Il futuro del capitalismo è fatto di lacrime e sudore
A demolizione sulle profezie di un futuro che sarebbe soltanto una esaltazione del modo di produzione capitalistico presente, si sono citati nella puntata precedente i passi in cui Marx sbugiarda il sogno di un idilliaco e pacifico sviluppo della società borghese, e l’inizio di un brano del Capitale in cui la vera realtà della «società delle macchine, della scienza e della tecnica» è messa a nudo. Qui riprendiamo il tema e le citazioni.
«La rivoluzione del mezzo di lavoro costituisce come si è visto, il punto dal quale prende le mosse la grande industria; e il mezzo di lavoro rivoluzionato viene ad avere la sua figura più sviluppata nel sistema organizzato delle macchine nella fabbrica».
Le ragioni per cui le macchine si affermano non sono quelle di una incarnazione della idea del progresso, esse corrispondono ad una necessità del capitale: d’un lato la necessità della concorrenza, e dall’altro l’affermarsi delle prime legislazioni sulla regolamentazione del lavoro femminile e dei fanciulli che, rendendone non conveniente l’utilizzazione, spingono i capitalisti, a sostituirli con macchine. «Prima del divieto del lavoro delle donne e dei fanciulli (al di sotto dei dieci anni) nelle miniere, il capitale trovava che il metodo di utilizzare donne e ragazze nude, spesso legate con uomini, nelle miniere di carbone ed altre miniere, concordava così bene col suo codice morale, ed in specie col suo libro mastro, che si rifece alle macchine soltanto dopo quel divieto. Gli yankees hanno inventato macchine spaccapietre. Gli inglesi non le adoperano perché al miserabile che compie questo lavoro vien pagata una parte così piccola del suo lavoro che le macchine rincarerebbero la produzione per il capitalista».
D’altro canto le macchine portano ad un prolungamento della giornata lavorativa, ad un aumento dell’intensità del lavoro, all’instaurazione di una ferrea disciplina di fabbrica, a tutte le caratteristiche tecniche e produttive della produzione industriale su grande scala: «In un primo tempo nelle macchine il movimento e l’attività del mezzo di lavoro si rendono indipendenti di fronte all’operaio. In sé e per sé il mezzo di lavoro diventa un perpetuum mobile industriale che continuerebbe ininterrottamente a produrre se non si imbattesse in determinati limiti naturali dei suoi aiutanti umani: la loro debolezza fisica e la loro volontà a sé. Come capitale e in quanto tale la macchina automatica ha consapevolezza e volontà del capitalista; il mezzo di lavoro è quindi animato dall’istinto di costringere al minimo di resistenza il limite naturale dell’uomo, riluttante ma elastico». In nota Marx riporta una citazione di Roberto Owen dalle sue «Osservazioni sugli effetti del sistema manifatturiero»: «Da quando è divenuta generale l’introduzione di macchine costose la natura umana è stata sottoposta a esigenze molto superiori alla sua forza media».
Un “progresso” disumano
Oggi assistiamo all’abuso di ore straordinarie, alla lavorazione ripartita in tre turni onde ottenere che le macchine rimangano in funzione per distribuire su una massa di prodotti più ampia il valore che esse trasmettono. In tal modo la macchina, invece di essere un ausilio alla solita «umanità», si presenta ostile all’operaio, ai cui occhi incarna la potenza opprimente del capitale.
Nella manifattura e nell’artigianato l’operaio si serve dello strumento, nella fabbrica è l’operaio che serve la macchina. Là dall’operaio parte il movimento del mezzo di lavoro, il cui movimento qui egli deve seguire. Nella manifattura gli operai costituiscono le articolazioni di un meccanismo vivente. Nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente da essi, e gli operai gli sono incorporati come appendici umane. La malinconica svogliatezza di un tormento di lavoro senza fine, per cui si torna sempre a ripercorrere lo stesso processo meccanico, assomiglia al tormento di Sisifo; la mole del lavoro, come la roccia, torna sempre a cadere sull’operaio spossato. Il lavoro alla macchina intacca in misura estrema il sistema nervoso, sopprime la azione molteplice dei muscoli, e confisca ogni libera attività fisica e mentale. La stessa facilità del lavoro diventa un mezzo di tortura, giacché la macchina non libera dal lavoro l’operaio, ma toglie il contenuto al suo lavoro. E’ fenomeno comune a tutta la produzione capitalistica in quanto non sia soltanto processo lavorativo, ma anche processo di valorizzazione del capitale, che non è l’operaio ad adoprare la condizione del lavoro ma viceversa, la condizione del lavoro ad adoperare l’operaio; ma questo capovolgimento viene ad avere soltanto con le macchine una realtà tecnicamente evidente. Mediante la sua trasformazione in macchina automatica il mezzo di lavoro si contrappone all’operaio durante lo stesso processo lavorativo quale capitale, quale lavoro morto che domina e succhia la forza-lavoro vivente.
