Al regime che licenzia e affama gli operai, protetto da sindacati e partiti traditori, opporre la generalizzazione delle lotte per salario e lavoro contro padroni e stato
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
La crisi economica del capitalismo, già in atto, miete le proprie vittime: i lavoratori edili, di alcune aziende metalmeccaniche, ed ora della «grande» FIAT, Lancia ed altre imprese minori. Domani investirà la grande parte dei lavoratori anche quelli delle altre nazioni.
Il nostro partito lo aveva già preannunciato da anni, cercando di mettervi in guardia dall’inganno, alimentato da partiti traditori e sindacati tricolori, che la democrazia avesse instaurato un regime di latte e miele, in cui, con qualche trattativa col padronato e con lo Stato, con qualche periodica astensione dal lavoro, fosse possibile ottenere per l’eternità ogni «diritto», un salario «giusto», un posto di lavoro. Vi dicemmo in mille modi che il capitalismo dà con una mano dopo avervi derubato con due, che ogni cosiddetta «conquista» è effimera e transitoria, che sarebbe arrivato il giorno in cui il regime borghese vi avrebbe privato di tutto quello che pensavate di aver ottenuto per sempre.
Questo giorno è già spuntato.
Prezzi in continua ascesa sviliscono progressivamente il vostro salario; gli scambi commerciali tra gli Stati diventano sempre più difficili e la produzione diminuisce ovunque, con conseguente riduzione dell’occupazione operaia.
Riduzione del salario e disoccupazione: ecco la conclusione cui perviene il capitalismo per proteggere i suoi interessi. Su di voi si fa gravare il dissesto dell’economia mondiale.
Questa conclusione va respinta, da chiunque vi venga proposta, con qualsiasi pretesto vi sia consigliata.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
IL SALARIO NON SI TOCCA!
Se il capitalismo non ha altre soluzioni – e non le ha – ragione di più perché si abbandoni per sempre ogni illusione di «riformarlo», di renderlo meno aggressivo, di sottometterlo ad un fantastico potere di «nuova democrazia», di contenerlo in un «nuovo modello di sviluppo».
Il capitalismo conosce un solo «modello di sviluppo»: realizzare profitto, cioè lavoro non pagato, e quando non è in grado di ottenerlo, chiude le fabbriche, mette alla fame i lavoratori. Miliardi di uomini sono privi del minimo necessario, e il capitalismo rallenta e poi cessa la produzione, facendo precipitare nella miseria e nella fame gli stessi milioni di operai che avrebbero realizzato la cosiddetta «economia del benessere». Beffarda contraddizione di un sistema economico che periodicamente è costretto a distruggere ricchezza e crea miseria.
IL CAPITALISMO HA FATTO IL SUO TEMPO!
Esso non ha alternativa: Non può mantenere i suoi schiavi e perciò suscita esso stesso le condizioni per cui i lavoratori passeranno sul suo cadavere.
SALARIO INTEGRALE E RIVALUTATO PER TUTTI, OCCUPATI E DISOCCUPATI!
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Non si tratta ormai di mettere qualche toppa, di arrangiare le cose con un ennesimo concordato tra sindacati-padroni-Stato. Sono questi dei palliativi, che servono solo a rinviare il crollo, e, peggio, alimentano l’illusione che il crollo potrà essere evitato se voi starete fermi, cogliendovi impreparati nel momento supremo, e dando allo Stato-padrone tempo e opportunità di predisporre nuove e più agguerrite difese. Dietro questa cortina fumogena, infatti, la borghesia arruola le sue guardie bianche, rafforza la sua politica fascista, per una soluzione di forza, i cui recenti attentati e eccidi sono premonitorie esercitazioni tendenti a terrorizzare la classe operaia.
A questo risultato disastroso ha condotto la politica dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali, perché da sempre legata agli interessi dello Stato capitalista, fondata sul disarmo politico, e fisico dei lavoratori. A maggior ragione questo risultato si realizzerebbe se le cosiddette «sinistre» dovessero entrare nel Governo, che avrebbe l’unica funzione di scoraggiare o reprimere qualsiasi tentativo di spontanea azione difensiva dei lavoratori, come dal 1945 al 1948 i governi a partecipazione comunsocialista svolsero l’infame compito di farvi pagare la ricostruzione economica e la ripresa produttiva, con l’illusione che la repubblica «fondata sul lavoro» avrebbe felicemente instaurato l’eterna pace tra le classi. Un governo di chiara natura padronale non potrebbe ottenere questo scopo essenziale. Solo un governo di partiti, che si spaccino come vostri rappresentanti, potrebbe chiedervi nuovi e più pesanti sacrifici.
In tal modo i sindacalisti ufficiali rifiutano una generale mobilitazione delle masse lavoratrici in difesa del salario e del posto di lavoro, rifiutano di sviluppare ed estendere incisive azioni spontanee come quelle di non pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica da parte dei lavoratori; impediscono l’armamento organizzato del proletariato persino a difesa delle sedi sindacali, degli scioperi e della vita dei lavoratori. Di concerto con P.C.I. e soci, temono che la presente società precipiti nel caos, dimenticano che questa società vive nell’anarchia produttiva e nel dissesto sociale in permanenza, da cui si esce solo con la vittoria completa del proletariato rivoluzionario.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Non crediate che queste siano questioni che interessano solo una parte di lavoratori. Non difendere oggi, con ogni mezzo, il salario e il lavoro dei compagni colpiti per primi, equivale a non difendere il proprio salario e il proprio lavoro di domani. Non prepararsi sin da ora a ribattere colpo su colpo la pretesa dello Stato di disporre della vostra vita secondo i suoi infami interessi, significherebbe abdicare alla vostra emancipazione sociale.
Respingete gli astuti richiami alla calma, al compromesso, all’accordo ruffiano. La solidarietà dei lavoratori non può esprimersi che con una risposta totalitaria delle masse lavoratrici:
ESTENSIONE ED UNIFICAZIONE DELLE LOTTE DI TUTTI I LAVORATORI SINO ALLO SCIOPERO GENERALE
PER L’AUMENTO GENERALE DEI SALARI
PER IL PIENO SALARIO AI DISOCCUPATI E AI PENSIONATI
CONTRO IL PADRONATO E LO STATO CAPITALISTICO
SUPERANDO DI SLANCIO TUTTE LE DIRETTIVE SINDACALI E POLITICHE CHE TENDONO AD ADDOMESTICARE IL VOSTRO SACROSANTO DIRITTO AL PANE E AL LAVORO!
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)
I veri sabotatori della ripresa di classe
La ripresa delle lotte operaie non è certo stata decisa dalle centrali sindacali. Da oltre un anno le condizioni economiche dei salariati si stanno aggravando a causa della crescente svalutazione dei salari, determinata dal galoppante aumento dei prezzi, e dal prelievo fiscale sui salari stessi. Lo spettro di una disoccupazione di massa si profila. È un fenomeno internazionale che colpisce più o meno acutamente, per ora, tutti i paesi. Era inevitabile, quindi, che i lavoratori, sebbene allenati alla sopportazione da un cinquantennio di signoria riformista e pacifista, si scuotessero, premendo sui loro dirigenti, manifestando una progressiva intolleranza verso sindacati e partiti, solerti soltanto nel ricucire la logora e stretta veste della collaborazione tra le forze sociali, vale a dire preoccupati di non infrangere la dipendenza politica del movimento operaio dallo Stato capitalista.
Lo sciopero del 17 ottobre, come ogni manifestazione operaia, va inquadrato in questa politica di dosaggio opportunista delle spinte operaie dal basso. I sindacati tendono ad utilizzare, come nel passato, le lotte operaie come valvole di sfogo della pressione delle masse.
La classe non può sollevarsi dalla soggezione, in cui è tenuta da partiti traditori e sindacati tricolori in combutta con lo Stato, con espedienti. L’opportunismo non può essere svergognato e battuto con manovre da corridoio, con tentativi di blocchi o fronti tra gruppi marginali, sconclusionati e senza seguito tra gli operai. La classe operaia può imboccare la strada della sua liberazione dal soffocamento dei partiti traditori, soltanto spezzando in furibonde lotte economiche i limiti legalitari in cui è costretta a difendere salario e lavoro. Non esistono altre strade, come la storia dimostra e conferma.
Questo è il «sindacato di classe», a scorno dei «pratici»: modi e obiettivi di lotta, per incanalare le battaglie quotidiane per interessi economici immediati verso la superiore lotta per il comunismo. Significa incoraggiamento, estensione e unificazione di ogni lotta che spezzi la infame consegna del «confronto civile» tra operai, padroni, Stato, come hanno tentato i Consigli di fabbrica di alcuni stabilimenti lombardi e piemontesi, quando hanno disposto che gli operai non dovessero pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica; come si sono sforzati di fare i ferrovieri romani organizzati nei C.U.B.
Chi ha represso questi tentativi? Le centrali sindacali. Nel primo caso trasferendo la questione degli aumenti dei prezzi dal terreno della lotta e della mobilitazione operaia a quello dell’ennesima ruffianata con gli enti regionali, provinciali e comunali, organi dello Stato; nel secondo caso, sconfessando lo sciopero dei ferrovieri, organizzando il crumiraggio.
Sindacato di classe è lotta senza quartiere, fuori dagli schemi legalitari, contro chiunque si opponga alla difesa reale delle condizioni economiche della classe operaia.
