Międzynarodowa Partia Komunistyczna

L’AZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA Sezione della III Internazionale nel movimento sindacale e nella classe operaia (pt. 3)

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Riprendiamo qui l’ampia documentazione sulle direttive per noi, in linea di principio, valide oggi come allora emanate dal PC d’Italia diretto dalla Sinistra nel 1921-22, che ha avuto inizio nei nr. 16 e 18 di quest’anno. Il lettore ricolleghi il testo al rapporto su Partito rivoluzionario e azione economica (nr. 11-15, 1967) in cui sono anche riportati altri testi efficacemente commentati.

Come si presenta oggi la lotta per gli operai: il combattimento o la morte

(Ordine Nuovo, 4 novembre 1921)

Il concetto che il sindacato deve trasformarsi in organo di combattimento rivoluzionario contro il regime borghese, sotto la direzione del Partito di classe, superando gli angusti limiti della contrattazione salariale, è qui riaffermato con forza sulla scia della dottrina marxista e sullo sfondo della crescente offensiva padronale, parallela all’azione addormentatrice dei bonzi riformisti sognanti il «controllo statale sull’industria».
Il Sindacato operaio sorge dalla prima manifestazione elementare di consapevolezza e di volontà dei lavoratori spinti a reagire alle funeste conseguenze della concorrenza tra loro nella vendita del lavoro ai padroni. La lotta tra le organizzazioni economiche proletarie ed i datori di lavoro serve ad influire sul prezzo del lavoro, ossia sul livello del salario pagato agli operai, compensando gli effetti della legge della offerta e della domanda.
È un vero monopolio della vendita del lavoro che gli operai stabiliscono organizzandosi. D’altra parte i capitalisti a loro volta si organizzano in Sindacati e Cartelli, costituendo il contro-monopolio della offerta di mano d’opera e soprattutto il monopolio della vendita dei prodotti, attraverso l’aumento dei prezzi dei quali si viene in realtà a sminuire di nuovo i salari, sospingendo a nuove e incessanti lotte il proletariato.
Attraverso lo svilupparsi di questo processo, nei suoi aspetti e fattori complessi tra cui principalissimi i mutui rapporti tra industria e agricoltura ed i conflitti tra gli aggruppamenti nazionali dei monopoli capitalisti, gli operai sono spinti ad una forma ulteriore di consapevolezza e di volontà che li conduce a scorgere ed a perseguire una via di uscita dal circolo vizioso consistente nella soppressione del capitalismo privato e monopolista, raggiungibile solo a costo di spezzare il sistema politico statale che lo protegge.
Lo sviluppo delle vicende della lotta, soprattutto nella fase imperialista degli scontri militari tra i colossi del monopolio capitalista, conduce ad acutizzare al massimo la instabilità del sistema e la crisi del suo funzionamento. Che cosa avviene allora quando, come nella odierna situazione, gli aspetti della crisi conducono la classe padronale a muovere all’offensiva contro le organizzazioni dei lavoratori per conseguire una riduzione dei salari? Evidentemente se il regime della assoluta libertà di concorrenza non fosse stato alterato dalla presenza delle organizzazioni sindacali proletarie, la riduzione dei salari seguirebbe sistematicamente la crisi. I fallimenti, i dissesti, il ritiro dei capitali dagli investimenti, determinando forte disoccupazione, getterebbero innumeri braccia sul mercato del lavoro ed il prezzo della mano d’opera scenderebbe immediatamente per questo aumento di offerta. Se d’altra parte il sistema di monopolio e di parassitismo fosse meno sviluppato dalla parte del capitalismo, la crisi si risolverebbe altresì in un ribasso di tutti i prezzi dei prodotti, per la minore richiesta e per le quantità precedentemente accumulate, ed in un certo senso si ritornerebbe verso un nuovo equilibrio.
La situazione è però oggi ben diversa. I capitalisti tengono alto il prezzo di smercio dei loro prodotti neutralizzando con le loro associazioni monopoliste gli effetti della concorrenza commerciale; ed il costo della vita continua a rincarare. Facendo leva sul proprio monopolio, i capitalisti tendono ad ottenere la discesa dei salari malgrado la presenza del fattore opposto della organizzazione sindacale, per rifarsi di quelle diminuzioni di profitto che derivano non dalla diminuzione dei prezzi di vendita dei prodotti, ma dall’irrigidirsi di tutto il sistema del movimento dei capitali dal gioco dei cambi, e così via.
Un simile attacco viene diretto contro la stessa esistenza dell’organizzazione sindacale. Se infatti la riduzione di salari si effettua, questa cessa di essere un beneficio per i lavoratori, essendo le cose procedute così come se la massa non fosse sindacata; da questo seguirebbe l’immancabile sfasciamento dell’organizzazione per aver essa perduta la sua ragion d’essere economica.
Se l’organizzazione rinunzia in una simile situazione alla lotta, essa segna il suo atto di morte. Se essa resiste, lo stesso fatto che i capitalisti riescano a conseguire in parte il loro scopo non avrebbe il significato della fine della organizzazione, poiché questa esplicherebbe sino all’ultimo la sua funzione di resistenza.