«La scissione fra le potenze mentali del processo di produzione e il lavoro manuale, la trasformazione di quelle in poteri del capitale sul lavoro, si compie, come è già stato accennato prima, nella grande industria edificata sulla base delle macchine. L’abilità parziale dell’operaio meccanico individuale svuotato, scompare come un infimo accessorio dinanzi alla scienza, alle immani forze naturali e al lavoro sociale di massa, che sono incarnati nel sistema delle macchine e che con esso costituiscono il potere del padrone».
Lunga citazione; ma condanna senza remissione del progresso capitalistico. Il lavoro a catena opprime oggi sempre più con la sua vacua e monotona insensatezza e col suo ritmo infernale; se progresso vi è stato, è nella direzione di rendere più efficace ed evidente l’esistenza delle macchine come appendice del capitale; come capitale esse stesse. Le corrispondenze che giungono dai paesi capitalistici più avanzati, parlano sovente in tono di preoccupazione del crescente fenomeno della disoccupazione tecnologica: della disoccupazione creata dal diffondersi da macchinari sempre più automatizzati che sostituiscono un numero crescente di operai e semplificano le fasi operative. Questo fatto è già stato documentato sulle colonne del nostro giornale, insieme alla critica delle misure filantropiche prese dai vari governi per fronteggiare tale piaga. Il fenomeno non è nuovo, ed è inscindibile dall’uso capitalistico del macchinario; Marx lo previde e descrisse un secolo prima della «rivoluzione dei computers»: «I dati di fatto reali, che erano stati travestiti dall’ottimismo economico, sono questi: gli operai soppiantati dal macchinario vengono gettati fuori dell’officina, sul mercato del lavoro, e quivi accrescono il numero delle forze-lavoro già disponibili per lo sfruttamento capitalistico. (…) Qui diciamo solo questo: certamente gli operai schiacciati da una branca dell’industria possono cercare un’occupazione in un’altra qualsiasi. Se la trovano, e se si riannoda così il vincolo fra loro e i mezzi di sussistenza insieme ad essi messi in libertà, ciò avviene per mezzo di un capitale nuovo, addizionale, che preme per essere investito, ma mai per mezzo del capitale che funzionava già prima e che ora è trasformato in macchinario. E anche allora, che meschine prospettive sono le loro! Storpiati dalla divisione del lavoro, questi poveri diavoli valgono così poco fuori della loro vecchia sfera di lavoro che trovano accesso soltanto in alcune poche branche di lavoro, basse e quindi costantemente sovraccariche e sottopagate». Storia vecchia, quindi, e veramente non ci incantano i programmi di riqualificazione iniziati fra gli strilli di tromba di una propaganda obbediente.
Quando avrà un senso il progresso?
Ma un’altra obiezione ci sentiamo avanzare: quella di essere dei negatori del progresso, di essere dei pavidi pietisti. Ci sentiamo dire con voce roboante che il progresso vuole le sue vittime e che bisogna andare avanti senza timori; qualche contrasto è inevitabile, ma i vantaggi dell’uso delle macchine sopravanzano di gran lunga gli svantaggi. Ritorniamo all’ausilio di Marx che definisce questa frase come il colmo dell’apologia della borghesia, e pone la questione nei suoi termini reali: «E’ un dato di fatto indubbio che le macchine in sé non sono responsabili di questa «liberazione» degli operai dai mezzi di sussistenza. Le macchine riducono più a buon mercato e aumentano il prodotto nella branca che conquistano e in un primo momento lasciano inalterata la massa dei mezzi di sussistenza prodotti in altre branche della industria. Dunque la società possiede, prima e dopo la loro introduzione, altrettanti mezzi di sussistenza, o anche di più, per gli operai spostati, astrazione fatta completamente dalla enorme parte del prodotto annuo che viene sperperata da non operai. E qui sta il punto culminante dell’apologetica economicistica! Le contraddizioni e gli antagonismi inseparabili dall’uso capitalistico delle macchine non esistono, perché non provengono dalle macchine stesse, ma dal loro uso capitalistico! Poiché dunque le macchine, considerate in sé, abbreviano il tempo di lavoro mentre, adoprate capitalisticamente, prolungano la giornata lavorativa, poiché le macchine in sé alleviano il lavoro e adoperate capitalisticamente ne aumentano l’intensità, poiché in sé sono una vittoria dell’uomo sulla forza della natura e adoperate capitalisticamente soggiogano l’uomo mediante la forza della natura, poiché in sé aumentano la ricchezza del produttore e usate capitalisticamente lo pauperizzano, ecc., l’economista borghese dichiara semplicemente che la considerazione delle macchine in sé dimostra con la massima precisione che tutte quelle tangibili contraddizioni sono una pura e semplice parvenza della ordinaria realtà, ma che in sé, e quindi anche nella teoria, non ci sono affatto. Così risparmia di doversi ulteriormente stillare il cervello, e per giunta addossa al suo avversario la sciocchezza di combattere non l’uso capitalistico delle macchine, ma le macchine stesse.
«L’economista borghese non nega affatto che dall’uso capitalistico delle macchine provengano anche inconvenienti temporanei: ma dov’è la medaglia senza rovescio? Per lui è impossibile adoperare le macchine in modo differente da quello capitalistico. Dunque per lui sfruttamento dell’operaio mediante la macchina è identico a sfruttamento della macchina mediante l’operaio. Dunque chi rivela come stanno in realtà le cose quanto all’uso capitalistico delle macchine, non vuole addirittura che le macchine siano adoprate in genere, è un avversario del progresso sociale!».