IL BLOCCO LEGALITARIO
Ma quegli operai, lombardi, piemontesi e romani, non pensavano lontanamente al rispetto della legalità, o più precisamente se esistesse una legalità all’infuori della difesa istintiva dei propri interessi economici. Sono state le centrali sindacali e politiche ad ammonirli che i loro interessi sono difendibili solo nel quadro della legalità costituita, che è quella borghese, chiarendo, per converso, che non tuteleranno gli interessi economici degli operai che dovessero implicare l’uso di mezzi non legali.
Non è forse questa una esplicita dichiarazione di rifiuto a difendere gli operai, sotto il pretesto della legalità democratica e repubblicana? Non è già questa un’affermazione esplicita che i sindacati si opporranno a che gli operai brandiscano armi nei picchetti e nelle lotte a salvaguardia della loro vita e del movimento di lotta? Non vuol forse dire questo che i sindacati si ritengono parte integrante del regime, osservanti scrupolosi della legalità, e considerano gli operai fuori della legalità e per questo si schiereranno dalla parte della legge, cioè dello Stato, cioè della repressione antiproletaria?
Di contro ciò implica il sostegno dello Stato e di tutto il fronte controrivoluzionario ai sindacati nel caso in cui venissero superati dalla marea montante delle lotte operaie.
È per queste ragioni, quindi, che i bonzi reprimono ogni lotta che sfugga al loro controllo, che sconfini dallo schema democratico, che scacciano dalla organizzazione qualsiasi operaio che si opponga alle loro direttive legalitarie, che inciti la massa alla lotta diretta.
Le centrali sindacali, inoltre, hanno dovuto chiedere l’intervento dei partiti costituzionali, cioè borghesi e opportunisti, in appoggio alla loro azione per strappare di mano ai C.d.f. la direzione della lotta e metterla sotto tutela degli organi costituzionali per farla abortire. Così hanno dovuto chiedere l’appoggio dell’azienda ferroviaria statale per reprimere e scoraggiare i ferrovieri in sciopero non «autorizzato» da loro signori.
Dov’è, allora, questa millantata contrapposizione tra «sinistra» e «destra», tra «progressisti» e «conservatori», tra sindacati e monopoli? Quando si tratta di minacciare, anche senza intenzione e localmente, l’ordine costituito, «sinistra» e «destra» si uniscono in un’unica presa soffocatrice, tutte le forze democratiche si schierano sullo stesso fronte, dal P.C.I. ai liberali, dalle centrali sindacali alla Confindustria, dagli «antifascisti» ai fascisti.
Allora, la commedia delle trattative sindacali, la voce grossa dei bonzi verso i padroni, la tracotanza puramente verbale dei falsi partiti operai verso il Governo e i suoi partiti, non ha altro senso che quello di confondere e stordire i lavoratori.
Ciò vuol dire che l’estendersi, il moltiplicarsi, il potenziarsi di queste lotte, nel mentre cozza contro il fronte costituzionale, costringe le dirigenze sindacali e i partiti opportunisti a spostarsi sempre più a fianco e a protezione dello Stato, a gettare la maschera di «luogotenenti della borghesia nelle file operaie».
Si è ormai consolidato contro la classe operaia il blocco costituzionale-controrivoluzionario dei partiti opportunisti, centrali sindacali tricolori, Stato, partiti borghesi.
LA LOTTA DI CLASSE È ANTILEGALITARIA
Il blocco costituzionale-controrivoluzionario, sentinella democratica della dittatura del capitale sul lavoro, ha definitivamente messo in luce il tema tattico generale della rivoluzione comunista: per spezzare l’influenza traditrice dei falsi partiti opportunisti e del sindacalismo tricolore sulle masse, senza cui è impensabile la ripresa del moto di classe, il proletariato deve scontrarsi con lo Stato.
Ogni lotta, quindi, che esca dai limiti del sindacalismo ufficiale e dell’opportunismo dei falsi partiti operai, non può che infrangere la legalità, la legge, la tutela dello Stato, e della democrazia che ne è la forma.
Non è un caso che si assista da ogni parte al moltiplicarsi di «proposte» di estensione della democrazia, quale il voto ai diciottenni, una serie di referendum sulle questioni più impensabili. Esse servono ad invischiare sempre più il proletariato in pratiche legalitarie, a distoglierlo dalla crisi, a non uscire dall’ambito del controllo statale. Ciò non significa che tutti i mezzi legali siano controproducenti e che si debba invitare il proletariato a respingerli. Significa, invece, che, se alcuni di questi mezzi sono da scartarsi in anticipo, altri, come per esempio lo sciopero economico, addirittura riconosciuto nella legge delle leggi, la Costituzione della Repubblica democratica, devono e possono essere usati in senso anticapitalista, anche se in questo caso lo Stato democratico si affretterà a sospendere le garanzie costituzionali, ritenendo decaduto il «diritto» di sciopero, per evidenti ragioni di «sicurezza nazionale».
Poiché siamo arrivati al punto che lo Stato capitalista ha fatto proprio, per regolamentarlo, cioè spezzarne l’efficacia classista, il tipico strumento della lotta elementare degli operai, solo degli operai, lo sciopero, e in cambio ha «donato» al proletariato la sua «arma» spuntata, che da un pezzo ha ripudiato e gettato nei ferrivecchi, la democrazia, con tutte le sue pratiche di consultazione maggioritaria, voto, ecc. Quando il proletariato viene chiamato alle urne, in regime borghese, è perché lo si vuol asservire al regime. Il vero Partito Comunista lo deve sempre gridare forte, anche quando la posta in gioco sembra assumere le forme di una o più o meno evanescente «conquista», indicando agli operai che mai consultazione democratica gioverà ai fini della loro preparazione rivoluzionaria, se non è sostenuta da una mobilitazione generale di classe tendente a superare i limiti stessi della consultazione, ammesso che possa darsi questa possibilità. Il contrario, se ieri era cretinismo parlamentare e democratico, oggi è tradimento.
In regime borghese il Partito non riconosce nessuna legalità, non si vincola a nessuna pratica legalitaria, nemmeno all’interno dei sindacati. Infatti, il Partito è l’unico che abbia chiamato gli operai ad infrangere la disciplina sindacale, invitandoli a rifiutare la famigerata «delega», mezzo con cui i sindacati si sono legati ancor più strettamente al regime esistente.
Di conseguenza il Partito addita come esempi caratteristici e peculiari per una ripresa di classe gli episodi di Roma e Milano, l’estendersi e l’organizzarsi dei quali altro non è che lo svilupparsi del sindacato rosso, proletario, di classe.
Per questo vero sindacato operaio, autonomo dallo Stato, libero dalle influenze di partiti traditori, non può esservi che una direzione, quella del Partito Comunista rivoluzionario.
Soltanto con questi strumenti, Sindacato di Classe e Partito di classe, potrà esserci difesa del salario e del posto di lavoro.
Contratto sociale e compromesso storico per allontanare la ripresa di classe
Noi preferiamo, derivando dal loro contenuto, dare un’unica formula: tradimento storico-sociale, dei due slogans pubblicitari del «Contratto sociale» tra il Labour Party inglese e il T.U.C. (sindacati inglesi) e il «Compromesso storico» tra il P.C. Italiano e «tutte le forze popolari». Siccome i due ennesimi pateracchi hanno di mira un solo obbiettivo, e cioè di salvataggio degli «interessi nazionali», che stanno andando in malora, la classe operaia viene considerata soltanto come oggetto. A scanso di equivoci, non si tratta di contrattare migliori condizioni economiche e sociali per il proletariato, ma soltanto la sua permanenza in stato di soggezione al capitalismo, in una fase di crisi dell’economia mondiale, in cui le masse dei diseredati potrebbero ritrovare nelle lotte di sopravvivenza il legame col partito rivoluzionario comunista. La posta in gioco è la sopravvivenza o la fine del regime del profitto.
Il proletariato italiano, urbano e rurale, è praticamente monopolizzato dalla politica del P.C.I., P.S.I. e della «sinistra» della D.C., i quali, in unione con P.S.D.I. e P.R.I., influenzano la gran parte del ceto contadino, della piccola borghesia delle città e delle campagne. A questi partiti fanno capo, grosso modo, le tre centrali sindacali della C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L.
In Inghilterra il quadro è assai semplificato. Due partiti principalmente rappresentano gli interessi fondamentali delle classi: il Labour Party e il Partito conservatore. Il primo trae la sua consistenza dai lavoratori. Tutti si contendono le adesioni delle mezze classi.
Il L.P. non ha alcuna tradizione marxista, proletaria. È sempre stato un «partito di governo», cioè abilitato alla pari con gli altri partiti a condividere la direzione dello Stato. Il P.C.I., al contrario, nella pretesa di derivare da Livorno 1921 e di solidarizzare con l’Ottobre e con la Russia, deve faticare non poco per buttare all’ortiche quel manto rosso che alla borghesia ha fatto sinora tanto comodo sia per impedire agli operai di prendere la giusta direzione rivoluzionaria, sia per relegarli ai margini della concorrenza governativa. Come lo attesta la partecipazione del P.C.I. ai governi nazionali del secondo dopoguerra, la borghesia non teme che questo partito possa trasformarsi, una volta al governo, in partito rivoluzionario, di mangia-capitalisti, ma che non sia in grado, una volta al «potere», di tenere a freno le masse lavoratrici.
