Partido Comunista Internacional

Il Programma Comunista 1960/1

Buchenwald è il capitalismo

Gli scoppi di delinquenza razzista e di teppismo antisemita, l’epidemia di croci uncinate e simili delizie, sembrano capitati in buon punto per ridare tono e prestigio alla virtuosa democrazia progressista, e giustificare il grido: Ritorna la minaccia del nazismo, degli orrori dei campi di concentramento, della violenza bestiale a danno dei deboli! Uniamoci per salvare la purezza incorrotta dell’antifascismo! Perché no, ricostruiamo un fronte popolare per la difesa dei diritti dell’uomo!

La democrazia sarebbe dunque un argine contro il riapparire del bestione trionfante? Non ci sarebbero dunque più Buchenwald e Mathausen il giorno in cui la verginità democratica fosse protetta dalla minaccia di resurrezione del fascismo in croce uncinata? Comodo, certo; ma non è così. Buchenwald non ha bisogno di risorgere per la ricomparsa di “rigurgiti fascisti”: Buchenwald è già qui, egregi signori della democrazia universale; è qui dallo stesso giorno in cui il fascismo fu definitivamente battuto sul terreno militare e passò pari pari in eredità al vincitore democratico. Che cosa sono stati quindici anni di perfetto dominio della democrazia su scala mondiale, se non quindici anni di fascismo aggravato? Temete il risorgere del genocidio, o intellettuali in fregola di fronti democratici? Ebbene, che cosa fu il massacro dei quarantamila algerini nel 1945, regnando il fronte universale dell’antifascismo borghese, da De Gaulle grande resistente fino a Thorez suo vice-premier, se non un classico esempio di genocidio nello stile della croce uncinata? Che cos’è lo stillicidio delle guerre localizzate, ora in Corea, ora in Algeria, ora in Indocina, ora in Ungheria, ora in Egitto, etc., se non una ripetizione – senza svastica, d’accordo! – della solfa hitleriana?

Il Sud-Africa ultrarazzista e, per rapporto ai negri, non certo inferiore al modello hitleriano, fa parte delle Nazioni Unite di ultrademocratico conio, ma nessuno ha mai pensato e pensa di metterlo alla porta o di inchiodarlo al verdetto della “coscienza universale”. La “linea di colore” fa parte per tradizione della politica di una delle colonne della democrazia universale, la Gran Bretagna. La Francia e il Belgio colonialisti hanno le mani grondanti di sangue negro o bianco semitico, e la prima sarà una delle colonne della distensione e della concorrenza pacifica covate nelle prossime riunioni “alla vetta”. La Croce Rossa Internazionale ha lanciato un timido grido sulle torture praticate in Algeria prima ancora di De Gaulle, imperante il proconsole socialista Lacoste, e allegramente continuate e perfezionate dai loro successori. Non sono torture con il marchio di fabbrica hitleriana: ma torture restano. Pochi hanno da protestare: tutti hanno al contrario da corteggiare i torturanti in nome della “libertà dalla paura”. Negli Stati Uniti declina il razzismo ufficiale e scoperto, ma il negro continua ad essere, di fatto, un cittadino minoris juris. Quanto a “genocidi”, il Cremlino ha – nella lunga storia della controrivoluzione e della sua diplomazia, ora filo-hitleriana, ora filo-occidentale, sempre reazionaria – un bel po’ da insegnare. No, il fascismo non è morto, perché non è morto il capitalismo!

E se, dal seno di una società che proclama di aver instaurato le quattro libertà e di aver educato le generazioni nuove a venerarle, balza fuori la recentissima variante dei blue-jeans, gli imbrattamuri in croci uncinate, che cosa può vantarsi questa società di aver “insegnato” ai giovani, se non quello che abbiamo ricordato più sopra? O forse la società democratica si scandalizza perché i giovani pretendono di toglierle il bieco monopolio del terrore e della persecuzione razziale? Ciò che avviene è il segno del marciume che la società mercantile, la società dei bottegai e dei mercanti di prodotti, di “servizi” e di carne umana, sprigiona da sé stessa: e questo marciume non è un fenomeno patologico di cui la democrazia dovrebbe o potrebbe sbarazzarsi; è la sua stessa linfa, corrotta e corruttrice. Il metodo della “ricerca del colpevole” è tipico del capitalismo: se le cose non vanno bene, si ricerca l’ebreo, e, nello stesso tempo si devia verso l’anti-ebreo lo sdegno delle masse sfruttate.

Solo una società organizzata dai proletari su una base che non sia quella dell’uomo e del suo lavoro considerato come merce da offrire e da acquistare sul mercato, e del lavoro umano valorizzato come mezzo non per conservare e riprodurre la specie, ma per conservare e riprodurre all’infinito il capitale, potrà eliminare dalla faccia della terra non solo le svastiche disegnate sui muri, ma la bestiale violenza esercitata di fatto sotto mille bandiere e simboli diversi, e sotto lo scudo dell’ipocrisia dei moralisti. Solo la lotta del proletariato mondiale di tutte le “razze” e di tutti gli Stati seppellirà il mostro razzista e sciovinista.

La fetida ondata razzista svegli i proletari alla coscienza che il capitalismo, sotto qualunque veste, è oppressione, bestialità e morte.

La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.1)

Sulla “fine della guerra fredda” circolano decine di teorie che pretendono di spiegarne le cause. La più idiota di tutte ci appare quella – affastellata dalla stampa americana e rilanciata da quella italiana – che tira in ballo il vecchio trito argomento del “pericolo cinese”. Secondo gli autori, l’accostamento russo-americano, reso evidente dal viaggio di Krusciov in America, sarebbe imposto dalla necessità di predisporre un argine su scala mondiale alle future spinte espansionistiche… della Cina. La potenza cinese, ci vengono a raccontare codesti scrittori di fantapolitica, non mancherà di dilatarsi, sia sul piano industriale che demografico, e inevitabilmente nel prossimo futuro costituirà un grave pericolo, non solo per l’Occidente, ma per la stessa Russia. Non sarà spinta la grande marea gialla sino a travolgere le frontiere russe e straripare nel grande spazio siberiano? Non vorranno i cinesi rivendicare a sé l’attuale Asia russa, già appartenuta a popoli asiatici e in parte all’Impero cinese, e colonizzata dallo zarismo? E chi può ignorare che già altra volta, nel Medioevo, l’Europa ha subito gli orrori dell’invasione mongola? E via di questo passo.

I signori della stampa democratica e atlantica intendono spaventarci, come già tentò a suo tempo un altro inventore di romanzacci politici, Mussolini, dandoci a intendere che Russia e America sarebbero spaventate del “pericolo cinese”, cioè di una minaccia che potrebbe maturare al massimo tra due o tre decenni – ammesso che l’industrializzazione dello spazio cinese non subisca inversioni di marcia – più che da una minaccia attuale costituita dagli spaventevoli arsenali che rispettivamente posseggono e senza posa riforniscono. Ma c’è di più. Lor signori pretendono di farci bere la più assurda delle fandonie, e cioè che gli Stati possano pianificare una azione comune, predisporre una meta da raggiungere e scegliere la via più adatta per arrivarci. Quando mai è successo qualcosa del genere, non diciamo nella fase dell’imperialismo, ma in tutta la storia del capitalismo e dello Stato nazionale? C’è un solo modo per riuscire a mettere d’accordo gli Stati del mondo: sopprimerli tutti e impiantare sulle loro macerie uno Stato mondiale, governato dal partito comunista. Ma non di ciò intendiamo parlare e nemmeno sulla nuova edizione da “giallo” politico che riporta sulle prime pagine dei giornali il “mistero cinese”.

