Succede in America…
Kategorie: Criminal organizations, USA
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La stampa asservita alla democrazia fa largo uso, ai fini della polemica con i «totalitari», della contrapposizione della cosiddetta libertà di stampa al regime di censura vigente nei paesi d’oltrecortina. Tale criterio viene offerto per la valutazione dei regimi politici e, naturalmente, per la scelta elettorale dei partiti che li rappresentano. La frase destinata ad impressionare i gonzi è la seguente: la democrazia non ha paura di parlare delle sue macchie. A suffragio di tale tesi, i giornali filo-americani pubblicano, di tanto in tanto, impressionanti servizi su certe purulente piaghe sociali degli Stati Uniti. Così, recentemente, il Tempo offriva ai suoi lettori di intrattenersi su quanto avviene nel porto di New York, cioè la capitale economica del paese «libero» per antonomasia.
Poiché l’articolo rivelava fatti e tradizioni che fanno tutt’altro che onore agli Stati Uniti, vessillo della democrazia e della libertà, ed essendo notoria la piena simpatia de il Tempo per la Repubblica d’oltre-Atlantico, vale la pena di riportarne dei brani. Non si potrà insinuare che sono il frutto di un odio politico preconcetto.
Scriveva il Tempo: «L’inchiesta di Stato, che ha fatto seguito ad altre inchieste sul Delitto Organizzato, ha rivelato un profondo disordine nel porto di New York… È una malattia propria di un paese commerciale come l’America: dovunque passa del denaro e si trovano degli intermediari, questi tendono ad approfittare della loro posizione privilegiata… Nel porto di New York si scaricano per 7 miliardi di merci ogni anno; si calcola che il 5 per cento sia pagato in tasse nascoste ed illegittime alla mala vita del porto, ossia la bellezza di 350 milioni di dollari pari a circa 2 miliardi e mezzo di lire.
«Ci sono 200 moli da profonda portata e 1600 moli minori. Ci arrivano fra 8 e 9000 bastimenti all’anno. Nelle operazioni di carico e scarico dai bastimenti ai moli, e dai moli agli automezzi o ai vagoni, si rubano circa 50 milioni di dollari di merci ogni anno. Molti di questi furti sono organizzati per punire quelle società che non sono disposte a pagare la mala vita. Ci sono degli scioperi: anche questi sono spesso fatti per punire le società che non intendono proteggersi pagando la mala vita. Le organizzazioni operaie dominano i porti; ma esse in realtà sono organizzazioni di un capo e di qualche banda di camorristi. L’inchiesta ha stabilito i seguenti fatti: molte società commerciali pagavano dei mensili ai capi delle organizzazioni operaie; queste organizzazioni non avevano tenuto regolari riunioni ed elezioni per una decina di anni; quando c’erano state elezioni, queste elezioni erano state fatte sotto la minaccia di camorristi armati».