Se fosse possibile dimostrare che questa funzione è incompatibile col funzionamento della produzione capitalista, si dimostrerebbe non che i sindacati debbano suicidarsi, ma che essi sono giunti al momento in cui secondo la tesi teorica e tattica dei comunisti, devono trasformarsi in organi di combattimento rivoluzionario contro il regime borghese, diretti dal Partito, organo specifico della risolutiva lotta politica. I due monopoli del capitale e del lavoro sono divenuti incompatibili. Essi hanno forse dilazionato la crisi suprema della società borghese, ma solo per prepararla più formidabile. Il loro conflitto sul terreno dell’amministrazione della produzione si traduce non nel problema di risolvere l’andamento di questa o quella fabbrica, ma nel dilemma generale: dittatura del capitalismo o dittatura del proletariato. Il problema dello Stato è posto sul tappeto: le forze della evoluzione produttiva abbandonano per un momento il primo piano della scena per attendere la sentenza che sarà data dall’esito della guerra civile. Se dinanzi all’offensiva padronale il Sindacato capitola, esso spiana la via alla tenebrosa soluzione che imporrà sulla cervice di un proletariato fiaccato e disperso il ferreo dominio dell’incontrastato monopolio capitalista.

Se dinanzi all’attacco il Sindacato chiede la soluzione all’intervento del potere statale borghese, ponendosi sotto il pericoloso punto di vista che non ingaggia la lotta perché convinto che il mantenimento del livello dei salari è incompatibile colla vita delle aziende produttive il risultato non è diverso. Lo Stato borghese non può intervenire che nel senso degli interessi del monopolio padronale. E se, per l’intesa sul terreno parlamentare degli agenti socialdemocratici dei Sindacati cogli uomini di governo, lo Stato trova utile di arrestare per un momento il ritmo dell’avanzata offensiva padronale, questo svuoterà ancora la organizzazione operaia del contenuto delle sue finalità e domani, dinanzi ad un proletariato disorganizzato offrentesi tumultuosamente per lavorare a vile prezzo, non sarà certo lo Stato borghese e liberale a dolersi del fatto che si trattino e si risolvano in questo senso le assunzioni di lavoro per libera contrattazione. Il riportare il problema sul terreno della possibilità per l’industria di pagare i dati salari, equivale per queste ragioni al più nero tradimento da parte dei capi sindacali. Nella lotta vi è per il proletariato l’interrogativo se esso riuscirà a uscire dagli assurdi vincoli della macchina borghese di produzione fiaccando nello scatto rivoluzionario la forza avversaria, e vi è la sicurezza almeno di portare di posizione in posizione nella battaglia della guerra di classe le sue formazioni di combattimento, sola garanzia del suo avvenire.

Nella esitazione dinanzi alle pretese necessità dell’attuale macchina produttiva che non sono altro se non la necessità di perpetuare il profitto e lo sfruttamento padronale nella inerzia delle masse, non vi è che la certezza del dissolvimento e della sconfitta.

Ai lavoratori italiani dopo il Consiglio Nazionale di Verona

(da Il Comunista, 16 novembre 1921)

Il manifesto che pubblichiamo fu lanciato dal Partito dopo pochi giorni dal Consiglio Nazionale di Verona della C.G.d.L. indetto dopo violente pressioni degli operai organizzati dietro le direttive dei gruppi e degli operai comunisti. Il Consiglio di Verona riconfermò, sotto il risultato formale delle votazioni, la politica socialtraditrice dei bonzi confederali, imperniata sul rifiuto netto di uscire dalla Centrale internazionale gialla di Amsterdam e di aderire alla internazionale dei Sindacati Rossi di Mosca, e sull’altrettanto netto rifiuto di aderire alla formazione del fronte unico proletario che il Partito reclamava a viva voce come imperiosa ed urgente necessità per la lotta, sia sul piano della difesa delle condizioni economiche degli operai, che su quello dell’azione diretta contro il padronato e le forze di repressione statale e bianca.

I vari funzionari confederali si alternarono alla tribuna costretti a difendersi dai duri colpi che venivano portati dai delegati comunisti e, se il risultato dette loro ragione, ciò fu dovuto alla manipolazione del meccanismo elettorale che si basava sul numero degli iscritti alla data del dicembre 1920, quando i contadini aderenti alla C.G.d.L. erano circa seicentomila, ed a Verona invece erano rimasti in circa centomila. I contadini, vale ricordarlo, costituivano una delle basi fondamentali anche del partito socialista.