La storia italiana dimostra che nei momenti di crisi, i partiti opportunisti hanno reso maggiori servigi all’opposizione costituzionale, piuttosto che al governo. Dal 1918 al 1921 il P.S.I., in Parlamento più forte dell’attuale P.C.I., fornisce un esempio di come si possa consegnare il proletariato legato mani e piedi alla reazione fascista, malgrado che esistesse ed operasse egregiamente un sano e compatto partito comunista rivoluzionario. È chiaro che il capitalismo italiano (meglio sarebbe dire: il capitalismo in Italia) oscilla tra la soluzione socialdemocratica per il controllo sugli operai e quella fascista. Se i partiti «popolari» dovessero accogliere il «compromesso storico», significherebbe che non avrebbero ancora ritenuto giunto il momento per far passare il manganello dalle molteplici mani democratiche all’unica mano fascista. Ma non è qui il caso di esaminare la strategia della controrivoluzione. Per il momento ci riproponiamo soltanto di mettere in luce la semplice constatazione che i «patti» inglese e italiano sono della stessa natura, sebbene apparentemente vengano «stipulati» da diversi contraenti.
In Inghilterra la funzione di tenere a bada la classe operaia l’hanno svolta egregiamente le Trade Unions con o senza «contratto» ufficiale col Labour Party. In Italia, oggi, i sindacati unificati e le «sinistre popolari» (chiamiamoli così i partiti dell’area del «compromesso storico») hanno viaggiato in reciproco appoggio.
POLITICA BORGHESE
Il compromesso sembrerebbe un’eccezione, una condizione di necessità. In realtà è il leit motiv della politica borghese, la ricerca perenne di un punto di incontro tra i diversi interessi delle classi del regime capitalistico. Anche il partito comunista rivoluzionario usa il compromesso come mezzo tattico, ma non ne fa una «politica». Quando un partito che si richiama alla classe operaia fa del compromesso un metodo di azione, significa che si considera un partito borghese tra i partiti borghesi. Giustamente il L.P. parla di «contratto», cioè di stipulazione di accordi tra rappresentanti di interessi conciliabili, quali quelli non anarchici degli operai. In questo senso il L.P. si riconosce partito borghese, e non lo nasconde. Il P.C.I., invece, parlando di «compromesso» farebbe intendere di transigere dalle sue basi di classe, quando, al contrario, il P.C.I. è campato sinora su una politica di permanente compromesso, come si conviene ad un autentico partito borghese. E «l’autonomia sindacale» è invocata sinceramente da tutti, compresi i picisti, per avere una maggiore «libertà» di azione, una condizione in più per bloccare gli operai. Se non riuscissero i governanti picisti a contenere la collera operaia, potrebbero provarci i sindacati, «autonomi» dal P.C.I.
IL PROGRAMMA
Meglio ancora delle considerazioni politiche, valgano i programmi del L.P. e del P.C.I., obbiettivo dei rispettivi «contratti» e «compromessi».
Sebbene più volte rappresentanti delle Trade Unions abbiano partecipato a governi laburisti, nel «contratto» si enuncia la «cogestione dell’economia nazionale» tra TUC (centrale sindacale inglese delle Trade Unions) e L.P.; mentre nel «compromesso» si parla di «collaborazione tra tutte le forze popolari» in un «governo di svolta democratica». In Inghilterra le uniche «forze popolari» organizzate sono appunto il TUC e il L.P.: il «contratto» assicura quindi la «collaborazione». In Italia, come abbiamo brevemente accennato sopra, sono ripartite tra diversi partiti e frazioni di partiti e sindacato: la «collaborazione», quindi, garantisce il «contratto».
Nel campo economico e sociale, i due programmi, tenuto conto del diverso grado di sviluppo economico e sociale dei due paesi, si possono dire identici.
Il P.C.I. promette: controllo pubblico dei prezzi principali, piano degli investimenti secondo una scala di priorità, loro massima stimolazione, intervento nel Mezzogiorno, riforma del credito, lotta alle spese improduttive, controlli fiscali contro le evasioni, ecc.
Il L.P. propone nuove nazionalizzazioni, controllo sulle società multinazionali, maggiori tasse sui ricchi, riduzione dei prezzi di largo consumo, nuovi investimenti, rapido sviluppo tecnologico, ecc.
In ambedue si ritrova l’affermazione che «non si può chiedere sacrifici soltanto ai lavoratori», il che significa la disponibilità dei sindacati, laburisti e picisti, a «convincere» gli operai ad accettare riduzioni salariali di fatto, alla condizione che riprenda lo sviluppo produttivo, ecc. quando tutto il mondo sa, anche gli scemi, che in clima di crisi per sovrapproduzione relativa la produzione prima tende a stagnare e poi crolla. È certo che il capitalismo, in tali frangenti storici, ha più probabilità di ottenere «sacrifici soltanto dai lavoratori» se glieli chiedono i loro sindacati e partiti, piuttosto che i partiti conservatori, dei padroni. D’altronde, questa vecchia politica ha già superato, felicemente per il capitalismo, prove quasi secolari.
VERIFICA STORICA
Alcune date del passato per stabilire che ogni volta i partiti opportunisti hanno creato un blocco «popolare», è suonato a morto per la classe operaia, ha significato crudele sottomissione dei proletari allo Stato capitalista, ha segnato una recrudescenza della dominazione capitalistica sul mondo, l’opposto, cioè, di quello che si era dato ad intendere ai lavoratori.
Il L.P., dopo aver avversato a parole la prima guerra imperialistica, entra nel governo di «unione nazionale» con i «nemici» conservatori. I Sindacati si mobilitano per sostenere la guerra: niente scioperi ed agitazioni; tutto per la difesa della patria e dell’economia nazionale contro la «barbarie tedesca».
Nel 1923 il primo governo laburista, di brevissima durata, in una fase di ripresa delle lotte operaie. 1928, secondo governo laburista, dopo il terribile inganno del patto anglo-russo con cui viene spezzato il formidabile sciopero dei minatori del 1926, in combutta con le Trade Unions, e il conseguente Trade Disputes Act, la legge antisciopero varata nel 1927.
Maggio 1940: governo di coalizione laburisti-conservatori. È la seconda guerra mondiale. Le Trade Unions bloccano col governo nazionale di guerra.
Quattro date, quattro tappe di miseria e di fame per la classe operaia, di tradimento di partiti e sindacati sedicenti operai, in virtù di un permanente «contratto» tra sindacati, padroni e opportunisti.
Sul fronte italiano. PSI e CGL non aderiscono alla guerra del 1914, nemmeno la avversano, timorosi dell’intransigenza di una solida sinistra socialista. Ma si rifanno nel ’19, deviando la poderosa spinta operaia dalla mobilitazione rivoluzionaria all’ubriachezza elettorale. In Italia tra PSI e CGL vige un patto di collaborazione costituzionale, addirittura. Il Patto, dopo la famigerata «pacificazione» tra fascisti e socialisti, permette la vittoria fascista e logicamente continua la sua ignobile esistenza nelle corporazioni, patto di collaborazione per eccellenza tra il partito unico fascista, lo Stato, i sindacati e i capitalisti. Bisogna arrivare alla fine della seconda guerra capitalistica per veder coronate da successo le non represse aspirazioni del «socialismo italiano». Tutti nella barca governativa. La CGIL a puntello della baracca per proseguire la guerra sul fronte «alleato» e per dar corso al contenimento delle immancabili lotte operaie per il pane e il lavoro, e ricostruire, senza violente scosse, la macchina stritolatrice della produzione capitalistica e quella repressiva del suo Stato totalitario.
La breve storia potrebbe estendersi, senza variazioni sostanziali, ad altri paesi, tra cui Germania, Francia, per non parlare di Russia. Il risultato sarebbe lo stesso: quando si propone un blocco, un patto, un compromesso tra partiti, sindacati, governo, Stato, più gravi lutti per le sorti della classe operaia si devono attendere.
È da questa sanguinosa e dolorosa esperienza storica della classe che la Sinistra Comunista ha tratto la lezione della sua intransigenza anche nel campo tattico, respingendo blocchi e fronti tra partiti e ali di partiti, esigendo la subordinazione dei sindacati alla direttiva comunista (cinghia di trasmissione): e non il frutto di un idiota dottrinarismo o di un fariseo moralismo.
PREPARARSI ALLO SCONTRO
Come si vede tutto questo non è nuovo. Non è una «svolta».
Vent’anni fa lo Scià di Persia dichiarò che nel suo paese se non ci fosse stato un partito socialista si sarebbe dovuto inventarlo. È una considerazione materialista. Lenin sosteneva che la verità era più facile sentirsela dire dai nemici che dagli opportunisti.
Nei paesi capitalistici il «programma» delle «sinistre» è una frode e si contrappone solo formalmente a quello delle «destre», per meglio ingannare le masse proletarie. Era questo il pensiero della Sinistra Comunista nel 1921. Lo è a più forte ragione oggi.
I patteggiamenti sono il pane quotidiano dei partiti «popolari», riformisti, opportunisti, da sempre e non una scoperta odierna. Sono il mezzo con cui si sono legate allo Stato le sorti della classe operaia. Questi piani di collaborazione tra le classi sono una volgare scimmiottatura di quelli fascisti di collaborazione tra «capitale e lavoro», peraltro contenuto della democrazia liberale.
