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Struttura economica e sociale della Russia d’oggi Pt.25

Kategorie: Russian Revolution, USSR

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Parte II – Sviluppo dei rapporti di produzione dopo la rivoluzione bolscevica

91. Marxismo e sconfitta

Il grande sviluppo che abbiamo dato al discorso di Lenin del 1921 sulla Imposta in natura, e alla spiegazione della N.E.P. – come riteniamo avere abbondantemente provato -, sta, più che in quello svolto storico della rivoluzione russa, nelle alte questioni di principio che in quell’occasione vengono sistemate in maniera grandiosa e con tale vigore marxistico, che forse solo oggi gli eventi storici ne hanno potuto fare intendere la potenza, ed appunto in quanto il comunismo rivoluzionario ha riportato paurosi rovesci.

La guerra di classe differisce dalla guerra degli Stati in quanto in essa talvolta la sconfitta è un passo avanti. Ciò dipende dal peso che, nell’evoluzione delle forme sociali e dell’organizzazione dei gruppi umani e degli stati storici, ha quella dotazione di capacità e di risorse della specie che comunemente si chiama tradizione, cultura, civiltà. E un tale fattore, da intendersi senza nessun errore misticistico e retorico, gioca nelle stesse guerre statali e tra popoli di diversa razza ed origine remota. Questa corrente tesi dei marxisti sentiamola esporre dalla voce dello stesso Lenin, che per altri pochi anni ci servirà come altoparlante di tutti i nostri di ieri, oggi e domani. Lenin usa l’argomento – non parla un filosofo ma un condottiero di Stato e qui sta la misura dell’immenso coraggio e devozione al bene supremo del partito: la teoria – per respingere le incertezze dei rivoluzionari del mondo, più ancora che gli attacchi degli aperti nemici, sempre a proposito della „ritirata” che si sarebbe operata nel passare, come abbiamo largamente visto, dal „comunismo di guerra” alla N.E.P.

«Qui è accaduto qualcosa che ci si raccontava nella nostra infanzia a proposito della storia. Ci è stato insegnato: accade che un popolo ne conquista un altro, allora il primo è il dominatore, il secondo è il vinto. Ciò è molto semplice ed ognuno lo comprende. Ma che accadde della cultura di questi popoli? Se il popolo conquistatore ha un livello culturale superiore a quello del popolo vinto, gli impone la propria cultura, se è il contrario, avviene che il popolo vinto imponga la propria cultura al vincitore».

Siamo lì sempre: si tratta di masticare o meno la dialettica. E molte volte, come Lenin in questa polemica di continuo avverte, ne mancano paurosamente proprio gli accesi „rivoluzionari”. Per i marxisti la cultura di un popolo non è un bagaglio originale, che porta seco avendone avuta consegna favolosa dal suo Iddio nazionale sulla cima di un monte, ma il grado di sviluppo delle sue risorse di vita, che consistono nel soddisfare meglio e con meno sforzo i bisogni fisici; e batte i gradi meno evoluti in forza di un fatto di „rendimento”, di concorrenza effettivamente economica, per volgare che paia il nostro metro agli idealisti. E siamo noi poi i soli che lottiamo per sorpassare nel campo sociale il fattore della concorrenza: dialettica!

La polemica aperta col discorso dell’aprile 1921 si continua in vitali stadi ed occasioni. Al III congresso dell’I.C. nel giugno, all’XI congresso comunista russo del marzo 1922, al IV congresso dell’I.C. del novembre 1922. Gli echi di essa e dei suoi fondamentali problemi sono infine negli ultimi scritti di Lenin, separati dalle dure malattie che lo condussero a morte. Il contenuto di quella posizione, definitivo in linea di dottrina, è oggi dopo oltre un trentennio definitivo in linea storica. La tesi centrale è dura ma incontrovertibile. La rivoluzione russa nei suoi aspetti sociali si svolge nelle linee di una rivoluzione democratica borghese; il passaggio da questa alla rivoluzione proletaria coi suoi caratteri economici specifici non può avvenire che a seguito della rivoluzione europea. Lenin prima di morire enunciava la condizione teorica e storica; chi vive oggi enuncia il fatto. Quel passaggio non è avvenuto. Ma negli aspetti politici è avvenuta la controrivoluzione; sconfitta ben più grave che quella del ripiegamento su forme economico-sociali pre-socialiste, allora difeso da Lenin.

Ma sconfitta sempre tale che l’esperienza e la teoria dello sviluppo russo nelle sue contraddizioni dotano le lotte future del proletariato di tutto il mondo di armi potenti, e sono ossigeno vitale per la vittoria integrale del comunismo.

Il solo fatto che i filistei oggi si pascono dell’etichetta di marxismo e leninismo, ci induce a raccogliere da quelle manifestazioni della vita di Lenin alcuni altri passi cruciali.

92. Aspirazioni al capitalismo

La classica scala a cinque gradini delle forme russe: patriarcalismo; piccola economia contadina mercantile; capitalismo privato; capitalismo di Stato; socialismo; non è una scala storica, perché forme fondamentali quali il feudalismo, lo schiavismo e il comunismo primitivo non vi figurano, ma una scala di forme conviventi all’epoca della conquista del potere da parte dei bolscevichi. La preponderanza è data quindi alla forma seconda: piccola economia contadina. Il passaggio dalla 4° alla 5° non è in discussione, in rapporto allo sviluppo delle forze produttive e al dato della „cultura delle masse”, ossia della dotazione di capacità produttiva, di attitudine a condurre la produzione raggiunta dalla popolazione, e posseduta da singole classi sociali. Chiariamo ancora con frase nostra, in attesa di dare quelle di Lenin: la cultura diffusa è, nel marxismo, una delle forze di produzione che, come le macchine e gli stock e la terra, deve essere portata via alla classe dominante; ed è la meno facile e rapida a strappare ad essa, perché anche con lo sterminio non ci si arriva, né la si affretta.