I fatti successivi, fino allo sciopero generale dell’agosto 1922, dimostrarono la giustezza delle posizioni del Partito, e la resistenza operaia ai padroni, ai fascisti e allo Stato fu merito esclusivo delle direttive comuniste e dell’instancabile opera di organizzazione del fronte unico proletario nella quale il Partito profuse tutte le sue migliori energie. Si deve notare che alla politica disfattista delle dirigenze confederali dettero la loro adesione anche i massimalisti del P.S.I., cioè i socialisti a parole e traditori nei fatti, e tutti i gruppi che amavano atteggiarsi a rivoluzionari e radicali a chiacchiere e che, quando suonava l’ora delle responsabilità e dell’azione, si affrettavano a dileguarsi sotto le ali protettive dei bonzi. Il Partito Comunista a Verona si affermò come una forza reale immediata con la quale si doveva fare i conti. Non per nulla sia i socialisti che i fascisti, ciascuno dal suo lato, concentrarono il fuoco controrivvoluzionario sul Partito per poter aver ragione del proletariato. I bonzi di oggi, epigoni velenosi di quelli di ieri, sputano veleno sulla «cinghia di trasmissione», perché ne conoscono l’importanza effettiva attraverso i fatti.

Compagni!

Il Consiglio nazionale della Confederazione generale del lavoro ha respinto la proposta del Consiglio sindacale comunista per la costituzione del fronte unico del proletariato organizzato contro l’offensiva padronale, che tanto consenso aveva trovato nelle vostre file.

Tutti gli organizzati iscritti al Partito socialista, e in prima linea quelli che si dicono ancora intransigenti, rivoluzionari, massimalisti hanno sostenuto la politica dei riformisti che dirigono la Confederazione, che vogliono portare l’organizzazione operaia fuori della via maestra della lotta di classe, verso la collaborazione con la borghesia. E collaborazione effettiva con la borghesia è l’aver negato il movimento generale che affasciasse in una lotta unica tutte le organizzazioni dei lavoratori, rimettendo ad una equivoca Commissione di agenti della borghesia diretti e indiretti la sorte dei proletari, che già hanno ingaggiato o stanno per ingaggiare la lotta disperata contro le imposizioni dei capitalisti.

Compagni lavoratori!

Il Partito Comunista è convinto che il voto di Verona, ottenuto attraverso una procedura falsa ed equivoca, se dimostra che nessun assegnamento potete fare sui funzionari attuali delle organizzazioni asservite alla politica riformista, col fatto che i comunisti hanno malgrado tutto potuto portare allo scrutinio l’adesione di quattrocentomila lavoratori e più ancora gli innumerevoli voti di adesione alla loro proposta di adunate proletarie realmente pronunziantisi, prova che l’idea del fronte unico e della battaglia contro l’offensiva padronale si fa strada sicuramente nelle vostre file.

La campagna in questo senso non s’interrompe per un istante dinanzi al pronunziato di Verona ; essa anzi continua più decisamente, poiché riesce più evidente al proletariato che essa sboccherà nel successo solo a condizione d’abbattere l’influenza degli uomini dei partiti, che a Verona si sono posti contro la aspirazione dei lavoratori ad una energica difesa di classe, e tentano d’imporre al proletariato il disarmo da ogni posizione di lotta e di resistenza.

Lavoratori!

La situazione creata dal voto di Verona conferma l’atteggiamento fin qui tenuto dal nostro Partito nel movimento sindacale. La lotta deve continuare entro i quadri della Confederazione del lavoro, non deve nemmeno essere affacciata l’idea di uscire dalle file di essa, il che sarebbe il più gran servizio che si potrebbe rendere ai controrivoluzionari che ancora la dirigono. Noi ben sappiamo come lo stato d’animo di molti lavoratori, che già sono disgustati dell’atteggiamento confederale, sarà aggravato dai risultati del Consiglio nazionale, e molti di essi saranno spinti ad allontanarsi indignati e sfiduciati dall’organizzazione. Ebbene, nell’interesse della causa rivoluzionaria, questo non deve essere. Il Partito Comunista usa tutta la sua influenza per persuadere gli operai che in questo momento abbandonare l’organizzazione e assentarsi dalla sua vita equivale a tradire il dovere dei proletari comunisti di concentrare tutte le loro forze nella liberazione dei sindacati dalla dittatura dei funzionari socialdemocratici.

Dal punto di vista dell’effettiva azione dei Sindacati, le organizzazioni dirette dai comunisti subiranno l’applicazione del deliberato confederale, e non prenderanno l’iniziativa di azioni isolate, tanto più che questo metodo contrasterebbe col nostro indirizzo di tendere all’azione generale e simultanea di tutti i lavoratori. Ma se esso intende riversare sui capi confederali e sui loro sostenitori di Verona, quindi sul Partito Socialista, tutta la responsabilità di tutto il loro inqualificabile metodo, che equivale al rinnegamento di ogni principio non solo rivoluzionario e socialista, ma altresì classista e sindacale, non intende né vuole con questo evitare di prendersi tutta la responsabilità di continuare a dirigere la sua lotta sulla stessa via, verso l’azione generale del proletariato nella riscossa contro la prepotenza del padronato, che si realizzerà nella stessa misura in cui i pronunziati delle masse organizzate demoliranno il deliberato di Verona, dimostrando ch’esso non riflette il pensiero della maggioranza, ma un’inaudita falsificazione perpetrata dai riformisti.
Questo vuol dire che il Partito Comunista e le organizzazioni che ne seguono le direttive continuano con maggiore convinzione e con maggiore vigore a sostenere in tutte le occasioni tra le masse operaie la valutazione della situazione e le proposte tattiche dei comunisti, e a chiedere che tutte le adunate operaie si pronunzino sulla loro accettazione.

