Partido Comunista Internacional

Il Programma Comunista 1961/14

C'è posto per tutti (noi felicemente esclusi) sotto l'ombrello di Santa Madre Chiesa

Ancora una volta, facciamo tanto di cappello a Santa Madre Chiesa. E’ un nemico giurato ma aperto, franco, incrollabile. Ha il suo  millenario sistema di principi, sempre quelli, sempre organicamente legati l’uno all’altro; e si batte, oggi come sempre, per difenderlo. Non è neppur vero che la sua forza risieda nell’adattarsi ai tempi: risiede, al contrario, nella capacità di adattare la «voce dei tempi» al suo sistema.

Dice oggi quello che ha sempre proclamato, i mali, le miserie, le infamie della società di oggi, come di quella di ieri, sono fatti di coscienza, sono peccati  dell’anima individuale e collettiva; la ricetta per curarli è morale religiosa; la terapia proposta, un’applicazione intensiva di  giustizia e carità. La società umana è per essa, una famiglia il cui equilibrio interno si spezza non appena si allontana da Dio; si ristabilisce, con la buona volontà dei singoli e dei gruppi, tornando alla granitica roccia dei precetti evangelici. Il rapporto non è fra classe e classe, ma fra uomo e Dio; e chi lo media è lei, la Chiesa madre e sorella amorosa. Né vale obiettare che Roma predica bene e razzola male; la risposta è facile e pronta: istituzione divina nell’origine, umana nel fatto, essa può errare temporaneamente, ma non erra il corpo dei principi immutati e immutabili di cui, al di sopra di ogni vicendaterrena, essa è depositaria.

Un simile edificio di idee e di istituti può trovare il suo antagonista, come esso aperto inconciliabile, soloin un edificio altrettanto compatto di ideologia e di organizzazione, che ne rovesci le fondamenta teoriche e contrapponga alla forza su cui esso si regge – una società divisa in classi – la potenza organizzativa della classe «in cui tutti i mali e le ingiustizie di questa società si compendiano». Fuori dal partito rivoluzionario marxista, e del proletariato del quale esso è la forma superiore di organizzazione, non v’è nulla che possa contrapporre alla voce delle encicliche papali (è ovvio che, se ci laviamo oggi il cappello, lo facciamo di fronte all’edizione 1961 della «Rerum Novarum», la recentissima «Mater et Magistra» di Giovanni XXIII) una voce almeno altrettanto omogenea, fedele a se stessa, aliena da infingimenti e mascherature: le altre sono poveri belati non di avversari, ma di emulatori impotenti. Noi soli non troviamo posto – noi soli possiamo essere fieri di non trovarlo – sotto l’ombrello sociale di Santa Madre Chiesa.

-E ha mille volte ragione quell’acuto giullare di tutte le cause che è Mario Missiroli di ricordarlo ad ognuna delle «grandi» correnti che giostrano tuttora sulla scena politica e sociale del pianeta: ai liberali, che da tempo hanno buttato a mare il principio del «laissez faire, laissez passer» in economia e del laicismo in teoria; ai radicali appellantisi alla voce interna di una fantomatica persona; ai cosiddetti marxisti che «hanno relegato in soffitta» il materialismo storico – se non con le labbra, certo coi fatti – per abbracciare un riformismo che si tinge in vario modo del paternalistico statalismo lassalliano (vedi «Corriere della Sera», 16, VII), la bestia nera dei «socialisti rivoluzionari». Ha ragione di concludere: «Si voglia o no, tutti i partiti [per Missiroli, la morte del «socialismo rivoluzionario» è, naturalmente scontata; i partiti, per lui, sono soltanto quelli “legittimi”, cioè parlamentari, costituzionali, democratici], tutti i partiti, oggi, si muovono nella linea di un riformismo umanitario che tende a risparmiare all’individuo le dure esperienze dell’errore e del dolore [le esperienze di quell’errore e di quel dolore supremo, che è la rivoluzione] proprio nel nome della giustizia e della equità, della «responsabilità» e della «moderazione», e al canto di un nuovo inno il cui ritornello è: «Non più lavoratori di tutto il mondo unitevi, ma gentiluomini [gentiluomini tipo Missiroli, puah!] unitevi!».

