autentici sindacati professionali, e insieme alla questione della cassa per lo sciopero dovettero affrontare la più vasta e complessa questione sociale quella cioè delle condizioni di esistenza delle classi lavoratrici, col crescere del numero dei proletari e di conseguenza delle associazioni, e sotto la spinta caotica e possente dell’industrialismo che coinvolgeva non solo le città ma anche le campagne e il loro assetto retrogrado e da secoli cristallizzato, le classi padronali intravvidero il pericolo che i loro privilegi economici e sociali correvano, ed usarono la forza politica, cioè gli strumenti statali, per combattere quello che, a giusta ragione, chiamavano l’Anti Stato.

Bakunin contesterà scioccamente al Consiglio Generale di Londra di non aver mai organizzato un’agitazione economica, e con tale argomento, peraltro assolutamente falso, tenterà di contrapporre la spontanea lotta delle masse alla dittatura del Centro dell’Internazionale. Come tutti gli anti-marxisti di sempre, inclusi gli stessi deviazionisti dal marxismo ortodosso, egli non riusciva a capire la funzione del partito di classe, e quindi non si spiegava quella che, secondo lui, era un’anomalia; cioè che le masse operaie si trovassero a seguire l’indirizzo del partito comunista, sebbene questi non sembrasse essere l’organo di direzione delle sue lotte immediate e spontanee. Bakunin non capiva, come non capiranno tutti i suoi successori, che non il partito suscita le lotte spontanee degli operai, ma sono le contraddizioni economiche e sociali dell’ordinamento capitalistico a provocarle. Non afferrava che, se spontanee ed istintive erano le reazioni proletarie, il successo delle loro lotte, costituito primieramente dall’organizzazione della classe come prodotto di queste stesse lotte, derivava dall’indirizzo politico, tattico ed organizzativo del partito: derivava, cioè, non da una spinta accidentale, estemporanea, irrazionale, ma da fattori conoscitivi, coscienti, unitari e metodici, che solo il partito può possedere. Tali risultati erano raggiunti dall’azione continua che l’Internazionale estrinsecava fra le organizzazioni operaie attraverso i suoi militanti più combattivi, i quali si trovavano a lottare in esse contro le diverse tendenze. Se nelle campagne inglesi si diffuse finalmente l’ansia dei salariati e dei braccianti agricoli per organizzarsi, ciò si dovette in sommo grado all’azione potente dell’Internazionale e all’eco della sua autorità fra il proletariato urbano e dinanzi ai governi borghesi.

Il partito, guida della classe

La VII Risoluzione della Conferenza di Londra del 17-23 settembre 1871 sui « Rapporti internazionali delle società di resistenza », assegna all’Internazionale questi precisi compiti: « Il Consiglio Generale è invitato ad appoggiare, come pel passato, la tendenza crescente delle società di resistenza di un paese a mettersi in rapporto colle società di resistenza dello stesso mestiere in tutti gli altri paesi. L’efficacia della funzione di questo Consiglio, come intermediario internazionale fra le società di resistenza nazionali, dipenderà essenzialmente dal concorso che queste società presteranno alla statistica generale del lavoro fatta dall’Internazionale. Gli uffici delle società di resistenza di tutti paesi sono invitati a mandare loro indirizzi al Consiglio Generale ». E l’VIII Risoluzione su « I lavoratori agricoli », conferma l’indirizzo generale del partito nel campo delle organizzazioni operaie:

« 1) La Conferenza invita il Consiglio Generale ed i Consigli o Comitati federali a preparare nel prossimo Congresso delle relazioni sui mezzi di assicurare la adesione dei lavoratori agricoli al movimento del proletariato industriale; 2) frattanto i Consigli e Comitati federali dei diversi paesi sono invitati a mandare dei delegati nelle campagne per organizzarvi riunioni pubbliche, far propaganda per l’Internazionale e fondare delle sezioni agricole ». Ed infatti, gli scioperi agrari nell’Oxfordshire, nel Buckinghamshire e nel Lincolnshire – le prime agitazioni agrarie organizzate furono opera dell’Internazionale. Il partito stesso, nel diffondersi del movimento politico, s’incarica di organizzare in ogni dove il proletariato sia urbano che rurale, aiutandolo a costruire le sue organizzazioni di resistenza, per mezzo delle quali unificare la classe e dirigerla. La stessa azione compirà la Sinistra quando sarà chiamata a dirigere il Partito Comunista d’Italia.