La tattica dei capi confederali condurrebbe alla rovina e alla disfatta, come i fatti purtroppo si incaricheranno di provare ben presto, poiché le manifestazioni molteplici dell’offensiva borghese non si arresteranno, anzi riprenderanno vigore dopo la decisione imbelle di Verona. I proletari avranno agio di constatare ulteriormente che solo nella proposta comunista è la salvezza, e che deve essere compiuto ogni sforzo per imporla, malgrado la resistenza degli opportunisti del movimento operaio, prima che la loro opera comprometta maggiormente le forze dell’organizzazione proletaria.

Compagni lavoratori!

Con un altro colpo di mano la fittizia maggioranza del Consiglio federale ha cercato di disfarsi della campagna comunista per l’unificazione delle forze proletarie organizzate in Italia, e per l’adesione all’Internazionale dei Sindacati rossi di Mosca. Ma il voto dato a tal proposito è arbitrario, poiché soltanto il Congresso confederale, dopo ampio dibattito di questi problemi in seno alle organizzazioni, può decidere su così gravi questioni. I Comunisti proclamano che è assurdo che il proletariato italiano nella sua maggioranza possa essere ritenuto aderente all’Internazionale gialla di Amsterdam, agenzia della reazione internazionale e accozzaglia dei peggiori traditori della causa proletaria; un abile trucco dei capi evitò che al Congresso di Livorno fosse senz’altro approvata l’adesione a Mosca, come era nello spirito del mandato conferito dai lavoratori ai loro delegati, e una sopraffazione dovrebbe adesso seppellire la questione. Ma così non sarà.  I comunisti provocheranno la convocazione del Congresso nazionale della Confederazione e porteranno le due questioni dell’Internazionale e dell’unità proletaria dinanzi alle grandi masse e dichiarano che, malgrado le manovre dei capi della Confederazione, non solo gli organismi sindacali che seguono le direttive del Partito Comunista, ma anche la stragrande maggioranza di tutti i lavoratori italiani organizzati, sono incondizionatamente per Mosca e levano la bandiera dell’Internazionale sindacale rossa.

Lavoratori d’Italia!

Queste le direttive generali che la corrente comunista organizzata nel seno della Confederazione del lavoro seguiterà a sostenere. Dinanzi a questa nostra vigorosa azione si delineano vaghe minacce dei dirigenti socialdemocratici, che accennano a provvedimenti disciplinari sindacali contro i comunisti. Sia risposto a costoro che non li temiamo su questo terreno, che nessuna forza toglierà agli operai comunisti d’Italia il diritto di militare a fronte alta nelle file dell’organizzazione che abbraccia tutti i loro fratelli di lavoro, e che essi vi resteranno come una compatta falange fino al giorno in cui invece ne dovranno essere espulsi coloro che, con un metodo che rinnega la lotta di classe e svolge il sabotaggio dell’organizzazione, si sono resi indegni di farne parte. Quel giorno tutte le masse saranno intorno alla bandiera comunista, in linea per la suprema battaglia, libere finalmente dalle pastoie che fino ad oggi hanno posto alla loro azione i complici della borghesia.

Viva l’unità del proletariato per la riscossa proletaria!

Viva l’Internazionale dei Sindacati rossi di Mosca!

Viva l’organizzazione rossa del proletariato italiano!

Il Comitato Esecutivo e il Comitato Sindacale del Partito Comunista d’Italia

L'”Alleanza del Lavoro

(Da Il Comunista, 10-2-1922)

E’ quanto mai attuale la critica qui svolta alla „unità d’azione”, che il Sindacato Ferrovieri italiani (SFI) fu costretto dall’offensiva borghese a lanciare alle altre grandi organizzazioni di classe, la G. C. d. L. e l’anarchica Unione Sindacale; unità d’azione nell’organismo „Alleanza del lavoro”, preceduta da una riunione di partiti politici a base proletaria ad esclusione del partito repubblicano. Il concetto comunista di unite d’azione, traverso cui passare all’unità organizzativa sindacale, è incentrato in un programma (mezzi e scopi) rivendicativo tale da fondere tutte le vertenze sindacali usando l’azione sindacale diretta, lo sciopero generale, cioè abbandonando tutte le pratiche conciliative e aziendali, che caratterizzavano, anche allora, come oggi, la pratica sindacale dei bonzi.

E’ chiaro che il „fronte unico” inteso dai comunisti non poggia sulla demagogica pretesa di un’unione formale tra centrali sindacali, o peggio tra partiti, ma sull’azione delle masse proletarie lottanti per difendersi dall’offensiva borghese.

E’ sfatata pure l’interessata propaganda opportunista di far credere agli operai che i comunisti siano contro l’unità proletaria.