Andate dunque tutti insieme, voi che avete tradito i principi relegando in molteplici soffitte la ragion d’essere della vostra battaglia – liberali, radicali, socialcomunisti da burletta – andate dunque tutti insieme sotto l’ombrelli pontificio, solido per tradizione e puntellato dall’ordine della proprietà e del capitale! Che cosa dice di diverso da voi – con la differenza che lo dice in modo non spregevole e non ipocrita, cioè barattando la propria fede per un’altra – la enciclica di Giovanni XXIII? Tutto v’è in essa, – ma riunito in una sintesi che non nasconde nulla delle sue origini ideologiche e delle sue finalità sociali -, di ciò che voi predicate: l’appello alla  convivenza pacifica; l’impegno alla riforma; la difesa della piccola e media proprietà contadina ed artigiana (che proprio in questi giorni riceve insieme le benedizioni papali e cremlinesche); l’invito al rispetto della «persona umana» – questo fiore di tutti i discorsi in Parlamento e nelle piazze -; la rivendicazione di un equilibrio fra i diversi settori della società e dell’economia (c’è perfino la rivendicazione avanzata proprio in questi giorni dagli stalinisti, di «terre e capitali» per le zone depresse all’interno sia delle singole comunità nazionali che della grande comunità internazionale dei popoli); il richiamo ad una collaborazione fra le classi e fra gli Stati che non leda la «personalità» dei suoi beneficiari e, quando si traduca in beneficienze ed aiuti, si ispiri «al più sincero disinteresse politico», perché in caso contrario, «si deve dichiarare esplicitamente che [nel caso degli aiuti ai Paesi sottosviluppato] si tratta di una nuova forma di colonialismo che, per quanto abilmente mascherata, non per questo sarebbe meno involutiva di quella dalla quale molti popoli sono di recente evasi, e che influirebbe negativamente sui rapporti internazionali, costituendo una minaccia ed un pericolo per la pace mondiale» (esattamente quello che dicono i riformisti kruscioviani, che invocano bensì aiuti ai nuovi Stati nazionali africani o asiatici e capitali per il Sud, ma senza «vincoli» di dipendenza, senza interessi usurari, senza umilianti clausole politiche!); l’invocazione alla pace come frutto di accordi basati su codici morali internazionali; c’è, tanto per finire, la mano tesa, oltre che «ai nostri fratelli e figli sparsi in tutto il mondo», «anche a tutti gli uomini di buona volontà».

E si potrebbe continuare all’infinito, se non mettesse conto di rilevare subito che il Forum della gioventù convocato a Mosca per il 25 luglio sembra nato fresco fresco per l’enciclica papale, e il «Popolo» e l’ «Osservatore Romano» avrebbero ragione di congratularsi non meno dell’ «Unità» del 17 c.m. della straordinaria varietà di «geografia politica e ideologica» di un simile consesso, in cui le confederazioni sindacali si affiancano a delegazioni di «gioventù democratico-cristiane» dell’America Latina, la «gioventù reale di Cambogia» (monarchia) ai «giovani del partito governativo di Cylon» (socialisti e filotrotzkisti); e tutto si concilia nel nome augusto del disarmo e della pace. Da Roma a Mosca, la parola d’ordine è all’ abbraccio.

Intanto – ma che importa di fronte alla perennità di un Vangelo di giustizia, di fraternità e di eguaglianza? – Krusciov e Kennedy riarmano, il sangue continua a scorrere in Algeria e nel Laos, soldatesche e sbirraglie si guardano in cagnesco ai due lati della barriera divisoria fra Berlino-Est e Berlino-Ovest, il «piccolo vertice» del MEC invoca l’unità del continente antico per «fronteggiare i pericoli che minacciano la sua esistenza», gli irridentismi infuriano. Tunisi aspira a Biserta e – in concorrenza con l’ FNL algerino – ad una fetta di Sahara, il Cancelliere dello Scacchiere si dispone a chiedere nuovi sacrifici e nuove austerità al felice popolo dell’Inghilterra ultrariformatrice per superare l’ennesima crisi che batte alle sue porte. Andate, con tutto ciò, a predicare l’evangelico: «tutti fratelli in Cristo»! Fra tanti ombrelli, quello della Chiesa offre almeno una soluzione in paradiso: voi, correnti e partiti dell’arcobaleno democratico, aggiornate il vostro o correte sotto quell’altro.