In una lettera del 1º gennaio 1870 al Consiglio Federale della Svizzera Romanda, il Consiglio Generale sintetizza i compiti del partito e traccia le linee tattiche della sua azione: « L’Inghilterra sola può servire di leva ad una rivoluzione seriamente economica. È il solo paese, in cui non vi siano più contadini piccolo-proprietari, ed in cui la proprietà fondiaria sia concentrata in poche mani; è il solo paese in cui la grande maggioranza della popolazione consiste in operai salariati; è il solo paese dove la lotta delle classi e la organizzazione della classe operaia per mezzo delle Trade’s Unions abbiano acquistato un certo grado di maturità e di universalità; è il solo paese nel quale, a causa del suo dominio sul mercato del mondo, ogni cambiamento nei fatti economici debba immediatamente reagire sul mondo intero. Se il landlordismo ed il capitalismo hanno la loro sede in questo paese, per contraccolpo le condizioni materiali della loro distruzione sono più mature. Il Consiglio Generale essendo posto nella felice posizione d’aver la mano sopra questa potente leva di rivoluzione proletaria, quale pazzia, anzi quale crimine non sarebbe il lasciarla cadere in mani puramente inglesi! Gli inglesi hanno tutta la materia necessaria alla rivoluzione sociale, ciò che manca loro è lo spirito generalizzatore e la passione rivoluzionaria. Il Consiglio Generale solo può supplirvi; esso solo può accelerare il movimento rivendicativo in Inghilterra, e per conseguenza dappertutto. I grandi effetti che abbiamo già prodotto in questo senso sono attestati dalla stampa la più intelligente e la più accreditata delle classi dominanti; essa ci accusa di aver avvelenato e quasi estinto lo spirito inglese delle classi operaie e d’averlo volto al socialismo rivoluzionario … ».

È saldo nel testo il concetto che una delle condizioni per lo svolgimento rivoluzionario della lotta di classe sino alla vittoria finale, è l’esistenza dell’« organizzazione della classe operaia per mezzo delle Trade’s Unions »; che il partito, sino a Lenin e alla Sinistra Comunista, rivendicherà instancabilmente. Se all’esistenza dell’organizzazione sindacale della classe, esterna al partito, è affidata la premessa obiettiva per il fertile operare del partito stesso, tuttavia il partito, nell’assumersi come uno dei compiti principali quello di penetrare, organizzare e dirigere i sindacati, non rinchiude la sua azione nei confini nazionali, ma, conscio dello sviluppo sociale ed internazionale del capitalismo, considera la sua azione sul piano mondiale anche se, storicamente, possano esistere centri industriali più sviluppati di altri. Infatti, la garanzia che l’azione rivoluzionaria non sarà privilegio della nazione più progredita e sviluppata, l’Inghilterra, è affidata proprio al Consiglio Generale, l’unico che abbia la possibilità di « accelerare » internazionalmente il processo rivendicativo e politico. L’Internazionale non ritiene che la maturità economica inglese, incomparabilmente superiore a quella degli altri paesi, debba essere sicura condizione di successo della rivoluzione nemmeno per la sola Inghilterra, senza la primaria funzione del partito di classe rappresentato dal Consiglio Generale, che infatti dichiara solennemente di voler « accelerare » il « movimento rivendicativo dappertutto ». Altro che « socialismo in un solo paese » di conio staliniano e di costante pratica dell’opportunismo odierno! Implicitamente, le condizioni di maturità della rivoluzione sono considerate non come condizioni speciali della sola Inghilterra, ma come condizioni necessarie per tutti i paesi; si esclude quindi che, nei paesi ove queste non sussistono, o non sussistono in quella misura, si debba rinunciare all’azione autonoma e indipendente del partito di classe, nei modi già storicamente provati. È questa l’anticipata risposta sia alla rivendicazione sindacalista delle « condizioni speciali », sia a quella opposta dall’indifferenza verso il movimento sindacale operaio.

I sempre validi insegnamenti dell’« Ottocento» rivoluzionario

Più volte, e non solo per amore polemico, abbiamo affermato che il secolo scorso contiene il processo completo della rivoluzione proletaria comunista e della controrivoluzione bianca. Negli anni compresi tra il 1848 e il 1871 si assiste alla nascita del partito politico di classe del proletariato, del suo programma rivoluzionario, alla prova del fuoco di questo partito, dei suoi principi, della sua tattica e della sua compagine organizzata; si assiste al complesso intrecciarsi di successi e di battaglie perdute, al farsi e disfarsi dell’organizzazione di partito, alla prima vittoria della storia con la conquista del potere politico nella Comune di Parigi, all’instaurazione della dittatura del proletariato, e alla sanguinosa sconfitta degli eroici comunisti parigini.

In poco più di un trentennio nasce e si sviluppa una nuova classe, la classe operaia e con essa scaturisce e si afferma l’unica dottrina rivoluzionaria del proletariato. Come nulla di nuovo si aggiunge a quello che la classe ha acquisito in teoria, così nulla di nuovo hanno espresso le classi nemiche, le mezze classi fiancheggiatrici del capitalismo, né i partiti politici borghesi né quelli opportunisti.

La breve e schematica trattazione delle vicende durante la storia della Prima Internazionale ci ha messo dinanzi a questioni che ai più oggi sembrano nuove, a deviazioni e interpretazioni teoriche e politiche che gli attuali partiti opportunisti credono di aver scoperte per la prima volta così da propinarle alla classe operaia come « originali » apporti o, peggio, « arricchimenti » della dottrina marxista. Non sfugge a questa regola nemmeno l’orgogliosa e tronfia borghesia, dimentica di biascicare oggi le vecchie giaculatorie mazziniane sulla « collaborazione paritetica fra capitale e lavoro », sulla subordinazione del movimento operaio agli interessi « dell’unità e dell’indipendenza nazionale ».

