Il dibattito sulla costituzione della repubblica italiana è stato già definito come un compromesso tra ideologie diverse e contrastanti. La sottile malignità di Nitti ha distribuito alla massa dei suoi tanto più giovani colleghi una autorevole patente di asinità, scherzando sulla combine di morale cristiana e dialettica marxista. Non meno ovviamente si risponde che la politica non è che l’arte del compromesso, che il problema dell’oggi non è che politica – politique d’abord – e che le questioni di principio erano di moda trent’anni fa. Oggi tutti quelli che di politica fanno professione le considerano fuori corso, e si sentono ad ogni passo anche vecchi militanti di sinistra chiedere con aria stanca di raffinati: non vorrete mica fare tra le masse questioni di teoria?
Lasciamo dunque per un momento da parte le dottrine e il chiaro assunto che quella religiosa e quella socialista sono incompatibili. Segniamo solo un innegabile punto di vantaggio a questo riguardo che i cristiani e i credenti in genere sono in grado di vantare sui sedicenti marxisti. Chi segue un sistema religioso è dualista, ossia pone su due piani e in due mondi distinti i fatti dello spirito e quelli del mondo materiale. Sui dogmi oggetto di fede non transige, e può benissimo tenerli salvi ed indenni nel settore spirituale e teoretico mentre fa mercati nel campo degli atti pratici, dei fatti e degli interessi materiali. Questo vantaggio sta alla base della grande forza storica della Chiesa, duttile e volubile nella sua politica e nella sua attività sociale, rigidissima sui capisaldi della teologia. Quindi il cristiano, che come militante politico addiviene al miscuglio di opposte direttive nelle questioni dello Stato terreno, e dei rapporti tra le classi e i partiti, non tradisce i suoi principii, o almeno non è costretto ad ammettere di averne subordinato il rispetto a questioni di bassa convenienza.
Così non è per il marxista, il cui sistema si basa sulla diretta derivazione delle ideologie dallo stesso mondo materiale in cui si svolgono i fatti, e i rapporti degli interessi che divengono forze reali. Questi non possiede una comoda cassaforte dove riporre, mentre fa commercio di fatto con i propri avversari nel campo pratico, una sua intatta dottrina. Quando i delegati degli opposti partiti e delle opposte classi trafficano tra loro e convergono su un accordo intermedio alle loro posizioni di partenza, chi segue o dice di seguire il materialismo storico non ha il diritto di contestare che sia avvenuto il “commercio di principii” rimproverato da Marx ed Engels ai programmi socialdemocratici. Poiché alla pratica, alla effettiva meccanica della collaborazione, non può non corrispondere nei cervelli una eguale frammistione e contaminazione delle opinioni.
Procuriamo dunque di vedere alcune delle questioni più notevoli su cui si discute a proposito della nuova costituzione, senza sfondare la porta aperta che i testi di compromesso che vengono fuori dalla discussione, e meglio dalla manovra, sono dal punto di vista teorico semplicemente pietosi nella sostanza come nella forma; ma attenendoci ai rapporti concreti e al gioco delle forze storiche.
Vi è la questione della laicità dello Stato, ridotta al cavillo di menzionare o meno in un articolo della costituzione il patto tra l’Italia e il Papato stipulato da Mussolini, che però tutti sono d’accordo nel volere rispettato.
Nulla di più esatto, storicamente, che dichiarare chiusa la questione romana, e nulla di più vano e sterile che il voler risuscitare su di questo punto il vecchio schieramento dei blocchi anticlericali secondo il metodo che i socialisti marxisti già liquidarono prima del 1914 rompendola con le ideologie e la politica della borghesia massonica. A tal proposito entrambi i partiti socialisti hanno dimostrata la stessa vuotaggine, ed il contenuto veramente reazionario e di estrema destra di tutto lo schieramento, che condividono con i gruppetti repubblicani e consimili, e qualche cadavere di liberale.
La questione è storicamente superata su scala sociale se si considera la generale evoluzione del capitalismo e della politica della Chiesa, e soprattutto su scala locale se si pone mente alle vicende dello Stato italiano.
La rivoluzione borghese che instaurò la democrazia trovò come ostacolo ed avversario di prima forza la Chiesa, in quanto la organizzazione, l’inquadramento gerarchico di questa, e la stessa sua vasta funzione economica, facevano blocco con il regime delle aristocrazie feudali. La dura lotta economica e sociale si rifletté in una lotta ideologica, sicché la filosofia borghese fu antireligiosa e la politica della vittoriosa e giovane classe capitalistica fu antichiesastica. I tentativi di restaurazione del vecchio regime trovarono solidale la Chiesa, e quindi tutte le misure della borghesia nel rafforzare le proprie conquiste di classe furono decisamente anticlericali. Tuttavia quando il clero comprese che non era più possibile evitare socialmente il trionfo del capitalismo, esso cessò di scomunicarlo, e ovunque si affiancò, in un processo più o meno complicato nei dettagli, al nuovo ceto privilegiato. Il contrasto teoretico tra la religione e i fondamenti della economia e della politica borghese prima si sbiadì, poi scomparve, come riflesso della alleanza tra gli stati maggiori del capitale e della Chiesa. Non staremo a riportare la dimostrazione, esatta, che non vi è contrasto tra l’etica e il diritto capitalistico ed una visione fideistica.
La classe operaia, alleata rivoluzionaria della borghesia nascente fu a lungo trascinata sullo slancio di un giacobinismo letterario e retorico, e il succo della politica massonica fu di fare di questo mangiapretismo un diversivo alla lotta di classe ed una maschera al vero obiettivo che la politica proletaria, una volta uscita di minorità ed acquistato un moto storico autonomo, trovava nell’abbattimento del privilegio economico e sociale.
In Italia tale svolgimento ebbe ben noti aspetti particolari. Lo Stato nazionale non si era formato nel periodo preborghese, e tra le cause vi era il fatto che in Italia aveva sede la massima Chiesa a base mondiale. La giovane borghesia unitaria fu tremendamente antipapale e anticattolica: nel 1848 non esitò ad espellere il papa da Roma, nel 1870 fece quel che tutti sappiamo.
La Chiesa cattolica fu costretta a compiere in Italia al rallentatore la sua manovra storica generale di benedire l’avvento dei regimi capitalistici e conciliarsi con essi. Da Cavour a Mussolini, finalmente ci arrivò come in tutti gli altri paesi aveva fatto.
Una volta di più si dimostrò il carattere del metodo cattolico. Il fascismo nei suoi dubbi abbozzi ideologici era inaccettabile nella dottrina per il tentativo di spostare su nuovi miti, con la sua mistica della nazione e dello Stato, i valori religiosi, cosa che fece poi più radicalmente in Germania. Ma la sua politica pratica offrì la possibilità di consolidare negli istituti presenti l’influenza dell’inquadramento chiesastico, e convenne subito approfittarne. La meccanica fascista e quella cattolica nell’ordine economico sociale conducono infatti ad una stessa prassi conservatrice, e questo era il punto sostanziale.