E Marx prosegue ricordando Bill Sikes, celebre scannatore che si difese dinanzi ai giudici dando la colpa al coltello, e dicendo che per simili «inconvenienti temporanei» non era il caso abolire l’uso di un così prezioso utensile. Marx prevedeva già l’accusa di nemici del progresso. Ma l’accusa è cieca, è mal posta; progresso per che cosa? La questione non è questa: è che lo sviluppo delle forze produttive avanza e sovrabbonda per il passaggio a un modo di produzione più umano in cui le macchine non siano appendici della forza cieca del capitale ma obbediscano alle necessità di una società senza classi, padrona del proprio destino. Noi non aboliremo il coltello, Bill Sikes; cancelleremo dalla faccia della terra le condizioni che ti hanno spinto ad usarlo in modo infame!
Oggi le macchine dominano la vita dell’uomo, lo opprimono nella fabbrica e lo condannano ad una vita senza senso fuori di essa: «Il primo risultato delle macchine è di ingrandire il plusvalore e insieme la massa di prodotti nella quale esso si presenta e dunque di ingrandire, assieme alla sostanza di cui si nutrono la classe dei capitalisti e le sue appendici, questi stessi strati della società. La crescente loro ricchezza e la diminuzione relativamente costante del numero degli operai richiesti per la produzione dei mezzi di sussistenza di prima necessità, generano un nuovo bisogno di lusso e insieme nuovi mezzi per soddisfarlo. Una parte abbastanza grande del prodotto sociale si trasforma in plusprodotto, e una parte abbastanza grande del plusprodotto viene riprodotta e consumata in forme raffinate e variate. In altre parole cresce la produzione di lusso».
Potenza di Marx che vide già l’affermarsi di una mezza classe infame e senza avvenire, abile solo con le sue ventose a sfruttare il proletariato e a sprecare in modo demente e individualistico preziose forze sociali, senza avere alcuna vera funzione storica che non sia quella di mistificare il proletariato e di conservare una società degenerata!
Torniamo infine, per concludere, agli studiosi americani da cui prendemmo le mosse; alla loro visione di un mondo privo di contrasti, di una vita quieta cullata dal ronfare delle macchine; alle loro visioni classicheggianti, e usiamo il metodo di dare loro una visione reale della «civiltà capitalistica» che forse poco conoscono e vivono come la conobbe e visse con passione rivoluzionaria Carlo Marx: «Da ciò (dall’avvento dell’uso capitalistico del macchinario) il paradosso economico che il mezzo più potente per l’accorciamento del tempo di lavoro si trasforma nel mezzo più infallibile per trasformare tutto il tempo della vita dell’operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale. «Se» sognava Aristotele, il più grande pensatore dell’antichità. «se ogni strumento potesse compiere su comando o anche per previsione l’opera ad esso spettante, allo stesso modo che gli artifici di Dedalo si movevano da sé o i tripodi di Efesto di proprio impulso intraprendevano il loro sacro lavoro, se in questo stesso modo le spole dei tessitori tessessero da sé, il maestro d’arte non avrebbe bisogno dei suoi aiuti e il padrone non avrebbe bisogno dei suoi schiavi». E Antipatro, poeta greco dell’epoca di Cicerone, salutò nell’invenzione del mulino ad acqua per la macinazione del grano, che è la forma elementare di ogni macchinario produttivo, la liberatrice delle schiave e la iniziatrice dell’età aurea.
«Risparmiate la mano che macina, o mugnaio, e dormite – dolcemente! -Invano il gallo vi annunci il mattino! – Demetra ha ordinato alle ninfe il lavoro delle fanciulle – e ora esse saltellano leggere sopra le ruote, – che gli assi percossi girino con i loro raggi, – e in circolo ruotino le mole della pietra che gira. – Viviamo la vita dei padri. Rallegriamoci, liberi dalla fatica, – dei doni che la dea ci porge.
«I pagani, già i pagani!. Essi non capivano nulla dell’economia politica né del cristianesimo, come ha scoperto il bravo Bastiat e ancor prima di lui aveva scoperto l’ancor più intelligente Mac Culloch. Fra l’altro non capivano che la macchina è il mezzo più sicuro per prolungare la giornata lavorativa, Giustificavano, per esempio, dell’uno come mezzo per il pieno sviluppo umano dell’altro. Ma per predicare la schiavitù delle masse, per fare di alcuni parvenus rozzi e semicolti degli «eminenti filandieri», dei «grandi fabbricanti di salsicce» e degli «influenti commercianti in lucido da scarpe», mancava loro il bernoccolo specifico del cristianesimo».