Quindi conclusione dura di Lenin: il compito oggi del potere socialista e dello Stato operaio comunista è il passaggio dalla forma due, dell’economia minuta, al capitalismo, in due forme: di Stato, e anche privato. Chiudete gli occhi e mandatela giù. Vedrete che così va tutto a posto, nel solo interesse della rivoluzione e dell’abbattimento del capitalismo.

Infatti Lenin non spezza solo tutta un’armeria di lance poderose per togliere ai rivoluzionari russi e forestieri le ubbie contro il capitalismo di Stato, ma anche quelle contro il capitalismo privato, che superi e surroghi la minutaglia economica soffocante.

Ci sarà dato notare che la sinistra comunista italiana, ed in quegli anni tutto il giovane partito comunista italiano,dette prova che allora -ed oggi – non giurava nelle parole di Lenin per il similare errore di adorazione di un uomo, ma contestò tutte le sue tesi centrali quando si trattò di governare non l’evoluzione economica russa ma la preparazione politica rivoluzionaria del proletariato mondiale, sconfessando tutta la manovra di accostamento ai partiti operai opportunisti, e sostenendo che non sarebbe valsa a disperderli. La dialettica non è a sua volta semplicismo coltivatore di formali paradossi: indietreggiare nelle misure statali in campo economico dopo la conquista del potere significò allora evitare il disastro e salvare la rivoluzione: indietreggiare prima della conquista del potere ma con alto grado delle forze produttive e di quella speciale che è l’esperienza raggiunta dalla classe proletaria, per agganciare masse controllate dalla politica opportunista, condusse al disastro della rivoluzione europea.

Ma tutta la dimostrazione di Lenin sul corso economico sociale in Russia, che sollevò dubbi non solo tra i compagni russi, ma – guarda un poco – proprio tra gli elementi deteriori accolti con troppa larghezza nelle nostre file, fu subito non solo accettata dalla sinistra italiana, ma, in quanto anche questa derivata da antiche tradizioni marxiste, trovata evidente e per nulla nuova. In tutta la stampa del tempo del partito italiano non si leggerà una riga di critica a questo concetto del lento gradualismo dello sviluppo dei rapporti di produzione in Russia, e dell’attesa che questi sostassero su forme capitaliste, e perfino facessero „passi indietro” per suscitarle.

Vogliamo chiarire che la difesa di Lenin non si limita alle forme di capitalismo di Stato, ma si estende a quello privato, con il finale ricorso ai suoi scritti incancellabili, e che nessuna manovra futura potrà trarre nell’ombra, come avviene oggi, davanti a masse dalla rinculata cultura, per quelle di Stalin.

93. La „utile” borghesia

La stampa italiana ha in questi giorni riportata una notizia dalla Cina, al solito data come quella dell’aprirsi di un „nuovo corso” e del rimangiamento di precedenti posizioni ed attitudini, mentre in genere la contraddizione sta solo nella terrificante confusione di idee dei diffusori della „cultura” odierna ufficiale.

Si sarebbe stabilito di non distruggere più la borghesia, e di non espropriarla neppure, al più limitandosi a fondare aziende e società in cui si affiancano capitale di Stato e capitale privato. Forma che, come tutti sanno, abbiamo ovunque e specie in Italia, ma che tra noi è veramente ignobile e reazionaria, non solo per il „colore” dello Stato, che in Cina è discutibilmente rosso, ma in Italia palesemente nero-tricolore. Tra noi essa si inserisce in un diverso sviluppo storico-economico e tra gli scalini di una ben diversa „scala delle forme sociali” in cui, tecnicamente, capitalismo statale e privato fanno a gara nel far schifo. E non solo per ignoranza tecnica, ma anche per capacità ladresca.

Se fossi un marxista con tanto di codino (la sua abolizione è una scimmiottatura borghese) manderei per buonissima per la Cina, geografica e storica, la formula dell’utile borghesia non solo come persone (potrebbero divenire funzionari dello Stato senza infessire di colpo come in Italia) ma proprio come forma sociale di produzione praticamente attuabile, e migliore quantitativamente e qualitativamente di altre forme di quella società.

Un marxista a cui questo ragionare non fosse subito limpido starebbe gravemente a mal partito, non diciamo nel maneggiare partiti e Stati socialisti, ma nella stessa propaganda spicciola, nella polemica corrente che conduciamo da tre generazioni almeno. L’avversario della strada ci dice: la produzione e la viti si fermerebbero se non ci fossero i padroni industriali, i borghesi. I loro operai non aggiungerebbero al loro desco quanto i borghesi consumano, ma gli uni e gli altri morirebbero di fame. Se questo ragionare è scemo, non lo è meno quello che innumeri volte gli si contrappone, facendo un faticoso e tortuoso confronto tra una società coi padroni e una senza i padroni, in linea di pura utopia e guardando questi due modelli fuori dello spazio e del tempo. È inoltre un confronto assai scabroso e che non convincerà nessuno, per la difficoltà di capire questi ideologismi economici.

Per chi sia non volontarista ma determinista non vi sono forme economiche possibili, da discriminare da quelle impossibili. Ve ne sono di quelle constatabili nella realtà, e di quelle sicuramente prevedibili.

La risposta che dobbiamo dare deve essere come sempre storica, e riferita al corso storico. È indubitabile, va detto, che la classe borghese, dei capi e padroni d’industria, può avere una funzione storica (una ne ha sempre) che converge all’aumento della produzione globale e, sia pure irregolarmente, di quella parte di essa su cui la classe padronale non mette le mani per il proprio diretto consumo. Ad un certo stadio i borghesi dettero alle forze produttive un’organizzazione cento volte migliore della tradizionale, e ce ne rallegriamo non solo perché si produsse meglio e di più, ma perché si travalicò una necessaria tappa verso altri „miglioramenti”. Scontati i vantaggi di questo trapasso, la società si sviluppa fino al punto che l’utilità sociale di una classe diminuisce, cessa, e si trasforma in un ostacolo da abbattere.