Questo status quo non dà fastidio alla attuale repubblichetta il cui riformismo e progressismo è avviato dalla storia sulla stessa strada.
Ma come potrebbe l’attuale governo italiano, senza vera sovranità e senza forza materiale, più o meno delegato o tollerato dalle grandi forze mondiali, per mettersi in questo campo novità ed iniziative? Evidentemente nel nuovo clima storico susseguito a due guerre mondiali, in cui l’organismo borghese dirigente italiano si è misurato e si è rotto le costole per sempre, non si tarderebbe ad avere una nuova legge internazionale delle guarentigie, analoga a quella nazionale del 1870 sorta dalla regolazione unitaria dei rapporti tra i vari Stati e regioni cattoliche della penisola con il Vaticano. Questi non si porrebbe più come un pari contraente di fronte all’Italia, come nella puerile finzione del famoso articolo 7, ma in un piano superiore.
Nella moderna fase totalitaria del capitalismo è facile prevedere una regolazione pianificata mondiale anche del fattore religioso. Al fianco dell’UNO vedremo probabilmente una U.C.O. (United Churchs Organisation).
La Chiesa di Roma non si trova a controllare la maggioranza dei credenti nelle più potenti nazioni del mondo, America, Inghilterra, Russia. Essa non può non aspirare ad una funzione unitaria cristiana. Nella sua azione politica chiama oggi i partiti che inspira “democratici cristiani”, “cristiani sociali”, “popolari”, mai “cattolici”. Con ciò al solito non elude la sua dottrina, poiché la riforma fu questione di dogma e di rito, ma l’etica sociale può essere la stessa per tutti i cristiani, se non per tutti i religiosi. Quindi gli abbozzi che si ebbero dopo l’altra guerra per una Chiesa unitaria avranno a ripetersi, sotto nuova forma, e già si parla di una Internazionale cristiana. Un grande paese in maggioranza cattolico, la Francia, che sembrava qualche decennio fa guadagnato all’ateismo militante, ha visto sorgere dal nulla un potente partito cattolico.
Nella nostra visione marxista noi consideriamo invece storicamente che le chiese riformate sorsero in corrispondenza di una adesione anticipata del fideismo al mondo borghese che nasceva, ed oggi la Chiesa di Roma conciliandosi col regime mondiale del Capitale si mette al passo con quei precursori. L’ultimo atto di questo svolto storico furono i patti del Laterano. Meravigliarsi che lo Statuto della Repubblica sia più legato al Vaticano di quello della Monarchia è ingenuo. La questione sa di rancido, e in ciò Togliatti ha ragione.
Lo slogan liberale del laicismo fa ridere. Di individui laici si poteva parlare quando tutta la società era controllata da una gerarchia religiosa e i chierici erano in potere di convalidare non solo gli atti politici e giuridici, ma anche quelli scolastici e culturali, monopolizzando tali funzioni in un inquadramento stabile e cristallizzato. Tentando di agire fuori di questi rigidi schemi e di romperne il conformismo feroce, ben facevano opera laica Dante, gli umanisti del Rinascimento, Galileo, Vico, Bruno, Telesio, Campanella, benché di essi alcuni fossero frati. Il primo laico, nel mondo d’Occidente, fu Cristo, contro il chiericume degli scribi e dei farisei. Laico dovette essere Cavour e laico lo Stato Albertino, poiché non potevano procedere se non spezzando i poteri di diritto divino nella penisola, le investiture di Roma e le manomorte.
Oggi che il Sillabo più non tuona contro l’economia ufficiale capitalistica e il diritto romano-napoleonico, sotto lo stesso baldacchino conformista si muovono tutti quelli che, pur vantando intenti riformatori e progressivi non meglio identificati, non sono schierati in una lotta istituzionale dall’esterno per rovesciare ed infrangere autorità e gerarchia di un ordine costituito.
Lo stesso fatto di scrivere una costituzione in cento è sintomo di una fase di conformismo. Quando storicamente le costituzioni ebbero una ragione ed un contenuto, esse seguivano ad una lotta rivoluzionaria, ne erano il riflesso, la loro stesura fu rapida e diritta nelle fiamme dell’azione. Sancirono come carte e dichiarazioni di una nuova classe vincente principii in contrasto stridente col passato, un gruppo omogeneo le affermò e proclamò con ideologie a netti contorni. In epoca successiva le costituzioni “concessive” dei principi segnarono la presa di atto di una irrevocabile situazione rivoluzionaria, anche laddove la lotta non era stata così aperta e vittoriosa.
Oggi tutti quei signori di Montecitorio sono allo stesso grado conformisti. Chierici tutti. Voci “laiche” nel senso storico non se ne sono, lì dentro, sentite. Una complicità da congrega li associa, nei loro urti, intrighi e complotti.
Nell’atteggiamento dei “comunisti” alla Costituente non è grave dunque lo smantellamento della tesi che uno Stato borghese e democratico-parlamentare come questa povera Italietta possa ben stare sotto le ali della Chiesa, constatazione storica del ponte gettato tra il regime capitalistico e la religione. Il grave è la pretesa di gettare un altro e ben diverso ponte tra i regimi proletari socialisti e il fideismo. Qui la rinnegazione del marxismo si ripete e si riconferma.
Ne avremmo un solo esempio storico ed è la Russia. Ivi non solo vi sarebbe libertà di coscienza religiosa (e quale mai posto nel materialismo dialettico trovano i termini “libertà”, “coscienza”, e la loro correlazione?), ma la stessa Chiesa, avendo rinunziato alla difesa del vecchio Regime Zarista di cui era alleata, viene oggi ammessa dallo Stato, e la sua propaganda ha collaborato in guerra con quella nazionale nello spingere le masse militari alla lotta.
La questione è di una portata imponente. Essa presenta due conclusioni: o quella di Togliatti che la religione e il socialismo non sono in antitesi, o l’altra che siamo in presenza di una nuova prova che il regime di Mosca non ha più carattere socialista e proletario. Comunque un’altra verità pacifica è che al fine di lanciare milioni di esseri umani nel mattatoio bellico la fede nell’oltretomba è un fattore prezioso.
Poiché tutti i politici e i giornalisti stanno a chiedersi che cosa pensa il capo dei comunisti italiani quando li sorprende – ci vuole poco – colle sue mosse e le sue tesi, ci proveremo a illuminarli col dire che egli, nel raggio del futuro praticamente indagabile dalla sua mente concreta, si chiede se la interchiesa mondiale di domani sarà o meno un monopolio e un possente atout del blocco occidentale. Nella gara a chi potrà con successo maggiore sfruttare la voga dell’odio al fascismo e al nazismo, si inserisce un’altra gara, vecchia quanto la storia umana, a chi potrà meglio utilizzare, per la sua bandiera di commercio e di guerra, la popolarità del buon Dio. Purtroppo il cumulo della sagacia della romana curia e della tenacia del pestifero puritanesimo anglosassone ci fanno vedere la bilancia pendere dal lato opposto a quello palmiresco. Togliatti si induce a fare un po’ di credito a Dio, De Gasperi avalla la cambialetta, ma con la comoda reservatio mentalis che Dio non paga il sabato… Si troverà poi sempre un Calosso per credere che ad essere fatto fesso è stato il prete.
