La classe operaia risponda con la lotta al flagello della disoccupazione
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L’11 giugno la Commissione Europea ha elaborato una relazione sulle eventuali misure tecniche da adottare nei paesi comunitari per ridurre gli attuali alti indici di disoccupazione che, secondo le più recenti previsioni, faranno da contorno a questa putrida società perlomeno fino alla fine degli anni ’70, ché più in là gli economisti borghesi non si azzardano a pronostici.
Lo scopo di questo primo tentativo di accordo interstatale è chiaro, dichiarato: ridurre le «tensioni sociali»; parlano cioè dichiarati difensori dello status quo.
La relazione ha anticipato la conferenza triangolare, sempre sullo stesso argomento, che si è svolta il 24 giugno e che ha visto riuniti i rappresentanti politici sindacali ed imprenditoriali dei paesi comunitari; conferenza dalla quale non è uscito un bel niente.
Gli imprenditori hanno sbattuto sul tavolo, senza la signorilità di cui aveva dato prova la CEE nello stilare il suo documento, la panacea della politica dei redditi, della diminuzione cioè dei salari reali, mentre i sindacati hanno solo confermato che erano pronti a far fare qualsiasi sacrificio agli operai a condizione che si varasse al più presto una nuova politica economica: i rappresentanti dei vari governi erano invece, ancora una volta, divisi sui provvedimenti da adottare per favorire la ripresa economica.
Ecco finalmente il punto che tutti accomunava: «far uscire l’Europa dal tunnel» e per far questo contano poco, in sé, i singoli provvedimenti, conta invece riuscire ad instaurare la pace sociale fra forza-lavoro e capitale e in questo i più lungimiranti sono i sindacati che, oltre a non contestare le intenzioni degli imprenditori di affamare i proletari, sguaiatamente domandano: «E poi lo faremo o no questo nuovo modello di sviluppo?».
Gli imprenditori non hanno risposto ed ancor oggi le due bande, quella sindacale e quella padronale, sono lì che si fronteggiano scambiandosi improperi vari. Niente paura, non si andrà più in là delle offese verbali, non inizierà una guerra proprio ora che le cose vanno male; anzi il destino di quei falsi nemici è quello di unirsi in un fronte unito per schiacciare il proletariato quando questi reimpugnerà – e ne sarà costretto – le tradizionali armi della lotta di classe.
Stringi stringi, pertanto, non ci è rimasto che la relazione della Commissione Europea.
Il documento auspica che i Nove adottino le seguenti tre misure: diminuzione della giornata di lavoro; prepensionamento; prolungamento dell’obbligo scolastico.
Il primo punto è facilmente spiegabile e rientra a pieno diritto nei «rimedi» che puntellano la struttura capitalistica di produzione: la durata della giornata lavorativa diminuisce, la produttività del lavoro aumenta, i salari orari diminuiscono o aumentano in misura minore della produttività del lavoro (il documento parla ipocritamente di «aggiustamento dei salari»), i costi di produzione diminuiscono causa una più alta composizione organica del capitale. I capitalisti europei vincerebbero così la concorrenza degli altri capitalisti e il mercato mondiale fagociterebbe i prodotti comunitari, più a buon mercato. L’Europa entrerebbe in un nuovo ciclo di prosperità industriale e commerciale, ripartirebbe la sanguinosa accumulazione allargata del capitale che necessita di un numero sempre crescente di braccia proletarie per mettere in moto la massa di capitale costante e trasformare la massa di materie prime, termini ambedue gonfiatisi; la palla infuocata della disoccupazione verrebbe passata, volente o no, alla borghesia d’oltre Oceano e del Terzo Mondo, mentre in Europa dilagherebbe la prosperità borghese.
Ma le condizioni di vita del proletariato? Vediamo un po’. Fase A dell’operazione: è quella in cui si dovrebbe battere la concorrenza e in cui si sarebbe avuta una semplice riduzione della giornata di lavoro con una contrazione dei salari e una diminuzione dei costi di produzione, zero assunzioni dei disoccupati. Lo schiacciamento sociale del proletariato è aumentato, sceso invece il suo livello di vita.
Fase B: Saremmo entrati in un nuovo ciclo di accumulazione. Il monte dei salari aumenta rispetto alla fase A per l’assunzione di una parte dell’armata dei disoccupati, ma aumenta ancor di più la massa dei prodotti e soprattutto il plusvalore estorto. Senza contare che la disoccupazione investe con tutta la sua virulenza gli altri paesi capitalistici, per il proletariato di stanza nell’Europa dei Nove abbiamo: un ulteriore schiacciamento sociale, tutto si è gonfiato in misura maggiore dei salari, e le stesse miserevoli condizioni di vita della fase A questa volta però allargate a un maggiore numero di proletari essendone strappati una parte alla disoccupazione; in conclusione si è socializzata la miseria.
