Międzynarodowa Partia Komunistyczna

„Rivoluzione culturale”: rivoluzione borghese Pt.1

Kategorie: China, Cultural Revolution, Mao Zedong

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Decisamente non siamo alla fine delle «novità»! Ce lo dicono da tutte le capitali del «socialismo»: è la caratteristica del nostro tempo. Qui si riscopre il profitto e la libertà di iniziativa, di cui Marx non sospettava l’efficacia per la «costruzione del socialismo»; là, ci si arricchisce di tutto l’ecumenismo apostolico e romano di cui il «teorico» ufficiale del partito comunista francese Garaudy ha scritto che era indispensabile al marxismo per non divenire «provinciale» (vedi Il marxismo del XX secolo). Ma, nel suo catalogo delle «novità», Garaudy ha accuratamente omessa la «nuova tappa della rivoluzione socialista in Cina». E non a caso! Tanti uomini, tanti «marxismi». Quando non è una semplice questione di «coscienza», il «marxismo del XX secolo» è una questione di Stato, tenuta in disparte dalle trattative diplomatiche ed altri «scambi culturali», perché è il principale strumento che permette ad ogni governo, ad ogni capitalista, di ingannare e opprimere le masse in ciascun paese, in ciascuna «provincia», in ciascuna officina. Ecco perché, di fronte all’ecumenismo della Chiesa e al cosmopolitismo del capitale il «marxismo del XX secolo» è divenuto veramente provinciale, anche nella vasta Cina.

Provinciale, ma anche folcloristico. Giacché, per un profano, le complicate evoluzioni in atto sulla scena politica cinese restano a dispetto della «rivoluzione culturale», tanto misteriose quanto il millenario simbolismo del dramma cinese classico. Chi, sotto queste forme allegoriche, sa leggere il dramma reale della rivoluzione cinese, e non soltanto cinese? Chi ricorda i voti di Lenin e gli sforzi dei proletari di Canton perché questa rivoluzione si compisse non già alla maniera asiatica, ma alla maniera delle rivoluzioni comuniste d’Europa? Invece di collegare le peripezie della rivoluzione culturale cinese alla storia mondiale delle rivoluzioni al programma e alle lotte di due classi sociali che da quasi due secoli si affrontano sul terreno perfettamente delimitato dai loro interessi antagonistici, il «marxismo del XX secolo» si aggrappa, per sopravvivere, a tutte le «innovazioni» e a tutte le «culture».

Che cosa ci si deve attendere dal contadino cinese che legge il libriccino rosso di Mao alla luce della sua lampada ad olio? Rispondiamo subito: una «cultura» che di comunista non avrà nulla, ma che sarà una cultura nazionale e borghese. Che cosa può aspettarsi il proletariato mondiale da questa nuova cultura nazionale, dopo il fallimento completo dei maestri del «socialismo» russo? La risposta non sarà meno brutale: il proletariato mondiale ha già troppo lungamente atteso che l’iniziativa della propria liberazione venga da altre classi; ha già dato, nel corso delle sue rivoluzioni come nella storia di rivoluzioni non sue, prove sufficienti di eroismo e abnegazione per proclamare che la sua «cultura», cioè la sua dottrina di partito e insieme il suo sviluppo come classe, non ha più nulla da sperare dalla «cultura» del Capitale, nazionale o internazionale, materiale o spirituale. Il capitalismo mondiale ha da molto tempo compiuto la sua rivoluzione. Il proletariato mondiale ha già fatto la sua «rivoluzione culturale», e, in Cina, prima della stessa borghesia cinese, prima dello stesso Mao Tse-tung.

È tutto ciò che noi rivendichiamo sull’argomento, consapevoli che questa rivoluzione non si farà prendendo il treno per Pechino e applaudendo un qualunque Mao sulla piazza della Pace Celeste. La rivoluzione proletaria si è fatta e si farà sempre con le armi in pugno, contro ogni democrazia, per «popolare» che essa sia, nel flusso e riflusso di una lotta internazionale contro il Capitale. È per ciò che i proletari che domani riprenderanno questa battaglia non danno al mondo l’immagine di comunisti «per bene» che abbiano compiuto in sé medesimi una qualsiasi «rivoluzione culturale». Essi restano e resteranno dei barbari finché non metteranno il loro cervello e i loro pugni all’esclusivo servizio del Comunismo.