A quel solito argomento che il ricco fa mangiare il povero non si risponde coi banali progetti: gli operai eleggono un capo fabbrica; riuniscono dei soldi e danno lo stipendio ad un ingegnere, o mandano uno dei loro giovani all’università; ed altre fregnacce, banali quanto quella dell’obiettore. La mentalità parlamentaristica borghese fa sì che alla fregnaccia non segua mai la verità, ma un’altra fregnaccia peggiore. E quasi tutti i nostri neofiti ci sono arrivati dalla via della parlamentare prurigine.

Si può rispondere così: avete visto sparire la forma schiavistica? Ebbene, al tempo di essa tutti credevano che il padrone fosse indispensabile per tenere in vita gli schiavi. E vi è stata un’epoca in cui tale credenza era giusta: il padrone non era solo il mangiatore della miglior porzione, ma il solo possessore di segreti (cultura di classe) senza i quali la terra sarebbe rimasta sterile, ecc. Eppure oggi la terra produce e gli uomini mangiano senza schiavismo.

94. Russia e Cina

In teoria ammettiamo – è salutare il metodo di fare paura con le affermazioni ai compagni di fede avviatisi in direzione sgarrata, e lo copiamo, come buoni allievi, dai Marx, Engels, Lenin – che un partito comunista cinese, prima e dopo la conquista del potere, possa affermare che l’economia del paese è tale che può funzionare solose tecnicamente e amministrativamente diretta da elementi della classe borghese, poco numerosa, giovane e intelligentissima; e di più che lo scalino da salire allo stato di quella struttura sociale sia dalla piccola economia industriale minuta ad una economia di grandi manifatture e fabbriche di proprietà di un singolo padrone; può essere uno scalino lontano anche la società anonima, tra l’altro (non qui studiamo la Cina economica) facilmente captabile dal capitalismo imperialista bianco – e di salire dalla minuta agricoltura ad una di grandi tenute gestite da imprenditori capitalisti, magari fittuari dello Stato postfeudale. Queste sono tesi marxiste ammissibili. E quindi se la borghesia cinese, che si è fatta attendere un millennio se non più, fosse sterminata in pochi decenni, o affamata o fugata, il comunismo perderebbe altra collana di secoli, e il risultato sarebbe una paralisi economica come quella da Lenin per la Russia temuta.

Inoltre questa borghesia cinese, erede di un’alta cultura anche scientifica delle precedenti classi dominanti, si è messa rapidamente al pari di quella occidentale in linea di conoscenze tecniche. Inoltre lo ha fatto, salvo una minoranza, senza aggiogarsi, sia pure per senso nazionale, al capitalismo degli imperi esteri. Ed inoltre, dal 1912 ha con molto valore lottato in armi contro il feudalismo e il dispotismo centrale e provinciale, ponendosi alla testa delle masse in rivolta, anzi scuotendone la terribile inerzia.

Non solo economicamente ma politicamente ha un compito storico che nessun’altra classe presente può addossarsi, e questo ciclo deve trascorrere, anche se non si può prevedere che in avvenire una tale classe non tenti di costruire lo Stato sulla propria dittatura. Quando vi arriverà, avrà, come il Manifesto disse per la vecchia Europa, passata la sua cultura al proletariato, che oggi può più rapidamente venire messo in moto dal suo schieramento internazionale e dal legame col proletariato delle metropoli bianche, se questo si salva dal viscido fango delle sue, e delle orientali, vie nazionali al socialismo.

Lenin non si propose di servirsi della borghesia russa. Se lo avesse – per assurdo – proposto, neanche noi l’avremmo mandata giù. La borghesia russa, come lo ha tante volte detto Lenin, e ripetuto (come foglia di fico delle loro inenarrabili vergogne) Stalin e tutta la figliolanza secondo e contro natura, fu o distrutta fisicamente o fisicamente rovesciata fuori delle frontiere. Ma non fu l’assenza della borghesia indigena che causò il dissesto dell’economia e il rinculo del grado della produzione industriale ed agraria, già sotto lo zarismo raggiunto.

Le differenze sono fondamentali, economiche, sociali e politiche, rispetto alla Cina, e in relazione alla distanza geografica e storica dal capitalismo sviluppato con differenze di secoli e di più migliaia di chilometri.

La borghesia russa non lottò per abbattere lo zarismo, e tanto meno pilotò in tale lotta le classi piccolo-borghesi. Essa nella controrivoluzione antibolscevica continuò la sua funzione di alleata del dispotismo e del feudalismo terriero, con i quali dal suo nascere condivise la funzione di guardia antirivoluzionaria dell’Europa. Caduto lo zarismo, e dopo avere invano tentato di trasformarlo in una monarchia parlamentare, la borghesia si strinse a filo doppio con i capitalismi esteri che avevano interesse a soffocare in Russia il germe della rivoluzione mondiale. Nella stessa sua scarsa resistenza al bolscevismo, malgrado la sfacciata alleanza con gli opportunisti dei partiti operai e contadini di destra, essa rivelò la sua totale incapacità a reggere il paese e a dirigerne l’economia sociale.

Ed in conclusione il dissesto della macchina produttiva russa nei primi duri anni dopo la rivoluzione di Ottobre aveva le sue radici non in un sonno millenario ed in uno scontro deciso tra i vecchi regimi e le forze del nuovo capitalismo, ma nelle rovine prodotte prima dalla guerra imperialista, in cui proprio la borghesia russa aveva trascinato monarchia e nobiltà, tradizionalmente legate al gruppo germanico; e in quelle arrecate dalla guerra civile, in cui la borghesia russa interna ed emigrata fece da agente provocatore delle forze straniere, e tradì quindi anche l’altro suo compito storico, quello nazionale.

La borghesia come fisica classe dovette essere annientata, a costo di uccidere l’economia russa fino alla rivoluzione europea. Ma ciò non significava avere escluso un ciclo evolutivo in forme economiche borghesi. La rivoluzione che aveva dovuto dare maggiore diffusione addirittura alle forme piccolo-borghesi, dovette chiedere una cultura di tipo capitalistico alle stesse borghesie estere, contro di essa in armi fino a poco prima. Lenin lo sostenne a proposito delle concessioni, degli affitti di aziende, della chiamata di specialisti, della ripresa del commercio estero. Abbiamo anche letto che nel momento tragico chiese non solo di favorire il contadino medio, ma di non aggredire il ricco, il Kulak.