È stato pubblicato un breve comunicato su di una riunione tenuta ad iniziativa del Sindacato ferrovieri italiani tra Partito socialista, Partito repubblicano, Unione anarchica, per intendersi sulla cosiddetta «Alleanza del Lavoro». È stato annunziato come il Partito comunista non abbia creduto di intervenire pur affermando in una sua lettera di essere pronto a consacrare tutte le sue forze ad una azione unitaria del proletariato italiano. È necessario dire qualche cosa per chiarire l’atteggiamento del nostro Partito e il valore delle trattative in corso.

Il Sindacato ferrovieri è stato spinto dalla propria situazione nelle vertenze in corso a farsi iniziatore di un’azione unica del proletariato, e della riunione di un convegno di tutte le organizzazioni sindacali che sono «sul terreno della lotta di classe» per la costituzione di un Comitato unico di agitazione. Questo convegno è annunziato a Genova per il 15 febbraio [si riunì poi a Roma dal 18 al 20]. Per facilitarne la preparazione i dirigenti del Sindacato ferrovieri hanno trovato opportuno indire a Roma un convegno di partiti politici «di avanguardia» per una intesa preliminare allo scopo di influire concordemente sulle organizzazioni sindacali in cui i detti partiti sono rappresentati.

Il Sindacato ferrovieri proponeva anche uno schema di rivendicazioni concrete interessanti tutto il proletariato, che non risulta sia stato fatto proprio dal convegno dei partiti, almeno a quanto si rileva dal comunicato succitato.

Il Partito comunista non ha trovato opportuno di intervenire a questa riunione di partiti politici e non crede che la via scelta dal Sindacato ferrovieri per la preparazione del fronte unico sindacale sia la più sicura.

Non occorre ricordare come la intesa fra le grandi organizzazioni sindacali sia stata proposta e validamente sostenuta contro diffidenze e insinuazioni proprio dal nostro partito fin dall’agosto scorso. Noi vediamo dunque con grande soddisfazione la convocazione di Genova tra gli organismi sindacali e, senza bisogno di intervenire a convegni politici preparatori, il partito comunista impegna senz’altro per la riuscita di questa riunione tutte le forze dei suoi aderenti sul terreno sindacale. Si devono però mettere in luce parecchie cose, per chiarire bene quale debba essere la piattaforma del fronte unico proletario se questo deve essere una realtà ed una forza.

La necessità del fronte unico si impone per il proletariato bersagliato dalla offensiva padronale, in quanto esso è condotto a constatare che per la sua difesa contro le mille manifestazioni dell’attacco borghese non è sufficiente l’azione isolata di parte della classe lavoratrice, non sono più bastevoli i movimenti locali e di categoria. Che questa sia la piattaforma iniziale di ogni azione efficace in difesa del proletariato lo mostra all’evidenza l’origine stessa della iniziativa del Sindacato ferrovieri che ha dovuto constatare come anche la potentissima organizzazione ferroviaria non possa difendersi dalla reazione se non affasciando la sua difesa con quella di tutto il proletariato delle altre categorie e professioni. Si deve quindi stabilire che a base di ogni dichiarazione comune di alleanza tra le varie organizzazioni operaie stia il riconoscimento di questo proposito dettato dalla necessità: fusione in una sola azione di tutte le vertenze parziali sollevate dall’offensiva borghese. Un riavvicinamento formale dei dirigenti di varie organizzazioni che non si intendano su questo contenuto reale del concetto di unità proletaria, non sarebbe che la caricatura del fronte unico. Non si tratta tanto di stabilire che Confederazione Generale del Lavoro, Unione sindacale, ferrovieri, ecc., agiranno d’accordo su di un vago programma che resterà sulla carta, ma di stabilire che questi organismi concordano nello spostare il piano dell’azione proletaria dagli orizzonti locali e di categoria all’impegno simultaneo nella lotta di tutta la classe lavoratrice su scala nazionale, e domani internazionale.

Inoltre deve essere fissato il contenuto preciso delle rivendicazioni da difendere. Anche qui si deve notare come nella proposta dei ferrovieri siano chiaramente contenute quelle proposte che altra volta ha avanzato il Comitato sindacale comunista e che i comunisti difendono con ogni loro forza: principale quella della difesa del salario e di tutte le conquiste proletarie. Una intesa è utile solo su questa base. Non occorre dire come questa piattaforma sia stata respinta dai socialisti e confederalisti.

La proposta dei ferrovieri precisa anche la risposta alla reazione con qualunque mezzo. Forse è troppo pretendere che questa formula sia accettata come condizione per l’intesa, ma va tuttavia ricordato che confederalisti e socialisti fanno una continua campagna contro questo criterio. Se però l’impiego della violenza è un postulato che non è il caso di affacciare pregiudizialmente per non fornire un troppo comodo alibi agli opportunisti si deve a nostro parere stabilire chiaramente, a base dell’intesa di Genova, che, restando ogni partito o corrente politica libero di adoperare i suoi mezzi specifici di azione, il parlamentarismo per i socialdemocratici, l’azione illegale per i comunisti, le organizzazioni sindacali si accordano però su questa chiara base: impiego delle forze sindacali sul terreno dell’azione di classe. I sindacati devono dichiarare che l’acquiescenza alle imposizioni borghesi vorrebbe dire la loro morte, e l’unica risposta possibile è l’impiego nella lotta delle forze dell’organizzazione proletaria sul loro terreno specifico: lo sciopero generale. Genova non dovrà proclamare uno sciopero generale, proletario, come proponeva la mozione comunista a Verona, ma dare mandato al Comitato di preparare la lotta in vista di questo mezzo centrale di azione da adottarsi a tempo opportuno.