I lettori già conoscono le nostre opinioni circa la “guerra fredda” e la “distensione”. Essi ricorderanno che nemmeno nei momenti più impressionanti della storia di questi anni abbiamo creduto che Russia e Stati Uniti fossero in procinto di porre mano alle armi e dare il via alla terza guerra mondiale. Ci siamo rifiutati di crederlo, non perché siamo convinti che l’enorme potere distruttivo delle armi moderne abbia reso evitabile la guerra imperialistica, ma perché le risultanze del nostro studio sulle condizioni della economia capitalistica mondiale escludevano l’ipotesi dell’avvicinarsi della grande crisi catastrofica che in futuro porrà il dilemma: guerra mondiale o rivoluzione proletaria.

Né abbiamo escluso, quando tutta la stampa benpensante cianciava di “cortine di ferro” e di “mondi diversi e opposti”, una svolta nelle relazioni russo-americane. Anzi, abbiamo insistito nella tesi che le due super-potenze tendevano in realtà ad un condominio mondiale. Inconciliabili e non idonei alla coesistenza sono, secondo noi, il capitalismo e il socialismo, lo Stato nazionale e imperialista borghese e lo Stato della classe operaia. Ma non si può definire, alla luce dei principi marxisti, l’economia sovietica come socialista, e lo Stato di Mosca come Stato della classe operaia. Da questa analisi economico-sociale scaturiva la tesi nostra, secondo la quale non sono da escludere, nei rapporti tra la Russia e gli altri Stati, né il conflitto politico-militare, né la coesistenza o addirittura la coalizione.

La rivalità e il conflitto non si possono estirpare nei rapporti tra gli Stati nazionali, guardiani e gendarmi al servizio di macchine produttive fondate sullo sfruttamento. La coesistenza pacifica dei popoli, che non consista in una tregua tra una guerra e l’altra, è possibile unicamente in un mondo da conquistare, nel quale la macchina produttiva sia costruita in modo da eliminare lo sfruttamento di una classe sull’altra e lo squilibrio tra produzione e consumo determinato inevitabilmente del fatto che i frutti del lavoro umano, e lo stesso lavoro umano, siano merci da scambiare e da accumulare. Nel capitalismo la guerra è inevitabile, perché la stessa società, in ogni giorno, in ogni minuto della sua esistenza, è teatro di una guerra atroce delle classi dominanti contro le classi sfruttate e oppresse. Non ci può essere pace, ma soltanto tregue armate, tra gli Stati, perché dentro i confini di ogni Stato è perennemente in atto la guerra sociale, che è sempre guerra anche quando le classi sfruttate sanno reagire agli sfruttatori soltanto con i mezzi impari della lotta rivendicativa e della inane competizione elettorale.

Fortemente ancorati a questi principi, siamo passati attraverso la “guerra fredda” senza lasciarci convincere nemmeno per un istante che il conflitto, politico e militare che ha opposto i due blocchi, fosse una traduzione in forme nuove della lotta di classe tra capitalismo e comunismo. Per le stesse ragioni, il profilarsi della “distensione” non ci ha fatto perdere la bussola. Tale accadimento era stato posto da noi, fin da quando si cominciò a parlare di “guerra fredda”, nel novero delle concrete eventualità. Quanti articoli abbiamo pubblicato, nei quali sostenevamo la tesi che il conflitto russo-americano avesse per oggetto, non la maniera di cambiare il mondo, ma di spartirselo!

Cause della “guerra fredda”

Praticamente non diremo nulla di nuovo, ripresentando le nostre opinioni circa la tanto strombazzata “distensione”. Sarà però utile, mentre la stampa al servizio dei blocchi militari propala interpretazioni menzognere dell’odierno trapasso della politica mondiale, ricapitolare quanto già detto sull’argomento in altre occasioni. Come e perché si è arrivati alla fine della “guerra fredda”? A tali interrogativi si può rispondere, ovviamente, cercando anzitutto di assodare perché la “guerra fredda” ebbe inizio.

1) Il conflitto post-bellico che ha portato alla formazione delle grandi coalizioni politiche e militari del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, non ha tratto origine dalla lotta di classe fra proletariato e borghesia. La seconda guerra mondiale fu la conseguenza inevitabile del riflusso dell’ondata rivoluzionaria che nel primo dopoguerra portò alla costituzione della Internazionale comunista e alla dittatura del proletariato in Russia. Il ripiegamento della rivoluzione comunista, ad opera soprattutto delle socialdemocrazie traditrici che in Europa riuscirono a deviare l’impeto delle masse, e la ancora più micidiale ondata di opportunismo e di rinnegamento rappresentata dallo stalinismo straripante, che le immobilizzò mentre il fascismo internazionale puntava verso la guerra, furono all’origine della seconda guerra imperialistica. Era assurdo pensare che lo stalinismo, sotterratore della sinistra rivoluzionaria della Terza Internazionale, unica erede del movimento marxista e del leninismo, potesse riprendere la guerra di classe contro le Potenze capitalistiche, che aveva avuto alleate nel corso del conflitto.

È vero, invece, che nel dopoguerra l’enorme pressione esercitata sulla Russia da tutto il restante mondo borghese ebbe l’effetto di accelerare il processo di degenerazione e di involuzione sociale già iniziato ad opera dello stalinismo, portandolo alle fasi finali che oggi osserviamo. Non è il luogo di rifare la storia della marcia a ritroso della Russia stalinista – dalle prime rudimentali forme di comunismo all’attuale stadio di grande industrialismo che è di indiscutibile natura capitalista, perché fondato sul mercantilismo, sul salariato, sulla divisione aziendale del lavoro ecc. È chiaro, però, che il passaggio dallo stalinismo al krusciovismo decentralizzando la direzione dell’apparato produttivo, ricostituendo sostanzialmente la piccola proprietà contadina nelle forme pseudo collettivistiche dei colcos, gonfiando a dismisura la sfera delle attività commerciali, ha liquidato le residue forme di controllo sociale delle attività economiche che un potere rivoluzionario operaio deve esercitare in vista della trasformazione in senso socialista della società.

In sintesi, la “guerra fredda”, esaminata dal punto di vista sociale, non ha intaccato il potere del capitalismo fuori della Russia e dei suoi alleati, mentre ha accelerato e portato a compimento il più che trentennale processo di imbastardimento capitalista della struttura sociale russa. Ai kruscioviani è riuscito ciò che ancora non era riuscito agli staliniani. La “guerra fredda” ha cancellato ogni residua differenziazione sociale tra Occidente e Oriente, ha fatto la Russia “più simile” ai paesi capitalistici. E ciò, anticipando le nostre conclusioni, rappresenta uno dei fattori della chiusura della guerra fredda.