La forza enorme della rivoluzione bolscevica, vivo Lenin, fu che tutte tali forme furono chiamate col loro nome: capitalismo borghese. Sotto questa bandiera passa sia la piccola produzione rurale che il grande industrialismo di Stato, malgrado la severa distinzione fatta ad ogni passo tra il capitalismo statale in potere borghese, e quello sotto il potere proletario.

95. Classe ed economia di classe

La presenza statistica di una classe è una cosa. La presenza di forme sociali di classe è un’altra. Ed è ancora un’altra la presenza di forze di classe in lotta tra loro. Per respingere ancora una volta la ribattuta idiota: dite che la Russia è capitalista. Ma dove si trova la classe capitalista? – riportiamo la sintetica formulazione di Lenin al Terzo Congresso mondiale. Paragrafo: Il rapporto delle forze di classe in Russia.

«La situazione politica interna della Russia sovietica è determinata dal fatto che qui vediamo per la prima volta nella storia mondiale esistere da diversi anni due sole classi: il proletariato, educato da decenni da una grande industria meccanica molto giovane, è vero, ma moderna; e i piccoli contadini che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione».

L’indicazione di queste due classi la troveremo anche nella Costituzione staliniana del 1936, ossia l’esclusione statistica delle classi dei proprietari fondiari e dei borghesi industriali e commercianti. Ma allora vedremo aggiunta una terza classe ben strana per Marx e Lenin: gli „intellettuali”. E nel campo antistalinista di allora vedremo farne comparire un’altra non meno chimerica, la famosa burocrazia.

Noi ce ne stiamo a Marx e rifiutiamo che nella categoria classe abbiano ingresso gli intellettuali e i burocrati, peste (anzi, disse Marx brutalmente, merda) di tutte le società di classe. Ce ne stiamo anche alla seguente formulazione di Lenin, che mostra agli idioti come le forze di classe si cercano nel mondo intero, ed agiscono oltre ogni frontiera giusta il nostro spesso ripetuto argomento. Poiché infatti nella Russia di oggi oltre alle „forme economiche”capitaliste noi affermiamo che anche il Governo politico sia ormai capitalistico, alla domanda quale sia la classe sociale di cui questo governo è uno dei „comitati di interessi”, abbiamo sempre risposto: la classe capitalistica mondiale.

«I grandi proprietari fondiari e i capitalisti in Russia non sono scomparsi, ma sono stati completamente espropriati, battuti politicamente come classe i cui resti si sono nascosti [sic!] tra gli impiegati statali del potere sovietico. Essi hanno conservato la loro organizzazione di classe all’estero, nella emigrazione, che conta, probabilmente, da un milione e mezzo a due milioni di individui, e che dispone di più di cinquanta giornali quotidiani editi da tutti i partiti borghesi e „socialisti” (cioè piccolo-borghesi), dei resti di un esercito, e di numerose relazioni con la borghesia internazionale. Questa emigrazione lavora con tutte le sue forze e con ogni mezzo per distruggere il potere sovietico e restaurare il capitalismo in Russia».

Queste relazione al Terzo Congresso mondiale sulla tattica del partito russo contengono la giustificazione della N.E.P. nei termini che conosciamo; ne riporteremo alcune frasi molto espressive delle tesi economiche, e la finale formidabile botta alla socialdemocrazia e alla democrazia mondiale:

«La libertà al contadino di vendere le eccedenze, in cambio delle quali lo Stato non gli può dare prodotti della fabbrica socializzata, significa libertà di sviluppo del capitalismo».

«Lo Stato operaio dà in affitto determinate miniere, lotti di foreste, pozzi petroliferi, ecc., ai capitalisti stranieri, senza procedere ad alcuna denazionalizzazione, per riceverne attrezzature complementari e macchine, che ci permettono di accelerare la ricostruzione della grande industria sovietica. Lasciando ai concessionari una quota di preziosi prodotti, lo Stato operaio certamente paga un tributo alla borghesia mondiale…».

Lenin chiude questo suo rapporto con una valutazione politica dei piani degli avversari borghesi, rendendo omaggio all’intelligenza di Miliukov, che elogia i socialrivoluzionari e menscevichi, cui spetta di fare il primo passo per espellere dal potere i bolscevichi. Questa funzione reazionaria della piccola borghesia, Lenin dice, conferma l’esperienza storica di tutte le grandi rivoluzioni europee, ed egli chiude rammemorando ai compagni russi un profetico monito di Federico Engels, in una lettera a Bebel dell’11 dicembre 1884. «Ciò – Engels scrisse, riteniamo a proposito delle leggi eccezionali contro i socialisti tedeschi – non impedirà alla democrazia pura, al momento della rivoluzione, di acquistare per un breve momento una importanza transitoria […] come ultima àncora di salvezza di tutta l’economia borghese e persino di quella feudale [sottolineato da Lenin]. Esattamente allo stesso modo tutta la massa feudale-burocratica nel 1848, dal marzo al settembre, sostenne i liberali tedeschi per tener sottomesse le masse rivoluzionarie […] Comunque, nel momento della crisi e nel giorno seguente, il nostro unico avversario sarà tutta la massa reazionaria, raggruppatasi attorno alla democrazia pura».

Così le irrevocabili conquiste della scuola internazionale marxista passano dal 1848 al 1884 e poi al 1921; e così dal 1926 al 1956, osando giurare fedeltà alla „grande dottrina”, i demopopolari di Russia, dei paesi satelliti, di Jugoslavia, d’Italia, di Francia se le sono cacciate sotto i piedi suini, mentre noi, sia pure fuori dei grandi clamori attuali, proseguiamo su quelle direttrici la strada della rivoluzione comunista.