Ma i sogni ingenui degli antichi classici greci che vagheggiavano la liberazione dell’uomo si dissolsero col tramontare dell’antichità classica, il sorgere e il decadere del feudalesimo, l’affermarsi prepotente del capitalismo. Oggi, richiamarsi all’antichità ellenica e sognarla possibile nel mondo delle tratte, delle fatture, delle vendite a rate, della pronta cassa, ecc., è una mistificazione interessata o un piagnisteo senza senso. Può essere al massimo la via del piccolo borghese, pronto a frignare sull’ieri e sui domani; ma freddo calcolatore del suo prezzo d’oggi. Sono esercitazioni senza senso di una pletora di lacchè del capitale sostenuti e pagati dal sudore proletario e dall’imperversare della controrivoluzione.
Ma le ingenue profezie greche si avvereranno nel comunismo pieno, coronando il grandioso ciclo storico che dalla negazione della comunità primitiva porta alla sua realizzazione completa su una base incommensurabilmente più sviluppata. Si avvereranno nella fase superiore del comunismo, instauratrice di una società senza classi e senza sfruttamento, che trionferà con una rivoluzione mondiale sulle sterili fantasie deformi dell’oggi.
[RG-43] La questione militare e la Comune parigina Pt.1
LE GRAVI CONSEGUENZE DEI PRIMI ERRORI POLITICO-MILITARI
Abbiamo più volte chiarito quali furono questi errori: resta da dire qualcosa di più per dimostrare perché essi, prima nella mente di Marx e poi nei fatti, si rivelarono “fatali”.
Dal 18 al 26 marzo 1871 passarono dieci preziosissimi giorni, durante i quali non il C.C. delle g.n. (Comitato Centrale delle guardie nazionali) pensò a preparare l’offensiva militare contro Thiers (che aveva lasciato scappare a Versailles) ma fu costui che cercò di concentrare le poche forze rimastegli e di ricostituire un esercito per la riconquista di Parigi.
Giustamente Trotsky fa osservare che la trattativa tra il C.C. e il gruppo dei sindaci e deputati avrebbe potuto essere una astuzia di guerra se fosse servita a coprire una seria preparazione delle forze militari da inviare contro Thiers, per farla finita per sempre con quel mostriciattolo odioso. Purtroppo, invece, essa si risolvette in una astuzia più o meno cosciente e volontaria del nemico, che ebbe il tempo di occupare anche quel Mont Valerien la cui importanza strategica sarà compresa dai comunardi solo il 3 aprile, sotto il fuoco dei suoi obici. Fin dai quei primi giorni Thiers si preoccupa di stendere un cordone poliziesco intorno a Parigi per ostacolarne al massimo il contatto con la periferia vicina e lontana della Francia.
Se ci si vuole spiegare come e perché siano stati commessi errori tanto gravi, bisogna anzitutto ricordare che “nel marzo 1871 la battaglia decisiva fu imposta agli operai” (Lenin Stato e Rivoluzione) i quali l’accettarono sebbene non vi fossero preparati in quanto non erano ancora riusciti a creare la forte organizzazione richiesta negli indirizzi dell’Internazionale. Gli operai possedevano solo un’organizzazione immediata: il C.C. delle g.n. Questo Comitato, secondo la giusta definizione data da Trotsky, non era che “un Consiglio dei deputati degli operai armati e della piccola borghesia”; ora, tale organo eletto direttamente dalle masse rivoluzionarie può essere uno splendido apparato di azione, ma nello stesso tempo, e proprio a causa del suo legame diretto e originario con le masse che si trovano nello stato in cui la rivoluzione le ha sorprese, esso rispecchia non solo i punti forti ma anche tutti i punti deboli delle masse, anzi i punti deboli ancor più di quelli forti; in esso si riconosce lo spirito dell’indecisione, dell’attesa, della tendenza alla passività dopo il primo successo. E Trotsky aggiunge: “Il C.C. aveva bisogno di una guida” (Gli Insegnamenti della Comune). Naturalmente, questa “guida” non poteva essere che il partito, quel partito formale che Marx aveva incitato a organizzare e che avrebbe potuto servirsi del C.C. come di una cinghia di trasmissione per mobilitare la Francia insieme a Parigi. In assenza di questa organizzazione forte e disciplinata, capace di imporsi a tutte le altre forze politiche, la voce dei pochi internazionalisti marxisti appartenenti alla Comune non poteva non essere soffocata dalla eterogeneità degli altri. E’ pure spiegabile che, senza l’egemonia di un partito forte, la piccola borghesia cittadina, che pure si era unita ai rivoluzionari, facesse pesare tragicamente la sua volontà di compromesso. Un partito centralizzato avrebbe potuto servirsi dei suoi membri per assolvere due compiti importanti: spezzare il legame già molto allentato tra soldati e ufficiali controrivoluzionari dell’esercito che Thiers andava organizzando, e sollevare la campagna contro Versailles facendo contrappeso con la propria propaganda a quella nemica, e soprattutto a quella di certa “sinistra” che vergognosamente sedeva accanto ai più smaccati “rurali” dell’Assemblea controrivoluzionaria.