Dai «cento fiori» alla rivoluzione culturale

A differenza del movimento delle comuni popolari, che fu una mobilitazione delle forze produttive per il «grande balzo in avanti», la rivoluzione culturale si presenta anzitutto come una campagna ideologica avente lo scopo di formare dei «buoni comunisti» e di allontanare dal potere i burocrati che rischierebbero di compromettere la «costruzione del socialismo». Come si vedrà, questo movimento non è meno legato alle contraddizioni dello sviluppo capitalistico in Cina, al fallimento delle comuni, e alle difficoltà di un nuovo «balzo in avanti». Non sarà però inutile esaminarne prima le premesse ideologiche, vale a dire la pretesa di «trasformare la fisionomia morale di tutta la società col pensiero, la cultura le abitudini, e i costumi nuovi, propri del proletariato» («Deliberazione del CC del PCC sulla grande rivoluzione culturale proletaria», 8 agosto 1966). Con le comuni popolari, i dirigenti cinesi dichiaravano di avere scoperta l’organizzazione materiale capace di condurre il paese in pieno comunismo. Con la rivoluzione culturale, essi pretendono di spianarne la via maestra, e di travolgere le resistenze politiche e le contraddizioni sociali che lo sforzo produttivo del «balzo in avanti» aveva non già risolte ma aggravate. Vediamo con quale ricetta.

I primi sintomi della rivoluzione culturale apparvero nel 1963 col rilancio del «movimento di educazione socialista» nell’esercito popolare e negli ambienti intellettuali. Dopo le catastrofi del «balzo in avanti», l’anno 1963 segna una leggera ripresa economica ma anche, secondo la stampa cinese, una ripresa del «lusso» nelle città e dell’individualismo contadino nelle campagne. Di fronte a questa situazione, il partito si limita a ricordare ai militari di «mantenere lo spirito rivoluzionario: vivere semplicemente e lottare ardentemente» (Giornale del Popolo, 8 maggio 1963). Una conferenza nazionale degli scrittori, riunitasi a Pechino nel maggio 1963, critica del pari gli artisti che, «separandosi dal comune destino delle masse, si consacrano alla descrizione della vita privata e predicano la felicità personale, facendosi così propagandisti dell’individualismo borghese». Scrittori e artisti dovranno dipingere la vita delle grandi masse, ed esaltare la «costruzione del socialismo». Nel giugno 1964 l’epurazione comincia con l’Opera di Pechino, i cui imperatori, generali e concubine sembrano poco atti a «promuovere l’ideologia proletaria». Il giornalista R. Guilain, allora in Cina, riassume così uno dei temi del suo teatro:

«Nel villaggio, il marito, la moglie e … il partito (è l’«eterno triangolo» nuovo stile) si disputano pericolosamente un oggetto voluminoso ed inatteso che occupa il centro della scena: un enorme vaso di concime, concime … naturale, beninteso. Andrà esso a fertilizzare la terra della comune, soluzione socialista, oppure, soluzione antisocialista, sarà cosparso sul fazzoletto di terra familiare? Naturalmente, sono il partito e la collettività che la spuntano». (Dans trente ans la Chine, p. 263-64).

Nel dicembre ’64, nel suo rapporto all’Assemblea Nazionale, Ciu En-lai parla per la prima volta di «rivoluzione culturale» e le fissa per obiettivo «una trasformazione radicale di ogni ideologia, borghese, feudale o altra, che non convenga alla base economica e al sistema politico del socialismo». In effetti, è possibile che il teatro classico di Pechino non risponda più ai bisogni culturali della Cina moderna. Non altrimenti, nel XVIII secolo un Diderot intendeva creare il dramma borghese per espellere dalla scena francese i re e le principesse della tragedia classica. Ma noi nutriamo forti dubbi che i conflitti domestici intorno a un vaso … di letame siano una migliore espressione del socialismo e della sua base economica. È un punto sul quale ritorneremo dopo di aver messo in chiaro le apparenti contraddizioni della politica culturale cinese.

