«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.6
Categorie: Culturalism, Party Doctrine, Party Theses, Union Question
Questo articolo è stato pubblicato in:
Nel precedente capitolo abbiamo introdotto la citazione delle nostre Tesi di Roma ad un punto che ora ci preme riprendere: «Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendendo solo quei proletari che accettano dati metodi di azione… (Tesi 16)». Sono queste due facce della stessa medaglia, di una concezione estranea al marxismo ed al suo modo dialettico di considerare «la formazione della coscienza di classe». In questa concezione il partito diviene l’unione degli individui «coscienti», mentre nel campo economico si organizzano solo quei proletari che hanno acquisito la coscienza della necessità di determinati metodi di azione.
È una concezione culturalistica, tipicamente anarchica, che vede la lotta di classe come un prodotto della coscienza individuale. La concezione marxista è opposta: è il partito come organo collettivo storico che possiede la coscienza di classe, ma la esprime non come fatto intellettuale anche se si presenta in veste teorica, bensì come arma di battaglia di una formazione organizzata, come capacità di indirizzo della battaglia di classe. Il Partito è «ovunque e sempre senza eccezioni» un organo di combattimento della classe. La sua azione in seno alla classe per indirizzarne e condurne il combattimento a qualunque livello esso si trovi a svolgersi, è inscindibile – nel tempo e nello spazio – dal possesso della coscienza teorica, della capacità di spiegazione dei fatti sociali, che è l’arma formidabile dell’azione stessa. Conoscere serve al Partito, per agire per combattere nel vivo della lotta sociale non certo per creare dei buoni intellettuali. Uccide il Partito chi separa anche per un solo momento queste funzioni che vivono in stretto collegamento ed in precisa simbiosi l’una con l’altra: la capacità di interpretazione dei fatti e di previsione secondo la invariante dottrina, l’azione pratica del partito di indirizzo e di guida della lotta sociale, l’organizzazione sempre più vasta e precisa dell’organo di combattimento.
Perché la base dello scontro tra le classi non è la coscienza, tanto meno quella individuale, ma le forze materiali, i loro rapporti reciproci, la loro azione. Sono le contraddizioni materiali della società che spingono le classi ad affrontarsi, e quanto più lo scontro è vasto e profondo, irriconciliabile ed irrisolvibile, più si alimenta di questa linfa materiale la coscienza collettiva della classe, cioè il suo Partito. Ecco perché, dall’altro lato, i marxisti sono sempre stati contro la scissione degli organismi economici che stavano sul terreno della lotta di classe, anche quando questi sono stati diretti ed influenzati da direttive contrastanti con le nostre. Quanto più è vasta l’azione di classe, cioè l’azione del proletariato sul terreno economico, tanto più questa azione è suscettibile di indirizzarsi nel senso indicato dal Partito. Ma il Partito non guida la classe perché le insegna la verità rivoluzionaria, non conquista la classe perché dimostra teoricamente, al cervello dei proletari, che il comunismo è l’unica possibile uscita dalle contraddizioni della società presente.
Al contrario il Partito conquista la classe perché è capace, sulla base della sua visione totale e generale, di definire un indirizzo di azione pratica nel vivo delle lotte operaie che distingue materialmente il Partito da tutte le altre tendenze politiche, che è capace di presentare il partito come l’unico organo che può dirigere gli sforzi della classe verso un fine unico che corrisponda agli interessi degli operai stessi. In sintesi, fra la coscienza del Partito e il movimento della classe sta un termine ineliminabile: l’azione pratica del Partito, l’intervento del Partito nelle battaglie, anche limitate che i proletari conducono per le loro esigenze, la dimostrazione pratica che i comunisti sono «i migliori compagni di lotta di tutti i proletari». Provate ad eliminare per un momento soltanto, questo tramite, questo pratico elemento, ed il Partito non esiste più: non esiste più perché non è più un organo di combattimento e di battaglia, ma una accolta di intellettuali che guardano dall’alto la misera realtà quotidiana, la miseria del proletariato che «sciupa» le sue energie nella lotta per il pisciatoio di fabbrica, al quale il piccolo cenacolo di marxologi si accosta per moralizzarlo, per sussurrargli all’orecchio che, in fondo, esistono ben altre ragioni per lottare, risolvendo così in un problema di comprensione e di coscienza quello che è un problema di forza. Distruggete, anche per un attimo, questa caratteristica del Partito, ed avrete distrutto il Partito in quanto tale compresa la sua coscienza teorica che non può sussistere se non come arma di un organo collettivo di azione e di combattimento.