96. Col capitalismo contro il „piccoloborghesismo”

Lenin tornerà alla carica incessantemente, e con formule sempre più perspicue e coraggiose. In un articolo dell’agosto ’21 dirà così: «Facciamo il più gran numero numero di concessioni, nei limiti beninteso in cui il proletariato può cedere rimanendo la classe dominante […] Cediamo gli stabilimenti che non ci sono strettamente necessari ad appaltatori, compresi i capitalisti privati [sic!] e i concessionari stranieri. Per noi è indispensabile un blocco o un’alleanza dello Stato proletario con il capitalismo di Stato contro l’elemento piccolo-borghese».

Qui compare una delle formule esatte, molte in Lenin, che sono state poi vigliaccamente truccate come „costruzione del socialismo”. Ad esempio: «In una situazione in cui il paese è in uno stato di grande rovina e le forze del proletariato sono state esaurite da una serie di sforzi quasi sovrumani, noi affrontiamo l’opera più difficile: gettare le fondamenta di un’economia veramente socialista, organizzare lo scambio delle merci (più esattamente: dei prodotti) fra l’industria e l’agricoltura. Il nemico è ancora molto più forte di noi; lo scambio delle merci fatto in modo anarchico, individuale, dagli speculatori …».

Questo passo, di scorcio, mostra dove sia la vera ortodossia, il vero radicalismo, la vera intransigenza sulla teoria, ben diversa da quella demagogica e roboante di certi sinistrissimi. Nello stesso momento in cui Lenin ubbidisce alle determinazioni della storia che ci obbligano ad affiancare, ferma l’arma nel pugno, il capitalismo criminale, egli avverte che è solo nella sua prassi ed ideologia che ogni prodotto diviene merce, e non vuole chiamare merci i prodotti del lavoro umano di cui lo Stato proletario deve realizzare il doppio trasferimento tra l’industria e l’agricoltura. Indica poi come merci quelle aggranfiate dal capitalista speculatore, che fa ricadere dal trasferimento sociale in quello individuale, anarchico. Stalin nel 1952 vanterà di essere da allora andato verso il traguardo del pieno socialismo con gli stivali delle sette leghe, ma prostituirà la dottrina a sostenere che l’industria socialista fabbrica merci, e le fa circolare in tutto ossequio alla „legge del valore”!

La giusta formula che vanno costruite le fondamenta del socialismo – e in altre parole l’economia grande-aziendale, il capitalismo – mentre il socialismo viene da sé, e non lo costruisce nessuno, né pensatore, né amministratore, la ritroviamo nel discorso del IV anniversario di Ottobre 1917.

«L’ultimo nostro lavoro, il più importante, il più difficile, il più incompiuto è la costruzione economica, la posa delle fondamenta economiche del nuovo edificio socialista, in luogo dell’edificio feudale distrutto e di quello capitalista semidistrutto».

E più oltre altra definizione di sconcertante audacia. «Lo Stato proletario deve diventare un amministratore abile […] un mercante all’ingrosso, altrimenti esso non può mettere in piedi economicamente un paese di piccoli contadini; non è possibile (sic!) passare al comunismo adesso, nelle presenti circostanze, accanto all’Occidente capitalista (per ora ancora capitalista)». La formula non saprebbe essere più stringente: la ripetuta e vigorosa riserva è che potrebbe cambiare UNA condizione: quella che l’Occidente è capitalista. Ma oggi, dopo 35 anni, quello, che Satana voglia folgorarlo presto, lo è ancora!

Lenin ripensa alla formula del mercante. «Sembra che il mercante all’ingrosso sia un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo dalla terra. Ma è questa precisamente una di quelle contraddizioni che nella vita reale portano dalla piccola azienda contadina al socialismo attraverso il capitalismo statale».

Sarebbe oggi la Russia arrivata al termine di questa via, quando lo scrollone al punto di partenza non è nemmeno stato dato, essendo la rete colcosiana della terra null’altro che un formicaio di piccole aziende contadine mercantili?!

97. Pace vale guerra

Ci sia consentito trarre da questo discorso di Lenin alcuni ceffoni sull’altra guancia, quella politica, dei commercialisti-pacifisti, figli-aborti di Stalin. Le parole si potrebbero scrivere oggi, novembre 1956, tali e quali. «Il problema delle guerre imperialiste, di quella politica internazionale del capitale finanziario che domina ora in tutto il mondo, che genera inevitabilmente nuove guerre imperialiste, aggrava in misura inaudita l’oppressione nazionale, il brigantaggio, il soffocamento delle nazioni deboli, arretrate, piccole da parte di un gruppetto di potenze „avanzate” […] è il problema di vita e di morte per decine di milioni di uomini. […] Nella futura guerra imperialista saranno uccisi invece di 20 milioni di uomini, come nella prima, 40 milioni di uomini; mutilati 60 invece di 30?».

I servitori della borghesia impersonati da tutta la democrazia piccolo-borghese […] hanno deriso la parola della rivoluzione di Ottobre: trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Ma questa è l’unica verità […] fra un ammasso dei più sottili trucchi sciovinisti e pacifisti». (Qui si tratta della guerra e della pace! Oggi dicono che sia scoppiata la guerra tra i fasulli „partigiani della pace”! Quale pace? diciamo noi marxisti).

«È impossibile tirarsi fuori dalla guerra imperialista, e dalla pace imperialista che inevitabilmente la genera, è impossibile tirarsi fuori da tale inferno, altrimenti che con la lotta bolscevica e la rivoluzione bolscevica».

Ma oggi i superluridi che affermano di essere seguaci di Lenin virgola a virgola, guazzano nel pantano dei pacifisti (ossia passano nel nobile rango che qui Lenin staffila: «la borghesia e i pacifisti,i generali e i piccoli borghesi, i capitalisti e i filistei, tutti i cristiani credenti ed i cavalieri della II Internazionale e della Internazionale II e 1/2») e affermano che quella lotta e quella rivoluzione usarono il „disfattismo” come peculiare, incidentale via nazionale russa al socialismo.

Ecco una pietra di paragone ancora per il loro „leninismo”.

«Sappiano questi signori che un primo centinaio di milioni di uomini sulla terra è stato strappato alla guerra imperialista, alla pace imperialista, dalla prima rivoluzione bolscevica. LE SEGUENTI RIVOLUZIONI SUCCESSIVE STRAPPERANNO TUTTA L’UMANITÀ A SIMILI GUERRE, A SIMILE PACE»

Quando,o carognoni che avete messo in galera Stalin morto, metterete Lenin al manicomio?