Idem per il secondo punto, quello del prepensionamento. Questo il ragionamento: anticipiamo la pensione ad un tot di lavoratori che saranno sostituiti nel processo produttivo da un altro tot anche non necessariamente uguale, minore senz’altro minore aggiungiamo noi, di lavoratori disoccupati. Risultato, i pensionati aumentano, i disoccupati diminuiscono, aumentano invece le spese che devono sostenere gli enti previdenziali mentre diminuiscono le quote di assistenza disoccupazione. Perdita secca dello Stato borghese a meno che non riesca ad abbassare le pensioni al livello delle quote di disoccupazione.
Come finanziare questa lungimirante misura tecnica? Semplice! Deve aumentare la massa di plusvalore estorto al proletariato come anche le mille trattenute che impestano la busta paga. Insomma il salario si deve contrarre.
Il problema da «finanziario» diventa politico: quale governo avrà la forza di farlo? I sindacati riusciranno a tradire per l’ennesima volta la classe lavoratrice?
Altro aspetto del problema: la disoccupazione scompare se viene pensionata una massa di lavoratori uguale a quella dei disoccupati che prendono il posto dei primi; ma anche in questo caso la misura apparentemente radicale è un palliativo che ben conosciamo: si tratta né più né meno della politica del fare le buche per poi ricoprirle solo che qui per lo meno invece di mettere in mano al lavoratore una vanga gli si mette una canna da pesca e gli si consiglia di darsi all’ittica. La borghesia è una benefattrice? Manco per idea, i conti per l’azienda dello Stato capitalistico devono tornare, la cassa cioè deve chiudersi in attivo con profitto sonante. La società borghese conosce bene il parassitismo e mantiene in piedi dei carrozzoni antieconomici al solo scopo di puntellare socialmente e politicamente il regime (la tanto deprecata burocrazia ne è un esempio). È sempre stata questa una sua classica politica sempre condotta sulle spalle e sul sudore di quei lavoratori che, sfortunatamente per loro, hanno il compito di sorreggere soli economicamente la società capitalistica. C’è a chi tocca la «politica» o il «sociale» e c’è a chi tocca l’«economia», ognuno ha il suo compito!
Prepensionamento? Certo, ma come arriveranno i lavoratori alla pensione visto che il loro sfruttamento dovrà aumentare a dismisura per permettere questa «misura rivoluzionaria» proposta dai più solerti difensori dell’ordine capitalistico?
Ed eccoci nuovamente allo stesso punto di prima: la misura tecnica n. 2 per sconfiggere la disoccupazione richiede un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro attuali dei lavoratori in cambio di un meritato ma futuro riposo, per chi ci arriverà. Ancora una volta il risultato è lo stesso, la borghesia cerca di militarizzare tutto il proletariato, non più una parte al lavoro e una parte a fare l’esercito industriale di riserva, ma tutti al lavoro col salario ridotto, uno sfruttamento maggiore per abbassare i costi di produzione.
Il monte salari, proprio come per Mr. Weston cento anni fa, non si tocca, se siamo in più a lavorare bisogna ridurre la quota pro-capite di salario, esattamente come nel primo caso si socializza la miseria.
E veniamo al terzo punto, il prolungamento dell’obbligo scolastico; il borghese dichiarato come sempre ha pochi peli sulla lingua e, sbarazzatosi con facilità delle ubbie sul diritto e la libertà di studio, proclama apertamente che il suo unico scopo è diminuire l’armata dei disoccupati che più s’ingrossa più le tensioni sociali minacciano di ribaltare i pilastri di questa società.
Tutte le belle frasi sulla cultura, sull’insegnamento, sulla libera scuola, svaniscono nel nulla; la borghesia nata imponendo (o meglio, affermando soltanto) la libertà in tutti i campi della vita e del sapere (chi non ricorda il vecchio detto della borghesia culturista «In ogni villaggio c’è una face, il maestro, ed uno spegnitoio, il prete»?) ha ridotto nel suo periodo di putrescenza tutte le pretese libertà a semplici puntelli del suo regime di classe.
Cultura, arte, scuola, tutto sussiste solo per questo unico scopo, dimenticate da vecchia data le roventi battaglie illuministe ed anti-clericali che ponevano alla testa della società la Ragione e niente altro.
Il ragionamento è in definitiva uguale a quello sul prepensionamento trattandosi dello stesso problema di mettere a riposo una massa di potenziali lavoratori; i giovani disoccupati sono a posto, devono studiare qualche anno di più. Cosa non si sa bene, si farfuglia «formazione professionale» ma la verità è che dovranno scaldare i banchi in attesa che il periodo critico dell’economia mondiale passi, l’accumulazione del capitale riprenda insieme alla domanda di forza lavoro, tanti manovali, tanti carpentieri, tanti tornitori, tanti elettricisti ecc. ecc. Anche la pretesa autonomia di insegnamento nei corsi professionali sparisce nel nulla in quanto se questi corsi hanno un senso lo hanno solo se si assoggettano alle vicende dell’economia e mai potranno rappresentare un fattore di ripresa ed accelerazione del processo produttivo.