Quando la classe operaia spezzerà questa solidarietà sottraendosi alla tutela di «contratti sociali» e di «compromessi storici», oppure sarà la borghesia stessa a spezzarla, ritenendola inadeguata e insufficiente per la conservazione del suo regime, allora, gettata la maschera dell’uguaglianza tra «contraenti», tra «collaboratori», il capitalismo sarà costretto a scoprirsi e si avventerà sulle masse proletarie. La Sinistra Comunista ricorda ai proletari che, dovendo crollare ogni compromesso, lo scontro violento con le forze regolari e irregolari dello Stato sarà ineluttabile e indifferibile. Arrivare allo scontro invischiati e disarmati dall’opportunismo traditore e dall’inganno democratico, significa perdere in anticipo la partita.
Le braccia della provvidenza
La provvidenza sindacale ha larghe braccia: nei sindacati tricolori accanto a preti progressisti e commercianti onesti, possono trovare posto anche i poliziotti.
Non a caso Lama, Storti e Vanni, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio Rumor, hanno comunicato la propria intenzione di farsi portavoce delle rivendicazioni di questi «umili servitori dello Stato, perché molto spesso il Governo considera questi lavoratori come strumenti di parte»: essi chiedono di «assumere concrete e sollecite iniziative a tutela dei principi di socialità che permeano l’istituto di polizia e, nello stesso tempo, a tutela degli interessi e dei diritti di una benemerita categoria di lavoratori».
Dopo aver rilevato che i principi legislativi e regolamentari su cui si regge l’istituto di polizia non sono «coerenti nella sostanza con le intenzioni e lo spirito della Costituzione repubblicana», i tre segretari illustrano le richieste e le iniziative che il movimento sindacale intende assumere in questo settore, cioè il diritto ai rappresentanti sindacali della polizia di far parte delle commissioni relative allo stato ed all’avanzamento del personale e di contribuire alle riforme dell’istituto, «tenendo presente che occorrerà affidare le direzioni generali della Pubblica Sicurezza a funzionari responsabili e capaci». I bonzi sindacali sono favorevoli anche a rivendicazioni di carattere economico e normativo e al riconoscimento di «adeguate indennità in corrispettivo delle prestazioni di carattere straordinario».
«La federazione CGIL-CISL-UIL – conclude la lettera – si propone fin da ora di avviare un dibattito su tale argomento, con la partecipazione diretta dei dipendenti della polizia».
Avanti, dunque, proletari, aiutateli ad ottenere un… premio di produzione: magari perdonandoli quando dovranno andare contro di voi che siete «i loro fratelli»; le braccia della «provvidenza» sono infinite, ma non stupiamoci se domani, alla prima sparatoria, avremo la gioia di sentire come fischiano le pallottole della «polizia democratica»!
Teses suplementares sobre a tarefa histórica, a ação e a estrutura do partido comunista mundial
1. As teses de Nápoles justificam a continuidade das posições que, desde há mais de meio século atrás, são património da Esquerda Comunista. Tanto a sua compreensão como a sua aplicação natural e espontânea nunca virão de consultas de artigos ou regulamentos de códigos; e nem sequer serão asseguradas – de acordo com a práxis que tínhamos como objetivo e que finalmente adotámos – por referendos numéricos de assembleias, ou, pior ainda, por colégios ou tribunais de julgamento, dissipando todas as dúvidas de indivíduos menos esclarecidos. O trabalho que estamos a realizar, a fim de alcançar objetivos tão difíceis, não pode ser bem sucedido se não utilizarmos a abundância de material histórico resultante da experiência viva do movimento revolucionário, em longos ciclos históricos; já preparámos e demos a conhecer esta história, através de um trabalho assíduo e comum, antes e depois da publicação das teses.
2. O movimento, agora muito pequeno, compreende perfeitamente que a fase histórica sombria que atravessou torna muito difícil, a uma distância histórica tão grande, utilizar as experiências das grandes lutas do passado, e não apenas as de vitórias triunfantes, mas também as lições que vêm de derrotas sangrentas e retiradas ingloriosas. A forja do programa revolucionário, moldado pela perspetiva correta e não-degenerada da nossa tendência, não se limita ao rigor doutrinário e à crítica histórica aprofundada; precisa também, como seu sangue vital, de se ligar às massas revoltadas naqueles momentos em que, empurradas para os limites, são forçadas a lutar. Uma tal ligação dialética é hoje particularmente improvável, com o impulso das massas amortecido e atenuado, devido tanto à flacidez da crise do capitalismo senil, como à triste influencia das correntes oportunistas. Mesmo aceitando as dimensões restritas do partido, temos de perceber que estamos a preparar o verdadeiro partido, sólido e eficiente ao mesmo tempo, para o período memorável em que as infâmias do tecido social contemporâneo obrigarão as massas insurrecionarias a tornarem-se outra vez o protagonista da história; um ressurgimento que poderá mais uma vez falhar se não houver partido; um partido compacto e poderoso, o autentico órgão indispensável da revolução, em vez de um inflado em números.
Por muito dolorosas que sejam as contradições deste período, elas podem ser ultrapassadas tirando as lições dialéticas das amargas desilusões de tempos passados, e assinalando corajosamente os perigos que a Esquerda advertiu, e denunciou à medida que apareciam, juntamente com todas as formas insidiosas em que a sinistra infeção oportunista se revela uma e outra vez.
3. Com este objetivo continuaremos a desenvolver o nosso trabalho de apresentação crítica das batalhas passadas da Esquerda revolucionária e marxista e das suas respostas contínuas às ondas históricas de desvio e desorientação que bloquearam o caminho da revolução proletária durante mais de um século. Referindo-se às fases em que estavam presentes as condições para uma luta de classes realmente amarga, mas em que faltavam os fatores decisivos da teoria e estratégia revolucionária, e sobretudo referindo-se aos acontecimentos históricos que liquidaram a Terceira Internacional (justamente quando parecia que o ponto decisivo de viragem tinha finalmente chegado) e as posições críticas que a Esquerda assumiu para afastar o perigo eminente, e a catástrofe que infelizmente se seguiu, poderemos consagrar lições que não são, nem afirmam ser, receitas para o sucesso, mas servem antes como admoestações severas para nos ajudar a proteger-nos contra esses perigos e fraquezas, e as armadilhas a que deram origem, duma época em que a história muitas vezes causou a queda de forças que pareciam dedicar-se à causa do avanço revolucionário.
4. Os breves pontos exemplificados que se seguem não devem ser vistos como referindo-se diretamente a erros ou dificuldades que podem ameaçar o trabalho atual; eles apenas querem ser mais um contributo para a transmissão da experiência das gerações passadas, construída num período em que já existia uma muito boa restauração da doutrina correta (ditadura proletária na Rússia; trabalho de Lenine e dos seus seguidores no campo teórico; fundação da Terceira Internacional no campo prático) e a batalha revolucionária dos partidos comunistas, com uma ampla participação das massas, foi em todo o mundo como em Itália no seu ponto mais alto. Estes resultados jogam hoje com uma forte “mudança de fase” no sentido histórico e cronológico, mas a sua correta utilização continua a ser uma condição vital, tanto hoje e certamente num amanhã mais fértil.
5. Uma característica fundamental do fenómeno que Lenine nomeou, marcando-o com um ferro em brasa, com um termo que também está em Marx e Engels, o oportunismo, é a preferência duma forma de luta mais curta, mais confortável e menos árdua, comparada com a mais longa, desconfortável e cheia de dificuldades; sobre a qual só a correspondência com a afirmação dos nossos princípios e programas, isto é, dos nossos propósitos supremos, no campo do desenvolvimento da ação prática imediata e direta, na situação real atual, pode ter lugar. Lenine tinha razão quando disse que a proposta tática de renunciar a partir desse momento (fim da primeira guerra) à ação eleitoral e parlamentar, não deveria ser apoiada pelo argumento de que a ação comunista e revolucionária no parlamento era tremendamente difícil, pois uma insurreição é muito mais difícil, tal como é controlar de forma duradoura a complexa transformação económica do mundo social, violentamente arrancado ao capitalismo. A nossa posição era que era perfeitamente óbvio que a preferência dos métodos democráticos derivava duma tendência para escolher os ritos confortáveis da ação legalista, em vez da dureza trágica da ação ilegal; e que tal prática só poderia conduzir o movimento inteira de volta ao erro fatal da social-democracia, do qual tínhamos acabado de sair por esforços heroicos. Sabíamos, como Lenine, que o oportunismo não é de natureza moral ou ética, mas sim indica a prevalência de ideais das classes médias entre os trabalhadores (como Marx e Engels notaram na Inglaterra do século XIX), e assim mais ou menos conscientemente inspiradas pelas ideias essencias, ou seja, os interesses sociais, da classe dominante. A posição poderosa e generosa de Lenine sobre a ação parlamentar, a fim de apoiar a destruição violenta do sistema burguês, e do próprio sistema democrático, substituindo a democracia formal pela ditadura de classe, deu origem, em vez disso, sob os nossos próprios olhos, à sujeição dos deputados proletários às piores influências das fraquezas pequeno-burguesas, resultando no repúdio do comunismo e mesmo na traição venal, ao serviço do inimigo.
Tal analise histórica, realizado no espaço de uma escala histórica imensa (embora possa parecer que uma generalização tão ampla não está contida no ensino de Lenine, pois ele foi como nós um aluno da história), avisa o partido para evitar qualquer decisão ou escolha que seja sugeria como maneira de obter bons resultados com menos trabalho ou sacrifício. Tal sentimento pode parecer inocente, mas representa bem a natureza negligente da pequena burguesia, e obedece à norma fundamental da burguesia de obter o máximo lucro com o menor custo.