Troppi spunti offrirebbe nei suoi innumeri e malconnessi articoli il progetto di costituzione, e il suo rabberciamento col metodo parlamentare, che più che mai mostra di essere putrescente.
Si è voluto dare un contenuto comune a tutti i gruppi del presente aggregato politico, derivati, come si deve far credere al grosso pubblico, dall’abbattimento del fascismo, trovando una nota, una almeno, accettabile per tutti. Se andiamo in senso contrario alla “statolatria” fascista, non ci resta che fare leva sull’Individuo, e sulla sacra ed inviolabile dignità della persona umana. E dall’altra parte abbozzare alla meglio un decentramento burocratico colla creazione di altri organi parassitari e confusionisti – se non camorristici – quali saranno le amministrazioni regionali. Temi tutti che si prestano a suggestive illustrazioni.
Lasciamo la teoria. Mentre la realtà di oggi più che mai dimostra la sua caratteristica saliente nello irretire, nel soffocare quel povero individuo, quella disgraziata persona, nelle strette senza complimenti dei centri organizzati, mentre gli stessi Stati minori perdono ogni residuo di funzione autonoma in tutti i campi ad opera delle pressioni e dei brutali interventi dei grossi mostri statali (vedi per ultimo episodio il colpo di tallone in Grecia e Turchia), qui ci corbelliamo col ricostruire cartaceamente la lacerata libertà del singolo e della regione.
Su quei principii “sacri e inviolabili” convengono nel nirvana conformistico tutte le multicolori ideologie rappresentate a Montecitorio: trascendentalisti cui occorre dare all’individuo il libero arbitrio (poiché altrimenti come farebbe dopo morto ad andare all’inferno?); immanentisti che, dalla libertà dell’Io di attuarsi nella eticità dello Stato, debbono derivare la facoltà di disporre vuoi del proprio patrimonio vuoi del proprio lavoro, ossia la libertà di comprare e di vendere tempo umano; materialisti e positivisti che, avendo tra tutti fatto un informe pasticcio di marxismo, da un lato col più volgare cinismo, dall’altro colla più lacrimogena filantropia, non sapevano quale parola più comoda della libertà potesse indurre gli elettori a fare la estrema fesseria di designarli a prendere il posto dei gerarchi di Mussolini.
Quando una cosa è divenuta sacra e inviolabile per tutti, in quanto in quattrocento discorsi non uno tenta di intaccarla, questa è la prova certa che se ne fregano tutti nella stessa suprema misura. Vada questo finale conforto al cittadino elettore che si paga a prezzo da borsa nera la compilazione della carta costituzionale.
Vi è il piatto forte nel contenuto economico e sociale della costituzione repubblicana. Si fa il passo audace di menzionare qua e là insieme al cittadino anche il lavoratore. Abbiamo una repubblica fondata sul lavoro, o sui lavoratori? L’uno e l’altro, in quanto tutti gli Stati borghesi odierni sono fondati sullo sfruttamento sia del lavoro che dei lavoratori da parte del capitale. Come le fondazioni sopportano il peso dell’edifizio, così i lavoratori italiani tengono sulle spalle il peso di questa repubblica fallimentare.
Le espressioni letterali sono state felici. La più comoda era stata purtroppo sfruttata dai fascisti: l’Italia è una repubblica sociale.
Anche questa evoluzione di attitudini è perfettamente consona a tutto lo sviluppo del ciclo borghese. Agli inizi la mentalità e l’ordinamento democratico non tollerano che si parli di lavoratore e non di cittadino, di questione sociale e non politica. Il cittadino può credere di essere uguale a tutti gli altri, il lavoratore capisce di essere uno schiavo. La politica del Capitale è uguaglianza di diritti, la sua sociologia è lo sfruttamento.
Ma in un secolo la difensiva borghese ha avuto agio di cambiare i suoi fronti polemici. Riformismo prima, fascismo dopo, hanno portato sulla scena le misure sociali ed il lavoro. Non riportiamo qui questa dimostrazione, che è al centro di tutto il nostro compito di analisi e di ricerca.
Il liberale e il giacobino puro non esistono più. Il sindacato economico proibito nella prassi iniziale della rivoluzione borghese viene prima ammesso, poi corrotto, poi inquadrato nello Stato. Il gioco delle iniziative economiche che all’inizio deve per sacro canone (versione diretta di quello sgonfione della inviolabilità della persona) essere incontrollato, vede interventi sempre più fitti e diretti del potere politico, in nome dell’interesse sociale!
Ma al mondo borghese liberale puro e socialinterventista, contrapponiamo, noi socialisti conseguenti, una idealizzazione, una mistica, una demagogia del lavoro e del lavoratore? Mai più. Ecco un altro punto che merita di essere chiarito e liberato da ostinate incrostazioni.
Quando gli schiavi lottarono per emanciparsi, proposero una repubblica di schiavi, o una senza schiavi? Gli operai di oggi lottano per una società senza salariati.
è fare filosofia definire il lavoro come attività umana generale sulla natura senza dedurne subito l’analisi dei diversi rapporti sociali in cui il lavoro stesso si inquadra. La lotta proletaria non tende ad esaltare ma a diminuire il dispendio di lavoro, e si basa sulle enormi risorse della tecnica odierna per avanzare verso una società senza sforzi lavorativi imposti, in cui la prestazione di ciascuno si farà allo stesso titolo con cui si esplica ogni altra attività, abbattendo progressivamente la barriera tra atti di produzione e di consumo, di fatica e di godimento.
Non per nulla i regimi fascisti parlano largamente di lavoro, e la carta mussoliniana si chiamò carta del lavoro. La stessa falsa demagogia guida la prassi “sociale” dei modernissimi regimi. Dove essi, tutti, scrivono di esigenze sociali noi leggiamo: esigenze borghesi di classe.
La classe operaia non può considerare come una sua conquista l’enunciato che nelle istituzioni entra il lavoratore.
Il programma di trapasso dei comunisti tra l’epoca capitalista e quella socialista non è una repubblica in cui i borghesi ammettono i lavoratori, ma una repubblica da cui i lavoratori espellono i borghesi, in attesa di espellerli dalla società, per costruire una società fondata non sul lavoro, ma sul consumo.
Il postulato politico della classe operaia non è il trovare un posto nello Stato costituzionale presente, in quanto i posticini vi sono solo “per quelli dei membri della classe dominante che ogni tanti anni gli operai possono scegliere a rappresentarli” (Marx).