IMPORTAZIONE DELLA COSCIENZA DEL PARTITO NELLA CLASSE
Non si tratta di un effetto di ordine pedagogico, e noi della Sinistra siamo sempre stati anticulturalisti. La difesa e la restaurazione contro ogni deformazione della teoria del Partito, il suo lavoro di propaganda e di proselitismo non può che presentarsi integrato costantemente dalla partecipazione e dall’intervento del Partito nelle lotte che i proletari conducono quotidianamente contro il capitale. Intervento e partecipazione che non è soltanto di propaganda delle posizioni del Partito, ma è di indirizzo dell’azione proletaria, di incitamento e di incoraggiamento ad essa, di definizione di un indirizzo pratico di azione che si contrappone a tutti gli altri e che permette ai proletari in lotta di riconoscere praticamente il Partito. Si tratta di elementi che devono andare insieme senza mai scindersi nella consapevolezza del modo dialettico di formarsi della coscienza di classe. Questo «modo dialettico» consiste nel fatto che i proletari spinti a lottare, vedono nel Partito Comunista e nei proletari comunisti «i loro migliori compagni di lotta», quelli che stanno in prima fila nelle loro battaglie, quelli che hanno un indirizzo di azione più chiaro e più adeguato alla conduzione della lotta stessa; e, di conseguenza, si stabilisce fra la massa proletaria e l’organo combattente – il Partito – un rapporto di fiducia fondato sull’esperienza stessa dei proletari, i quali materialmente sono condotti a sperimentare che solo il partito comunista è quello che sta alla testa delle loro lotte, quello che non tradisce, quello che non abbandona i proletari. Fallisce in questo compito, che solo è in grado di stabilire il collegamento fra partito e classe, sia l’atteggiamento che vede l’intervento nelle lotte proletarie come un intervento di ordine propagandistico (le lotte proletarie permettono agli operai di meglio comprendere i principi del partito), sia l’atteggiamento che «si mette al servizio» delle lotte stesse riducendo la sua funzione a quella di un appoggio ai proletari in lotta, ad una pura e semplice «esaltazione» delle loro lotte. La fisionomia del partito deve spiccare nelle lotte proletarie: è il campo naturale in cui essa può spiccare in contrapposizione a quella di qualsiasi altro partito politico, ma né perché si predicano gli «eterni principi», né perché ci si sfiata a gridare evviva ai proletari in lotta, ma perché il partito è l’unico capace di indirizzare praticamente i proletari, di indicare loro la strada che devono percorrere e gli ostacoli che su di essa incontrano, di far toccare loro con mano che il seguire qualunque altra strada porta necessariamente alla sconfitta delle forze proletarie. È in questa capacità di raccordare qualsiasi movimento, anche limitato della classe, alle finalità generali ed universali della classe stessa per mezzo del suo indirizzo pratico di azione che il partito si distingue da tutti gli altri agli occhi anche degli ultimi dei proletari. È questo l’intervento del partito nelle lotte proletarie: è questa l’azione sindacale del partito.
SOLENNE ERRORE E DEVIAZIONE PEDAGOGICA
Ma questa nostra visione discende dal considerare il partito, sempre e dovunque, organo di combattimento che inquadra teoria e visione corretta del processo storico, come per operare in maniera coerente è capace di concepire il «modo dialettico» del formarsi della coscienza di classe. Si esce da questo campo e dal campo della rivoluzione quando, se ne presuppone l’acquisizione individuale, intellettuale, cerebrale e la trasmissione per la stessa via. Allora viene deformato non solo il metodo di intervento del partito fra i proletari, ma anche il partito stesso ed è facile dedurre che sia più vicino al marxismo ed al partito l’intellettuale politicizzato ed «impegnato» piuttosto che l’operaio analfabeta, che non si occupa di politica. In fondo perché non dovrebbe essere più facile, testi alla mano, salda preparazione dottrinaria in testa, convincere della «verità marxista» un giovane intellettuale che conosce Marx anche se arriva a qualche conclusione sbagliata, piuttosto che un operaio che non riesce a vedere al di là della difesa del proprio pane quotidiano? Ma è proprio il fatto che la «verità marxista» non si impara e non si insegna, non si trasmette per mezzo della scuola neanche della scuola di partito e non si acquisisce in un «dialogo» o in «tornei teorici». È vero il contrario: come il partito è in grado di comprendere il marxismo soltanto collettivamente e perciò nella sua azione organizzata, nel suo lavoro, così il proletario analfabeta perviene al marxismo per via non cerebrale, ma spinto dalla sua lotta, dai suoi interessi materiali, dal suo istinto e, se vogliamo, dalla sua fede. Ed è più vicino al partito, tesi che ormai nel campo della Sinistra dovrebbe essere definitiva, l’operaio ignorante, ma capace di combattere per un pezzo di pane per sé e per la propria famiglia, del gruppettaro figlio delle mezze classi con il cervello pieno di testi di Marx, ma organicamente incapace di una vita che superi le aule delle università borghesi. La piccola borghesia intellettuale, anche i «figli di operai» svirilizzati dalla cultura borghese, ha saputo produrre il semi-marxismo ed il semi-rivoluzionarismo degli attuali gruppuscoli extra parlamentari. Fra essi ed il partito di classe c’è un abisso, non di nozioni teoriche ma di interessi materiali. Il proletariato, la massa dei lavoratori salariati costretti a combattere per un pezzo di pane e decisi finalmente a farlo forniranno gli elementi innumeri che sapranno «imparare» il marxismo; lo impareranno non con il cervello e non nelle università, lo impareranno nelle strade e nelle piazze con i muscoli e con il cuore, nella lotta fisica di classe contro classe, di violenza contro violenza, di dolore contro dolore dove la complessa ed «incomprensibile» verità marxista si presenterà loro come «l’elementare verità» della loro esistenza, come «l’elementare via» della loro battaglia per la vita «tutti sappiamo che quando la situazione si radicalizzerà elementi innumeri si schiereranno con noi in una via immediata e spontanea e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche».