6. Outro aspeto constante e recorrente do fenómeno oportunista, da maneira que se ergueu na Segunda Internacional e que hoje triunfa depois da ruína ainda pior da Terceira, é o de mostrar ao mesmo tempo, tanto o pior desvio dos princípios partidários, como uma admiração fingida pelos textos clássicos, pelas palavras e pelo trabalho dos grandes mestres e chefes. Um carácter constante de hipocrisia pequeno-burguesa é o louvor servil do poder do grande líder vitorioso, da grandeza dos textos de autores famosos, da fluência do eloquente orador; enquanto que na prática são exibidas as degenerações mais desprezíveis e contraditórias. Um corpo de teses é portanto inútil, se aqueles que o acolhem com um entusiasmo puramente literário não forem capazes depois, em ação prática, de compreender o seu espírito e de o respeitar; e tentarem disfarçar o seu desvio do mesmo, através de uma aderência acentuada mas platónica ao texto teórico.
7. Outra lição que podemos retirar dos acontecimentos da vida da Terceira Internacional (nos nossos escritos são repetidamente recordados em denúncias contemporâneas feitas pela Esquerda), é a da vaidade do “terror ideológico”, um método horrível em que se tentou substituir o processo natural de difusão da nossa doutrina através do contacto com a dura realidade num contexto social, com indoutrinação forçada de elementos obstinados e confusos, quer por razões mais poderosas que o partido e dos homens, quer devido a uma evolução defeituosa do próprio partido, humilhando-os e mortificando-os em congressos públicos abertos mesmo ao inimigo, mesmo que tivessem sido líderes e expoentes da ação do partido durante importantes episódios políticos e históricos. Tornou-se habitual obrigar tais membros (principalmente com a ameaça de despromoção para posições menos importantes no aparelho da organização) a confessar publicamente os seus erros, imitando assim os métodos fideísticos e pietistas de penitência e mea culpa. Por meios tão desgraçademente filisteus como estes, que tresandam a moralidade burguesa, nem um único membro do partido melhorou, nem foi encontrada uma cura para a decadência iminente do partido.
Num partido revolucionário, que avança inexoravelmente para a vitória, obedecer às ordens tem de ser espontâneo e completo, mas não cego ou obrigatório. De facto, a disciplina centralizada, como ilustrado nas nossas teses e documentação de apoio associada, equivale a uma perfeita harmonia dos deveres e ações da fileira com os do centro, e as práticas burocráticas de um voluntarismo anti-marxista não são um substituto para isto.
A importância desta lição na perspetiva correta do centralismo orgânico, é assinalada pela terrível memória das confissões, em que grandes líderes revolucionários foram obrigados a confessar acusações completamente fictícias antes de serem mortos nas purgas de Estaline; e das “auto-críticas” inúteis em que foram forçados pela chantagem de serem expulsos pelo partido e desonrados como vendidos ao inimigo; tais infâmias não tendo sido reparadas pelo método igualmente burguês das “reabilitações”. O abuso crescente de tais métodos apenas marca o caminho triunfal desastroso da última onda de oportunismo.
8. Devido às exigências da sua própria ação orgânica, e para assegurar uma função coletiva que vai além e deixa para trás todo o personalismo e individualismo, o partido deve distribuir os seus membros entre as várias funções e atividades que constituem a sua vida. A rotação de camaradas em tais funções é um facto natural, que não pode ser regulado por regras análogas às que dizem respeito às carreiras no seio das burocracias burguesas. No partido não há concursos em que os seus membros concorram para posições cada vez mais prestigiadas e de maior visibilidade pública; pelo contrário, o nosso objetivo é atingir os nossos objetivos organicamente. Isto não tem nada a ver com a apologia da divisão burguesa do trabalho, mas sim um caso do complexo e articulado órgão partidário que se adapta naturalmente à sua função.
Sabemos bem que a dialética histórica leva todos os organismos em luta a melhorar os seus meios ofensivos, através da utilização das técnicas do inimigo. Na fase de luta armada, os comunistas terão, portanto, uma organização militar, com esquemas hierárquicos precisos, que assegurarão os melhores resultados possíveis para a ação comum. Tal verdade não será inutilmente apurada na atividade de cada partido, com referência também aos não-militares. A transmissão de instruções deve ser inequívoca, mas esta lição da burocracia burguesa não pode fazer-nos esquecer como ela pode ser corrompida e degenerada, mesmo quando adotada dentro dos organismos dos trabalhadores. A organicidade do partido não exige que cada camarada veja noutro camarada, especificamente nomeado para transmitir instruções vindas de cima, a personificação do formulário do partido. Tal transmissão entre as moléculas que compõem o partido tem sempre, ao mesmo tempo, uma dupla direção; e a dinâmica de cada unidade individual está integrada na dinâmica histórica do todo. O abuso de formalismos organizacionais sem razão vital foi e será sempre um defeito e um perigo suspeito e estúpido.
9. O capitalismo, o método de produção atual, com o seu mito da propriedade privada ser um direito humano, que mistifica e disfarça a dominação duma classe pequena, precisava de grandes nomes cada vez mais notários para marcar os nós das suas estruturas e as fases da sua evolução – e a involução de hoje. Na longa época da burguesia, cuja história pouco auspiciosa repousa como um jugo pesado sobre os nossos ombros rebeldes, no início o homem mais valente e mais forte costumava ganhar grande fama e aspirar ao máximo de poderes; hoje, neste filisteísmo pequeno-burguês predominante, aqueles que se tornam importantes são talvez os mais cobardes e fracos, pois só é possível ter esse “sucesso” com métodos da publicidade sujos.
Entre as muitas tarefas dentro do difícil mandato do partido está o seu esforço atual para se livrar, de uma vez por todas, do impulso traiçoeiro que parece emanar de pessoas bem conhecidas, e da função desprezível de fabricar, para atingir os seus objetivos e vitórias, uma fama estúpida e publicidade através de outros nomes conhecidos. O partido em cada uma das suas várias voltas e reviravoltas nunca deve vacilar na sua decisão de lutar corajosa e decisivamente por tal resultado, considerando-o como sendo a verdadeira antecipação da sociedade do futuro.
Considerações sobre a atividade orgânica do partido quando a situação general é historicamente desfavorável
1. A chamada questão da organização interna do partido tem sido sempre o objeto das posições dos marxistas tradicionais e da esquerda comunista atual, nascida em oposição aos erros da Internacional de Moscou. Naturalmente, essa questão não é um setor isolado em um compartimento fechado, mas é algo inseparável do quadro geral de nossas posições.
2. Tudo o que faz parte da doutrina, da teoria geral do partido, encontra-se nos textos clássicos e está profundamente resumido em manifestações mais recentes, em textos italianos como as Teses de Roma e de Lyon e em muitos outros com os quais a esquerda pressagiou a ruína da Terceira Internacional por fenômenos não menos graves do que os oferecidos pela Segunda. Todo esse material, em parte, é agora usado para o estudo da organização (entendida em um sentido restrito como organização do partido e não no sentido amplo de organização do proletariado em suas várias formas históricas e sociais) e não é a intenção aqui resumi-lo, referindo-se a esses textos e ao extenso trabalho em andamento na “Storia della Sinistra”, cujo segundo volume está sendo preparado.
3. Deixamos para a teoria pura, comum a todos nós e fora de discussão, tudo o que diz respeito à ideologia do partido e à natureza dele, e às relações entre o partido e sua própria classe proletária, que são resumidas na conclusão óbvia de que somente com o partido e sua ação o proletariado se torna uma classe para si mesmo e para a revolução.
4. Normalmente indicamos como questões de tática (com a reserva repetida de que não há capítulos e seções autônomos) aquelas que surgem e se desenvolvem historicamente nas relações entre o proletariado e as outras classes, o partido proletário e as outras organizações proletárias, e entre ele e os partidos burgueses e não proletários.
5. A relação que flui entre as soluções táticas, para não serem condenadas por princípios doutrinais e teóricos, e o desenvolvimento multiforme de situações objetivas e, em certo sentido, externas, é de fato bastante mutável; mas a Esquerda tem sustentado que o partido deve dominá-la e prevê-la com antecedência, como está escrito nas Teses de Roma sobre tática, entendidas como projetos de Teses para a tática internacional.
Há, para sermos sintéticos ao extremo, períodos de situações objetivas favoráveis ao lado de condições desfavoráveis para o partido como sujeito; também pode haver o caso oposto, há estados raros que são exemplos sugestivos de um partido bem-preparado e uma situação social que encontra as massas lançadas em direção à revolução e ao partido que a previu e a descreveu antecipadamente, como Lênin reivindicou para os bolcheviques na Rússia.
6. Deixando de lado as “distinções” pedantes, podemos nos perguntar em que situação objetiva a sociedade hoje se encontra. Certamente a resposta é que estamos na pior situação possível e que grande parte do proletariado, mais do que ser esmagado pela burguesia, é controlado pelos partidos que trabalham a serviço desta última e que impedem ao proletariado qualquer movimento revolucionário de classe, de modo que não podemos prever quanto tempo passará antes que, nessa situação morta e amorfa, ocorra o que às vezes definimos como “polarização” ou “ionização” das moléculas sociais que precederá a explosão do grande antagonismo de classe.