Secondo il Tempo i rapporti di potere negli Stati Uniti andrebbero così considerati: gli operai tutti insieme a taglieggiare ed opprimere i poveri imprenditori, sistematicamente spogliati da furti contro cui nulla possono; ad opprimere gli oppressori operai ci penserebbe poi la mala vita. Classico esempio di come la libertà di stampa permetta di dare apparenza di verosimiglianza ad una mostruosa menzogna, servendosi di mezze verità. Ammesso che tutto quanto di prepotenze e di sopraffazione viene commesso negli Stati Uniti sia da addebitarsi alla mala vita, rimane sempre da spiegare come mai la polizia, pur così formidabilmente munita, non riesca a stroncare le losche attività dei gangsters. È chiaro che, postulando l’impossibilità oggettiva di identificare ed incriminare i delinquenti, che normalmente mascherano le loro imprese camorristiche sotto le innocue insegne di società formalmente in regola con le disposizioni legali, si viene a riconoscere che la delinquenza organizzata su vastissima scala, come avviene in U.S.A., è un fenomeno le cui cause sono da ricercarsi nello stesso sistema economico, che sta alla base della vita americana. La distinzione tra affarismo e camorra, tra occupazione professionale e delinquenza, non è più possibile, allorché l’attività della banda, della «gang», si fonda sul maneggio di capitali considerevoli investiti in determinati rami speculativi. Come definire, ad esempio, una «gang» che monopolizza, facciamo un’ipotesi, la gestione delle bische e delle case da tè di Manhattan? In questo caso, che non è certamente un caso limite ma è più appropriato per far risaltare il carattere «losco» dell’impresa, i capitali di esercizio (e nella lista delle voci ognuno ci metta quello che gli pare: dagli stipendi dei croupiers ai molteplici «confort» di certi salottini…) assommano a cifre enormi. Cioè, non siamo più in presenza del misero… strumento di lavoro dello scassinatore. Ben diverso: siamo al cospetto di Sua Maestà il Capitale. Il tenutario delle case chiuse di Napoli o di Genova o di Marsiglia, munite (meraviglie del progresso!) di riscaldamento centrale, ascensori e, quello che più conta, potenziate, se non proprio da… segreti e brevetti di lavorazione tecnica, da larghe «cerchie di clientela» che alzano notevolmente il valore della… impresa, deve considerarsi un delinquente, oppure un normale capitalista che fa fruttare i suoi capitali? Quando la delinquenza supera lo stretto orizzonte dei ladri di galline, e si lancia nel mondo degli affari grossi, loschi o puliti poco importa, con ciò stesso viene a fare parte della classe dominante, della classe che vive cioè del profitto. Allora si capisce come pure la polizia federale americana, con i suoi famosi G. Men, sia impotente a mettere dentro i gangsters di alto bordo del genere di Al Capone. Se Al Capone o, per restare ai vivi, i fratelli Anastasia, maneggiano per i loro affari milioni di dollari, allora è chiaro che i poliziotti, difensori dei diritti dei capitalisti, debbano stare ai loro ordini.
Ciò spiega come le inchieste condotte a tutto spiano dalle autorità federali finiscono tutte invariabilmente con un nulla di fatto. I capi delle gangs sono noti a tutti, ma continuano a menare vita da nababbi nei grandi alberghi e sulle spiagge internazionali. Ciò spiega specialmente il perché degli immancabili insuccessi a cui approdano tutte le indagini condotte per scoprire gli assassini di onesti organizzatori sindacali. Ridiamo la parola a il Tempo.
«Il sistema di reclutamento giornaliero dei lavoratori del porto è ancora fatto a New York con sistemi medievali: il capo operaio (spesso un delinquente o un associato di delinquenti) fa la chiamata e sceglie quelli che lavoreranno per una giornata, consegna ad ognuno una tessera che serve la sera a ritirare il salario. Su questo salario, l’inchiesta ha accertato, viene fatta una ritenuta illegale del capo. Chi non paga questa taglia, non viene chiamato. Ha un bel presentarsi, resta senza lavoro. Se protesta, vien trattato con minacce, con busse e, se cerca di sollevare dei compagni, vien «fatto fuori». Dal 1928 ad oggi, più di 100 scaricatori furono uccisi per colpe o lotte di questo genere, senza che mai si trovassero i colpevoli. In alcuni casi, la polizia faceva degli arresti, ma si trovava un giudice che liberava gli indiziati per mancanza di prove. Il caso più parlante fu quello di Peter Panto, uno scaricatore italiano, che volle organizzare una minoranza di compagni per ripulire una delle organizzazioni di Brooklyn. Avendo commesso questo «errore», scomparve il 14 luglio 1939 e fu trovato 18 mesi dopo in un deposito di calce viva. Tom Collentine, che ci si riprovò nel 1948, fu ammazzato mentre tornava a casa. In uno dei rari casi in cui la polizia riuscì ad agire, la morte di Anthony Hintz, che veniva considerato un «galantuomo» e fu ammazzato l’8 gennaio 1947, portò alla sedia elettrica due colpevoli».