Il fronte unico diventa una cosa senza alcun valore senza questa precisa piattaforma che propongono i comunisti: affasciamento di tutte le vertenze parziali, difesa integrale del tenore di vita del proletariato, impiego dell’azione diretta sindacale fino allo sciopero generale.

Nulla di questo vi è nella riunione dei partiti di cui parla il ripetuto comunicato. A che dunque si sarebbero impegnati socialisti, repubblicani e anarchici? A sostenere nelle organizzazioni sindacali un’alleanza formale e fredda che ognuno interpreterà a suo modo? Si poteva invece raggiungere un miglior risultato, in vista dell’adunata di Genova, se ogni partito, senza bisogno di adunanze comuni che appunto porterebbero ad un compromesso tra i vari programmi politici che sono inconciliabili e quindi sono sterili nei risultati, lanciasse una chiara parola d’ordine ai suoi aderenti che militano nei sindacati. Il Partito comunista, senza nulla domandare da parte degli altri movimenti ed organismi che dicono di essere per il fronte unico, senza porre nessuna pregiudiziale circa il proprio intervento e rappresentanza nel Comitato dirigente, ha da tempo data disposizione a tutti i suoi aderenti di sostenere i punti fondamentali che sono l’unica base possibile del fronte unico. Gli altri partiti politici, o di «avanguardia» secondo una vecchia denominazione di cui dovrebbe beneficiare il Partito repubblicano che non può e forse non vuole essere detto un partito proletario, non hanno che a comportarsi analogamente.

Non si dirà che il Partito comunista voglia in tal modo imporre il suo programma contro quello degli altri partiti. A questo il Partito comunista non rinunzia certo, in quanto si riserva larghissima libertà di propaganda critica e polemica politica (e non chiede che nessuno rinunzi a fare altrettanto nei suoi confronti). Ma per quanto riguarda la costituzione del fronte unico proletario, le proposte del Partito comunista non contengono né l’impegno alla lotta contro il regime borghese per abbatterlo con la violenza, né quello della costituzione della dittatura proletaria: esse sono tali che mentre al di fuori della piattaforma che esse costituiscono il fronte unico sarebbe una turlupinatura, né il programma socialista né quello libertario sono in contrasto con la loro accettazione.

Non si confonda dunque il fronte unico con una vaga intesa formale, locale o nazionale, tra diversi partiti, interpretabile nel senso che ognuno tenderà in certo modo allo scopo comune della difesa operaia con i suoi propri mezzi di azione, costituendosi un organo che si servirebbe dei socialisti (e magari dei ministri socialisti) sul terreno parlamentare, e degli anarchici per il lancio delle bombe. Qui non si avrebbe unità ma vano gioco di demagogia. Unità di azione proletaria si può praticamente e concretamente avere sul terreno indicato dal Partito comunista, come unità dei fini e dei mezzi, in quanto vi sono dei fini e dei mezzi da contrapporre all’offensiva borghese nei quali ogni lavoratore organizzato può convenire senza che vi si opponga il suo partito politico.

Esca dalla riunione di Genova una simile intesa e si potrà contare in prima linea sulle forze del Partito comunista e su tutti i suoi organi di propaganda e di battaglia.

Ed infine poniamo non due condizioni, ma due domande circa l’organizzazione dell’adunata di Genova. La vecchia formula: «sul terreno della lotta di classe» non significa più nulla. Nel senso politico, potremmo revocare in forte dubbio che la politica dei capi della Confederazione del Lavoro sia sul terreno della lotta di classe. Nel senso sindacale dobbiamo riconoscere come organizzazione di classe ogni unione di lavoratori con obiettivi economici, qualunque sia il colore politico dei dirigenti. Noi proponiamo che l’invito alla riunione di Genova sia esteso a tutte indistintamente le organizzazioni sindacali che intendessero intervenire senza alcuna limitazione.

Ed inoltre chiediamo ancora se ad un convegno di tanta importanza debbano le grandi organizzazioni economiche essere rappresentate solo dai Consigli esecutivi o direttivi detenuti dalle rispettive maggioranze o non piuttosto da una rappresentanza scelta con criterio più largo e proporzionale alle frazioni politiche che vanta ciascuna organizzazione. In tal modo, senza convocare i partiti politici, il che sarebbe una misura affatto sfavorevole alla riuscita dell’iniziativa, si avrebbe la rappresentanza di tutte le tendenze rappresentate nel campo proletario.