II non apprezzare a fondo l’importanza di possedere nelle proprie mani tutta la forza ebbe conseguenze disastrose. Thiers, la cui scienza politica si riduceva a quella di saper opprimere il proletariato, se ne rendeva conto. Ecco perché, insieme alle infami calunnie contro Parigi, egli sbandierava di avere ancora dalla sua parte tutto l’esercito e il suo stato maggiore. Ciò era falso in quei primi giorni, ma la menzogna gli rendeva; il segreto primordiale del potere sta nel far sentire di possedere una forza armata, non importa se mentendo. Come un semplice telegramma poteva bastare a Parigi per trasmettere il potere al movimento rivoluzionario dell’intera Francia (togliendo con ciò ogni dubbio sul suo carattere “solo comunale”), se Thiers fosse stato annientato all’indomani del 18 marzo, così, viceversa, occorreva ben altra forza alla periferia per scrollarsi definitivamente di dosso i poteri rimasti aggrappati al centro ancora non morto di Versailles, al quale poi doveva fornire appoggio per rituffare Parigi nel sangue dei suoi operai e nel passato da cui si era destata per rigenerare se stessa, la Francia e il mondo intero.
Si spiega quindi come, pur avendo preparato la “condizione preliminare” per una salda alleanza con i contadini, la Comune non vi riuscì. “fu noto che la Comune di Parigi si era aperta una strada verso questa alleanza, ma non raggiunse il suo scopo per ragioni di ordine interno ed esterno”. (Lenin, Stato e Rivoluzione). La sua politica rivoluzionaria aveva creato le condizioni base per tale alleanza distruggendo la macchina statale borghese che aveva sempre sfruttato i contadini non meno degli operai; ma, pur necessaria, quella condizione non fu sufficiente. Occorreva sviluppare l’azione militare nella stessa giusta direzione dell’azione politica, non fosse che per far conoscere quegli atti di politica rivoluzionaria a tutta la provincia, che andava inoltre illuminata con un chiaro programma politico, reso tanto più necessario per smascherare le menzogne di Versailles.
Sulla necessità di rendere più “popolare” la rivoluzione parigina mediante l’alleanza fra operai e contadini, basta considerare il rapporto tra le due classi a quel tempo, in Francia e in tutta Europa, rapporto che Marx tenne ben presente e che Lenin ricorda agli scolastici del marxismo, per i quali non esistono che le forze borghesi e quelle proletarie e non hanno nessun peso, negative o positive, gli strati intermedi.
LA SORTITA DI APRILE: PRIMO GRANDE SCONTRO IN CAMPO APERTO
La sortita delle guardie nazionali parigine del 3 aprile non fu un’iniziativa presa in modo autonomo dalla Comune. Essa è piuttosto da considerarsi come la reazione agli attacchi che il giorno precedente, per la prima volta, i versagliesi avevano osato sferrare contro Courbevoie iniziando quella guerra contro Parigi che Thiers aveva già dichiarato il 1° aprile. C’è di più: la decisione non fu presa in modo unanime dalla C.E., i cuI quattro membri civili non erano d’accordo con i tre membri militari più favorevoli ad essa, cioè Bergeret, Duval, Eudes, ai quali affiancarono Cluseret come loro delegato. Da tutto ciò dovevano necessariamente derivare grosse deficienze militari e, in primo luogo, l’assenza di preparazione delle forze combattenti. II piano della sortita si fondava d’altra parte sull’illusione di una “passeggiata” a Versailles su tre colonne: una di destra, una di centro e una di sinistra, al comando, rispettivamente, di Bergeret, Eudes e Duval, che a un certo punto dovevano ricongiungersi. Dei 100.000 uomini di cui si era parlato in un primo momento non si riuscì a mobilitarne che 23 mila, divisi in parti quasi eguali fra le colonne, di cui però solo quelle di destra e di centro dovevano essere armate di otto cannoni, forniti di pochissimi colpi. Così, quando incominciarono a piovere le prime cannonate del Mont Valérien, fra le g.n. della colonna di destra incominciò lo scompiglio e, mentre Bergeret con il grosso era costretto a ripiegare verso Parigi, l’ardito Flourens con pochi coraggiosi continuava la marcia verso Reuil trovandovi una morte eroica in seguito all’arrivo degli enormi rinforzi mandati da Vinoy.
Altra sconfitta toccò alla colonna di sinistra, del tutto incapace di rispondere al fuoco nemico e quindi costretta alla ritirata su Chatillon. Duval, che si comporta come Flourens, tro-verà la morte al grido di “Viva la Comune” di fronte al plotone di esecuzione dei Versagliesi. Infine, la colonna di centro è costretta a ritirarsi sul forte Issy perché impotente a rispondere all’artiglieria nemica.
Dunque, gli insuccessi patiti dai federati sono il frutto della cattiva direzione centrale e della disorganizzazione. Non si possono compensare le deficienze logistiche e di armamento con la sola volontà di battersi delle masse e con l’eroismo dei capi, per quanto importanti siano questi fattori.