Lungi da noi il pregiudizio proudhoniano che la dominazione di classe e il regime della proprietà si originino (in coerenza con la tesi famosa «la proprietà è un furto») secondo le regole di una banda a delinquere, di una «gang». La violenza politica è il riflesso e il prodotto del potere economico, e non viceversa. Ma non si può non rilevare come i metodi e gli scopi dei «gangsters» americani coincidano con gli interessi generali di classe del capitalismo. L’operaio che si ribella all’oppressione congiunta dell’imprenditore e dei suoi intermediari aguzzini, costituisce un pericolo per la conservazione degli ordinamenti sociali, che appunto permettono agli sfruttatori e agli assassini degli operai di perpetuare il loro dominio. E allora si capisce benissimo perché si trovino sempre dei magistrati disposti a salvare dalla sedia elettrica certi gangsters: insieme con i poliziotti, i magistrati, i carcerieri, essi costituiscono un sostegno del regime del dollaro. Lo stesso vale per i linciatori dei negri, che immancabilmente riescono a farla franca, in barba alle leggi. Alberto Anastasia, quattro volte omicida e altrettante strappato alla sedia elettrica da giudici addomesticati, fondatore della Società Anonima Assassini, che offriva di ammazzare persone mediante una retribuzione che andava da 200 a 1000 dollari, era, nel 1933, a capo di sei sindacati operai; durante la guerra svolse la mansione di istruttore degli scaricatori a Indiantown Gap, sfuggendo al fronte; dopo la guerra aprì una fabbrica di tessuti e comprò una lussuosa villa sull’Hudson. Controlla, insieme con i suoi quattro fratelli, le organizzazioni degli scaricatori di Brooklyn. Eppure la Società Anonima Assassini è incolpata ufficialmente della soppressione di almeno 65 persone. Se i fratelli Anastasia operano indisturbati, segno è che essi costituiscono una colonna della società, di quella società americana che pretende di liberare il mondo.
Meno male che non siamo noi, ma lo stesso Tempo a riconoscere che il gangsterismo americano è «una malattia propria di un paese commerciale». Ma che significa esasperato commercialismo se non capitalismo sviluppato al massimo? Meno male che il Tempo non imputi il fenomeno della delinquenza organizzata al trionfo del principio del Male, o a deficienze di metodi educativi…
La delinquenza non è certamente un prodotto esclusivo del capitalismo, ma fenomeno sociale che è legato a tutte le fasi storiche della civiltà, ossia dell’organizzazione della specie umana nel regime della divisione in classi economiche nemiche e del potere dello Stato. Ma l’esempio degli Stati Uniti, il massimo portato dell’epoca capitalistica, sta a dimostrare che bisognava arrivare alla dominazione della borghesia, cioè della classe mercantile ed affaristica, perché anche la criminalità potesse darsi quelle forme di organizzazione collettiva e quegli strumenti tecnici per cui diviene pressoché impossibile distinguere tra «reato» e «affare». Forse che le bande di gangsters che terrorizzano il porto di New York non svolgono, in pratica, lo stesso genere di lavoro che qualsiasi società commerciale affida ai propri intermediari? E il contrabbando, da cui il gangsterismo americano, e non solo americano, ricava larghi utili, non costituisce un aspetto della pratica normale commerciale? Lo stesso dicasi per lo sfruttamento in grande della prostituzione, del gioco d’azzardo, del traffico di stupefacenti, fenomeni di pervertimento sociale che la specie umana ha conosciuto solo all’avvento dello sfruttamento, della comparsa del denaro.
La libertà di stampa, di cui il Tempo si vanta nei confronti dei suoi avversari staliniani, i quali in fatto di delinquenza non debbono stare meglio, come testimoniano carceri e forche, se permette di denunciare il male, certamente non fornisce i mezzi per stroncarlo. I quali sono da ricercarsi nel riscatto della società dalla schiavitù del denaro.