Il trattare della pur limitata attività pratica del partito ci porta, come si vede, a ribadire tutti i cardini delle posizioni comuniste: è inevitabile perché il partito di classe deve essere in grado di impostare l’indirizzo della sua azione pratica, il suo comportamento in essa in maniera coerente a ciò che esso è, a quello che è la sua essenza.
Tutto quello che abbiamo detto ci conduce ad una considerazione la cui conferma ritroviamo in tutte le manifestazioni della vita del partito e che deve essere presente ai giovani militanti come ai proletari che ci leggono e che soprattutto seguono la nostra attività. Nel 1926 si apriva un ciclo sfavorevole alla lotta rivoluzionaria di classe, ciclo prevedibile non di breve durata per il congiungersi di una serie spaventosa di elementi negativi che la Sinistra rimase da sola ad enunciare. In questa catastrofe del movimento rivoluzionario mondiale le forze che si attestavano sulle basi della Sinistra non intesero mai la salvaguardia e la difesa dei principi del partito come un fatto intellettuale. Esse passarono di generazione in generazione non solo una teoria, non un insieme di tesi da imparare a memoria, ma una tradizione di partito. Nel restringimento dei suoi effettivi che la potenza controrivoluzionaria operava, il partito non rinunziò mai a nessuno dei suoi compiti e, mentre ribadiva le verità della scienza marxista in faccia al nemico vittorioso, svolgeva questo stesso compito come battaglia, come combattimento non come accademia ed opera di studio e lo svolgeva nello stesso tempo in cui, con le sue pur deboli forze, non rinunziava ad entrare in ogni spiraglio in ogni frattura che la società borghese potesse offrire; non rinunziava all’azione di indirizzamento e di incoraggiamento dei moti proletari spontanei, all’azione nei sindacati e negli organismi operai per salvaguardarvi e difendervi una tradizione di comportamento e di azione genuinamente proletari, per chiamare gli operai a resistere allo svilimento ed alla deviazione delle proprie lotte e delle proprie organizzazioni anche quando i rapporti di forza erano di uno a diecimila e qualsiasi successo era escluso in partenza.
Se ci immaginassimo il lavoro di questi cinquant’anni come il mantenimento e la trasmissione per via cerebrale di una corretta interpretazione del mondo, come il passaggio di una verità posseduta da alcuni «cervelli sapienti» ad altri «cervelli sapienti», in attesa che questa verità di accademia e di scuola possa calare un giorno ad illuminare le masse umane in movimento, tutta la storia del partito è falsata e si apre la via a qualsiasi deviazione. La generazione che aveva vissuto Livorno ed il I dopoguerra intese trasmettere e trasmise alle nuove generazioni il partito, unico in teoria ed in prassi e lo fece sempre nella battaglia e nel combattimento fisico. Sempre ed in qualsiasi momento. È questa l’ennesima ragione per cui noi parliamo del piccolo raggruppamento attuale come del partito e lo contrapponiamo a tutti gli altri: è in questo piccolo raggruppamento che si è condensata, sotto i colpi della controrivoluzione una tradizione di teoria, di prassi, di metodi di lavoro, di organizzazione e di esperienza che, messi insieme, costituisce e distingue il partito di classe.
Si tratta di ben altro che di confrontare un «apporto» od un «contributo» della Sinistra; l’elaborazione marxista della Sinistra italiana! Non si tratta di ricerche filosofiche nello stile delle accademie borghesi; si è trattato e si tratta di una trincea di combattimento contrapposta a tutte le altre trincee in teoria ed in prassi. Si tratta del partito.
Tutte le nostre tesi dicono questo: chi ha smarrito la capacità di comprenderlo è perché si trova nei confronti del partito su altra sponda; come ci sia finito e quale sia il suo nome (e ne conosciamo di onesti e di valorosi) non interessa a nessuno.