7. Quais são, neste período desfavorável, as consequências para a dinâmica orgânica interna do partido? Sempre dissemos, em todos os textos citados acima, que o partido se vê inevitavelmente afetado pelo caráter da situação real que o rodeia. Portanto, os grandes partidos proletários que existem são necessariamente e declaradamente oportunistas.
É uma tese fundamental da esquerda que nosso partido não deve, por essa razão, desistir de resistir, mas deve sobreviver e carregar a chama ao longo do histórico “fio do tempo”. Está claro que será um partido pequeno, não por nosso desejo ou escolha, mas por necessidade inevitável.
Pensando na estrutura desse partido, mesmo na época de decadência da Terceira Internacional, e em inúmeras polêmicas, rejeitamos, com argumentos que não precisam ser repetidos, várias acusações. Não queremos um partido de uma seita secreta ou de elite, que recusa todo contato com o mundo exterior por obsessões de pureza. Rejeitamos qualquer fórmula de um partido de trabalhadores ou trabalhista que queira excluir todos os não-proletários, uma fórmula que pertence a todos os partidos oportunistas históricos. Não queremos reduzir o partido a uma organização de tipo cultural, intelectual e acadêmico, como a que deu origem às polêmicas que remontam a mais de meio século; nem acreditamos, como certos anarquistas ou blanquistas, que seja possível pensar em um partido de ação armada conspiratória e que se dedique à conjuração.
8. Visto que o caráter da degeneração do complexo social se concentra na falsificação e destruição da teoria e da doutrina sadia, está claro que o pequeno partido de hoje tem um caráter preeminente de restaurador dos princípios de valor de doutrina e, infelizmente, está privado da atmosfera favorável na qual Lênin realizou essa tarefa após o desastre da primeira guerra. No entanto, isso não significa que possamos traçar uma barreira entre a teoria e a ação prática; pois, ao passarmos de um certo limite, destruiríamos a nós mesmos e todas as nossas bases de princípios. Portanto, reivindicamos todas as formas de atividade próprias dos momentos favoráveis, na medida em que as relações reais de força o permitam.
9. Tudo isso poderia ser desenvolvido com muito mais profundidade, mas é possível chegar a uma conclusão sobre a estrutura organizacional do partido em um período tão difícil. Seria um erro fatal vê-lo como divisível em dois grupos: um dedicado ao estudo e o outro à ação, porque essa distinção é fatal não apenas para o corpo do partido, mas também em relação a cada militante individual. O significado do unitarismo e do centralismo orgânico é que o partido desenvolve dentro de si os órgãos adequados para suas diversas funções, que chamamos de propaganda, proselitismo, organização proletária, trabalho sindical, etc.; até chegar ao amanhã, à organização armada; mas não se deve deduzir do número de camaradas que são considerados engajados em tais funções, porque, em princípio, nenhum camarada deve ser alienado de nenhuma delas.
É um infortúnio histórico que, nesse estágio, possa parecer que haja muitos camaradas dedicados à teoria e à história do movimento e poucos preparados para a ação. Seria, acima de tudo, tolice procurar o número de companheiros dedicados a uma ou outra manifestação de energia. Todos nós sabemos que, quando a situação se radicalizar, inúmeros elementos se alinharão conosco, numa maneira imediata, instintiva e sem o mínimo curso de estudos que possa imitar qualificações acadêmicas.
10. Sabemos muito bem que o perigo oportunista, desde que Marx lutou contra Bakunin, Proudhon, Lasalle e em todas as fases posteriores da morbidez oportunista, esteve inteiramente ligado à influência de falsos aliados pequeno-burgueses sobre o proletariado.
Toda a nossa infinita desconfiança em relação à contribuição desses estratos sociais não deve e não pode nos impedir de usá-los com base nas poderosas lições da história dos elementos de exceção, que o partido destinará ao trabalho de reordenação da teoria, fora da qual não há nada além da morte, e que no futuro, com seu plano de difusão, deverá se identificar com a imensa extensão das massas revolucionárias.
11. As violentas faíscas que saltaram dos condutores de nossa dialética nos têm ensinado que é o camarada o militante o comunista e o revolucionário que tem sido capaz de esquecer, de renegar, de remover de sua mente e de seu coração a classificação na qual ele está inscrito pelo padrão desta sociedade em putrefação, e que se vê e confunde a si mesmo em todo o arco milenar que liga o ancestral homem da tribo que lutava contra as feras, com o membro da futura comunidade, fraterna na alegre harmonia do homem social.
12. Partido histórico e partido formal. Essa distinção está em Marx e Engels, e eles tiveram o direito de deduzir que, estando com sua obra alinhada com o partido histórico, eles desdenhavam pertencer a qualquer partido formal. A partir disso, nenhum militante atual pode inferir o direito a uma escolha: manter as cartas em ordem com o “partido histórico” e zombar do partido formal. Isso não se deve ao fato de Marx e Engels terem sido super-homens de um tipo ou raça distinta dos demais, mas precisamente por causa da sólida inteligência de sua proposição, que tem sentido dialético e histórico.
Marx diz: partido em seu significado histórico, no sentido histórico, e partido formal ou efêmero. No primeiro conceito está a continuidade, e dele derivamos nossa tese característica da invariabilidade da doutrina desde que Marx a formulou, não como uma invenção de gênio, mas como a descoberta de um resultado da evolução humana. Mas os dois conceitos não estão em oposição metafísica, e seria tolice expressá-los com a doutrinelha: “dou as costas ao partido formal e vou em direção ao histórico”.
Quando tiramos da doutrina invariante a conclusão de que a vitória revolucionária da classe trabalhadora só pode ser alcançada por meio do partido de classe e da ditadura deste, e com a orientação das palavras de Marx afirmamos que, antes do partido revolucionário e comunista, o proletariado é uma classe, talvez para a ciência burguesa, mas não para Marx e para nós; a conclusão a ser deduzida é que, para a vitória, será necessário ter um partido que mereça, ao mesmo tempo, a qualificação de partido histórico e de partido formal, ou seja, que tenha sido resolvida, na realidade da ação e da história, a aparente contradição – que tem dominado um longo e difícil passado – entre partido histórico, portanto, em termos de conteúdo (programa histórico, invariável), e partido contingente, ou seja, em termos de forma, que atua como força e práxis física de uma parte decisiva do proletariado em luta.
Essa síntese com relação à questão da doutrina faz referência, rapidamente, também aos processos históricos que nos precedem.
13. O primeiro passo, desde um conjunto de pequenos grupos e ligas, nos quais se manifesta a luta dos trabalhadores, até o partido internacional previsto pela doutrina, deu-se com a fundação da Primeira Internacional em 1864. Não é este o momento de reconstruir o processo da crise desta última, que, sob a direção de Marx, foi ferozmente defendida contra a infiltração de programas pequeno-burgueses, como os dos libertários.
Em 1889, a Segunda Internacional foi reconstituída, após a morte de Marx, mas sob o controle de Engels, cujas orientações não foram aplicadas. Por algum tempo, houve uma tendência de ver o partido formal como a continuação do partido histórico, mas ele foi despedaçado nos anos seguintes pelo tipo federalista e não centralista, pelas influências da práxis parlamentarista e do culto à democracia e pela visão nacionalista das distintas seções, não concebidas como exércitos de guerra contra o próprio Estado, como o Manifesto de 1848 teria desejado; surgiu o revisionismo aberto, que desvaloriza o fim histórico e exalta o movimento contingente e formal.
O surgimento da Terceira Internacional, após o desastroso colapso em 1914 no puro democratismo e nacionalismo de quase todas as seções, foi para nós, nos anos que se seguiram a 1919, a plena conjunção do partido histórico com o partido formal. A nova Internacional emergiu declaradamente centralista e antidemocrática, mas a práxis histórica da incorporação das seções federadas à fracassada Internacional foi particularmente difícil e apressada diante da preocupação de que a passagem entre a conquista do poder na Rússia e a conquista nos países europeus fosse imediata.
Se a seção que surgiu na Itália das ruínas do antigo partido da Segunda Internacional foi particularmente conduzida, não em virtude de indivíduos, mas por derivações históricas, a reconhecer a necessidade de unir o movimento histórico e sua forma atual, foi por ter mantido lutas particulares contra as formas degeneradas e, portanto, por ter rejeitado as infiltrações não apenas de forças dominadas por posições do tipo nacional, parlamentar e democrático, mas também daquelas (italianas, maximalismo) que se deixaram influenciar pelo revolucionismo pequeno-burguês e anarco-sindicalista. Essa corrente de esquerda lutou particularmente para que as condições de admissão fossem rígidas (construção da nova estrutura formal), aplicou-as ao máximo na Itália e, assim que produziram resultados menos que perfeitos na França, Alemanha etc., foi a primeira a alertar sobre a existência do perigo para toda a Internacional.
A situação histórica, na qual o Estado proletário só havia sido constituído em um país, enquanto nos outros não havia conseguido conquistar o poder, tornava difícil para a seção russa a clara solução orgânica de manter o leme da organização mundial.
A Esquerda foi a primeira a alertar que o comportamento do Estado russo, tanto em sua economia interna quanto nas relações internacionais, estava começando a mostrar desvios, e, também, alertou que seria estabelecida uma diferença entre a política do partido histórico, ou seja, de todos os comunistas revolucionários do mundo, e a política de um partido formal que defendia os interesses contingentes do Estado russo.