2) Il conflitto che, poco dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, ha messo di fronte gli Stati Uniti e la Russia, non ha avuto per oggetto l’Europa. Tale affermazione può essere respinta da coloro che ancora credono, essendo vittime di pregiudizi nazionalistici o razziali, che l’Europa, la vecchia Europa che diede alla luce il capitalismo e il colonialismo, possa rimanere oggetto di contesa. In realtà, l’Europa non è più da spartire dall’epoca delle Conferenze di Yalta e di Potsdam (1945), cioè da quando fu irrimediabilmente spartita. Ad onta degli aspetti spettacolari, assunti dalla crisi di Berlino (quella del “ponte aereo”) o dalla recente rivolta ungherese; ad onta delle grottesche fatiche di Sisifo della diplomazia russa e americana che periodicamente inscenano ipocrite trattative sulla “questione tedesca”, che regolarmente si concludono con un nulla di fatto, Mosca e Washington non hanno nulla da dirsi circa l’Europa. Hanno interessi convergenti, in quanto hanno da lottare quotidianamente, nel vecchio continente, contro un nemico comune: il neutralismo, o per essere precisi, le tendenze terzaforziste locali.

La passata politica del Dipartimento di Stato che, per bocca di Foster Dulles, propugnava la “liberazione dei paesi dell’Europa orientale”, era in realtà un capolavoro di ipocrisia. Gli Stati Uniti, anche se potessero ottenerlo costringendo care [sic] un conflitto mondiale, non farebbero una buona politica (dal loro punto di vista) costringendo i russi a ritirarsi entro i loro confini statali. E si capisce il perché. La “liberazione” delle democrazie popolari colpirebbe alle radici il Patto Atlantico che fu fondato, cioè imposto dagli Stati Uniti ad una Europa sconquassata dalla guerra e bisognosa degli “aiuti” americani, sotto il pretesto di erigere una “diga” contro il “comunismo sovietico”. In fondo, ogni legnata che uno dei padroni imperialistici dell’Europa assesta al nazionalismo europeo, riesce vantaggiosa anche per l’altro padrone. A riprova di ciò sta il fatto che ad opporsi alla “distensione”, cioè ad una stretta collaborazione tra Mosca e Washington, sono proprio le forze politiche espresse da borghesie – quali quelle di Francia e di Germania – che hanno o credono di avere maggiori possibilità di realizzare una “terza forza” continentale, inserita tra i colossi di Occidente e di Oriente.

Se la “guerra fredda” realmente finirà, ciò non accadrà perché Stati Uniti e Russia abbiano raggiunto un accordo circa la sistemazione da dare all’Europa. Tale accordo esiste, ripetiamo, dall’epoca di Yalta e Potsdam, e nessuna delle parti ha interesse a modificarlo. Una cosa è certa: che i contrasti che oppongono gli Stati europei gli uni all’altro (vedi le opposte coalizioni commerciali capitanate rispettivamente da Londra e dall’asse Parigi-Bonn, le rivendicazioni territoriali che hanno per nome Alto-Adige, linea Oder-Neisse ecc.) sono denunciati da fatti concreti, mentre i contrasti russo-americani in Europa sono soltanto verbali e cartacei.

Naturalmente, non pretendiamo negare quanto è accaduto negli anni passati in Europa, e soprattutto ignorare ciò che i popoli europei hanno dovuto soffrire per lo scoppio della rivalità post-bellica tra America e Russia. Se la gente ha sopportato la miseria, il terrore, le persecuzioni, le repressioni sanguinose, ciò è successo anche perché alle già dure condizioni sociali che il capitalismo perpetua, in guerra come in pace, si è sovrapposto il conflitto imperialistico, che localmente ha servito alle borghesie dominanti per rafforzare i propri apparati statali di repressione. D’altra parte lo spettro della guerra atomica, costantemente evocato dalla stampa e dalla radio, non ha impedito il riarmo, ma riusciva a gettare le masse in un vile pacifismo sociale.

Si comprende bene che alle incancrenite contraddizioni europee spetta un posto di relativa importanza tra le cause profonde del conflitto russo-americano, se si tiene presente che soltanto in Europa, cioè proprio nel continente che aveva dato l’avvio alla seconda guerra mondiale, fu possibile procedere ad un assetto politico, a ostilità cessate. Naturalmente si trattò di un assetto che assomigliava molto ad una camicia di forza che i vincitori del conflitto – e si tratta di vedere se tra questi può figurare la Gran Bretagna, considerando le enormi mutilazioni inferte al suo impero finanziario e coloniale – applicavano ai popoli europei sottomessi o “liberati”. Ma uno assetto comunque ci fu. Il vulcano fu messo a tacere. Era da più di quattro secoli, cioè dal tempo in cui i “conquistadores” e i negrieri della cristiana e civile Europa iniziarono il grande capitolo della colonizzazione, che esso eruttava morte e distruzione nel mondo.

3) La “guerra fredda” fu determinata dalla profonda influenza che sulle relazioni russo-americane esercitò il grandioso sconvolgimento sociale che certo rappresenta il fatto più importante di questo secolo dopo la Rivoluzione Socialista Russa: la rivoluzione anticoloniale dei paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina. Un ferreo determinismo regola, nelle società di classe, il corso della storia. Le armate americane e russe, incontrandosi nel cuore della Germania nazista, mettevano fine al primato imperialistico dell’Europa borghese. L’occupazione militare mirava a mettere sotto chiave la Rivoluzione e ci riusciva. Ma quale forza umana avrebbe potuto immobilizzare gli altri continenti che si levavano contro il colonialismo? I governi degli Stati vincitori già avevano prestabilito dei piani per la messa sotto controllo del Vecchio Continente, ed ebbero solo bisogno di perfezionarli. Applicarli non fu difficile, anche perché le decrepite borghesie europee, prive ormai di fiducia in se stesse, non chiedevano di meglio che porsi sotto la protezione dei vincitori.

Ma per il non previsto scoppio della rivoluzione anticoloniale i vincitori non avevano, né avrebbero potuto predisporre, dei piani. Esisteva, invero, nella mente degli imperialisti americani il disegno di sostituirsi al Giappone nel controllo dell’Asia orientale, come provano i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki: né il corrotto regime di Ciang Kai-scek costituiva certo un ostacolo alle mire espansionistiche americane. Per non diverse ragioni era scoppiato nel 1904 il conflitto russo-nipponico. Tuttavia, Mosca aveva dovuto, almeno apparentemente, rassegnarsi alla infiltrazione americana in Cina. Chi ha dimenticato il tempo in cui Ciang, creatura degli americani, figurava come il Quinto Grande? Ma il popolo cinese, tormentato da una crisi che da oltre cento anni sconvolgeva il paese, non accettava di subire passivamente una nuova forma di colonialismo. E non l’accettarono gli indiani, gli indonesiani, i birmani, i malesi, gli arabi, i malgasci, i negri, cioè la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra.

Non era bastato, per risolvere la crisi mondiale, imporre all’Europa un regime di occupazione, che pure era necessario (dal punto di vista imperialistico) se dura tuttora. E come poteva bastare, se ben tre continenti, finora soggetti al colonialismo e al semi-colonialismo, si alzavano contemporaneamente in piedi? La rivoluzione anticoloniale poteva trovare consensi sia a Mosca che a Washington, perché entrambe ambivano a soppiantare nelle colonie gli antichi padroni. Ma poneva problemi tremendi, specialmente agli americani, i quali dovevano badare non solo a contrastare l’operato dei russi, ma altresì a fronteggiare le velleità di rivolta dei propri alleati, che ferocemente lottavano per conservare i loro traballanti imperi coloniali. Bisogna pensare all’enorme posta in gioco, alle ingentissime risorse naturali rinserrate nel sottosuolo dei paesi coloniali come ai prodotti delle piantagioni, ai territori di importanza strategica, alle enormi riserve di mano d’opera a bassissimo costo, per comprendere la portata dello sconvolgimento che la rivoluzione anticoloniale determinava nell’equilibrio tra le potenze imperialistiche.