Le conseguenze della sconfitta furono assai gravi. La presa del ponte di Neuilly ad ovest e dell’altipiano di Chatillon a sud di Parigi da parte dei versagliesi garantì meglio Thiers da altri attacchi e gli dette ossigeno e maggior volontà di ritornare alla offensiva, che viceversa sarà da quel momento messa da parte dai comunardi, sui quali, oltre che le perdite materiali, influivano i deleteri effetti psicologici della sconfitta. Questi però furono di breve durata: le esecuzioni dei prigionieri e dei coraggiosi capi come Flourens e Duval esaltarono l’odio contro Versailles, e il 6 aprile si ebbe il famoso decreto sugli ostaggi che al suo articolo 5 stabiliva che alle future esecuzioni di comunardi si sarebbe risposto con l’esecuzione di tre elementi accusati di complicità con Versailles. Anche questa legge, tuttavia, rimase a lungo senza effetti pratici nella vana attesa che Thiers accettasse lo scambio di Blanqui con l’arcivescovo Darboy. A Thiers, capo della controrivoluzione, Darboy, come dice Marx, serviva piu da morto che da vivo!
LO SCHIERAMENTO DEI DUE ESERCITI
Dopo il tre aprile Parigi era circondata per metà circa dai prussiani a nord e ad est, per 1’altra metà dall’esercito versagliese a sud e ad ovest – come è mostrato nelle cartine allegate.
All’inizio i federati tenevano i cinque forti a sud: Ivry, Bicetre, Montrouge, Vanves e Issy, nonché le trincee e gli avamposti che li univano e, inoltre, i Moulineaux. A nord-ovest tenevano nelle loro mani i villaggi di Neuilly, Asnieres e Saint-Ouen.
Punto vulnerabile della cintura che difendeva questo lato occidentale di Parigi era il saliente del Point-du-Jour, difeso da forte Issy e dalle cannoniere della Senna (la marina dei federati), ma minacciato insieme allo stesso forte Issy dalle alture di Bellevue, Meudon e Chatillon, che dopo il 3 aprile sono nelle mani dei versagliesi i quali subito provvedono a dotarle di potente artiglieria. Diamo ora uno sguardo ai due eserciti.
L’ESERCITO CONTRORIVOLUZIONARIO
Consistenza numerica: Da circa 22 mila dell’inizio si passò, Bismarck aiutando, a 63 mila, a 80 mila e a 170 mila, di cui 130 mila combattenti. II comando, all’inizio affidato a Vinoy, fu poi trasmesso a Mac Mahon. Dei cinque corpi di armata combattenti, due furono formati da ex prigionieri liberati dai prussiani: Bismarck per aiutare Thiers mise sotto i piedi la convenzione d’armistizio che stabiliva il massimo contingente di truppe a 40 mila e, naturalmente, in seguito si fece pagare molto caro il favore nel trattato di pace del 10 maggio.
Potenza di fuoco: Thiers pose molta cura ad armare di grossi pezzi di artiglieria d’assedio l’esercito, conoscendo il valore delle fortificazioni, e le 293 bocche da fuoco di cui dispose le fece arrivare da Toulon, Cherbourg, Lyon, ecc.
Disciplina: molto allentata all’inizio, fu ricostruita a poco a poco attraverso provvedimenti vari: si cercò di vestire, nutrire e pagare bene i soldati (di provenienza rurale)e si fece attenzione a evitare contatti con l’esterno.
II piano militare: dopo il 25 aprile è il seguente: battere i forti di Issy e di Vanves e sfondare poi su Point-du-Jour per entrare poi in Parigi; a nord-ovest impedire ai parigini di giungere a Courbevoie.
L’ESERCITO DELIA COMUNE
Consistenza numerica: Poteva essere superiore a quella nemica secondo quanto si vociferava a Parigi, ma invece non si riuscì a raggiungere nemmeno la metà dei versagliesi. Da Saint-Ouen a Ivry si schierarono solo da 15 a 16 mila guardie nazionali. Per giunta, a causa di cattiva organizzazione, si trascurò quasi del tutto l’avvicendamento, per cui alcuni battaglioni restavano per 20 o 30 giorni in trincea e altri erano quasi sempre di riserva. Anche l’equipaggiamento difettava, non tanto per difetto di materiali quanto di servizi organizzati.
Potenza di fuoco: tra cannoni, obici e mortai a Parigi, v’erano più di 1.200 bocche da fuoco. Il dipartimento alla guerra non ne utilizzò che 200. L’armamento dei forti era pressoché il seguente: Issy e Vanves, una guarnigione di 500 uomini e 20 cannoni. Montrouge 350 uomini e 10-15 bocche da fuoco; Bicetre, armata come i primi due forti, era appoggiata da tre notevoli ridotte con una media di circa 500 uomini e 12 cannoni. Forte Ivry aveva gli stessi uomini e 40 cannoni. I villaggi in mezzo a questi forti erano occupati da circa 2000 federati. Il comando generale dei forti, all’inizio in mano ad Eudes, passò poi a La Cecilia e infine a Wetzel.