14. Desde então, esse abismo foi cavado tão profundamente que as seções “aparentes” que dependiam do partido-guia russo praticaram, em um sentido efêmero, uma política vulgar de colaboração com a burguesia, não melhor do que a tradicional dos partidos corruptos da Segunda Internacional.
Isso dá a possibilidade, não diremos o direito, aos grupos que surgiram da luta da esquerda italiana contra a degeneração de Moscou de entender melhor do que todos os outros o caminho que o partido verdadeiro, ativo e formal deve manter para ser consistente com as características do partido revolucionário histórico que, na linha da práxis, se afirmou em grandes fragmentos históricos através da série trágica das derrotas da revolução.
A transmissão dessa tradição, não deformada pelos esforços para tornar real uma nova organização do partido internacional sem pausas históricas, organizacionalmente não pode se basear na escolha de homens altamente qualificados ou bem informados sobre a doutrina histórica, mas organicamente deve usar da maneira mais fiel possível a linha entre a ação do grupo com o qual se manifestou há 40 anos e a linha atual. O novo movimento não pode esperar nem super-homens nem um messias, mas deve se basear em um novo despertar sobre o quanto foi capaz de conservar durante um longo período de tempo, e a conservação não pode se limitar ao ensino de teses e à busca de documentos, mas também deve fazer uso de ferramentas vivas que formam uma velha guarda e que confiam em dar uma palavra de ordem incorrupta e poderosa a uma jovem guarda. Esta se lança em direção a novas revoluções que talvez não precisem esperar mais do que uma década desde agora para entrar em ação no primeiro plano da história; o partido e a revolução não estão interessados nos nomes de um ou outro homem.
A correta transmissão da tradição ao longo das gerações e, portanto, acima dos nomes de homens vivos ou mortos, não pode ser reduzida àquela dos textos críticos e ao método único de empregar a doutrina do partido comunista de maneira aderente e fiel aos clássicos, mas deve se referir à batalha de classes que a Esquerda marxista (não queremos limitar a reivindicação à região italiana) implementou e conduziu na mais feroz luta real nos anos após 1919, e que foi despedaçada mais do que pela relação de forças com a classe inimiga, pelo vínculo de dependência com um centro que se degenerou do que havia sido o histórico partido Mundial, para se tornar um partido efêmero destruído pela patologia oportunista, até ter historicamente se rompido de fato.
A Esquerda tentou historicamente, sem romper com o princípio da disciplina mundial centralizada, travar a batalha revolucionária y defensiva, mantendo o proletariado de vanguarda imune à colusão com estratos intermediários, seus partidos e suas ideologias que almejam pela derrota. Frustrada também esta contingência histórica de salvar, se não a revolução, pelo menos a coragem de seu partido histórico, recomeçou hoje em uma situação objetivamente apática e hostil, no meio de um proletariado infectado com o democratismo pequeno-burguês até o talo; mas o organismo nascente, usando toda a tradição da doutrina e tática reafirmada pela verificação histórica de previsões tempestuosas, também a aplica à sua ação diária em busca da retomada de um contato cada vez mais amplo com as massas exploradas, e elimina de sua própria estrutura um dos erros iniciais da Internacional de Moscou, liquidando a tese do centralismo democrático e da aplicação de todo o maquinário do voto, pois eliminou da ideologia até mesmo do último membro, todas as concessões às diretrizes democratoides, pacifistas, autonomistas e libertárias.
É neste sentido que tentamos caminhar, usando os longos e amargos anos de experiência para enfrentar outros ataques à linha política do partido histórico, obliterando toda a miséria e mesquinharia que vimos nas idas e vindas dos vários, infelizes, partidos formais. Fazendo assim, estamos também nos atentando ao aviso dos primeiros grandes mestres sobre as dificuldades de se combater as influências que emanam do ambiente comercial burguês, como da adulação pessoal, de uma busca vulgar pela supremacia e por uma popularidade estúpida, que de tempos em tempos nos lembra daqueles que, com indignação serena, Marx e Engels colocaram de lado e tiraram de seu caminho.
Crisi: attacco a salari e occupazione
Sul fronte capitale-lavoro vediamo da una parte la diminuzione del salario effettivo (aumento dei prezzi, aumento dell’intensità del lavoro), dall’altra l’aumento costante della disoccupazione in seguito alla smobilitazione parziale delle grandi industrie e al crollo delle piccole per la non competitività sul mercato internazionale.
Nella Repubblica Federale il numero dei disoccupati è aumentato nel solo mese di settembre da 527 mila a 557.000 unità, venendo a rappresentare i disoccupati sulla popolazione attiva il 2,4% per i lavoratori tedeschi e il 2,6% per gli immigrati che ne vengono a sopportare le maggiori spese. Il governo prevede per la fine dell’anno un raddoppiamento della disoccupazione. Sempre da agosto a settembre i «disoccupati parziali» (parziale anche il salario!) sono raddoppiati, da 105 a 265 mila.
Indicativo che i 43.000 operai della Volkswagen e i 18.000 dell’AUDI-NSU hanno cominciato da oggi turni di lavoro ad orario ridotto.
Da ottimi difensori del regime del capitale, i sindacati (DGB), insieme a padroni e dirigenti della banca centrale e governo, hanno sottoscritto il «patto sociale» e approvato la linea governativa che vede nell’aumento dei salari la causa dell’inflazione e della disoccupazione.
Quindi, logica conclusione, nessuna rivendicazione, nessun aumento dei salari, sennò, ahimè, disoccupazione. Per i 200 mila metallurgici della Renania-Vestfalia il sindacato è riuscito a imporre agli operai, che ne richiedevano il 20%, l’aumento del solo 14%, come base per le trattative.
Fino a quando ancora il regime capitalistico, grazie al tradimento dei «rappresentanti operai», riuscirà a scaricare le sue inevitabili crisi sul sangue proletario?
Senza questa domanda i ministri, socialdemocratici o no, industriali, banchieri, «rappresentanti degli operai», dormirebbero anche nelle «crisi» i loro sonni tranquilli.
In Francia il ritmo di aumento dei prezzi al dettaglio è stato negli ultimi tre mesi del 13,4%; considerando nel 1970 base 100 il prezzo dei prodotti alimentari ha raggiunto, nell’agosto 1974, quota 142; 135,8 quello dei prodotti manifatturieri e 138,5 quello dei servizi.
La situazione si fa via via più tesa, licenziamenti e chiusure delle fabbriche si susseguono: 841 operai licenziati nella Titan Coder di Mauberger, altri a Samer, a Cannes, a Marsiglia, nelle miniere di carbone della Mosella. Gli operai occupano le fabbriche, proclamano lo sciopero per difendere il posto di lavoro. Purtroppo queste manifestazioni di difesa operaia rimangono isolate, disperse, fiaccate in partenza dalle centrali sindacali che non collegano gli scioperi e cercano invece di fiaccare con sterili manifestazioni cittadine la combattività operaia.
Accanto a queste manifestazioni di strenua e impotente difesa per salvare i posti di lavoro, troviamo tutta una serie di scioperi per aumenti salariali, come quello dei 7000 operai del ferro del bacino della Lorena.
I 1500 operai del centro di smistamento Paris-Brune hanno scioperato senza preavviso contro «i miglioramenti delle condizioni di lavoro» che aumentavano invece lo sfruttamento operaio senza rispondere alle rivendicazioni degli operai di un aumento degli effettivi. Da notare che questi «miglioramenti» erano stati decisi fra i rappresentanti operai e la direzione.
I sussulti di classe non risparmiano nemmeno la Spagna «fascista» e il «socialista» Egitto. In Spagna sciopero alle officine Fasa-Renault dove gli operai rivendicavano 44 ore lavorative settimanali. La manifestazione ha provocato parecchi feriti in scontri con la polizia e 8 arresti. In Egitto scioperi per aumenti salariali a Heluan (i salari degli operai privilegiati rispetto al resto della popolazione, non raggiungono le 50 mila lire mensili). Giustamente preoccupato il governo dall’incitamento alla lotta che questa manifestazione poteva costituire per tutti gli altri salariati, ha subito concesso un «anticipo» di L. 50 mila per il mese di Ramadan a tutti i salariati del paese.
Per concludere negli Stati Uniti la disoccupazione ha raggiunto il 5,8% in seguito a numerosi licenziamenti nell’industria, nelle costruzioni, nel commercio. Si prevede per la fine d’anno più del 6%. In Inghilterra 674.000 disoccupati per la fine del ’74, 900 mila per l’anno prossimo mentre l’aumento dei prezzi dal 16,7% per il ’74 passerà nel ’75 al 17,6%.
La paura dei bonzi
Da qualche tempo il sentimento più diffuso fra i sindacalisti sembra essere la paura. Paura di quello che succederà nell’autunno, paura di non dominare la situazione, paura di lasciarsi sfuggire il controllo delle masse.
Infatti, il cigiellino Benvenuto intervistato dal settimanale «Espresso» del primo settembre a proposito degli «errori» commessi dai sindacati negli ultimi tempi così ha risposto: «Nel 1974, per la prima volta dal ’69 in poi, il sindacato s’è fatto condizionare dal quadro politico, ha temuto che un’azione troppo energica avrebbe provocato la caduta del governo Rumor e per evitarla ha adottato un atteggiamento incoerente. Chiedevamo molto, tutto, la nuova “Città del sole”, ma non ottenevamo niente e facevamo poco per ottenerlo. In queste nostre incertezze ha pesato molto l’operazione Fanfani-Scalia: la minaccia di una scissione nella CISL ha prodotto effetti estremamente negativi su tutto il movimento, le Confederazioni si sono sfiancate in un’opera di mediazione al vertice e gran parte della dialettica sindacale si è ridotta ai dialoghi tra Lama e Storti. In queste condizioni non si può dirigere con efficacia un movimento di massa. Infatti le conseguenze si sono viste presto: la credibilità del sindacato è diminuita, ci sono stati fenomeni di distacco e di sbandamento».