Il suo postulato sociale non è nemmeno di trovare un posto nella gestione dell’azienda. Nemmeno la fabbrica è l’ideale cui tendono le conquiste del socialismo. Se Fourier chiamò le fabbriche capitalistiche ergastoli mitigati, Marx, ricordando le inglesi “case di terrore” per i poveri, dice che questo ideale si realizzò nella manifattura borghese, e il suo nome fu: “fabbrica”! Tutto il riformismo moderno sulla tecnica produttiva non cessa di avere a scopo il prodotto e non il lavoratore; forse non tutti sanno che le recentissime fabbriche di motori in America si fanno senza finestre perché il pulviscolo atmosferico disturba le lavorazioni meccaniche di precisione, e occorre un ambiente condizionato per temperatura, umidità ecc. Da ergastolo a tomba.
Quanto ai metodi russi di ultralavoro viene anche a mente un passo di Marx: “A Londra lo stratagemma che si usa nelle fabbriche per la costruzione di macchine è che il capitalista sceglie come capo-operaio un uomo di gran forza fisica e sollecito nel lavoro. Gli paga tutti i trimestri e ad altre epoche un salario supplementare, a patto che esso faccia tutto il suo possibile per eccitare i suoi collaboratori, i quali non ricevono che il salario ordinario, a gareggiare di zelo con lui…” (Il Capitale, I, IV, 3).
Basta col fare sgobbare, basta con lo spingere le masse coi metodi che derivano da quelli che si applicavano agli schiavi, se non al bestiame da lavoro e da macello. Al quale, tuttavia, non si imponeva nella costituzione di credersi sacro e inviolabile, né risuscitabile dopo essere stato mangiato.
La elaborazione contenuta in questo studio, di cui iniziamo la ordinata pubblicazione, e di cui sono già apparsi due capitoli, quello sulla Russia nel n. 1, e quello sulla formazione dello Stato borghese italiano nel n. 2 di Prometeo, è il risultato del riesame compiuto da gruppi della Sinistra comunista italiana su tutte le posizioni del movimento sociale e politico, nella situazione succeduta ai seguenti fondamentali eventi:
1) La crisi della Internazionale Comunista, costituita a Mosca nel 1919, e del Partito Comunista d’Italia, fondato a Livorno nel 1921, che condusse tra l’altro all’aperta rottura, fin dal 1926, tra i dirigenti di Mosca e la corrente centrista loro rappresentante in Italia, e la tendenza di sinistra; nonché la crisi dello Stato proletario russo.
2) L’affermarsi in Italia ed altri paesi delle nuove forme totalitarie e dittatoriali del dominio borghese.
3) La seconda grande guerra mondiale e l’infeudamento dei partiti socialisti e comunisti alla propaganda bellica delle democrazie capitalistiche.
4) Lo schiacciamento militare dello Stato italiano, la caduta del regime di Mussolini, la stipulazione dell’armistizio tra il governo della coalizione antifascista e le potenze vincitrici.
Il divenire della società borghese capitalistica, le sue tendenze economiche più recenti, il significato dell’imperialismo e delle grandi guerre mondiali, il significato dei moderni regimi totalitari in rapporto alla democrazia politica borghese, e, per contrapposto, le vicende del movimento della classe proletaria, le crisi della II e III Internazionale, la sorte delle grandi battaglie rivoluzionarie sono trattati in questo riesame generale, in parte condotto mentre ancora durava la guerra contro la Germania sul territorio italiano.
In dipendenza da una restaurazione di questi valori critici, che proietti un fascio di luce nel caos dei vuoti ideologismi e delle false parole lanciate da ogni parte alle masse lavoratrici italiane, potrà determinarsi la reale tendenza a trarre da un agglomerato sociale oggi disperso, tormentato ed amorfizzato un inquadramento che serva di base ad un vittorioso affermarsi del partito politico di classe del proletariato, collegato con l’affermarsi dell’Internazionale proletaria e sulla linea delle tradizioni rivoluzionarie nel campo della dottrina e dell’azione.
Il corso storico del movimento di classe del proletariato
Guerre e crisi opportunistiche
Le prime manifestazioni di una attività di classe del proletariato accompagnano fin dal suo inizio l’avvento del regime borghese. Subito dopo avere offerto al Terzo Stato rivoluzionario tutto il suo appoggio e la sua alleanza, il Quarto Stato, ossia la classe dei lavoratori, tenta di spingersi innanzi, attendendo di vedere subito mantenute le promesse che la giovane borghesia ha largite ai propri associati. I primi scontri si verificano subito, e la stessa impalcatura terroristica, che la borghesia ha adoperato per stroncare la contro-rivoluzione feudale, viene prontamente rivolta contro i tentativi degli operai. Nella Rivoluzione Francese questo aspetto storico è dato dalla Lega degli Eguali, di Gracco Babeuf, che tenta, subito dopo il Terrore, un movimento per l’eguaglianza economica e sociale, e viene sommersa da una spietata repressione da parte dello Stato borghese.
Ma in tutti questi primi movimenti l’aspetto di classe della questione è ancora assai confuso. Ancora per alcuni decenni si presentano come fenomeni storici indipendenti i primi conflitti economici tra padroni delle fabbriche e salariati, che conducono in Inghilterra, in Francia ed in altri paesi anche a scontri sanguinosi, e dall’altro lato le prime enunciazioni di sistemi socialistici e comunistici, nei quali viene abbozzata una critica alla società sorta dalla rivoluzione politica borghese e la rivendicazione di un nuovo ordine sociale che sopprima la disparità economica.
I teorici di queste prime enunciazioni non pensano di affidare alle stesse masse sacrificate il compito di sopprimere l’ingiustizia economica, ma, seguitando a pensare ed agire nella scia metafisica dell’Illuminismo, pensano di fare breccia su di una vaga coscienza politica e morale collettiva, sulle stesse classi dirigenti, sui capi dello Stato, sui monarchi.
La mancanza di senso storico e scientifico di queste prime aspirazioni socialistiche giunge persino, pur di condannare la esosità dello sfruttamento capitalistico, a fare l’apologia delle cessate forme reazionarie e feudali. In sistemi più moderni, ma sempre incompiuti e inadeguati, vengono accettati dai primi socialisti tutti i postulati e i risultati della rivoluzione borghese democratica, e se ne cerca affannosamente uno sviluppo storico continuo, che possa innestare ad essi le ulteriori rivendicazioni capaci di ridurre la enorme e crescente distanza economica tra le classi privilegiate del padronato ed i lavoratori nullatenenti.
Una delle caratteristiche essenziali della nuova dottrina del movimento proletario, quale viene proclamata dal Manifesto dei Comunisti di Marx ed Engels nel 1848, insieme ai due capisaldi della concezione materialistica della storia e della teoria economica del plusvalore, è il superamento critico di ogni forma di utopismo. L’aspirazione alla società comunistica non appare più come un progetto di società futura che debba prevalere per le adesioni che raccolgono l’equità e la perfezione del suo tracciato, ma diventa il contenuto stesso e lo svolgimento ultimo della incessante lotta di classe tra capitalisti e lavoratori, che accompagna in tutto il suo procedere storico il regime borghese. L’avvento del socialismo non è un complemento ed una integrazione della democrazia liberale, ma è una nuova fase storica che dialetticamente la nega, e che succede ad essa soltanto attraverso l’acme insurrezionale del conflitto di classe.