Disciplina: Lasciò sempre molto a desiderare sia nei soldati che negli ufficiali. Non sempre i comandanti dei forti fecero quello che avrebbero dovuto. Mentre dei coraggiosi non accettavano rinforzi o sostituzioni, altri invece si sottraevano al servizio. Mancavano esempi di punizione: la corte marziale istituita per assicurare la disciplina di guerra non funzionò. Sull’esercito si ripercuotevano i conflitti interni dei vari centri di potere esistenti: Comune (cioè consiglio municipale), Commissione Esecutiva (C. E.), Comitato di Salute Pubblica (C.S.P.) e ancora il C.C. delle g.n. che non aveva più ragione di esistere dopo il 28 marzo e nondimeno non si riuscì mai a sciogliere. Gli ordini provenivano da varie autorità, non si sapeva a quali di esse occorreva chiedere armi e munizioni, o rinforzi di uomini. Senza unità e senza accentramento del comando che convogli gli sforzi in determinate precise direzioni, a nulla possono valere lo sforzo eroico e l’abnegazione dei combattenti: la loro energia è destinata ad esaurirsi senza produrre lavoro utile. Un’altra fonte di indisciplina risiedeva nel criterio esclusivo della eleggibilità degli ufficiali a tutti i gradi delle guardie nazionali.
Rivendicare sotto Thiers, cioè prima del 18 marzo, il criterio dell’elezione dal basso era un compito politico rivoluzionario, perché si sarebbe liberata la guardia nazionale dal comando degli ufficiali ligi alla borghesia. Estendere questa parola d’ordine, sempre prima del 18 marzo, anche all’esercito permanente, avrebbe portato a distinguere i suoi membri secondo l’origine di classe, e quindi anche l’esercito sarebbe stato sbarazzato dagli ufficiali fedeli a Thiers. Ma, dopo la rivoluzione del 18 marzo, in cui la G. N. era stata del tutto liberata dai suoi capi borghesi e una parte dei soldati dell’esercito di Thiers rimasto a Parigi era stata assimilata alla G. N., il criterio esclusivo della eleggibilità dei comandi della G.N. non aveva più ragione di esistere: il compito militare doveva prevalere. “I1 comando eletto è in genere, dal punto di vista tecnico-militare, piuttosto debole, e anche l’ordine, la disciplina, facilmente si allentano”. (Gli insegnamenti della Comune). Questo meccanismo democratico di organizzazione militare è “un feticcio”, dice Trotsky, e aggiunge: “Bisogna combinare i metodi della eleggibilità con quelli delle nomine”.
Il piano militare: Non vi fu mai un vero e proprio piano generale offensivo e difensivo. Tanto meno quindi si apprestarono servizi atti alla sua realizzazione. Soprattutto verso la fine, la parola d’ordine generale data era quella di difendersi ad ogni costo.
I COMBATTIMENTI FUORI LE MURA
Non ci soffermeremo a esaminare episodio per episodio la guerra che l’esercito della Comune combattè in campo aperto per oltre un mese e mezzo, anche perché al lettore non è agevole seguirci senza 1’ausilio di carte che oltre a segnalare i vari teatri dei combattimenti, mostrino l’arretramento finale del fronte comunardo.
Ci limiteremo ad elencare i principali scontri senza insistere sui rilievi critici, che del resto non si discostano da quelli già fatti parlando delle battaglie in generale e della sortita del 3 aprile in specie. Tutti i combattimenti verificatisi fino al giorno precedente all’entrata a Parigi dei versagliesi non si svolgono con grandi spostamenti di masse. La loro manovra è piuttosto limitata, prevalendo la lotta dalle trincee e i cannoneggiamenti dai forti e contro i forti. Data l’inferiorità delle loro artiglierie, le fortezze in cui si difendono i parigini saranno a mano a mano smantellate e infine evacuate ed espugnate dal nemico.
Dopo i rovesci del 3 aprile i federati fanno un grande sforzo e, utilizzando al massimo i cannoni fatti accorrere sul posto, riescono a conseguire un notevole successo: scacciano i versagliesi dall’altopiano di Chatillon, che sarà tenuto fino al 29 aprile. E, mentre fino a questa data la situazione militare a sud non subisce mutamenti e gli scontri sono deboli e limitati, nella zona occidentale compresa tra M. Valerien, Neuilly, Porta Maillot, Courbevoie ed Asnieres, attacchi e contrattacchi si avvicendano senza sosta. II 4 aprile i federati rioccupano Courbevoie che, cannoneggiata in seguito da Mont Valerien, viene ripresa dai versagliesi il 6-4. II giorno dopo Neuilly, dove si erano ritirati i comunardi, viene presa di mira. Dombrowsky sostituisce Bergeret accusato di aver condotto i federati sotto il fuoco di M. Valerien il 3 aprile. Accompagnato da Vermorel, Dombrowsky miete un successo il 9 scacciando i nemici da Asnieres. II 12 i versagliesi tentano di conquistare il castello di Becon, tra Courbevoie e Asnieres, ma sono ricacciati indietro. Ma dal 14 al 17 i federati sono costretti a sloggiare da quel castello bombardato dall’artiglieria nemica, e a riparare ad Asnieres, dove resistono per un giorno sotto il comando di Okolowitz.