Non ne dubitiamo affatto, egregio pompiere confederale. La paura è l’ingrediente fondamentale della psicologia del bonzo: non «paura di sbagliare le scelte strategiche e tattiche» (quelle resteranno sempre le stesse: non sono «scelte», sono «subite» per la difesa degli interessi del capitale), ma paura del sano istinto di classe proletario! Buon segno: indizio che il «controllo» non funziona più così bene per gli illustrissimi mandarini delle «riforme di struttura» e del «sindacalismo responsabile».
Etiopia: La borghesia salva il Re ma spara su operai e contadini
Una delle più tragiche conseguenze del crollo della III Internazionale, e della degenerazione dei partiti legati a Mosca è costituita dal fatto che il proletariato delle aree sottosviluppate è stato praticamente abbandonato a se stesso, ed ha dovuto sottostare alle esigenze delle varie borghesie nazionali. Una riprova di questo fatto la troviamo nell’esame di tutte le lotte di liberazione nazionale che si sono svolte dal 1945 ad oggi. In Cina, in Algeria, in Egitto, in Congo; in ogni paese, il proletariato è stato soggiogato dalla propria borghesia, la quale, dopo aver realizzato la propria indipendenza nazionale (e in molti casi prima ancora), ha ferocemente represso ogni sussulto di classe dei proletari, dei semiproletari, e dei contadini poveri.
I fatti di Etiopia, non sono che una nuova conferma di questo svolgimento. La borghesia etiopica rappresentata da ufficiali dell’esercito (come in molti altri paesi, vedi ad esempio Egitto e Algeria), sta procedendo allo smantellamento delle vecchie strutture feudali di un impero millenario, ma lo fa solo dopo aver schiacciato i proletari.
Ecco i fatti: Tra il 26 e il 29 febbraio all’Asmara, a Massaua e nella base aerea di Debre Zeit, le truppe, guidate da giovani ufficiali, si ammutinano. I militari ribelli reclamano la riforma della costituzione e la realizzazione di riforme sociali.
L’imperatore in difficoltà, cerca di temporeggiare con un cambiamento di governo e con la promessa di rivedere la costituzione e di realizzare la riforma agraria. Ma il «comitato di coordinamento militare» alla fine di marzo depone il nuovo governo e inizia ad arrestare i personaggi più in vista del vecchio regime accusandoli di «corruzione». Il 12 settembre i militari depongono lo stesso Haile Selassie e chiedono ad uno dei suoi innumerevoli figli, il principe Asfa Wossen (residente in Svizzera) di divenire re costituzionale. Il principe dieci giorni dopo, graziosamente dichiara di accettare.
La borghesia etiope (molto più «pratica» della borghesia francese del ’89) non taglia la testa al vecchio re. In compenso cerca però di tagliargli la borsa. Pare infatti che il «leone dominatore della tribù di Giuda», «eletto da Dio» fosse interessato non solo alle sue prerogative divine ma si sia compiaciuto nel corso del suo lungo regno, di accumulare un certo numero di miliardi prudentemente depositati in banche svizzere. Ma l’ex-imperatore, che non ha opposto resistenza quando gli hanno tolto la corona, è molto più ostinato quando tentano di soffiargli i quattrini e si è energicamente rifiutato di cedere i suoi «risparmi».
Il 26 settembre il comitato militare abolisce le prerogative «divine» dell’imperatore, stabilendo che esso non sarà più «eletto da Dio», ma «eletto dal popolo».
Così la borghesia ha proceduto allo smantellamento del regime feudale. I giornali borghesi occidentali, commentando questi avvenimenti, si compiacciono del fatto che «senza spargimento di sangue» si sia pervenuti all’abbattimento di un regime arcaico, fondato su una spietata oppressione e su privilegi di casta. In effetti, nei confronti dei rappresentanti del vecchio regime, la borghesia etiope ha proceduto con molta cautela. Poche decine di personaggi più in vista sono stati arrestati (molti si sono presentati spontaneamente) nessuno è stato fucilato. I borghesi occidentali che osservano con apprensione gli avvenimenti, possono respirare di sollievo, non vedremo le teste dei nobili rotolare dalla ghigliottina.
Con molta maggiore decisione, con grande ferocia, la borghesia etiope si è comportata nei confronti dei proletari e dei contadini poveri. Di fronte all’agitarsi minaccioso delle masse proletarie e semiproletarie, si è verificato quello che tante volte abbiamo osservato nella storia. La borghesia non esita ad allearsi con gli oppressori di ieri, con gli arnesi del vecchio regime feudale.
Su questo fronte i morti ci sono stati e a centinaia:
25 febbraio: sciopero ad Addis Abeba; la polizia spara: 3 morti e 20 feriti;
28 marzo: l’esercito spara sui contadini che protestavano contro lo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari;
1 aprile: nuovi scontri fra polizia e contadini poveri;
17 aprile: la polizia spara sui ferrovieri in sciopero e studenti a Dire Doua;
24 aprile: la polizia spara contro gli scioperanti ad Addis Abeba;
3 maggio: l’esercito stronca uno sciopero delle poste e arresta i capi sindacali;
12 settembre: il comitato militare sopprime il diritto di sciopero;
20 settembre: i sindacati reclamano l’aumento dei salari; il diritto di sciopero e di associazione minacciando lo sciopero generale;
23 settembre: i militari arrestano i capi della CELU (Confederation Ethiopian Labour Unions) la confederazione proclama lo sciopero generale, ma gli operai sono ormai terrorizzati e impossibilitati a difendersi. Lo sciopero generale fallisce e viene revocato il 25/9.
È una nuova sanguinosa sconfitta del proletariato, ma è anche una nuova conferma delle lezioni che noi abbiamo tratto dagli avvenimenti degli ultimi 50 anni. I proletari etiopi non sono stati in grado di difendere nemmeno le proprie condizioni di vita, e non certo per mancanza di coraggio o di combattività. Abbandonati a se stessi, privi della guida del partito comunista rivoluzionario, sono passati dalla oppressione feudale alla oppressione borghese, subendo gli avvenimenti, senza poterli volgere a loro favore.
L’epilogo non poteva né potrà mai essere diverso, finché non risorgerà di nuovo il Partito Comunista Internazionale, che dichiarerà guerra ad ogni forma di oppressione, unificando le lotte del proletariato occidentale e delle masse sfruttate dell’Asia e dell’Africa.
Il turpe mito della resistenza
A trent’anni di distanza vogliamo commemorare anche noi la «Resistenza», nel modo che si confà al vero Partito Comunista: gloria ai compagni Atti ed Acquaviva, uccisi proditoriamente dai partigiani, sicari dei partiti traditori. Essi caddero in nome della guerra alla guerra, della trasformazione leninista della guerra tra gli stati in guerra tra le classi, come Rosa e Carlo, come infinite schiere di proletari di tutto il mondo.
A Firenze si è celebrato il trentennale della «Liberazione», ovvero del salto della quaglia della ciabattona borghesia italiana dal fronte nippo-tedesco, ormai agonizzante, a quello del dollaro all’atomo e al cacao; auspice quel tal Palmiro che di salti sommo maestro fu: dal fronte di Beppe il calzolaio, collezionatore di teste rivoluzionarie, a quello di Nikita, affossatore di staliniani. Per cui il proletariato fu «liberato» dal padrone tedesco per cadere sotto il tallone del più spregiudicato padrone americano. Viva la «Liberazione»!
Le cronache hanno riferito di una brillante parata «popolare». E popolare è stata. A plotoni affiancati sono sfilati in obbrobrioso gomito a gomito i reparti della repressione statale, polizia, carabinieri, truppe speciali, reparti dell’esercito, ex-partigiani, rappresentanze sindacali, politiche, dei partiti, delle associazioni patriottiche, ecc. ecc. Su tutti vegliava l’anima del «grande assente», che dall’alto della sua quadrata mandibola cristianamente perdonava coloro che non si sapevano quello che facevano quel giorno sulla strada di Dongo. Ma in quella variopinta rassegna non poteva mancare il «sinistro» alla moda, il «cinese», a contestare, lui medaglia al valore partigiano, la tradita Resistenza, la incompiuta democrazia. Lui è ancora lì a far credere che in fondo i cannoni potrebbero sparare marmellata.
Rinverdire la «Resistenza»! Motivo democratico per rinsaldare la pace tra operaio e padrone, tra oppressi e Stato oppressore, tra proletari ingannati e filibustieri di professione, in vista del potente terremoto, i cui sordi brontolii preannunciano una marcia funebre per l’ingorda borghesia e i suoi ruffiani. «Resista» la borghesia, il suo Stato, i suoi corifei, se potranno, all’assalto dell’unitaria armata internazionale del proletariato. La Resistenza è del capitalismo. L’offensiva è della classe operaia mondiale.
Contro le acrobazie della manovra politica
dalle tesi di Lione I e II
Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché l’evoluzione storica presenta – è marxismo – diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il voler avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa. Su tale terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo gli effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi alle false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.