Mentre, per tal modo, sono stabilite le basi della teoria comunista, grandeggia in tutti gli angoli del mondo capitalistico il movimento del proletariato. Il singolo lavoratore, a cui la conquistata libertà di vendere le sue braccia e l’ambiente giuridico e psicologico individualistico creato dalla rivoluzione borghese non creano altra alternativa alla accettazione supina delle condizioni padronali che la morte per indigenza, reagisce a questa inferiorità adoperando nella pratica e prima di averne coscienza teorica una nuova arma: l’associazione economica. Al mondo della libertà individuale illimitata, che economicamente vale la facoltà di sfrenata concorrenza, per la quale il padronato ha buon gioco nel sostituire un nuovo affamato a quello che rifiuti la condizione di impiego, si va sostituendo un mondo nuovo: quello della organizzazione sindacale, che tratta in nome collettivo le condizioni di lavoro per tutti i suoi membri, e che agisce tanto più efficacemente quanto maggiore è il numero dei salariati che essa riesce ad inquadrare.
Il sistema teorico del diritto borghese liberale respinge dapprima questa nuova forma, in quanto la sua tendenza consiste nel non ammettere tra l’individuo e lo Stato altra impalcatura che quella del meccanismo elezionistico di deleghe, che non si presta a diventare un’arma dell’azione autonoma di classe. Quindi la borghesia, nella prima sua fase, condanna l’organizzazione economica dei lavoratori, vieta con le sue leggi gli scioperi, e li respinge con la sua polizia.
Ma ben presto, col passaggio alla seconda fase apparentemente pacifica del liberalismo, la borghesia ravvisa il suo interesse nel consentire come legale l’organizzazione economica dei lavoratori. Quando questa è vietata con mezzi di stato, il proletariato viene spinto più direttamente nella lotta politica, e viene accelerata la formazione della sua coscienza di classe; e ciò rende palese che le conquiste sindacali, se valgono a migliorare per il momento il trattamento che i lavoratori subiscono, non risolvono il problema sociale se non viene affrontata la forza dominante del potere politico e dello Stato.
Chiarissimo compito, da questo momento, del partito politico della classe operaia è quello di fare leva su tutte le agitazioni economiche dei lavoratori al fine di stabilire una maggiore solidarietà tra le varie categorie di mestiere, tra i lavoratori delle varie città e delle varie nazioni, trasformando il movimento in uno sforzo generale di tutte le classi operaie contro i cardini delle istituzioni capitalistiche, ed inducendo i lavoratori a preoccuparsi dei rapporti generali di tutta l’economia e di tutta la politica nazionale e mondiale.
Il passaggio dalle singole e locali agitazioni economiche al movimento politico generale del proletariato si presenta come una estensione della base del movimento nello spazio, al di là dei limiti delle frontiere, ed una estensione del suo processo nel tempo, facendone obiettivo le realizzazioni che stanno al termine di tutto il ciclo del movimento della classe proletaria entro e contro il mondo borghese. Tale compito è assolto dalla I Internazionale dei Lavoratori, che tuttavia non può non trovarsi tra molteplici ostacoli per la immaturità delle condizioni storiche generali.
La stessa prospettiva di attuare la prima rivoluzione nella diretta scia della terza grande rivoluzione borghese nella Germania del 1848, essendosi risolta in una sconfitta delle forze proletarie, contemporanea a quella riportata in altri paesi, e particolarmente in Francia, pone il movimento classista dinanzi a difficoltà e incertezze nella dottrina e nella organizzazione, per le interferenze con influenze borghesi, che si manifestano o in tendenze pseudo-socialiste vagamente illuministiche e umanitarie, o nei successi del movimento anarchico, il quale, fin dal primo momento, si pone in antitesi con quello comunista marxista. L’anarchismo presenta una soluzione apparentemente più radicale del problema della rivoluzione, volendo sopprimere in una sola grande giornata della guerra di classe Dio, il padrone e lo Stato. In realtà, a tale concezione, importante per il fatto che concepisce come punto di arrivo una società senza sfruttamento economico e quindi senza potere statale, esattamente come la concepisce il comunismo, manca la giusta valutazione storica del processo propria del marxismo, secondo la quale il rovesciamento del potere politico della borghesia e la costruzione di uno Stato politico del proletariato sono i soli mezzi reali che rendono possibile la distruzione del privilegio economico capitalistico; e soltanto i proletari, inquadrati nel loro cosciente movimento politico di partito, possono essere i protagonisti della battaglia. L’anarchismo, all’opposto, pone i suoi postulati come rivendicazioni metafisiche dell’Uomo in quanto tale, considera le fasi storiche che condizionano l’ulteriore processo soltanto come arbitrarie imposizioni ad una naturale libertà ed eguaglianza insite nell’individuo; ed in ultima analisi, malgrado la predicazione dell’impiego dei mezzi della lotta armata, ricade nella sterilità di ideologismi borghesi.
Il movimento internazionalista esce dalla crisi della lotta tra Marx e Bakunin, se si guarda il processo internazionalmente e nei grandi tratti, all’incirca nella fase culminante del secondo stadio del ciclo politico borghese, quando cioè il capitalismo, ormai sicuro dai pericoli di ritorni feudali e non ancora seriamente minacciato dalla rivoluzione proletaria, attua al massimo in politica il regime democratico-parlamentare, e sembra per alcuni decenni lontano da grandi conflitti militari di portata europea e mondiale.
In tale fase il movimento proletario, riorganizzato nella II Internazionale, e basato sul fiorire in tutti i paesi di vaste organizzazioni sindacali e di grandi partiti socialisti con larghe rappresentanze parlamentari, pur proclamando la sua ortodossia teorica ai dettami marxistici, si orienta progressivamente verso nuove concezioni revisionistiche, che, quasi insensibilmente, conducono ad abbandonare in realtà quella ortodossia.
Il revisionismo in senso riformista svolge la dottrina che il capitalismo dovrà, sì, far luogo alla economia socialistica, ma che la trasformazione non comporta necessariamente la catastrofe rivoluzionaria e l’urto armato delle classi. Lo Stato borghese può essere, secondo questa concezione, progressivamente permeato di influenza proletaria, in maniera da trasformare con successive misure legali e riforme sociali il carattere della organizzazione economica. La massima importanza va quindi data da una parte alle quotidiane conquiste sindacali, dall’altra alla legislazione sociale provocata dalle sempre più numerose rappresentanze socialiste nei parlamenti borghesi. L’ala destra di questa corrente, sia pure contro le resistenze della parte migliore dei socialisti, propone apertamente l’alleanza coi partiti borghesi di sinistra nelle elezioni, ed anche la partecipazione con ministri socialisti ai governi borghesi (possibilismo).