Durante queste giornate di lotta accanita, l’eroismo delle guardie nazionali e il coraggio e la capacità di direzione e organizzazione del polacco Dombrowsky non compensano gli errori e la confusione nella direzione centrale e di Cluseret, di cui le dichiarazioni in materia strategica fatte in questo stesso periodo a Parigi mostrano chiaramente la inettitudine. Gravi poi i suoi errori in materia di reclutamento, che escludeva elementi energici ed esperti. Così, mentre in seno alla Comune spesso si discute di cose relativamente poco importanti e si trascura di inviare rinforzi di uomini, armi e munizioni, Dombrowsky, che ai suoi reiterati appelli aveva ricevuto appena 300 uomini in aggiunta ai 2500 iniziali, è costretto ad abbandonare Asnieres. Una settimana dopo, il 25 aprile, anche Neuilly distrutta e affamata viene evacuata dopo un armistizio (l’unico) di 8 ore, durante il quale parte della popolazione è trasferita a Parigi per ricevere assistenza.
Altro importante evento militare matura verso sud, dove il 26 i versagliesi occupano i Moulineaux e il 27 concentrano il fuoco su Issy, Vanves e Montrouge e sulle cannoniere della Senna. Il 29 moltiplicano il fuoco su forte Issy e circondano le trincee difese da Wetzel. Il 30, anche Megy, comandante del forte Issy, è circondato e, non avendo ricevuto rinforzi, decide la sua evacuazione. A tale ordine risponde in un primo momento solo una parte della guarnigione, che però rientra subito dopo vedendo giungere La Cecilia con qualche compagnia.
La situazione critica in cui viene a trovarsi questo importante baluardo della difesa parigina ha ripercussioni in seno alla Comune che toglie di mezzo Cluseret accusandolo in un primo momento di aver ordinato l’evacuazione, e lo sostituisce con il suo capo di stato maggiore Rossel. Altra grave conseguenza politica, che avrà effetti scoraggianti sulla situazione militare, è la creazione di un nuovo potere in sostituzione della C .E.: il Comitato di Salute Pubblica. La sua denominazione è di per se fonte di attriti notevoli in seno all’Assernblea dell’Hotel de Ville, che anzi da questo momento appare più divisa che mai: infatti, il C.S.P. è votato con 34 sì e 28 no. Gli elementi contrari lo consideravano una romanticheria anacronistica e un pasticcio rivoluzionario, che “suonava stridente in questa rivoluzione proletaria” Non è il caso qui di discutere se avessero più ragione i fautori di parte radicale o gli oppositori di parte socialista.
Quello che dobbiamo rilevare è ancora e sempre il fatto che, mancando un partito assolutamente dominante, certi fenomeni di crisi sono inevitabili. Inoltre, il “nuovo potere” nacque senza autorità, e in campo militare sia esso che il nuovo delegate alla guerra non poterono evitare altri rovesci, come quello accaduto alla ridotta Moulin-Saquet, dove 500 uomini vennero sorpresi e in parte trucidati dalla soldataglia nemica e in parte avviati a Versailles. Tra il C.S.P. e Rossel segue uno scambio di accuse, come quella secondo cui il C.S.P. avrebbe dato ordine a Dombrowsky e Wroblewski di lasciare la zona in mano a gente non all’altezza della situazione. Rossel a sua volta non dava alcuna indicazione di attacco e di difesa e, se pensò alla costruzione di una seconda cinta interna alle mura di Parigi e formata di barricate da incernierare a Montmartre, al Trocadero e al Pantheon, non vi mise mano. Così, la situazione negli avamposti e nelle trincee, sia nella zona di Neuilly che in quella dei forti di Issy e di Vanves, non poteva che peggiorare, specialmente a Issy, che non era ormai più una fortezza, ma solo un ammasso di pietre, in cui dieci pezzi rispondevano a sessanta. Nonostante questa disperata situazione, dovuta anche all’enorme sproporzione dei mezzi, i federati opposero più volte il rifiuto ad arrendersi. L’onore di questa strenua difesa va essenzialmente ai proletari e a due oscuri capi, dopo che La Cecilia si era dileguato. Solo il 9 maggio essi decidono di evacuare il forte protetti dall’azione di pochi valorosi.
Naturalmente l’evacuazione definitiva del forte Issy condusse Rossel a dimettersi per scaricarsi di ogni responsabilità. E così quel “soldato di ventura” (Lissagaray), che aveva dichiarato di non capire un’acca di questioni politiche e sociali, sparì dalla scena e fu sostituito da Delescluze che, è vero, non era neppure lui un genio militare, ma resta una delle figure più belle tra i capi della Comune per la passione sacra con cui si mise al suo servizio e che terminerà morendo sulle barricate. Anche il C.S.P. viene ora rinnovato e ciò dimostra che la Comune resta sempre la più forte autorità. Anche l’attività di questo secondo C.S.P. sarà contrastata dal C.C. delle g.n. i cui ordini interferiranno di continuo con i suoi; a nulla varrà quindi il prodigarsi di Delescluze o l’attività del bravo e coraggioso Wroblewsky (polacco come Dombrowsky) e di Brunel. Quando infatti si riunisce il consiglio di guerra (uno dei pochi), al quale partecipano anche Eudes e La Cecilia, il 20 maggio anche il forte di Vanves e stato evacuato, e occupato dall’esercito di Thiers.