Bisogna immaginare in quali condizioni si troverebbe oggi la Russia se fosse riuscito il piano americano di espansione nell’immenso spazio cinese. E in quali condizioni si troverebbe l’America se i mutamenti apportati dalla rivoluzione nazionale in Asia avessero consentito allo Stato Maggiore di stringere alleanze militari e installare basi aeronavali nei territori relativamente vicini alle frontiere asiatiche della Russia. Identiche considerazioni si potrebbero fare per quanto riguarda il Medio Oriente, l’Africa del Nord, l’America Latina.

Ciascuno dei due rivali imperialistici temeva come la morte un eccessivo ingrandirsi dell’altro; e di questi reciproci terrori si sono avvalsi certamente i popoli ex coloniali per arrivare all’indipendenza. Per rendersi conto dello stato di odio, e di paura, nel quale l’imperialismo era piombato, bisogna riandare con la mente all’ondata maccartista che sommerse gli Stati Uniti, ai processi che gettarono nel terrore le “democrazie popolari”, e soprattutto alla orribile guerra di Corea. Che il primo scontro militare tra americani e russi sia avvenuto in Corea, benché i russi non partecipassero con proprie truppe al conflitto, sta a provare che la “guerra fredda” fu provocata dalla necessità di procedere ad una nuova divisione del mondo a seguito della dissoluzione degli imperi coloniali. Quali sono le cause che ne stanno provocando la fine?

[RG-25] Questioni fondamentali della economia marxista Pt.3

Il demone del capitale industriale

Quanto abbiamo fin qui ampiamente svolto ha presentato il contenuto della Prima Sezione del Secondo Libro del Capitale di Carlo Marx in modo sufficiente a fare da sottofondo da una parte al testo, dall’altra alla nostra traduzione della simbolica sviluppata a Milano e nel lavoro della nostra organizzazione collegata alle pagine ciclostilate del relativo capitolo dell’Abaco economico di Marx, di cui si inizia la pubblicazione anche nella nostra rivista francese Programme Communiste.

L’argomento sarebbe chiuso se non fosse utile, in attesa di trattazioni ulteriori sistematiche, collegarlo con una prima presentazione, che a Milano fu anche fatta, delle questioni sulla accumulazione del Capitale contenute in origine nella Terza Sezione dello stesso Secondo Libro. Tali questioni sono state vivamente discusse nel seno della scuola marxista e talvolta in modo controverso, il che si ricollega anche alla forma che – malgrado gli ammirevoli e duri sforzi di Engels – è stata data al testo dopo la morte di Marx, senza la certezza che l’ordine e partizione dei temi fosse proprio quella che avrebbe avuta dalla mano di lui, e forse per la stessa eccessiva preoccupazione di riprodurre testualmente i tormentati fascicoli di suo pugno.

Nella detta nostra esposizione abbiamo posto in rilievo che nel “ciclo delle metamorfosi” che il capitale presenta nella sua circolazione: denaro, merce, processo produttivo, merce, denaro, e così di seguito, la originalità di Marx contro tutti gli economisti che lo precedettero ( e seguirono) sta nell’avere scelto drammaticamente, vorremmo dire, l’anello da afferrare. Non l’anello denaro, come nella prima formula ciclica, non l’anello merce come nella terza, ma l’anello processo produttivo, nel quale la forma capitale, come oggi si direbbe, esplode. In questa forma per la prima volta nella storia il capitale, noto da antichi tempi come capitale-moneta e capitale-merci, è capitale industriale; non può più essere inteso come capitale “sulla testa di una singola persona”, ma è divenuto una forma sociale, ed è contro di essa che la classe lavoratrice si batte meglio ancora che contro la classe dei suoi possessori. La battaglia è rivoluzione, e dopo di essa non solo non vi sarà più capitale aziendale, ma nemmeno capitale-merci, e capitale-denaro.

Già nel par. IV del I capitolo, sul “movimento circolatorio totale” (pag. 94 vol. V ed. Costes) è detto: “Il capitale industriale è il solo modo di esistenza del capitale, in cui la funzione di esso non consista più unicamente nella appropriazione di sopralavoro, o di sovraprodotto, ma anche nella produzione di sopravalore e sovraprodotto“. Ciò storicamente vuol dire che possessori antichi, in forme preindustriali, di capitali monetari e mercantili già potevano godere e consumare parte del lavoro delle masse produttrici, appropriandoselo a loro benefizio; ma solo nella completa forma industriale moderna il capitale va oltre la appropriazione personale da parte del capitalista, e, rovesciando il plusvalore prodotto nel magma del capitale sociale, termina con l’eliminare dalle condizioni della sua dinamica l’esistenza del capitalista-persona.

Grande scorcio storico

Il passo continua: “Il capitale industriale introduce il carattere capitalista della produzione, e la sua esistenza implica quella della opposizione di classe tra capitalisti e salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, la tecnica e la organizzazione sociale del processo di lavoro sono sconvolte, e con esse il tipo economico-storico della società [il modo di produzione]. Le altre specie di capitale [monetaria e mercantile], che sono apparse anteriormente a lui [al capitale industriale] in mezzo a condizioni di produzione scomparse o in via di scomparire, non soltanto gli sono subordinate, e modificate a seconda delle sue esigenze, nel meccanismo della loro funzione, ma esse non si muovono più che sulle basi del capitale industriale e con esso vivono o muoiono, persistono o cadono [dunque il capitalismo industriale potrà dirsi caduto quando saranno cadute le forme merce e denaro]”. “Il capitale-denaro e il capitale-merce, in quanto funzionano a lato del capitale industriale come rappresentanti di settori speciali di affari, non sono più che modi di esistenza, resi autonomi e sviluppati in un solo senso dalla divisione sociale del lavoro

, che il capitale industriale riveste e di cui alternativamente si spoglia nella sfera della sua circolazione“.

I chiarimenti tra parentesi al testo sono nostri; ma essi rispondono con rigore al concetto marxista che qui il testo lapidariamente sviluppa dei caratteri differenziali della produzione del tipo capitalistico in confronto delle forme precedenti, e perciò della forma futura non capitalista.

Questo passo è già enunciato nel testo non appena si presenta il processo di circolazione del capitale nella prima formula o figura da denaro a denaro. La visione storica si è completata in stretto parallelo alla analisi economica, man mano che si è giunti alla circolazione del capitale produttivo industriale che è alla base della accumulazione. Ci collegheremo alla pagina 198, ora che abbiamo chiaramente ricostruita la connessione delle tre figure ed essa è familiare al lettore.

Il processo di circolazione del capitale industriale presenta, tra altre particolarità, questa, che è specialmente agevole a verificare e che si applica alla produzione propriamente capitalista: da una parte gli elementi costitutivi del capitale produttivo provengono dal mercato delle merci, vi si rinnovano continuamente e devono essere comperati come merci (materie e forza lavoro), dall’altro il prodotto del processo di lavoro esce da esso come merce, e come tale deve costantemente essere rivenduto sul mercato“. Questo concetto, che potrebbe essere espresso dicendo che il capitalismo è mercantilismo integrale – e quindi la sua distruzione è la distruzione del mercantilismo – è chiarito da Marx con esempi storici. “Paragoniamo per esempio un moderno affitaiuolo agrario della Bassa Scozia con un piccolo proprietario tradizionale del continente. Il primo vende tutto il suo prodotto, e dunque deve rinnovare sul mercato tutti gli elementi della sua produzione, anche le sementi; il secondo consuma direttamente la parte maggiore del suo prodotto, compera e vende il meno possibile , fabbrica degli utensili, confeziona degli indumenti, e tutto ciò, per quanto sia possibile, con l’impiego del suo proprio lavoro“.