Un’altra corrente revisionistica, il sindacalismo rivoluzionario, sembra reagire al revisionismo riformistico, in quanto proclama contro il metodo della collaborazione sindacale e parlamentare quello dell’azione diretta, e soprattutto dello sciopero generale, che dovrebbe giungere fino alla espropriazione dei capitalisti; ma in realtà smarrisce anch’esso la giusta via rivoluzionaria, sia perché sorge da tendenze neo-idealistiche e volontaristiche borghesi, sia perché crede erroneamente che la sola organizzazione economica possa assolvere tutto il compito della lotta di emancipazione del proletariato, sostituendo la formula: “Il sindacato contro lo Stato” alla formula marxista: “Il partito politico operaio di classe e la dittatura del proletariato contro lo Stato della borghesia”. Le degenerazioni del riformismo avevano condotto la cosiddetta sinistra sindacalista a confondere azione politica con azione elettorale e parlamentare mentre forma storicamente squisita dell’azione politica svolta a mezzo del partito dev’essere ritenuta l’azione di combattimento rivoluzionario.
In tale situazione, e non senza la opposizione dei socialisti marxisti rivoluzionari coerenti in tutti i paesi alla dottrina politica fondamentale del proletariato, l’Internazionale proletaria si trovò di fronte ai problemi del dilagante imperialismo e della guerra per i mercati.
Nella Prima Guerra Mondiale, come purtroppo i rivoluzionari delusi dovettero convenire con i reazionari borghesi trionfanti, si verificò il fallimento del piano politico della II Internazionale, per cui lo scoppio della guerra fra gli Stati doveva essere accolto come il momento migliore per l’insurrezione di classe in tutti i paesi e l’assalto al potere della borghesia. I singoli partiti socialisti quasi dovunque si unirono invece alla politica dei rispettivi Stati, sostituendo alla parola della lotta di classe quella della solidarietà nazionale.
Il proletariato, che, secondo il Manifesto dei Comunisti, non aveva da perdere che le proprie catene, avrebbe scoperto, secondo le dichiarazioni dei suoi capi, che aveva molti patrimoni da salvare: la libertà e l’indipendenza della patria, e (secondo la concezione che la mobilitazione dell’ideologia delle masse da parte dei loro dominatori realizzò come parallelo alla mobilitazione delle loro braccia per la guerra) il contenuto democratico della rivoluzione borghese. Un immaginario fantasma era sorto nel mondo a minacciare queste preziose conquiste, ed era il ritorno di un Medio Evo dispotico, assolutista, teocratico, feudale, impersonato nei regimi degli Imperi Tedeschi. La teoria che, falsificando ogni valutazione marxista della storia contemporanea, riduceva a questo preteso pericolo i moventi dell’azione e della politica proletaria, ebbe anche in Italia il suo successo, e fu rappresentata dal movimento interventista, che appoggiò la partecipazione alla guerra a fianco dell’Intesa, e fu capitanata dallo stesso uomo che venne poi a capo del regime fascista.
Nel seno del movimento proletario, la reazione a questo disastro teorico organizzativo e politico fu rappresentata dalle forze che fondarono la Terza Internazionale, stringendosi intorno al partito proletario rivoluzionario di Lenin, che attuò in Russia la prima vittoria del proletariato nella lotta per la conquista del potere in un grande paese.
A venti anni di distanza, ed in presenza della seconda delle grandi guerre imperialistiche, la presentazione della situazione mondiale, attuata con mezzi ancora più imponenti al fine di imprigionare la ideologia delle classi proletarie, è stata perfettamente analoga a quella della Prima Guerra Mondiale. Anche questa volta la propaganda dell’imperialismo capitalistico ha lavorato, da ciascuna parte del fronte, a costruire un miraggio artificiale, in nome del quale la classe operaia di ogni paese dovesse desistere da ogni idea di battaglia sociale, ed unire le sue forze a quelle degli Stati dominanti in nome della solidarietà nazionale.
Tanto fascisti e nazisti, quanto democratici nell’altro campo, si sono battuti in sostanza sotto la stessa parola d’ordine: concetto di popolo al posto di concetto di classe, combinazione politica di tutti i partiti nazionali nella guerra e per lo sforzo di guerra. In Italia, in sostanza, è la stessa parola che da tutte le tribune viene lanciata alle masse aspettanti, prima e dopo il 25 luglio, di qua e di là dal fronte mobile che distingueva le due Italie: unità nazionale, unione di tutte le classi, guerra e vittoria.
Per quanto riguarda il campo nel quale di fatto ci troviamo, il fantasma del 1914 è stato ricostruito con maggiore abilità e con le più potenti risorse che i mezzi tecnici moderni hanno dato alla propaganda: al posto di Guglielmo II dipinto dai mussolinisti di allora, vi sono oggi l’Asse nazi-fascista e le grottesche figure dello stesso Mussolini in nuova edizione e del dittatore Hitler, le cui crisi psichiatriche sarebbero divenute i motori della storia al posto dei contrasti degli interessi economici e dei privilegi sociali.
Il proletariato mondiale non avrebbe altro dovere che quello di schierarsi tutto da una delle due parti del fronte: di qua deve essere soldato disciplinato, di là rivoluzionario disfattista; e, come s’intende, passando il fronte, si trova l’armamentario propagandistico esattamente capovolto.
Il problema è di una portata formidabile, ma va senz’altro affermato che la restaurazione dell’orientamento politico del proletariato non si può conseguire senza spezzare spietatamente questo apparato gigantesco di falsificazioni.
Non vi può essere che la scelta tra la tesi che è patrimonio comune di tutti gli uomini moderni di qualunque condizione sociale la difesa di una serie di conquiste minacciate dal fantasma della reazione fascista, e che questo pericolo giustifichi la messa da parte di ogni rivoluzione e lotta di classe; e il sistema di tesi su cui ripetute volte si edificò, s’inquadrò e si lanciò nell’azione storica il movimento di emancipazione del proletariato. Se questo movimento può ancora ricostruirsi e prepararsi a nuove battaglie, esso lo può solo, nazionalmente ed internazionalmente, liberandosi dagli schemi delle dottrine di solidarietà classista costruite da una parte con le mistiche e le teologie della patria e della razza, e dall’altra con quelle del liberalismo ad uso interno ed esterno, di cui sarebbero depositari per tradizione di onestà e di gentilhommerie politica taluni paesi del mondo capitalistico.
Come la III Internazionale fu fondata da Lenin e condotta alla grande vittoria rivoluzionaria di Russia partendo dalla critica dell’opportunismo social-democratico e social-patriottico, che aveva determinato il fallimento della II, così il primo passo verso il risorgere della Internazionale rivoluzionaria del proletariato è la critica al neo-opportunismo in cui la III Internazionale stessa è caduta, raggiungendo la sua liquidazione anche in forma ufficiale. Il fenomeno, anzi, risulta più imponente per la sua gravità e la sua estensione nella attuale crisi del movimento proletario, che ha accompagnato la seconda grande guerra mondiale.