Si condensa in questo breve periodo storico tutta l’« esperienza » della classe e del partito, cosicché Lenin e il partito bolscevico prima, e la Sinistra Comunista oggi, nell’opera gigantesca di ricostituzione del partito di classe e di restaurazione dottrinaria, trovano necessario e indispensabile riaffermare la piena validità di quella « esperienza » rifarsi ai formidabili insegnamenti di allora.

« Nulla di nuovo » abbiamo da aggiungere a quanto ha detto la classe e sancito il programma storico, e testardamente ripetiamo questa formula elementare ma invincibile ai proletari che seguono ciecamente i partiti del tradimento. Il « nuovo » è costituito solo dal fatto che gli errori e le sconfitte del proletariato costituivano ieri delle frustate che acceleravano il processo di sviluppo delle forze produttive e obbligavano il capitalismo a bruciare le tappe della sua involuzione come modo di produzione sociale. Oggi, errori e sconfitte non solo non accelerano questo sviluppo, ma sono occasioni per il costituirsi di ignobili bande di professionisti politicanti al soldo del capitale, più ignobili se di origini plebee, al solo scopo di porsi alla testa delle organizzazioni operaie per corromperle e deviarle dai fini rivoluzionari.

I governi borghesi, non certo spinti da sentimenti di fraternità, dopo la gloriosa disfatta della Comune di Parigi rinunciano alla « cieca » intransigenza verso le società di resistenza operaie. Favoriscono in Francia la costituzione di « Camere Sindacali » nel tentativo di isolare le masse operaie dall’influenza dell’Internazionale, castigandone l’attività al solo aspetto economico-rivendicativo. In Inghilterra, favoriscono largamente il nascere e l’estendersi dei « Consigli di conciliazione » o « Tribunali d’arbitrato », costituiti pariteticamente da rappresentanti aziendali e sindacali per dirimere in via pacifica tutte le controversie insorgenti tra direzioni d’impresa e maestranze operaie, di cui gli storici e gli economisti del tempo fanno larga apologia come forme esemplari di collaborazione fra capitale e lavoro per l’elevazione delle classi umili, anticipando anche in questo l’era « moderna ». In Germania si fanno promotori addirittura di un sindacalismo di Stato come più tardi l’assolutismo zarista favorirà il sindacalismo poliziesco di Zubatov, e il nazi-fascismo creerà sindacati di regime.

Col decrescere dell’ondata rivoluzionaria, il capitalismo impara la tremenda lezione del periodo 1848-1871, e si avvia ad una politica di « comprensione » delle esigenze operaie, basata essenzialmente sulla separazione del movimento sindacale del partito di classe.

Con il Congresso dell’Aja del 1872, come scriveva Engels a Sorge, l’Internazionale aveva cessato di esistere realmente, e le frazioni che la costituivano dovevano continuare il loro cammino portando fino alle estreme conseguenze la loro assenza di principi, eccezion fatta per la frazione marxista che si svilupperà nel movimento operaio tedesco.

In dieci anni di vita operante della Prima internazionale, le primordiali società di resistenza degli operai urbani ed agricoli si trasformano in potenti organizzazioni di combattimento del proletariato, stringendosi attorno al partito comunista di cui abbracciano il programma rivoluzionario e, in indissolubile legame col partito di classe che le guida all’azione in ogni campo, assurgono a potenze internazionali dinanzi alle quali tremano le potenze statali d’Europa.

La storia dell’Internazionale è un mirabile esempio di congiungimento della classe col partito, ed in questo fertile incontro il « pauperismo » diventa classe, il filantropismo delle Società di Mutuo Soccorso e di previdenza si trasforma in lotta di classe organizzata e cosciente, il movimento economico si intreccia e si fonde con quello politico, al punto che le stesse casse della Internazionale si aprono a sostegno dei singoli reparti dell’armata operaia scioperanti contro i padroni. L’Internazionale è alla testa dell’intero movimento operaio, impronta di sé ogni lotta anche quando non è presente con le sue sezioni e i suoi militi. La guerra fra proletariato e capitalismo si traduce in guerra fra il partito rivoluzionario comunista e tutti gli altri partiti per guadagnare influenza sul movimento operaio. Chi riuscirà a prevalere in questa guerra si sarà assicurata la vittoria nel titanico scontro sociale.

È questa la lezione fondamentale che trae il partito di classe, ma che anche il capitalismo impara. Da questo momento è fatale che qualunque partito operaio, se non si ispira al marxismo rivoluzionario, contribuisca all’affermarsi della politica capitalistica, sostenga gli interessi delle classi ricche, corrompa lo spirito e le aspirazioni delle masse proletarie verso la rivoluzione.