Se le minoranze comuniste potranno parlare nel Convegno, esse non pretenderanno che si possa unire il proletariato solo sulla base dell’accettazione del programma comunista. Esse porranno soltanto i tre punti a cui abbiamo accennato, chiederanno soltanto che l’unità del fronte abbia chiaro contenuto e chiaro metodo di azione. L’attitudine del nostro Partito non potrebbe essere più semplice e più diritta. Esso è pronto a dare tutto per l’unità, esso è pronto a dare tutto perché l’unità non sia barattata in nuove e tormentose delusioni del proletariato d’Italia, troppe volte frenato nella via della vittoria dalla inettitudine dei capi.

Per il potenziamento dell’Alleanza del Lavoro

(Il Sindacato Rosso, 20-5-1922)

DELIBERAZIONI DEL COMITATO SINDACALE COMUNISTA ALLA RIUNIONE DEL 19-5-1922

I punti seguenti stabiliscono che tutto il partito si adoperi energicamente per dare all’« Alleanza del Lavoro » un vero e proprio carattere di fronte unico sindacale proletario. I bonzi sabotavano la creazione dei comitati locali dell’Alleanza, ma i comunisti si dimostravano fervidi promotori dell’unità d’azione. I bonzi tentavano di addormentare le masse, in coincidenza dei duri colpi delle guardie bianche: il Partito riafferma l’urgenza dello sciopero generale, sconvolgendo i piani disfattisti dell’opportunismo della C.G.d.L.

Il Comitato Sindacale Comunista ed i Comitati Nazionali Comunisti professionali constatano:

1. L’offensiva economica del padronato ha, in questi ultimi tempi, ripreso vigore e minaccia le posizioni arretrate sulle quali dovette ripiegare il proletariato sconfitto dalle forze della reazione.

Il timore di una ripresa offensiva delle classi operaie e contadine sospinge i capitalisti a dare battaglia definitiva al proletariato organizzato per metterlo in condizioni tali che non possa, per un lungo periodo di tempo, risollevarsi.

2. La disoccupazione dilaga preoccupante. I termini concessi dal governo per l’elargizione dei meschini sussidi ai disoccupati vanno scadendo e se ne richiedono le proroghe con dubbio esito. Le masse operaie che furono forzatamente costrette ad inquadrarsi nei cosiddetti sindacati economici, sospinte dalle ineluttabili conseguenze della crisi, applicano i metodi di azione classista contro il padronato e lo Stato.

3. L’offensiva economica del capitalismo si accompagna ad una ripresa vivace e sanguinosa della reazione statale. Una lotta cruenta si combatte ogni giorno fra proletari e guardie bianche mentre queste tengono in signoria vaste plaghe e migliaia e migliaia di lavoratori.

Il governo, al quale è noto il punto di vista riformista dei capi confederali, e che conosce la triste situazione dei sindacati, se ne fa forte per colpire i lavoratori scioperanti dei pubblici servizi, senza che nessuna forma reale di difesa si manifesti contro tale politica di reazione.

4. Molte agitazioni operaie e agrarie sono in corso o stanno per aprirsi per la difesa dei salari, il cui livello va continuamente abbassandosi, per la revisione dei concordati e per il rinnovo dei patti agrari che la mazza ferrata delle guardie bianche l’anno scorso impose ai contadini e ai salariati agricoli, e che oggi dovrebbero diventare più duri ed esosi.

5. Nella tragica situazione in cui si trovano le masse operaie, la promessa confederale tanto sbandierata che, cioè, la spiritosa invenzione dell’inchiesta sulle industrie (la cui Commissione, nominata da tempo, è paga dell’inevitabile ozio nel quale si conduce) sospendesse la diminuzione dei salari per gli operai, si è naturalmente dimostrata, come fu previsto chiaramente dai comunisti, un trucco. La subdola manovra dei riformisti ha servito solamente a dilazionare la lotta degli operai contro i padroni, che oggi tende a scoppiare più violenta, mentre le condizioni di resistenza delle masse lavoratrici sono peggiorate.

6. Nonostante ciò, nonostante più di diciotto mesi di reazione armata, nonostante le sconfitte subite, si constata la tendenza, comune a tutte le categorie di lavoratori, a riprendere lena per la difesa dei più essenziali diritti morali ed economici dei lavoratori. Tale rifiorire di energie tra le masse trova la sua ragione prima nell’affascinamento di tutte le grandi organizzazioni che ha avuto un terreno di sviluppo nell’Alleanza del Lavoro, primo tentativo, ancora imperfetto, di realizzazione del fronte unico delle masse lavoratrici organizzate.

7. Il Partito Comunista deve rilevare che il tentativo che ha portato alla costituzione dell’Alleanza del Lavoro deve essere perfezionato e diffuso. Non in tutte le città ove esistono gli elementi organizzativi per la costituzione della Alleanza del Lavoro tale costituzione avviene. Le grandi organizzazioni sindacali non controllano se i loro organismi periferici rispettino le disposizioni date dai Comitati Esecutivi Nazionali Sindacali. Perché il fronte unico sia veramente solido, è necessario che in ogni città si formino i comitati locali dell’Alleanza del Lavoro eletti direttamente per consultazione dalle masse aderenti agli organismi alleati, e che le sezioni locali dell’Alleanza siano chiamate a Congresso Nazionale che solo può nominare, con criterio proporzionale esteso a tutte le frazioni politiche che dirigono i Sindacati, il Comitato Centrale dirigente dell’Alleanza del Lavoro.