98. Completa opera borghese

In un articolo del novembre 1921, Sull’importanza dell’oro (ne citammo altra volta il gustoso passo che nella società comunista si farà finalmente un’edificazione, costruendo con questo inutile metallo le pubbliche vespasiane) Lenin sconcerta non meno il lettore con la proposizione: «Da dove si prende che la rivoluzione „grande, vittoriosa, mondiale” può e deve applicare soltanto dei metodi rivoluzionari? Questo non si deduce da nessuna parte, è completamente ed incondizionatamente falso».

E spiega quello che la rivoluzione russa ha fatto. «Quel che la nostra rivoluzione ha portato completamente a termine è soltanto la sua opera democratica borghese. E noi abbiamo il diritto più che legittimo d’esserne fieri». Dicono a Napoli: „papale papale!”.

Ma noi, con Lenin, la chiamiamo rivoluzione socialista. Il perché non è meno „papale”. Lo abbiamo detto cento volte, e anche al principio di questo studio, nella prima parte sulla lotta per il potere nelle due rivoluzioni russe.

«La sua opera proletaria e socialista della sua opera si riduce a tre aspetti principali». Il Primo è l’uscita rivoluzionaria dalla guerra imperialistica. Il Secondo è la prima realizzazione storica, nei Soviet, della dittatura del proletariato, per cui «l’epoca del parlamentarismo democratico-borghese è finita». Il Terzo è l’«edificazione delle basi economiche (ancora e sempre le basi) del regime socialista». Qui seguono parole da meditare (meditare anche sul come tradotte). «In questo campo l’importante, l’essenziale, è ancora incompiuto. Ora questa è la nostra opera più sicura (come sicura se è incompiuta in Russia, e altrove la condizione politica, integratrice, il potere statale, manca del tutto? Il senso è quello dell’aggettivo: necessaria, fondamentale, basilare); più sicura (sic! ripetuto) e dal punto di vista teorico e dal punto di vista pratico, dal punto di vista della Repubblica sovietica russa e dal punto di vista internazionale».

«Una volta che il più importante non è portato a termine nell’essenziale (ora, forma a parte, il senso corre) bisogna rivolgere da quel lato tutta l’attenzione».

E qui è inutile ripetere che si dimostra che l’anello da afferrare è la rianimazione del commercio interno. Se non ci aggrappiamo a questo non perverremo a creare „le fondamenta” dei rapporti socialisti economici e sociali.

E una volta ancora: «Sembra singolare. Comunismo e commercio? Sembrano una qualche cosa di troppo incompatibile, assurdo, lontano! Ma se ci si riflette, dal punto di vista economico essi non sono più lontani l’uno dall’altro di quanto il comunismo lo sia dalla piccola economia contadina, dall’agricoltura patriarcale (leggete: ben presenti nel nostro paese, ove il commercio è uno stadio ancora praticamente nuovo)».

Non possiamo che indicare ai compagni quanto ivi segue sul rapporto marxista tra riforme e rivoluzione. Altro è criticare il riformismo dello Stato borghese, altro incapricciarsi sentimentalmente a non vedere che le grandi forme economiche si sostituiscono non per scatti, ma traversando lunghe fasi di transizione, che è vano negare e deprecare, come in questo caso il vile commercio, già disprezzato dallo spirito «patriarcale, vecchio russo, semisignorile, semicontadino».

Il compito socialista consisteva allora nell’introdurre il commercio borghese. Chiamandolo ad alta voce, per nome e cognome.

99. Capitalismi di Stato

Lenin era ancora non toccato dalla sua prima malattia quando svolse la poderosa relazione politica all’XI congresso del partito russo, il 27 marzo 1922. Essa è un quadro veramente completo di tutto quanto abbiamo anche qui precedentemente riferito. Un tema preminente è ancora quello di scongiurare l’ostilità ad ammettere che non si prepara un’economia socialista, ma si facilita la strada al capitalismo di Stato. Lenin ammette che questo è „capitalismo” in senso proprio. Ma ritiene che la valutazione marxista della statizzazione del capitale sotto il potere borghese, che è senz’altro totalitariamente negativa, non resti immutata quando la statizzazione della produzione è fatta, sempre in forme „tecnicamente” (qui ci riferiamo non alla tecnologia industriale, ma al tipo di gestione amministrativa) identiche a quella delle aziende private, da uno Stato politicamente proletario. Lenin dice che non si trova in Marx questa trattazione: non ci sembra giusto. Quando fin dal 1848 si stabilisce che le prime misure dello Stato operaio dopo l’abbattimento politico della borghesia saranno, nei vari paesi, limitate ed alcune di tipo prettamente borghese (banca di Stato, trasporti di Stato, rendita fondiaria allo Stato, forte imposta progressiva, abolizione del diritto di successione, aumento delle „fabbriche nazionali”), non si fonda forse la descrizione di un capitalismo di Stato amministrato dal proletariato, come base del pieno socialismo? Su ciò i marxisti hanno a lungo discusso, e prese non poche cantonate; non rilevando quello che decine di volte hanno Marx ed Engels avvertito, che quell’elenco di interventi nei rapporti di produzione si riferiva a paesi arretrati, e nel seguito non pochi punti avevano formato il contenuto di misure di Stati borghesi. Comunque Lenin lo dice in senso critico della molta confusione fatta da altri compagni e dallo stesso Bucharin, nella materia.

Lenin mostra tutti i lati originali del capitalismo di Stato da sviluppare in Russia. È una situazione mai vista nella storia, egli dice. «Il nocciolo della questione sta nel comprendere che questo è il capitalismo che possiamo e dobbiamo permettere, che possiamo e dobbiamo mantenere entro certi limiti, perché questo capitalismo è (attenti) necessario alle masse contadine, e (più attenti) al capitale privato, il quale deve commerciare (udite!) in modo tale da soddisfare i bisogni dei contadini».