In realtà, l’obbligo fatto agli artisti di pensare e interpretare il mondo in conformità alle direttive ufficiali del partito e dello Stato apparirà in flagrante contrasto con le non meno ufficiali direttive promulgate nel 1956 al tempo dei «Cento Fiori». E molti degli scrittori che allora occupavano una posizione dominante e si credevano interpreti fedeli del «pensiero di Mao», in seguito hanno dovuto fare umilianti autocritiche. Eppure, era con l’approvazione di Mao Tse-tung in persona che Lu Ting-i, capo della sezione di propaganda del PCC, dichiarava il 26 maggio 1956: «La politica che noi adottiamo a favore del dischiudersi di molteplici fiori e della rivalità fra più scuole ha lo scopo di preconizzare, nel campo dell’arte, della letteratura e della scienza, la libertà di pensare in modo indipendente, la libertà di discutere, la libertà di creare e criticare, la libertà di esprimere la propria opinione, di sostenerla o riservarla».

Oggi, ci si viene a dire che la politica comunista in campo culturale è un tutto assolutamente intangibile, al di fuori del quale non vi sarebbero che revisionismo e controrivoluzione. Si proclama che ogni letteratura dev’essere una letteratura di partito, interamente votata al servizio delle masse … e, nello spazio di pochi anni, si preconizzano con grande appoggio di critica e autocritica due linee così contrastanti come quelle della «libertà di espressione» e dell’intervento statale più rigoroso; si definisce quest’ultima come socialista, e si condanna l’altra come borghese decadente e reazionaria! Senza voler abbordare qui uno studio marxista dei problemi della letteratura e dell’arte, noi mostreremo che queste due linee, in apparenza tanto contraddittorie, trovano la loro continuità e la loro giustificazione non nella politica comunista, ma nella storia di tutte le rivoluzioni culturali borghesi, di cui rappresentano, in certo modo, i due poli estremi.

Nelle sue conversazioni con Caterina di Russia, Diderot uscì, un giorno in questa frase: «Il fanatismo e l’intolleranza non sono neppure incompatibili con l’ateismo». Questo grande militante del pensiero rivoluzionario borghese seppe vedere che, nell’ateismo illuministico, non esiste incompatibilità alcuna tra i principi di tolleranza universalmente rivendicati dalla borghesia rivoluzionaria e la nera intolleranza ritenuta il peccato originale delle monarchie assolute. La storia lo provò: la libertà di pensiero non fu incompatibile con il culto statale dell’Essere Supremo, allo stesso modo che il libero scambio non si dimostrò incompatibile col monopolio economico. Essendo la società borghese la più sviluppata delle società divise in classi, la classe dominante vi tende naturalmente ad accrescere il proprio controllo su tutte le manifestazioni del pensiero e dell’arte. Dominio diretto o indiretto: attraverso i legami del mercato, creando una «borsa dei cervelli», generalizzando le «opere su ordinazione» o preconizzando l’intervento dispotico dello Stato, come faranno Napoleone Bismarck e … Stalin. 

Il passaggio dalla politica dei Cento Fiori a quella della rivoluzione culturale non è dunque, a priori, un inverosimile ghiribizzo di dirigenti colti da improvvisa follia. Questo passaggio non rappresenta neppure un grande slancio rivoluzionario; e noi non chiameremo alla sbarra la triste coorte dei pentiti per testimoniare che fino ad oggi essi avevano adorato il vitello d’oro, ma che d’ora innanzi serviranno onestamente la «dittatura proletaria». Le capriole di Mao e le autocritiche dei suoi poeti restano sempre sul solido terreno della nostra critica sociale del modo di produzione capitalistico e delle sue false soluzioni ai problemi della vita e della cultura umane. La stessa rivoluzione culturale ce ne fornirà altre prove.