In difesa delle Repubbliche Comuniste
Quella breve accolita brigantesca che pretende di dettare da Parigi le norme che debbono regolare il mondo in nome del mandato che ha ad essa affidato la plutocrazia francese, inglese ed americana, persegue inesorabilmente il suo programma di rapina, di spartizione e di sfruttamento.
Ha cominciato colla eliminazione per lo meno temporanea del più pericoloso suo concorrente, il capitalismo tedesco, il quale sotto la pressione formidabile della iniqua pace, naturale conseguenza della più iniqua guerra, dovrà per parecchi anni dibattersi nella morsa che lo soffoca e da cui non potrà liberarsi se non dopo lungo tempo e immensi sacrifizi.
Gli altri Stati e staterelli, sia sorti sulle rovine della vecchia Austria sia balcanici, non sono concorrenti da eliminare dalla lotta: essi rappresentano per i grossi capitalisti della Intesa non altro che delle colonie europee.
Le discussioni della conferenza per l’assegnazione o meno di questo o di quell’altro territorio a questa o quell’altra nazione, hanno un valore assai relativo e sono in stretti rapporti cogli interessi che i singoli gruppi capitalistici dei vari principali paesi dell’Intesa hanno colle singole nazioni.
Non vi è alcuna differenza tra gruppi di paesi vinti e paesi vincitori in questo gioco tranne che per solito i paesi del gruppo vinto fanno le spese territoriali nel senso cioè che perdono un poco del territorio che possedevano.
Tra quel gruppo di paesi, che per irrisione si considera tra i vincitori, ma che di fatto nei rapporti del comitato parigino è tra i paesi vinti è anche l’Italia, la quale povera di materie prime, di denaro, di fiorenti industrie non può assidersi alla mensa alla pari con i ricchi odierni.
E se costoro ne ostacolano oggi le pretensioni e cercano di comprimerne le aspirazioni è per non dare agio alla classe capitalistica italiana di svilupparsi in modo che possa divenire domani un concorrente a cui bisogni dare una parte del bottino.
Mentre queste trattative procedono stentatamente, la Conferenza di Parigi lavora alacremente alla eliminazione del suo maggiore nemico: il bolscevismo. Nei primi mesi dopo l’armistizio il rafforzamento sempre maggiore dei comunisti in Russia, i grandi moti spartachiani in Germania, il successo della rivoluzione ungherese, le agitazioni operaie nei vari paesi dell’Intesa sembravano dovessero trascinare rapidamente ovunque a rovina il regime borghese. Ma la storia non prosegue un cammino regolare.
L’era rivoluzionaria ormai nella sua fase risolutiva ha delle stasi, dei sussulti, degli arretramenti apparenti, dei rapidi trapassi. Ora il movimento rivoluzionario sembra stabilizzato, la tigre borghese ha ripreso fiato e ricaccia gli artigli. Prima ancora che un nuovo tumultuoso evento non la travolga definitivamente, essa tenta l’ultimo colpo. La vecchia Francia della rivoluzione borghese, la Francia dei capitalisti che hanno i loro miliardi sommersi nel fiume russo è alla testa della reazione mondiale e sostituisce la Russia degli zar nella funzione odiosa di carnefice della libertà. Essa dirige ora il movimento che tende a sacrificare le repubbliche comuniste.
I vari tentativi finora effettuati contro la repubblica russa hanno fatto comprendere la difficoltà dell’impresa. L’esercito rosso, la guardia della rivoluzione mondiale ovunque sgomina i nemici.
L’esercito alleato di Arcangelo deve sgombrare. Evidentemente i soldati europei, proletari anche essi si affratellano con i proletari russi. L’esercito di Kolciak è debellato, quello di Denikin, malgrado i successi decantati ed esaltati, non dà più segni di vita. Presto verrà la notizia che anche esso si è liquefatto. Al disopra dell’oro corruttore dell’Intesa vi è una forza più nobile e più suggestiva che affascina e vince.
Contro la Russia comunista la borghesia non potrà che continuare inutilmente il blocco formidabile che ora fa intorno a quella, e che, se ne paralizza notevolmente la vita, è estremamente dannoso alla economia mondiale che resta privata dei tesori infiniti di grano e materie prime che la Russia produce.
Ora la borghesia segue la tattica guerresca di tentare di eliminare il nemico più piccolo, per poi, eliminato questo, far convergere tutte le sue forze verso il maggiore e perciò ha concentrato tutte le sue forze contro i comunisti di Ungheria.
Ha armato ed aizzato contro di essi una muta di cani, costituita dai vari nuovi Stati che la circondano e di cui essa sollecita la voracità promettendo a spese del territorio ungherese il possibile ingrandimento; Rumeni, Cechi, Serbi, Polacchi son scatenati contro l’esercito rosso ungherese, che difende la rivoluzione con sublime energia e fede.
Per colmo di sua vergogna la Francia borghese, che vede i suoi eserciti bellicosi dissolversi al fuoco ardente e vicino della rivoluzione, scaraventa contro di essa le sue truppe di colore, di cui quasi interamente è costituito il corpo di spedizione che dovrà agire e già agisce contro l’Ungheria proletaria.
In questo delittuoso tentativo l’Italia ufficiale, patria del non mai abbastanza ricordato Machiavelli, fa il solito doppio giuoco.
Alla conferenza della pace si fa rappresentare dai più vecchi arnesi dei suoi partiti reazionari, prima Sonnino ispiratore delle leggi repressive contro i sovversivi, poi Tittoni, clericale, reazionario anche lui, tutta gente odiatrice di qualsiasi libertà e sempre disposta a dare il proprio contributo per sacrificarla.
Nell’interno del paese invece i ministri si affannano a dichiarare che l’Italia non parteciperà in alcun modo ad un intervento armato contro l’Ungheria. Ma non basta il non partecipare coi propri soldati, questo non è un merito del governo borghese, è un merito dei nostri soldati che col fatto hanno proprio in Ungheria dimostrato il loro stato di animo favorevole alla rivoluzione. Il governo dovrebbe non limitarsi a questa passiva e non spontanea inazione, dovrebbe se fosse sincero fare opera positiva per combattere in seno agli alleati il proposito dell’intervento ed in tal senso doveva essere posto il quesito dai nostri compagni.
Ma noi pretenderemmo troppo, la nostra pretesa sarebbe contraria a quel realismo cui si ispira la nostra dottrina.
In difesa delle repubbliche comuniste debbono vegliare e vegliano i proletari del mondo i quali [testo illeggibile] che la rivoluzione proletaria è nella sua intima essenza internazionale e che il regime comunista non può a tempo indeterminato coesistere con quello borghese, ma fatalmente l’uno deve distruggere l’altro, o per meglio dire è quest’ultimo che dev’essere distrutto.
D.L.