Trotzky in un memorabile discorso al IV congresso spiegò che si trattava di economia proletaria con la contabilità capitalistica, la registrazione dei rapporti tra le parti in gioco (operaio, azienda, Stato) col metodo capitalista. Noi osserviamo che la questione era non di sola „ragioneria” ma di sostanza del rapporto (salari in moneta, bilancio di entrate e spese, vendite e compere, tenuto in valuta e saldato con un beneficio attivo). Lenin esprime questo punto così: «È necessario fare in modo che sia possibile (udite!) il decorso abituale dell’economia capitalista e della circolazione capitalista, perché ciò è indispensabile al popolo e senza di ciò è impossibile vivere».

Lenin assicura i contraddittori col rigore delle misure di concessione: vi erano al momento solo 17 società „con capitalisti russi o stranieri”.

A tal punto, in un passo interessantissimo, Lenin non discute più con i comunisti scontenti, come Bucharin, ma con i diretti aperti avversari, con un gruppo di cosiddetti „smenoveknovzi”, che propongono di sostenere i bolscevichi, il cui compito storico è di costruire lo Stato russo nazionale borghese. Sbagliereste di grosso a credere che Lenin si inferocisca con costoro come con i compagni che hanno sgarrato. Dice che è utile studiarli e li gratifica quasi di complimenti. Mentre tutti dissuadono i capitalisti (ma ha il capitale avuto tante paure? sarebbe indegno dell’apologia che ne fece Marx?) dal lasciarsi circonvenire dalla tattica dei bolscevichi che li invitano ad importare in Russia loro capitali, ma dopo li confischeranno; questi tali dicono che non è una manovra ma una reale evoluzione storica che condurrà all’ordinario Stato borghese. Lenin dice che si tratta dell’aperta verità di classe, detta da un nemico di classe.

100. Salutem ex inimicis

Conveniamo che in trenta-quarant’anni se sono rincoglioniti i rivoluzionari, i controrivoluzionari non lo sono di meno. Abbiamo la fortuna di averne bazzicato allora ed ora. E proprio quella che ne attornia oggi tutta una società ambiente in fetore di decomposizione. Massi di furboni, ma di vigliacchi ignoranti, dai due lati; nessuno ha mai la forza di credere al suo nemico.

Lenin sembra sentire a tale distanza di tempo il morbo che si avvicina. Udite ed ammirate. «Penso che questo Ustrialov (un già ministro di Kolciak, uno che Lenin avrebbe fatto fucilare senza un minuto di esitazione, e che di Lenin al caso avrebbe fatto lo stesso) con questa sua franca dichiarazione, ci rende un grande servigio. Noi siamo costretti, ed io specialmente per le mie funzioni, a udire ogni giorno molte bugie comuniste dolciastre, e talvolta ci si sente mortalmente nauseati. Ed ecco che in luogo di queste sdolcinate menzogne arriva un numero del giornale Smena Vech, il quale ci dice francamente: Da voi non è affatto come voi credete, ciò è frutto della vostra immaginazione; in realtà state cadendo nella comune palude borghese, e costà le vostre bandierine comuniste penzoleranno con ogni sorta di mottetti». E Lenin aggiunge che sono osservazioni molto utili: Non si tratta già più del semplice ritornello che eternamente udiamo attorno a noi, ma semplicemente della verità di classe detta dal nostro nemico di classe». Lenin vi insiste a lungo, e ride del fatto che in Russia cose simili non si possono stampare. Preferisce gli Ustrialov a quelli che «si atteggiano a quasi comunisti, sicché da lontano non distingui se credono in Dio o nella rivoluzione comunista».

Si direbbe che Lenin da allora avesse le scatole piene delle pericolose vanterie: abbiamo fatta la rivoluzione comunista fino alla fine, abbiamo fabbricato il comunismo „de toutes piéces”. Le cose di cui parla Ustrialov – l’edificazione di uno Stato borghese di tipo corrente – egli dice, «sono possibili, bisogna dirlo apertamente. La storia conosce mutamenti di ogni sorta: fare affidamento sulla convinzione, sulla devozione e su altre magnifiche qualità spirituali in politica non è una cosa seria. Il risultato storico lo decidono masse gigantesche le quali, se pochi individui non convengono loro, talvolta si comportano con essi senza troppe cerimonie». Lenin allude allo sfamamento dei contadini. Qui andiamo nella filosofia del marxismo. Nella storia non è protagonista l’individuo ma la massa: questa non reagisce con formulazioni letterarie, o con voti cartacei, ma le sue reazioni parallele salgono dirette dal suo bisogno e dal suo stomaco.

Tutto ciò scandalizzerà molto ogni ipocrita che tiene alle qualità spirituali da Lenin derise, in quanto è di tali qualità tanto dotato rispetto a Lui, quanto può esserlo una carota confrontata con Leonardo da Vinci.

Ma Lenin ne assesta una ancora più potente. Egli cita più oltre l’opuscolo di un compagno di Vesiegonsk, Teodorsky; il quale racconta che dopo aver messo k.o. i borghesi del governatorato di Tver, li obbligò a costruirgli uno stabilimento industriale, perché lui non lo avrebbe saputo fare. Lenin se la gode a questa conclusione: «non è che la metà del nostro compito vincere la borghesia, ridurla al lumicino; bisogna costringerla a lavorare per noi».

Qui Vladimiro, con una superpedata nel culo, ci libera da tutti i ruffiani passati, presenti e futuri: «COSTRUIRE IL COMUNISMO CON LE MANI DEI COMUNISTI E PUERILE, ASSOLUTAMENTE PUERILE».

Ci togliamo giù dallo stomaco questa „costruzione” che ne intacca le potenti facoltà digestive. «POTREMO DIRIGERE L’ECONOMIA SOLTANTO SE I COMUNISTI SAPRANNO COSTRUIRE QUESTA ECONOMIA CON MANI ALTRUI, IMPARERANNO ESSI STESSI DALLA BORGHESIA, E LE FARANNO SEGUIRE IL CAMMINO DA LORO VOLUTO».