Questo sintetico contrapposto dialettico basta a mostrare come siano forme e programmi reazionari quelli della parcella colcosiana russa, o quelli della trasformazione in piccoli proprietari tradizionali dei mezzadri italiani, e peggio dei lavoratori salariati della terra. La ruota della storia gira in avanti, come dettò Lenin al tempo della NEP, quando tutte le attività del ciclo prendono forma mercantile. Ma il socialismo arriva quando le forme mercantili, avendo riempito tutto lo spazio economico, muoiono e cadono insieme alla forma salariale aziendale.

Sterminio della economia accademica

È secondo questa visione (il paragone citato) che sono state opposte l’una all’altra, come se fossero le tre forme caratteristiche del movimento della produzione sociale, l’economia naturale, l’economia monetaria e l’economia creditizia”. Marx confuta questa ancor oggi seguita distinzione scolastica.

Queste tre forme non rappresentano delle equipollenti fasi di sviluppo. Ciò che si chiama economia di credito (sistema bancario) non è che una forma della stessa economia monetaria, in quanto queste due denominazioni esprimono delle funzioni o dei modi di relazione tra produttori. Nella produzione capitalista sviluppata, l’economia monetaria appare semplicemente come la base della economia di credito. Dunque economia monetaria ed economia creditizia non corrispondono che a gradi differenti nello sviluppo della produzione capitalista, ma non sono in alcun modo due forme autonome di circolazione, in rapporto alla economia naturale. Si potrebbe allora opporre loro come equivalenti le forme molto diverse della economia naturale“.

Marx qui allude a forme premercantili molto diverse, come il comunismo tribale con consumo e lavoro in comune, il sistema della gens con spartizione annuale dei campi, il sistema del baratto e così via. E svolge un secondo punto storico.

Come nelle pretese categorie economia monetaria,economia creditizia, non si insiste sulla economia vera e propria, ossia sul processo di produzione , per farne il segno distintivo, ma al contrario si insiste sul modo di relazione, corrispondente all’economia, corrente tra i diversi agenti della produzione o i produttori, si dovrebbe fare lo stesso anche con la prima categoria (l’economia naturale)“.

Questo passo (di cui forse le traduzioni dal manoscritto primitivo dell’autore non sono le più felici) stabilisce la contrapposizione basilare, identica da un secolo, tra la scienza economica ufficiale e la nostra scuola rivoluzionaria. Quella ancora oggi (e fino a Keynes, ai benesseristi americani, e agli accademici sovietici teorizzanti leggi sui “prezzi in economia socialista” e simili mostri da barattoli di museo) prende per segni distintivi delle forme storiche (dato e non concesso che abbia la potenza di dare una valida serie storica dei modi di produzione sociali) i rapporti di scambio, di distribuzione, di circolazione di oggetti già prodotti e che passano di mano in mano tra gli uomini, ma è impotente a vedere quali rapporti corrono tra gli uomini che vengono a contatto nel vero “processo produttivo” – mentre è secondo questo che noi marxisti abbiamo costruita una chiave della storia economica universale anche futura.

Che chi striscia il deretano ai docenti da cattedra concluda che una simile costruzione è impossibile, lo ammettiamo; ma chiediamo a costui la condizione che debba dichiarare noi, con Carlo Marx, una mappata di fessi. Il litigio è vecchio ed è lo stesso che avvenne con Tonino Graziadei quando pretendendo di ammirare in Marx il grande uomo, stendeva migliaia di pagine per sostenere che si può fare solo scienza dei prezzi e dei sovrapprezzi delle merci al mercato, ma non del plusvalore che sorga nell’atto produttivo.

Ammirava, in Marx, la scoperta della dittatura di classe, e tutta la sua ricerca universitaria non arrivava a fargli vedere che i falsi marxisti (allora ipocritamente condannarono la sua eresia verso la teoria del plusvalore – alludiamo agli italiani e non ai russi del tempo – oggi caduti peggio di lui al seguito di baffone Stalin nel misfatto dell’aggiornamento ed arricchimento di Marx); non solo hanno fatto strame della dottrina economica, ma hanno rinnegata, come ben noi prevedemmo, la dottrina rivoluzionaria della dittatura, e perfino della lotta di classe, che aveva preceduto la materia originale intangibile del marxismo.

Gli antichissimi modi di produzione

Ritorniamo al testo di Marx con un richiamo al lavoro, da molto tempo in cantiere nella nostra attività collettiva, di ordinamento della serie tipo delle forme sociali, che sarà tema di prossime elaborazioni e riunioni ed è contemplata internazionalmente nei “programmi di lavoro” della nostra organizzazione, che sa che si potrà operare in estensione solo dopo avere operato in profondità, senza isterismi frettolosi.

Marx dichiara false le categorie di scienza serva che distinguono tra economia monetaria ed economia di credito, perché nessuno stacco storico sta a base della differenza, relativa al puro scambio delle merci, tra il sistema per contanti, e il sistema per conti correnti o lettere di scambio, che è nato in Italia e nelle Fiandre nel XV secolo. Entrambi questi sistemi appaiono nella grande epoca del capitalismo moderno industriale, nella quale è ancora chiusa la attuale storia russa, irta di conti bancari in rubli.

Se le tipizzazioni delle forme si leggono nel modo di scambiare e non in quello di produrre, allora, Marx dice, bisognerebbe fare lo stesso con la prima delle tre artefatte categorie. “Al posto di economia naturale andrebbe detto dunque [dai signori scienziati, egli intende dire] economia di baratto“. Il senso è quello che in una tale ancora più antica economia non si dà prodotto contro un pezzo di carta che promette di pagare, né contro il sonante oro o argento circolante, ma prodotto contro prodotto, oggetto contro oggetto, entrambi alle mani di quelli che li hanno fabbricati e portati seco, e quindi valore di uso contro valore di uso. Ma esiste una economia naturale assoluta? domanda il testo, qui formidabilmente sintetico. Sì, è esistita, ma in essa i produttori non ricevono né carta né oro né altro prodotto. Essi producono e consumano socialmente, comunisticamente, grazie ad una organizzazione centrale, ed ignorando lo stercorario incentivo individuale del famigerato Krusciov. “Una economia naturale assoluta, come quella degli Incas, non rientrerebbe in nessuna di quelle tre categorie“.

La misteriosa civiltà scomparsa degli Incas del Perù attuale, sulle cui vestigia meravigliose passò la ferocia bestiale degli accumulatori primitivi bianchi e cristiani, aveva una completa organizzazione centrale di amministrazione economica, e produceva secondo piani sistematici grazie ad uno sviluppo delle scienze, di cui non siamo informati perché non era forse giunta alla scrittura. Pare che le operazioni matematiche si facessero con un sistema di cordicelle a nodi. Una evidentemente bassa densità di popolazione, con un clima straordinariamente favorevole alla produzione agraria richiedente poco apporto di energia e quindi di sforzo di lavoro, consentì ad una comunità, che certamente possedeva alte nozioni di astronomia e scienze naturali, di dominare il determinismo dei fattori nemici fino al punto di spostare in alternative di secoli città meravigliose, forse quando la zona di terreno circostante, vera ricca nutrice della specie uomo, era stata per alcune generazioni sfruttata.