Per parte nostra, ne restiamo fuori: dalla parte non dell’ombrello protettore, ma della tempesta distruttrice e rigeneratrice, come quando dicemmo da quando il Manifesto proclamò: «I comunisti non hanno nulla da nascondere» perché come i proletari di cui sono i portavoce, «non hanno nulla da perdere se non le proprie catene, e hanno tutto un mondo da conquistare»; e come e sempre inflessibilmente diremo.

Il proletariato africano si desta

Se, da alcuni anni, l’attenzione del mondo intero si rivolge, sia pure per scopi diversi, al continente africano e alla sua emancipazione dal giogo coloniale, ciò dipende dal fatto che gli avvenimenti vi si susseguono a ritmo accelerato mostrando chiaramente il loro profondo contenuto rivoluzionario. Ma di interessante vi è pure che alla lotta aperta contro la dominazione straniera, contro il razzismo e le disumane condizioni di sfruttamento in cui versano i popoli del «continente nero» si accompagna con lo stesso ritmo una laboriosa teorizzazione sugli sviluppi del movimento e i mezzi da impiegare per realizzarne gli obiettivi. Come qualunque rivoluzione democratica borghese, quella africana pone come necessità della sua realizzazione la ricerca di un’ideologia che, riallacciandosi alle tradizioni storiche, possa essere abbracciata dall’intero popolo senza distinzione di classe, e in vista di una lotta comune. Tale impegno fu lo scopo del congresso di Accra; ma da allora se ne tennero altri (ultimo quello del Cairo nel marzo scorso) durante i quali tutto ciò che era soltanto abbozzato e confuso è venuto via via chiarendosi, specialmente da quando si è tentato di porre su basi più salde, cioè passando dalla formulazione teorica all’attuazione pratica, il problema della necessità di un’unione panafricana. Il passo più importante compiuto in questo senso, quello che più di ogni altro è passibile di sviluppi notevoli, è costituito dalla realizzazione delle Federazione sindacale panafricana, che comprende tutte le organizzazioni sindacali dell’Africa, e si è riunita in un primo Congresso a Casablanca, durante il quale il colonialismo vecchio e nuovo e le sue organizzazioni hanno subìto sul piano dei principi un duro colpo, che non mancherà di esprimersi in modo ancor più deciso nel campo della lotta aperta.

Il punto centrale della conferenza di Accra riguardava l’unità politica ed economica da contrapporre alla «balcanizzazione» dell’Africa, cioè al processo di smembramento dei nuclei «nazionali» attraverso la creazione di piccoli stati che, per la loro debolezza, possono maggiormente subire la pressione imperialistica. Nel Congresso di Casablanca, al quale hanno partecipato 34 delegazioni, di cui 18 autonome (Guinea, Mali, Ghana, Sud-Africa, quelle clandestine dell’Angola e del Camerun, ecc,) e 16 affiliate alla CISL internazionale (UGT marocchina, UGTA algerina, TUC del Kenia facente capo al giovane Tom M’Boya, ecc.), questo punto è stato però rafforzato portando in primo piano la funzione della classe operaia come elemento insostituibile nella lotta per la liberazione degli Stati nazionali e per la difesa della loro integrità.

Abbiamo più volte accostato la lotta anticolonialista a quelle europee del secolo scorso, attraverso le quali la classe borghese condusse la sua battaglia storica contro la classe feudale che col suo tipo di economia chiusa e localista costituiva un freno all’espansione degli scambi e quindi alla formazione di un vasto e saldo mercato interno.