Con la parola “opportunismo” non si volle esprimere, negli anni 1914-1919, un semplice giudizio morale sul tradimento dei capi del movimento rivoluzionario, che, nel momento decisivo, si rivelarono agenti della borghesia, diffondendo parole d’ordine diametralmente opposte a quelle della propaganda che avevano svolta per anni. L’opportunismo è un fatto storico e sociale, è uno degli aspetti della difesa di classe della borghesia contro la rivoluzione proletaria; anzi può dirsi che l’opportunismo delle gerarchie proletarie è l’arma principale di questa difesa, come il fascismo è l’arma principale della strettamente connessa contro-offensiva borghese; sicché i due mezzi di lotta si integrano nello scopo comune.
Nello stadio imperialistico il capitalismo, come cerca di dominare in una rete centrale di controllo le sue contraddizioni economiche e di coordinare in una elefantiasi dell’apparato statale il controllo di tutti i fatti sociali e politici, così modifica la sua azione nei riguardi delle organizzazioni operaie. In un primo tempo la borghesia le aveva condannate, in un secondo tempo le aveva autorizzate e lasciate crescere, in un terzo tempo essa comprende che non può né sopprimerle, né lasciarle svolgere su piattaforma autonoma, e si propone di inquadrarle con qualunque mezzo nel suo apparato di stato, in quell’apparato che, esclusivamente politico agli inizi del ciclo, diventa nell’età dell’imperialismo apparato politico ed economico al tempo stesso, trasformandosi lo Stato dei capitalisti e dei padroni in Stato-capitalista e Stato-padrone. In questa vasta impalcatura burocratica si creano dei posti di dorata prigionia per i capi del movimento proletario. Attraverso le mille forme di arbitrati sociali, di istituti assistenziali, di enti con apparente funzione di equilibrio fra le classi, i dirigenti del movimento operaio cessano di essere poggiati sulle sue forze autonome, e vanno ad essere assorbiti nella burocrazia dello Stato.
Com’è comprensibile, questa gerarchia, mentre demagogicamente adopera il linguaggio dell’azione di classe e delle rivendicazioni proletarie, diviene impotente ad ogni azione che si ponga contro l’apparato del potere borghese.
La caratteristica dell’opportunismo è data dal fenomeno per i quali nei momenti critici della società borghese, che erano appunto quelli in cui si intendeva lanciare la parola per le massime azioni proletarie, gli organi direttivi della classe operaia “scoprono” che è invece necessario lottare per altri obiettivi, che non sono più quelli di classe, ma che rendono necessaria una coalizione tra le forze di classe del proletariato ed una parte di quelle borghesi.
Poiché la coscienza politica dei lavoratori riposa soprattutto nella vigoria e nella continuità di azione del loro partito di classe, allorché i capi, i propagandisti, la stampa di questo, improvvisamente, all’aprirsi di situazioni decisive, parlano l’inatteso linguaggio che viene loro ispirato dalla riuscita manovra della mobilitazione degli opportunisti da parte della borghesia, segue il disorientamento delle masse, ed il fallimento pressoché sicuro di ogni tentativo di azione indipendente.
Allorché l’opportunismo della II Internazionale, aprendo un vero baratro sotto i piedi del proletariato in marcia, “scoprì” che gli obiettivi del socialismo dovevano essere posti da parte, e che si doveva passare a combattere per quelli della indipendenza nazionale o della democrazia occidentale (in Germania si trattava di lottare per la cultura e la civiltà contro la reazione zarista ed asiatica…), tuttavia i capi opportunisti affermarono che si trattava soltanto di concedere alla borghesia una tregua momentanea, e che, terminata la guerra, la lotta di classe e l’internazionalismo sarebbero stati rimessi in onore. La storia mostrò la fallacia di tale promessa poiché, quando il proletariato in Russia – vittoriosamente – ed in altri paesi passò alla lotta contro il potere borghese, l’impalcatura delle gerarchie opportuniste social-democratiche si unì ai borghesi più reazionari nell’intento di sconfiggere la rivoluzione.
Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, l’opportunismo che ha conquistato le file della III Internazionale – il cui processo storico va meglio indagato in ordine a quello svoltosi in Russia dal 1917 ad oggi – ha dato una parola più spinta in senso disfattista di quella del classico opportunismo sbaragliato da Lenin. Secondo il piano dei nuovi opportunisti, la borghesia otterrà una tregua ad ogni lotta di classe, ed anzi una diretta collaborazione nei governi nazionali come nella costruzione di nuovi organismi internazionali, non solo per tutto il periodo della guerra e sino alla sconfitta del mostro nazista, ma per tutto un periodo storico successivo, di cui non si intravede il termine, durante il quale il proletariato mondiale dovrebbe vigilare, in combutta con tutti gli organismi dell’ordine costituito, a che il pericolo fascista non risorga, e collaborare alla ricostruzione del mondo capitalistico devastato dalla guerra (e per ciò si intende dalla guerra dell’Asse). Quindi l’opportunismo non promette neanche più di ritornare dopo la guerra alla autonomia dell’azione di classe dei lavoratori.
Questa collaborazione nel ricostruire l’accumulazione capitalistica incendiata nella tragedia bellica non è in realtà che il più feroce asservimento delle forze del lavoro ad una doppia estorsione: quella che genera il normale profitto del padronato, e quella che andrà a ricostruire il colossale valore del capitale distrutto. Questa fase sarà per le classi dominate più onerosa sotto altre forme di quella sanguinosa della guerra, ed il nuovo organismo internazionale a cui si vuole assicurare la collaborazione proletaria, sotto il pretesto di garantire la sicurezza e la pace, sarà il primo esempio di una impalcatura conservatrice mondiale, diretta a perpetuare l’oppressione economica e spezzare ogni conato rivoluzionario.
Nella costruzione del programma politico del partito comunista internazionalista, che abbia lo stesso compito che ebbero dal 1914 al 1919 i gruppi della II Internazionale lottanti contro l’opportunismo, dovranno essere precisati come caposaldi di una piattaforma di opinione, di organizzazione e di battaglia i giudizi e le posizioni verso tutti questi fenomeni dominanti il mondo moderno e la svolta storica che attraversiamo rendendo questa precisazione del tutto coerente alle tradizioni del marxismo rivoluzionario.
È un processo storico normale che la classe borghese riesca a far combattere la classe operaia, per realizzare i suoi postulati, non solo quando questi hanno un valore storico rivoluzionario (come nella Francia dell’89, nella Germania del ’48, nella Russia del 1905 e del febbraio 1917), ma anche quando si tratta di altre meno decisive svolte storiche del divenire capitalistico. Non appena le falangi proletarie hanno assolto il loro compito di potenti alleati, e tentano sullo slancio degli eventi di rappresentare una parte autonoma, la borghesia, anche senza il bisogno di sostituire gli inquadramenti politici che adoperano le sue ideologie di sinistra, impiega il potere statale saldamente conquistato per battere e disperdere con la violenza le formazioni proletarie (come in Francia nel 1848 e nel 1871, in Germania nel 1918, in Russia, rimanendo per la prima volta sconfitta, dal 1917 al 1920.