Una abbondanza delle messi ignota ad altri popoli ed epoche, lontani in condizioni geofisiche ben più aspre, dovette consentire un vero comunismo di consumi a disposizione di tutta la massa umana senza proprietà di terra, di mezzi strumentali o di beni di consumo individuale. È esistita, ed è il senso di questo folgorante richiamo, una “economia” senza “circolazione”.

Le conseguenze sono due, e gigantesche. Le economie si classificano secondo la produzione e non secondo la circolazione; è la prima, che seppellisce tutta la scienza economistica fino ad oggi in un limbo di impotenza. E la seconda è ancora più alta; una economia senza circolazione esisterà ancora, con centuplicate risorse di dominazione della fisica terrestre, e per una centuplicata umanità; sarà la nostra, il comunismo; non sarà né di baratto né di moneta né di credito né di mercato, e non sarà di schiavizzazione umana. Essa non è un sogno, se una volta è esistita, malgrado la menzogna cattolica e capitalista tenti di disonorarla; essa ancora una volta sarà, e la sua storia avvenire fu scritta una prima volta un secolo circa prima di noi, e non deve sbandare tra una foresta di interrogativi fatti di viltà e impotenti di fede, che proceda esitante e baratti ad ogni passo le luminose conquiste.

Il più recente svolto

Metodo costante del marxismo è chiarire il contenuto programmatico della trasformazione rivoluzionaria che porrà fine all’epoca propria al modo capitalista di produzione mediante la chiara spiegazione dei caratteri delle trasformazioni rivoluzionarie tra le epoche e le forme storico-sociali che il capitalismo hanno preceduto. La scienza del trapasso tra le economie non capitaliste e quella capitalista, prodotto della rivoluzione borghese, non ha bisogno di aggiunte, e non ne può ricevere dalla esperienza delle fasi di ordine secondario che il capitalismo traversa nella sua vita non breve. Anzi il solo modo di intendere queste fasi e tappe – per indicarle col termine di Lenin – è di fare fondamento sulla piena dottrina stabilita sulla nascita della forma capitalista, quale negazione di quelle che la precedettero.

Marx, per meglio ribadire che questi grandi rivolgimenti della storia della società umana non si possono interpretare e raffigurare secondo le forme della economia di circolazione, e per meglio dimostrare la nullità della partizione tra naturale, monetaria, e creditoria , dopo il rapido tuffo nel più lontano passato torna alla più recente rivoluzione sociale.

L’economia monetaria è comune ad ogni produzione di merci; e il prodotto appare come merce nei più diversi organismi sociali di produzione“. Infatti nello stesso schiavismo vi sono merci che si acquistano con denaro, ossia non solo i prodotti del lavoro degli schiavi, ma le stesse persone degli schiavi. In una economia di piccoli produttori terrieri liberi una certa parte del prodotto circola come merce; ed altrettanto in una economia di liberi produttori artigiani di manufatti. Nello stesso feudalesimo vi è un campo sia pure non primario di mercato generale di prodotti rurali e manufatti. Dunque la categoria di economia monetaria non caratterizza una forma storica, ma appartiene alle più diverse forme storiche, compresa quella capitalista privata e di Stato, modernissima. Se dunque si dovesse definire il capitalismo non, come noi facciamo, per il rapporto di classe entro il processo produttivo, ma per i fenomeni (messi avanti dai nostri contraddittori) della sfera della circolazione, come lo si potrebbe fare? Marx risponde alla domanda che per lui abbiamo posta.

Ciò che caratterizzerebbe la produzione capitalistica, sarebbe dunque unicamente la estensione secondo la quale il prodotto è fabbricato come articolo di commercio, come merce, e secondo la quale i suoi propri elementi costitutivi devono di nuovo rientrare come articoli di commercio, come merci (acquistate contro moneta) nel processo economico da cui il prodotto proviene“.

In effetti è vero che la produzione capitalista è la produzione delle merci come forma generale della produzione, ma essa non lo è e non lo diviene sempre di più che per il fatto che il lavoro vi appare esso stesso come merce, perché l’operaio vende il suo lavoro, cioè il funzionamento della propria forza di lavoro, e che la vende, così come noi lo abbiamo supposto, al suo valore determinato dal costo della sua riproduzione”. Quindi non basta a caratterizzare il capitalismo la espressione di mercantilismo generalizzato, sebbene sia giusta, ma la caratterizzazione sta nella meccanica del processo produttivo: quando il lavoro è scambiato contro denaro, siamo nella produzione capitalistica totale e pura.

Si pensi dal lettore costantemente alla Russia. Marx insiste sul fatto che tutti i lavoratori autonomi in pieno capitalismo dovrebbero essere ridotti a salariati. Il fatto che le società degli Stati moderni (compreso quello russo), conservano strati che consumano prodotto diretto delle proprie attività, come nelle aziendine parcellari dei colcos, non intacca la dimostrazione di Marx né le conclusioni rivoluzionarie, ma mostra solo che si tratta di società miste di pieno capitalismo, e di forme anche monetarie e mercantili, e magari naturali, ma precapitalistiche. E non ci toglie il diritto di seguitare, ai fini della prognosi storica, lo studio del capitalismo tipico, nel suo modello puro. È il passo che abbiamo voluto a fondo studiare che conduce alla finale squalifica di ogni economia “circolazionista” peggio che borghese, piccolo-borghese, tante volte in trucchi di sinistra, che abbiamo data a proposito della figura del processo immediatista P…P nel precedente paragrafo che ha il titoletto: La infernale accumulazione.

La obiezione che la caratterizzazione marxista del salario operaio come minimo valore atto alla riproduzione dell’armata di lavoro non è oggi più verificata, dandosi ai salariati qualche poco di moneta di più, non ci ha mai arrestato, non fosse altro che perché la invocano con pari ipocrisia gli stati maggiori delle due bande di assoldatori di forza-lavoro industriale: quella del capitalismo privato (ma il capitalismo non è mai stato “privato”) americano e quella del capitalismo statale russo, che entrambe si gonfiano le gote di premi che accorderebbero quanto ad elevamento del tenore di vita!

La questione dell’accumulazione

La storica disputa sulla accumulazione ovvero riproduzione progressiva del capitale verte sugli “schemi” che quantitativamente Marx espone nella Terza Sezione di questo Secondo Libro, e che in tempo prossimo esporremo nelle forme numeriche e nelle espressioni simboliche a cui le stesse conducono.

