Altalena: Democrazia-Fascismo
Kategorie: Antifascism, Democratism, Fascism, Greece, Opportunism
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Il buon progressista si sveglia periodicamente a constatare, con sorpresa agghiacciante, che, in questo mondo riconquistato ventidue anni fa alla democrazia, un nuovo fascismo è sorto, ora in Indonesia, ora in Grecia, ora in altri Paesi «redenti», e che l’ha tenuto a battesimo la superfascista America in stelle e strisce. Il suo grido, purtroppo ascoltato da un’alta percentuale di proletari, è quindi: Salviamo i valori democratici!
Eppure, proprio questi «cambiamenti di scena» confermano la vecchia tesi della Sinistra comunista che democrazia e fascismo non sono entità metafisiche in lotta sull’arena della storia, ma metodi alternativi ai quali la classe dominante ricorre nel disperato sforzo di superare le proprie crisi interne, di volta in volta usando l’oppio democratico e il manganello totalitario; due metodi intercambiabili, giacché la democrazia non esita, se occorre, a menare il bastone, e da parte sua il fascismo mena il bastone ma lo infiora di riforme; due metodi legati da un filo continuo, giacché, nella stessa misura in cui la classe operaia si lascia cullare nel dolce sonno della legalità, della rinunzia alla guerra civile, della fede negli eterni principi, oggi che il moto di concentrazione del capitale si fa sempre più incalzante, e le sue contraddizioni interne si aggravano, il fascismo – cioè la violenza aperta, non dissimulata, della classe sfruttatrice e del suo apparato di governo – la attende al primo angolo di strada.
I proletari greci, ora messi alla frusta da generali e colonnelli fascisti armati e foraggiati dagli USA, dovrebbero sognare un ritorno alla democrazia dei «buoni vecchi tempi»? Ma è stata la democrazia, nel 1945-1946, a soffocare nel sangue il moto convulso e confuso di proletari inquadrati in formazioni partigiane sventolanti anch’esse il falso stendardo della democrazia (poco importa se «nuova», «avanzata» e «progressiva»), e l’ha fatto con una ferocia rispetto alla quale il «pugno di ferro» dei militari di oggi è un guanto di velluto.
L’America, certo, sta dietro ai gallonati ellenici 1967; ma che cosa fa essa di diverso dall’Inghilterra 1944-45, alleata dell’URSS nella guerra di liberazione ancora divampante, quando Churchill e Eden, angeli della democrazia, volarono ad Atene per sventare con le armi sedicentemente dirette contro il nazifascismo la minaccia di un’«anarchia», intollerabile perché di sapore proletario, cui dettero il nome di «trotskismo» per sottolinearne la pericolosità in confronto alla vocazione conciliatrice delle masse inquadrate dai partiti fedeli al generalissimo Stalin? Allora, lo stesso gendarme mondiale americano era salutato come il liberatore democratico, e ponti d’oro gli erano fatti dai partiti «comunisti» perché instaurasse la libertà in tutto il mondo. La instaurò, non c’è dubbio, come sempre la instaura il capitalismo; e dal 1945 in poi, con la stessa facilità con cui, nell’Italia del 1920-22, le squadracce nere incendiavano le camere del lavoro e massacravano proletari sotto lo scudo della democrazia imperante, con la stessa impunità con cui Mussolini marciava su Roma… in vagone letto, la superdemocrazia si è installata dovunque per togliersi infine la maschera e apparire senza veli quella che era, è e sarà fin quando non verrà abbattuta dallo slancio rivoluzionario del proletariato: dittatura del capitale.
È contro questa dittatura, identica nella sostanza malgrado le – del resto fragilissime – diversità di forma, che i proletari di tutto il mondo sono chiamati a lottare, in nome non di una nuova edizione di democrazia falsa e bugiarda, ma della loro rivoluzione e della loro dittatura.