Partido Comunista Internacional

Il Comunista 1922-01-08

Fronte unico

Da qualche settimana avviene spesso di cogliere, nella baraonda di sorde voci che domina il campo socialista, qualche voce meno sorda che giunge fino ad azzardare affermazioni di questo genere:

«Dobbiamo organizzare il fronte unico proletario! La sola via che ci resta è la mobilitazione del proletariato per la sua estrema difesa! Alla collaborazione socialdemocratica, propugnata dai riformisti, dobbiamo, noi massimalisti intransigenti, contrapporre una collaborazione rivoluzionaria, con gli anarchici, coi comunisti, coi sindacalisti».

Queste affermazioni corrispondono a una concreta volontà di effettivo lavoro? Rinunziamo di proposito a fare una ricerca simile, quantunque sia difficile dimenticare un fatto obbiettivamente espressivo: l’assenza completa di ogni ripercussione fra i socialisti della recente proposta per il fronte unico lanciata dal Comitato Sindacale Comunista. La proposta, però, rimane ancora, è ancora viva e attuale: al Consiglio nazionale di Verona deve succedere – e dovrebbe succedere nel più breve spazio di tempo – il Congresso della Confederazione Generale del Lavoro. Se esiste nel Partito Socialista chi vuole effettivamente lavorare all’organizzazione del fronte unico e alla mobilitazione del proletariato per la sua difesa, questo «chi» ha un campo sterminato da percorrere e da lavorare.

A un’altra ricerca non è possibile invece rinunziare: Quanti sono nel Partito socialista i favorevoli alla tesi del fronte unico e della mobilitazione generale proletaria? Si tratta di singoli individui o di gruppi? Hanno una concezione propria o un indirizzo d’azione? Cosa intendono per fronte unico? Manca finora ogni precisione in proposito, e ciò autorizza a pensare che non si tratti effettivamente di alcunché di serio. Il problema interno del Partito Socialista continua a rimanere esattamente quello che era prima del Congresso di Livorno. Esistono nel Partito due partiti, uno dei quali (quello cosiddetto massimalista) evita sistematicamente di misurarsi coi riformisti nell’unico terreno dove la contesa potrebbe avere conseguenze definitive: sul terreno dell’organizzazione e dell’azione sindacale. Così avviene che, nonostante i risultati numerici delle votazioni di Congresso, i riformisti in quanto sono i padroni assoluti del meccanismo confederale, cioè dell’apparecchio organizzativo delle grandi masse, sono anche i padroni e i dirigenti effettivi del Partito. È questa una constatazione del più elementare marxismo: i partiti politici proletari nascono dal movimento economico, nascono e si sviluppano sul terreno dell’organizzazione delle grandi masse, non si formano per sintesi ideologica, come aggruppamento di uomini dotati di buona volontà. Solo tenendo conto di questa verità elementare si può comprendere in cosa consista l’equivoco creato dal Serrati a Livorno, equivoco che ancora si perpetua, che ha mandato in completo sfacelo la frazione dei massimalisti e che ha rinforzato i riformisti, rinunziando a lottare contro i riformisti nei Sindacati, rinunziando a sostituire nella Confederazione Generale del Lavoro i riformisti con dei rivoluzionari. Serrati effettivamente è passato nel campo riformista. L’ultima creazione di Serrati, quella dei Comitati sindacali socialisti, rende definitiva la posizione di preminenza dei riformisti nell’organizzazione economica: quale scopo hanno infatti i Comitati Sindacali socialisti? Forse che essi hanno elaborato o cercano di applicare un metodo diverso da quello dei capi riformisti? Forse che essi cercano di tradurre in un linguaggio d’azione e di organizzazione sindacale, cioè in un concreto lavoro di preparazione rivoluzionaria, la fraseologia massimalista delle mozioni, che hanno vinto nei Congressi? No, i Comitati sindacali socialisti hanno l’unico scopo di difendere i capi riformisti dall’assalto comunista, hanno il solo ufficio di fare da mammalucchi ai generalissimi confederali. Così avviene che i riformisti sono l’unico gruppo del Partito Socialista che abbia una tattica e un indirizzo sindacale, e pertanto sono l’unica espressione effettiva della maggioranza della massa organizzata, in quanto questa maggioranza controllano, in quanto di questa maggioranza da loro controllata e diretta si servono per creare fatti compiuti, per tenere il Partito sotto l’incubo di un ricatto permanente.

Esiste veramente nel Partito Socialista qualcuno che vuole il fronte unico, che vuole la collaborazione a sinistra, avendo piena consapevolezza del significato concreto che hanno e devono solo avere queste due espressioni? Se questo qualcuno esiste, egli può solo dimostrare la sua reale buona volontà esponendo un piano di organizzazione e di azione sindacale che sia contro il nullismo riformista, che tenda a sostituire con elementi di fiducia gli attuali funzionari. Il fronte unico non può evidentemente consistere in un accordo tra i «capi» dei diversi partiti per porre un termine alle polemiche giornalistiche e comiziesche; il fronte unico può solo essere concepito come il raggruppamento di tutta la massa operaia e contadina, intorno a un programma minimo d’azione immediata, e questo programma minimo non può essere che di natura sindacale.

Il Partito comunista ha già fatto una proposta, di tal genere, proposta che è ancora viva e attuale, che forse è più viva ed attuale oggi di qualche mese fa. Se esistono nel Partito Socialista individui spregiudicati, che non si formalizzano per le parole, che non hanno paura di rompere la disciplina del nullismo imposta dalla Direzione dei Serrati, dei Fioritto, dei Baratono, costoro possono discutere la proposta del Comitato Sindacale Comunista, ancora viva e attuale e non continuare, molto stupidamente invero, a fingere di non conoscerla e di non sapere che essa sia mai esistita.