Ma sulla classica disputa vanno fatte alcune osservazioni, e chiediamo scusa se sembreranno non solo pregiudiziali ma anche a taluni paradossali. Dei vari commentatori di Marx alcuni sostengono che la serie degli schemi è concludente, altri che è contraddittoria e non si può svilupparla indefinitamente. Ma a quale scopo e in quale campo della trattazione generale gli schemi sono istituiti? Forse per dimostrare che sui loro binari il capitalismo potrà scorrere senza intralci indefinitamente? Assolutamente no. In quanto gli schemi della accumulazione vogliono presentare il processo nella economia capitalista pura, Marx ha voluto costruirli in modo che fossero concludenti e non errati. Ma ai fini di tutta la sua costruzione – che, come sempre dimostriamo, non è descrittiva del capitalismo come forma storica obiettiva, ma è la piattaforma del programma della sua distruzione rivoluzionaria – l’obiettivo di Marx è proprio l’opposto: dimostrare che il capitalismo, puro o misto che sia a forme precapitalistiche, non può durare; deve soccombere davanti alla ineluttabile impossibilità di sopravvivere. Ogni gruppo di schemi potrà essere aritmeticamente concludente, ma storicamente noi dobbiamo appunto arrivare a dimostrare che non potrà reggere.

Per giungere a questa complessa visione dialettica della cosa va tenuto conto di molte considerazioni importanti.

Marx imposta lo studio della circolazione del capitale, di cui sono due aspetti, trattati fin dalla attuale Prima Sezione, sia la riproduzione semplice che quella su scala allargata, avvertendo che egli considera un movimento di produzione e riproduzione dei capitali non nel reale quadro storico, ma con la ipotesi di lavoro che tutti gli scambi tra denaro e merce, che racchiudono tra loro il centrale processo di produzione, si facciano a prezzi pari al valore di scambio generale e senza movimento delle mercuriali e dello standard monetario. È chiaro che non si può scegliere nessun paese capitalista geografico e nessun periodo storico anche di pochissimi anni in cui tali condizioni siano verificate; mentre è appunto il mutare di tutte queste condizioni che dà luogo al procedere del capitalismo verso le sue crisi e la sua distruzione. Vi sono poi, alla base degli “schemi” tanto discussi e variamente accettati o interpretati, molte altre non meno esplicite supposizioni teoriche: che non muti nel breve corso considerato la composizione organica del capitale, che non muti il tasso del plusvalore, e quindi siano sempre gli stessi i rapporti che legano le tre quantità degli schemi, ossia c, capitale costante, v, capitale salari, p, plusvalore. A stento Marx per rimuovere certe difficoltà ammetterà che i tassi possano mutare quando dalla sezione I che produce mezzi di produzione si passa alla II che produce beni di consumo.

Se tutte quelle condizioni si verificassero è certo che il capitalismo potrebbe durare eterno; ma è appunto perché nella realtà sociale non si verificano mai che esso va verso la sua fine.

Di più è supposta un’altra condizione, che tutti i residui delle forme precapitalistiche siano scomparsi, e che quindi funzioni quel mercantilismo integrale poco prima trattato, in modo che non esistano lavoratori non salariati. Tale condizione non era raggiunta al tempo di Marx nemmeno in Inghilterra, ed oggi ancora non vi è paese in cui sia raggiunta. Punto centrale del marxismo è che non si dovrà affatto attendere che tutta l’economia sia capitalismo integrale per rovesciare il capitalismo nella rivoluzione comunista!

Se dunque gli schemi concludono contabilmente o meno, e che cosa bisogna che avvenga perché tali conti tornino, non è poi l’aspetto vitale della questione, sia della presentazione della meccanica del capitalismo che del corso della sua rovina. Sono vere tutte e due le cose; gli schemi astratti di Marx camminano bene: e il capitalismo reale cammina in modo infame.

La teoria della accumulazione progressiva non è ancora la teoria storica delle ineluttabili crisi della economia capitalistica. Ed ancora un rilievo del più gran peso: tra la dottrina della circolazione del capitale che ci pare a questo punto di avere assorbita e quella della riproduzione allargata, si interpone quella del capitale fisso e del capitale circolante, che è nella Seconda Sezione e va sviscerata.

Nella riproduzione semplice il capitale costante e quello variabile che formano il capitale totale anticipato restano gli stessi in tutti i cicli, e il plusvalore viene consumato dai capitalisti mentre gli operai spendono il capitale variabile. È facile trovare la relazione che assicura che sul mercato si trovino tanti mezzi di consumo da potere spendere sia il guadagno dei capitalisti che il salario degli operai, e la vedremo più oltre quando parleremo delle due sezioni e accetteremo la ipotesi che tutti siano o capitalisti personali o salariati. Ma quando si va alla riproduzione allargata, una parte del plusvalore si sottrae al consumo dei capitalisti e va a comprare nuovi mezzi capitali, che si devono trovare prodotti nella società. Il più semplice, dice Marx (come sappiamo) in queste pagine, è supporre che tutto il plusvalore vada a nuovo capitale, ossia già Marx elimina le persone e le bocche dei capitalisti, e mostra che il capitale funziona (la solita Russia). Ma fatto tornare un simile schema non è spiegato nulla, perché tutti i pareggi si fanno tra i capitali circolanti, che sono il vero capitale nella nostra scienza economica, somma di tutto il valore dei prodotti sociali. Ma per fare lavorare una macchina in più che vale mille sterline avremo tratto dagli schemi solo le dieci sterline di logorio annuo: il resto dove si prende? Marx avrebbe risposto immediatamente che questo resto di gran lunga maggiore non è vero capitale produttivo ma capitale fisso, patrimonio della società come ad esempio le costruzioni. È il famoso “lavoro umano oggettivato” fornito da tutte le generazioni e detenuto dalla classe-Stato dominante. Si è formato nella accumulazione iniziale o primitiva del Primo Libro, storicamente, e Marx risponde che tutto il capitale si è formato così.

Dunque è evidente il gioco dello scontro tra forma pienamente borghese e forme economiche preborghesi, che la Luxemburg introduce giustamente ma senza nulla aggiungere al marxismo; per il quale è classicamente chiaro che il contatto deve vedersi sia storicamente che geograficamente; ed ecco un altro immenso campo di lavoro della nostra organizzazione sul tremendo problema dei popoli “arretrati”.

Teoria delle crisi

L’altra osservazione che non deve parere paradossale tanto è ovvia è che non occorre passare nel campo della accumulazione progressiva per dimostrare la inevitabilità delle crisi nella produzione capitalistica.

La dottrina marxista delle crisi compare nella riproduzione semplice. È fondamentale che il capitalismo è condannato ad accumulare estendendo il capitale generale anche a costo di sacrificare a questo fatto inesorabile tutto il privilegio e la vita stessa dei capitalisti-persone. Ciò malgrado anche nella umile ipotesi della costanza del capitale sociale e della riproduzione semplice, Marx affaccia la prova della teoria delle crisi. In altri termini questo significa che nella sua corsa turbolenta, assillato dalla esigenza di produrre più plusvalore per fare aumentare il volume del capitale totale, il mondo capitalista od un suo settore possono anche farci assistere, come alle travolgenti fasi di accumulazione progressiva, a fasi di “riproduzione regressiva”. Proveremo al solito di non averlo scoperto noi.

Anche con la infelice formula immediatista che giungerebbe a quella che Marx deride come “generalizzazione della miseria”, collo spartire il plusvalore tra i salariati, la macchina economica resterebbe mercantile e capitalista e sarebbe soggetta a saltare nelle crisi del suo funzionamento, per dimesso che sia.

Il paragrafo sulla riproduzione semplice, che precede quello sulla “accumulazione e riproduzione su una scala ingrandita” (là dove è detto che il più semplice sarà di ammettere che si accumuli tutto il plusvalore ) va nella edizione francese da pag. 110 a pag. 133. La vera e propria teoria delle crisi la togliamo dalle pagg. 129-130.