8. Data la critica situazione sociale e politica italiana, ed in considerazione della tendenza alla riscossa manifestata da chiari segni e in diverse occasioni dalle masse proletarie, l’Alleanza del Lavoro ha il dovere di realizzare il compito per il quale essa nacque.

Per la riscossa proletaria

(Il Bolscevico, 8-6-1922)

Questo è uno dei tanti esempi di come il Partito comunista intende la lotta contro il fascismo e i padroni, organizza e propaganda la solidarietà di classe. In questo modo il Partito si lega alle masse combattenti e si abilita a dirigerne la lotta.

PROLETARI! ORGANIZZATE IL FRONTE UNICO E L’AZIONE GENERALE PER LA DIFESA E PER LA RISCOSSA CONTRO IL NEMICO COMUNE.

Lavoratori, operai e contadini d’Italia!

Il turbine dell’attacco reazionario con rinnovata violenza si scatena contro le vostre posizioni, contro gli organismi che la vostra tenacia e la vostra resistenza hanno mantenuto in piedi, solido baluardo, attraverso i mesi della lotta più torbida e disperata.

Gli operai di Bologna, i coloni e i braccianti del Bolognese, ancora una volta sono i primi a sostenere l’urto del nemico. Si vogliono distruggere le organizzazioni da essi create e faticosamente difese, si vuole cancellare anche ogni ricordo di conquista e di diritto proletario. La bastonatura, il ferimento, l’assassinio, l’incendio, il saccheggio, il terrore diffuso per intere regioni: ecco le armi che si adoperano contro il disgraziato ed eroico proletariato bolognese.

Ma da Bologna la paurosa ondata dell’aperta guerra antiproletaria si accinge a diffondersi per le altre regioni. Una ad una si vogliono far cadere tutte le posizioni che ancora resistono e rappresentano per voi una possibilità ed una speranza di riscossa. In pari tempo gli industriali sferrano l’attacco loro contro i metallurgici per piegarli ancora una volta con la forza al loro volere, illudendosi di potere, dopo di aver vinta l’avanguardia metallurgica, fare a pezzi i concordati e i patti che garantiscono le conquiste di tutte le altre categorie operaie.

Operai e contadini!

I compagni, i fratelli di Bologna chiedono il vostro aiuto! Voi sapete che a Bologna si combatte una battaglia che vi riguarda tutti. Bisogna arrestare agli inizi la offensiva del nemico comune. Bisogna iniziare contro di essa una azione generale chiamando alla riscossa tutte le categorie dei lavoratori d’Italia. Non si deve permettere al nemico di smantellare ad una ad una le posizioni di difesa del proletariato mentre le altre schiere proletarie assistono in una rabbia impotente e vana. Voi sarete ancora i più forti all’offensiva degli armati della reazione e degli industriali saprete opporre le vostre forze unite in un sol fascio e ordinate in un Fronte Unico di riscossa proletaria.

Il fronte unico della difesa e della riscossa deve diventare una realtà!

Questo dovete chiedere ai capi di quegli organismi sindacali in cui si raduna tutta la forza della classe lavoratrice; questo dovete chiedere alla Alleanza del Lavoro la quale si è costituita appunto allo scopo di preparare e di guidare la lotta per la difesa e per la rivincita.

Mentre il nemico scaglia tutte le sue forze contro un punto del fronte proletario per spezzarlo e per crearsi la possibilità di travolgere tutto il rimanente delle vostre schiere, si deve rispondere all’attacco con l’azione generale.

Le esitazioni, i dubbi, i temporeggiamenti, le equivoche manovre parlamentari, sono tutte cose che giovano al nemico. Il nemico si può arrestare soltanto scagliando contro di esso tutto il peso di tutta la massa lavoratrice ordinata per la lotta.

Lavoratori, operai e contadini d’Italia!

Fate sentire agli organismi che hanno voluto per sé la responsabilità di dirigervi che questa è la vostra volontà. Nelle vostre assemblee, nelle riunioni, nei comizi ponete i capi di fronte a queste responsabilità e pretendete che l’Alleanza del lavoro assolva il suo compito.

Non lasciate che ancora una volta l’attacco nemico si svolga e si completi di fronte alla vostra inerzia e alla vostra dispersione. Segnate tra di voi un patto nuovo di alleanza per la lotta suprema, fate che sorga dal basso e si imponga in modo travolgente il fronte unico di tutte le vostre volontà e di tutte le vostre energie!

Questa parola d’ordine vi lancia il Partito Comunista, che è pronto a lottare con voi, nelle prime file, con tutte le sue forze. Viva la solidarietà col proletariato bolognese e col proletariato metallurgico, avanguardia di tutti gli operai e di tutti i contadini d’Italia!

Viva l’azione generale per la riscossa del proletariato dei campi e delle officine!

Viva il fronte unico di azione e di lotta di tutta la classe lavoratrice!

Il C. E. del Partito Comunista d’Italia.