In tale periodo, la classe operaia si trovò al suo fianco, perché ciò era la premessa della sua successiva rivoluzione non agendo però mai come semplice appendice della borghesia, anzi intervenendo in modo autonomo e decisivo affinché il cammino storico fosse percorso fino in fondo malgrado le esitazioni, le rinunce e le perplessità del temporaneo alleato, incline ad allearsi al nemico di ieri per il terrore della spinta proletaria di oggi e di domani. Quanto accadde allora in Europa sta oggi maturando in Africa. Il processo di balcanizzazione si è compiuto grazie ai tentennamenti della nuova borghesia nazionale: è quindi logico che il proletariato africano si assuma la sua responsabilità e prenda la sua iniziativa storica costituendosi in organizzazioni che superino i limiti imposti dalla tattica imperialistica e dalle connivenze delle borghesie locali. Tuttavia, molte cose sono rimaste nel vago, né poteva essere altrimenti, giacché i problemi che il sindacato panafricano si è posto non possono essere risolti da questo tipo di organizzazione proletaria. Problemi come la riforma agraria, che ha sempre e dovunque costituito il primo passo nel processo di industrializzazione, e soprattutto quelli dell’unità proletaria internazionale e delle possibilità di sviluppo non capitalistico dell’Africa, possono essere affrontati soltanto da una forza politica, dal partito di classe. È perciò che, diversamente dagli stalinisti, non possiamo considerare la costituzione della Federazione sindacale panafricana come un fatto storico conclusivo, perché, pur manifestando un alto spirito di combattività operaia, il Congresso non ha dato né poteva dare l’avvio a quei mutamenti radicali nella struttura della società, ch’è opera esclusiva del partito politico proletario. Ciò non toglie che – come sono costretti ad ammettere anche coloro secondo i quali «nulla si muove in Africa» – esso rappresenti un sensibile passo avanti nel processo che dovrà concludersi con l’accettazione del programma rivoluzionario marxista da parte del proletariato africano.

La realtà del Congresso di Casablanca va dunque ricercata nella contraddizione tra i finì che ci si è posti e i mezzi coi quali ci si prefigge di realizzarli, contraddizione del resto parallela a quelle insite nel movimento proletario metropolitano in quanto legato ad organizzazioni riformiste e rinunciatarie e all’opera disgregatrice dell’unità internazionale ch’esse svolgono.

Per valutare esattamente i risultati conseguiti, bisogna partire dalla considerazione dello sviluppo del capitalismo mondiale e delle posizioni ch’esso prese nelle diverse epoche storiche nei confronti del sindacato operaio. Nel suo ciclo da classe rivoluzionaria a classe riformista e controrivoluzionaria, la borghesia, per esigenze di conservazione, dovette passare dall’iniziale divieto di qualunque organizzazione di difesa operaia alla sua legalizzazione, al riconoscimento del diritto di sciopero, e infine allo inserimento del sindacato nella compagine statale attraverso il suo riconoscimento giuridico. Queste fasi diverse coincisero coi diversi momenti della sua espansione, cosicché, nell’epoca imperialistica, quasi tutte le organizzazioni sindacali metropolitane risultarono imprigionate in un inquadramento che si può ben definire di strati di lavoratori meglio retribuiti, la cosiddetta «aristocrazia operaia». L’imperialismo, nella sua espansione, non poteva non esportare nelle colonie le addomesticate organizzazioni metropolitane, riformiste ed opportuniste, sul tipo delle Trade Unions, e affidar loro il compito di contenere gli eventuali moti insurrezionali mantenendo e, se possibile, promuovendo la discriminazione razziale all’interno del proletariato. La nuova Federazione sindacale panafricana non poteva quindi non combattere il corporativismo, denunziando l’operato della CISL internazionale, le sue manovre scissionistiche, il suo tentativo di subordinare il sindacato agli interessi dell’imperialismo, i suoi intrighi per impedire che il movimento sindacale africano si unificasse su scala continentale. Tottegah, segretario generale dei sindacati del Ghana, ha messo in rilievo con fermezza e convinzione la resistenza ostinata e corruttrice, la connivenza con gli agenti dell’imperialismo, il fondo reazionario, di tale organizzazione.