In questo passo Marx fa la ipotesi opposta a quella che sta a base della “verifica” degli schemi, ossia che non tutto si venda e non tutto si consumi. Il prodotto finale M’ va venduto perché nella riproduzione semplice, si divida tra m consumato dal capitalista e M con cui riparte il ciclo. Ma: “poco importa per il momento che M’ sia comprato dal consumatore definitivo o dal commerciante che vuole rivenderlo”. E poco dopo, previa la nota osservazione che lo stimolo è il bisogno del capitale di riprodursi e non la famosa domanda e offerta dei signori “circolazionisti”, o tampoco il bisogno degli esseri umani da soddisfare:

In certi limiti, il processo di riproduzione può farsi sulla stessa scala o su una scala ingrandita, sebbene le merci che esso smaltisce non rientrino direttamente nel consumo individuale o produttivo. Il consumo dei prodotti non è necessariamente implicato nel movimento circolatorio dei capitali da cui essi sono usciti. Fino a che il prodotto si vende, tutto segue il suo corso normale nei riguardi del produttore capitalista, e il movimento circolatorio del valor capitale non è interrotto. Se questo processo è allargato, e per conseguenza il consumo dei mezzi di produzione è anche allargato, questa riproduzione del capitale può accompagnarsi ad un consumo individuale più grande da parte degli operai [non si dimentichi che nella formula della riproduzione allargata quando la nuova spesa merci diventa più grande Marx ammette che, crescendo il capitale anticipato, possa crescere quello costante ma non quello salari, né relativamente né assolutamente, quando il tasso di composizione organica muti; il che non si supporrà prima di Luxemburg nel tracciare gli schemi della Terza Parte], essendo il consumo produttivo l’inizio e l’intermediario di tale processo. Può dunque avvenire che la produzione di plusvalore si accresca, che tutto il processo di riproduzione si trovi in piena fioritura, ma che tuttavia una gran parte delle merci (prodotte) non entri nel consumo che in apparenza e stazioni in realtà, senza essere venduta, tra le mani dei rivenditori (quelli all’ingrosso, che abbiano già pagato il capitalista produttore e reinvestitore) e resti insomma sul mercato. Le merci si succedono alle merci e ci si accorge finalmente che il primo lotto non era stato assorbito che in apparenza dalla circolazione. I capitali-merci si disputano il posto sul mercato. Volendo vendere ad ogni costo, gli ultimi arrivati vendono al di sotto del prezzo [qui si tratta di ciò che è nella economia marxista il prezzo di produzione, il prezzo pari al valore che contiene la esatta parte di capitale anticipato e di plusvalore al tasso medio sociale]. Non ancora sono stati liquidati i primi apporti, che già i termini di pagamento sono scaduti. I venditori sono forzati a dichiararsi insolvibili o a vendere a non importa che prezzo pur di poter pagare. Questa vendita non ha nulla a che fare collo stato reale della domanda. Essa non si rapporta che alla domanda di pagamento, alla assoluta necessità di convertire delle merci in denaro. E scoppia la crisi. Ciò che la rivela non è tanto la diminuzione immediata della domanda che si riferisce al consumo individuale [questa sarebbe la solita ed anche modernissima spiegazione degli economisti conformisti: vedi un esempio attuale nel nostro scritto nel numero scorso sulla crisi nella agricoltura statunitense] quanto la diminuzione dello scambio di capitale contro capitale , del processo di riproduzione del capitale”.

Questa è forse una delle più eloquenti descrizioni delle crisi nell’opera di Marx. Quando il sistema capitalistico entra in crisi non avviene soltanto la contraddizione stridente e lacerante con la sua esigenza storica di allargarsi, ma avviene addirittura che viene impedita la sua circolazione in quantità costante, ossia si ha una riproduzione negativa rispetto alla riproduzione semplice, una parte di valore che già ha preso la forma di capitale produttivo, industriale, si polverizza, e la somma sociale dei mezzi di produzione circolanti come capitali discende paurosamente dal livello storico raggiunto.

Anarchia della produzione

In questo quadro sta la ben nota dimostrazione degli effetti della anarchia della produzione capitalistica. Il meccanismo i cui segreti sono nella nostra originale dottrina potentemente rivelati, riesce ad adempiere il suo compito di inglobare nel ventre del mostro che è il capitale totale gli antichi patrimoni, ossia il lavoro morto delle generazioni che furono, e il lavoro della armata proletaria in cui si irreggimentano i viventi, e soddisfa fra terribili alternative la consegna di riprodurre sé stesso in più mostruose dimensioni, ma quello che non risolverà mai, anzi meno di qualunque antica forma storica di economia, è il proporzionamento degli sforzi produttivi ai razionali bisogni degli uomini.

Uno degli aspetti della insanabile contraddizione è apparso limpido nello squarcio che abbiamo riprodotto testé e commentato sobriamente, e in tutta questa nostra ricostruzione della circolazione dei capitali, ben altra cosa da quella delle merci e della moneta. Quando siamo in un momento, buono, per la società borghese e la forma capitalistica, quando gli “schemi” scorrono e l’accumulazione ascende con ritmi positivi, a maggior capitale costante (e maggior capitale fisso) corrisponde (vedi Abaco) un prodotto maggiore, ma in genere un capitale variabile globale minore (parte totale della classe operaia), o quanto meno una parte individuale minore (salario) per ciascun suo componente; mentre col valore globale del prodotto aumentato e colla aumentata produttività del lavoro cresce la parte della classe capitalistica, e a noi poco importa se vada nelle fauci dei suoi singoli negrieri o in quelle, più avide di carne umana, del mostro unico che personifica la macchina sociale del capitale.

Se invece vengono i giorni di dolore per i mostri e per il Mostro, se la Crisi degna di questo nome si affaccia (e lo mostrammo colle cifre del 1929 americano), se ricorre il venerdì nero, i magazzini rigurgitano di merci invendute, i prezzi calano sotto quello di produzione, in un primo tempo come il brano di Marx ha echeggiato si avrà una più favorevole distribuzione di consumi ai salariati, e tutto il proletariato preleverà di più come classe, anche se la disoccupazione avanzerà nel varco aperto dal crollare dei profitti che il capitale depredava. Questo prelude alla generale rovina, ma allo stesso prelude la fase di schemi ruotanti al massimo di alta produzione e di conquista dei mercati. Anche dietro questo miraggio è la grande crisi; guerra, distruzione con armi sempre più spietate, carneficina e sangue, rarefazione dei consumi vitali e svilimento del denaro nelle mani dei superstiti piccolo-borghesi cresciuti nelle eterne illusioni “colcosiane” e “distensive”.

Nell’uno e nell’altro estremo, girino o si inceppino gli schemi, il marxismo rivoluzionario avrà sempre vinto: ieri una battaglia di dottrina disperdendo la menzogna circolazionista e benesserista, che nei giochi monetari individuali liberi o ruffianamente guidati presenta l’inganno di assurdi equilibri, e li pone alla fine di un lungo corso della accumulazione travolgente; domani una battaglia rivoluzionaria e una guerra sociale, quando il dominio della vulcanologia delle crisi sociali consentirà alla coscienza teorica e alla direzione strategica del risorto partito marxista di abbattere sotto i colpi della dittatura comunista la bestia immensa e disumana del capitale accumulato, nelle sue tutte infami metamorfosi di mercanzie, di finzioni finanziarie, e di galere produttive aziendali per gli schiavi salariati.