A farvi massaggiare i glutei, o costruttori; e non si parli più di voi!

Noi, dice Lenin in questo testo, non possiamo istituire una diretta distribuzione comunista. Dobbiamo quindi rifornire la popolazione attraverso il commercio; ma non peggio dei capitalisti.

Qui viene la potente immagine del letame. Dunque, dicono gli opportunisti alla Bauer, siete dei rivoluzionari borghesi. «Ma noi diciamo che è nostro compito portare a termine la rivoluzione borghese. Come ha detto un giornale delle guardie bianche (certo il già citato) per 400 anni il letame si è ammucchiato negli uffici statali; e noi ce lo abbiamo tolto di mezzo in quattro anni, questo letame medioevale. Questa operazione la teniamo a nostro grandissimo merito». Anche, Lenin vuol dire, se è un’operazione borghese, che la borghesia non ha osato tentare.

101. Commiato da Lenin

Dopo una prima incredibile guarigione Lenin parlerà al IV congresso mondiale, come sempre con chiarezza splendente. «Il capitalismo di Stato, pur non essendo una forma socialista, sarebbe per noi e per la Russia una forma preferibile a quella attuale. Quantunque avessimo già compiuta la rivoluzione sociale, comprendevamo fin dal 1918, che sarebbe stato meglio [sic!] se prima fossimo pervenuti al capitalismo di Stato, e soltanto dopo al socialismo». Lenin ripete le caratteristiche originali del capitalismo di Stato russo: giustamente ricorda quanto sia importante che lo Stato politicamente operaio sia il padrone della terra: se la godono i contadini, lo Stato operaio ne trae, sotto forma di imposta in natura, una rendita fondiaria.

Poco ancora potrà dare Lenin di contributo al colossale edificio del marxismo teorico, nato anch’esso dalle fondamenta gettate dalla storia. Ma se ulteriormente vi avesse lavorato, avrebbe come lo abbiamo veduto fare per decenni sempre riportato l’orientamento ai capisaldi antichi.

Il suo scritto Sulla cooperazione fu sfruttato poi per magnificare come „socialista” la forma dei colcos. Ma il senso di questo scritto del gennaio 1923 è solo che le cooperative, sotto uno Stato socialista, non sarebbero, come nello Stato borghese, aziende private, sebbene collettive. Ciò in quanto agiscono sulla terra e sui mezzi di produzione che appartengono allo Stato.

Lenin dunque nella sua visione pensava a cooperative agricole senza campicelli personali e capitali scorta personali.

Infatti egli ricollega tale via al socialismo con l’attuazione di una, ancora non attuata, „rivoluzione culturale” la quale abbia il compito di superare l’arretratezza contadina, che è in funzione dell’isolamento casalingo.

«Ora a noi basta compiere questa rivoluzione culturale per diventare un paese compiutamente socialista [cosa, si noti, ancora diversa dal raggiunto socialismo economico]; ma per noi questa rivoluzione culturale comporta delle difficoltà incredibili, sia di carattere culturale (perché siamo analfabeti), sia di carattere materiale (perché per diventare colti è necessaria una certa base materiale, un certo sviluppo dei mezzi materiali di produzione)».

Al XII congresso del partito, nell’aprile 1923, Lenin non poté, di nuovo malato, che inviare proposte scritte.

L’ultimo scritto suo «Meglio meno, ma meglio», almeno l’ultimo scritto che, fra le note lotte, giunse al pubblico, è del 2 marzo 1923. Ma non siamo qui alla caccia di „testamenti”, che lasciamo alla aneddotica appena più che pettegola.

Non interessa il testamento di chi abbia dimostrato di essersi saputo e potuto inserire in una linea storica senza fratture, a cavallo di quasi quattro decenni, con una continuità che non mette nessuna fase contro un’altra, e non pone il solito quesito imbelle che si debba scegliere l’ultima posizione. Non vi è mutamento di posizioni: l’uomo appartiene al partito, essere che vive oltre le generazioni biologiche. Noi ritroviamo quella linea anche nei fatti molto ulteriori alla sua morte e confidiamo sarà trovata in fatti ancora più lontani da lui e da noi.

Lenin batte ancora sulla ispezione operaia e contadina. Ispezione è una fase che precede la piena gestione, e quando si arrivi ad una gestione operaia sociale potrà esservi ancora da ispezionare, con organi operai soltanto, la nemica futura economia contadina. Perché nella visione di Lenin non è scioccamente abolita, come nello stalinismo, la lotta futura tra le due classi!

L’ultimo colpo di orizzonte di Lenin che abbiamo, verte sul punto della rivoluzione internazionale, centro di tutta l’opera sua di dottrina e di battaglia.

«Ci è difficile reggerci sulla fiducia dei contadini fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti».

L’ultimo giudizio di Lenin sulla congiuntura mondiale è per una crisi del capitalismo di assai diminuita tensione, malgrado il minaccioso sollevarsi dell’Oriente, i cui paesi «hanno adeguato il loro sviluppo a quello del capitalismo europeo».

«Noi siamo davanti a questa domanda: saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, col nostro stato di rovina, fino a che i paesi capitalistici dell’Europa occidentale compiranno la loro evoluzione verso il socialismo?».

Lenin trae dallo sviluppo internazionale una serie di interrogativi sulla prossima guerra, e la possibilità della Russia di non esservi o esserne travolta.

Torna in fine alla politica „interna”. Insiste sul mantenimento della fiducia dei contadini in uno Stato operaio che sappia essere poco costoso e scongiurare ogni sperpero. Lenin risponde di no alla sua stessa domanda: sarà questo il regno della grettezza contadina? Egli, con un’ultima vivida immagine, prevede che il proletariatoa patto di duri sforzi riuscirà a salire dalla rozza contadina sul suo proprio cavallo, quello dell’industria meccanizzata ed elettrificata.

Si tratta ancora di una base tecnica del socialismo, che risolverà il problema della vita, non quello della società nuova. Del passaggio dalla piccola alla grande economia, che è la base appunto, ma non altro, del socialismo.

Meno di un anno dopo, Lenin moriva.