A questo punto doveva riallacciarsi l’altro della critica dell’«apoliticità» del sindacato, altro prodotto socialdemocratico che estende il raggio della sua influenza soprattutto nell’Africa di lingua inglese è francese, cosicché la formulazione uscita dal Congresso: «il nostro sindacalismo respinge il corporativismo e tutte le forme dell’apoliticità sindacale», pone questa organizzazione all’avanguardia sia nella lotta rivendicativa che in quella di preparazione dell’attacco rivoluzionario alla cittadella borghese. È infatti evidente che il rifiuto dell’apoliticità non vuol essere un passo verso una maggior collaborazione con la borghesia nazionale e quindi col suo partito, ma – almeno tendenzialmente – esprime la volontà di ricerca di una politica autonoma del proletariato. La teoria dell’apoliticità parte dalla convinzione, di cui Seku Turé è il portavoce, che «nei paesi colonizzati la situazione si presenta in modo diverso [dal resto del mondo], perché le contraddizioni tra i diversi strati della popolazione sono minori rispetto alla contraddizione maggiore esistente fra l’interesse dell’insieme del popolo del paese e il sistema coloniale… La lotta di classe nei paesi colonizzati si confonde essenzialmente con la lotta contro il sistema coloniale che, a un livello più elevato, non è che una conseguenza dello sviluppo del capitalismo all’esterno dei paesi dominati da questo regime». Ma la parola d’ordine di Seku Turè: «Tutto per la liberazione dei popoli dell’Africa nera dal giogo coloniale, tutto per l’indipendenza immediata», che si traduce in una stretta collaborazione fra proletariato e borghesia, nella rinuncia ad un programma proletario a favore del programma borghese, non rappresenta più, come appariva nei precedenti congressi, le esigenze del movimento sindacale e operaio africano. La Carta di Casablanca dichiara infatti che la lotta da condurre è quella a fianco dei lavoratori di tutto il mondo contro ogni forma di sfruttamento dell’uomo, e che lo sviluppo dell’Africa non può essere capitalista, perché il «capitale» africano più prezioso è l’uomo, e dalle sue braccia dipende il presente e l’avvenire.

Un altro punto significativo, e che dimostra come per il proletariato sia più facile apprendere in una situazione rivoluzionaria che in lungo periodo di riformismo, è che i rappresentanti del proletariato africano hanno riconosciuto come i più pericolosi nemici l’opportunismo e il riformismo. Ciò è implicito nella loro dichiarazione di essere nello stesso tempo contro le organizzazioni internazionali e metropolitane appunto inficiate di opportunismo – e per l’internazionalismo proletario; dichiarazione apparentemente contraddittoria, ma che in realtà dimostra come il proletariato africano sia sulla via di costituirsi in classe autonoma e quindi anche in partito, ed è caratteristico che gli stalinisti non l’abbiano messa in risalto, perché ciò implicava una analisi critica delle posizioni che i partiti cosiddetti comunisti hanno assunto su scala mondiale.

Le prospettive del proletariato africano sono legate a quelle del proletariato dei paesi capitalistici più evoluti; ma è anche vero che molto ha dato e molto darà alla classe lavoratrice europea la classe lavoratrice africana. Con la formazione di stati nazionali si smembreranno i tradizionali imperi colonialisti e questo sgretolamento non mancherà di coinvolgere le posizioni di privilegio e di «aristocrazia» di cui il proletariato metropolitano aveva finito per «godere» pagandole al caro prezzo della rinuncia al suo programma storico rivoluzionario e alla sua unità internazionale. Bruciato ed umiliato, esso saprà finalmente riconoscere, come hanno istintivamente dimostrato i lavoratori belgi nell’ultimo loro grande sciopero, che il vero nemico è il capitale internazionale e il suo sistema economico, quello stesso contro cui si battono i proletari di pelle nera. I due processi si legano e si condizionano a vicenda. Alla marcia del proletariato africano verso la sua costituzione in classe corrisponderà la ripresa del proletariato dei paesi industrialmente più evoluti: e allora, ma solo allora, saremo testimoni del fatto storico decisivo per cui l’umanità, cristallizzata nel proletariato e nel suo partito, si leverà con una tale potenza da squassare la terra che da millenni assiste muta allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, delle classi dominanti su quelle dominate.