Kautsky nota in «La questione agraria» che: «La società capitalistica, nella misura in cui i suoi più intelligenti e imparziali rappresentanti trionfano sui miopi interessi degli industriali, si accontenta di un compromesso; essa cancella completamente il lavoro produttivo dai piani educativi della gioventù sino ad una certa età (fino al dodicesimo o al quattordicesimo anno), per poi escludere da questa età in poi l’adolescente proletario da ogni istruzione e lasciarlo solamente al lavoro produttivo, il che oggi significa allo sfruttamento capitalistico»: in precedenza Marx nella «critica al programma di Gotha» asseriva che: «Il divieto generale del lavoro dei fanciulli è inconciliabile con l’esistenza della grande industria e perciò un vano, pio desiderio. La sua attuazione – nel caso fosse possibile – sarebbe reazionaria, perché con un regolamento severo del tempo di lavoro secondo le diverse età e con altre misure precauzionali per la protezione dei fanciulli, un legame tempestivo di lavoro produttivo e istruzione è uno dei più potenti mezzi di trasformazione della società odierna».
Il proletariato moderno con il suo lavoro sostiene tutta la società e sarà proprio questo che gli permetterà di ribaltarne le fondamenta e di costruirne un’altra su basi completamente diverse, quella comunista, in cui rotto il ciclo esoso dell’accumulazione di capitale sarà possibile ridare al lavoro produttivo la sua funzione di educazione e trasformazione delle vecchie e nuove generazioni di uomini liberi.
Due società si guardano in cagnesco, quella capitalista presente e quella socialista futura: nella prima pochi Stati ricchi, che vegetano sui frutti del lavoro e del sudore dei proletari e dei contadini poveri di tutto il mondo, pretendono offrire ai figli della piccola borghesia e delle aristocrazie del lavoro il «prolungamento dell’obbligo di studio». Di fronte a questa società di impotenti giovani «studenti» la stessa forza delle cose richiede la società socialista con il suo lapidario «chi non lavora non mangia». Chi mantiene oggi gli studenti a fare gli studenti, chi paga? Sempre il proletario il cui codazzo di parassiti aumenta.
Il PCI su Rinascita del 18-6 stigmatizza la Commissione della CEE che con le sue misure «cercherebbe di ridurre la pressione sul mercato del lavoro invece di predisporne altre per l’allargamento della base produttiva».
È vero, la CEE cerca solamente di ridurre la pressione sul mercato del lavoro e lo fa nell’unico modo possibile aumentando cioè la pressione su chi lavora, ma persistendo gli attuali ordinamenti sociali è l’unica strada reale. L’illuso è il PCI che da un lato richiede investimenti produttivi e dall’altro si immagina che un mondo con borghesi onesti e investitori che si accontentino del giusto profitto, possa dare lavoro e pane a tutti. Il PCI richiede una società borghese perfetta, «efficiente e produttiva», ma questa società ha la strada segnata, si chiama crisi di sovraproduzione, la crisi che viviamo oggi, in cui i prodotti del lavoro umano essendo merci fuggono consumatori senza soldi, ma con le pance vuote, per andare a marcire nei depositi.
Capacità di acquisto e capacità di consumo, due termini che per il capitalismo sono ben distinti e non vale piangerci sopra.
Esiste una misura che racchiude in se tutte le proposte della Commissione Europea ed è la tessera dell’economia di guerra dell’Italia fascista: il proletariato militarizzato e socializzata la miseria.
E con questo il fascismo opponeva alla solidarietà e allo schieramento di classe la solidarietà e il fronte nazionale, la categoria dei disoccupati accanto alle altre categorie, dal prete al bottegaio.
Nel numero 20 del nostro giornale riproponevamo un articolo del Sindacato Rosso, anno 1921, che nella parte finale suonava così: «noi dobbiamo tendere con ogni mezzo a dare una soluzione al problema della disoccupazione; ma questa soluzione non può venire che dalla conquista del potere politico da parte del proletariato. La richiesta di sussidi, di lavori e di altri surrogati per la protezione dei disoccupati non può essere concepita che come un mezzo per mettere in moto le grandi masse e per far convergere i loro sforzi e la loro azione contro tutto l’edificio borghese che presto o tardi dovrà crollare sotto l’impeto irresistibile del proletariato in armi».
Se necessario socializzeremo anche la miseria, ma solo per prender tempo, per serrare le fila e irrobustire il fronte di attacco del proletariato il cui scopo rimane di infrangere gli ordinamenti esistenti e socializzare i mezzi di produzione e di consumo.