Il partito di classe del proletariato deve saper prevedere che anche al termine di questa guerra, dopo il clamoroso invito seguito da vasti successi a dare man forte alla borghesia dei paesi alleati nella lotta contro il fascismo (invito a cui hanno risposto non solo i capi opportunisti del movimento operaio in tutti i paesi, ma anche gruppi generosi ed ingannati di combattenti partigiani) seguirà, come già è seguita in molti paesi cosiddetti liberati, una repressione non meno decisa di quella fascista, contro i tentativi di questi organismi irregolari armati di realizzare obiettivi propri ed autonomi, e mantenere localmente il potere conquistato combattendo contro i tedeschi ed i fascisti.
Lo stesso movimento di organizzazione economica del proletariato verrà imprigionato, esattamente con lo stesso metodo inaugurato dal fascismo, ossia con il tendere verso il riconoscimento giuridico dei sindacati, che significa la loro trasformazione in organi dello Stato borghese. Riuscirà palese che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista (laburismo in Inghilterra, economismo in Russia, sindacalismo puro in Francia, sindacalismo riformista alla Cabrini-Bonomi e poi Rigola-D’Aragona in Italia) coincide sostanzialmente con quello del sindacalismo fascista, del corporativismo di Mussolini, e del nazional-socialismo di Hitler. La sola differenza è che il primo metodo corrisponde ad una fase in cui la borghesia pensa soltanto alla difensiva contro il pericolo rivoluzionario, il secondo alla fase in cui, per il grandeggiare della pressione proletaria, la borghesia passa all’offensiva. In nessuno dei due casi essa confessa di fare opera di classe; ma proclama sempre di voler rispettare il soddisfacimento di certe esigenze economiche dei lavoratori, e di voler attuare una collaborazione di classe.
Poiché la seconda situazione, della contro-offensiva fascista (che accelera l’insidioso assorbimento opportunista del movimento operaio fra i viscidi tentacoli della piovra statale, passando alla sua aperta e violenta demolizione), si verifica generalmente nei paesi sconfitti o duramente provati dalla guerra, questa volta la coalizione contro-rivoluzionaria mondiale si guarderà bene dall’abbandonare incontrollati i territori dei paesi vinti, ma vi instaurerà una guardia di classe internazionale, vi permetterà soltanto organizzazioni controllate ed amministrate, vigilerà, come si annunzia, per molti anni, ad impedire non già le pretese dittature di destra, ma qualsiasi forma di agitazione sociale.
Saranno così controllati non solo i paesi vinti, ma gli stessi paesi alleati liberati dall’occupazione nemica. Di più, si attuerà una dittatura dei grandi agglomerati statali. Gli Stati minori cadranno in un regime coloniale, non avranno né economia suscettibile di vita propria, né autonomia di amministrazione e di politica interna, e tanto meno apprezzabili forze militari suscettibili di libero impiego.
Una situazione analoga, ma meno delineata, si ebbe in Europa tra le due guerre, dopo la pace di Versaglia, ispirata al clamoroso inganno delle ipocrite ideologie wilsoniane. Si parlò, allora, nelle tesi comuniste, di oppressione nazionale e coloniale, parallela all’oppressione di classe che l’imperialismo esercitava nelle metropoli. Oggi, con una America non più simulante il suo isolazionismo, ma interveniente in pace non meno che in guerra negli affari di tutti i continenti, sarà più proprio parlare di una oppressione statale, di un vassallaggio dei piccoli Stati borghesi rispetto ai grandi e pochi mostri statali imperiali, così come vassalli di questi sono i padroni terrieri ed i neo-capitalisti nei paesi dei popoli di colore.
Invece di un mondo di libertà, la guerra avrà recato un mondo di maggiore oppressione. Quando il nuovo sistema fascista, apporto della più recente fase imperialistica dell’economia borghese, lanciò un ricatto politico e una sfida militare ai paesi in cui la passatistica bugia liberale poteva ancora circolare, superstite di una fase storica superata, tale sfida non lasciava all’agonizzante liberalismo alcuna favorevole alternativa: o gli Stati fascisti avrebbero vinto la guerra, o l’avrebbero vinta i loro avversari, ma a condizione di adottare la metodologia politica del fascismo. Nessun conflitto tra due ideologie o tra due concezioni della vita sociale, ma il necessario processo dell’avvento della nuova forma del mondo borghese, più accentuata, più totalitaria, più autoritaria, più decisa a qualunque sforzo per la conservazione e contro la rivoluzione.
Il movimento della classe operaia, che aveva reagito in modo insufficiente alle suggestioni della propaganda borghese tutta mobilitata a presentare la prima guerra mondiale imperialistica nel falso schema del conflitto tra due ideologie e due diversi destini del mondo moderno, così e più gravemente è caduto da ambo le parti del fronte nell’analoga propaganda della presentazione ideologica della guerra attuale. È indispensabile per le sorti avvenire della Internazionale rivoluzionaria che venga restaurata la posizione critica proletaria sul significato della guerra.
Gli Stati militari non entrano in conflitto per imporre al mondo regimi sociali e politici simili a quelli che vigono nel loro interno. Questa è una concezione volontaristica e teleologica: se fosse accettabile, vorrebbe dire che il metodo marxista va messo da parte.
La guerra è indubbiamente una risultante di cause sociali, ed i suoi esiti militari si inseriscono come fattori di primo ordine nel processo di trasformazione della società internazionale, interpretato materialisticamente e classisticamente. Ma ha rinnegato il marxismo chi crede che le guerre si possano spiegare col misero bagaglio teorico che ne fa altrettante crociate.
Le guerre non sono deliberate dalla ferocia o dall’ambizione di capi e di imperatori; o, per lo meno, bisogna dilemmaticamente scegliere tra questa spiegazione della storia e quella radicalmente opposta propria dei marxisti.
Molte delle guerre che precedettero la fase del modernissimo imperialismo servirono ad affrettare lo svolgersi rivoluzionario dell’epoca borghese, come avvenne soprattutto tra il 1848 ed il 1878. Ma nelle stesse guerre dell’epoca napoleonica lo schema filosofico-ideologico di spiegazione cade in clamoroso difetto.
L’Inghilterra, che sul cammino della rivoluzione capitalistica aveva di quasi due secoli preceduto la Francia, si rende, dopo la Rivoluzione Francese, fulcro delle coalizioni contro di essa, insieme alle potenze feudali ed assolutistiche di Prussia, d’Austria e di Russia. La spiegazione di questo schieramento di forze va cercata nel particolare interesse del capitalismo inglese di sfruttare la posizione strategica delle sue metropoli per la conservazione del già preponderante impero coloniale mondiale, evitando ogni costituzione di uno Stato egemonico sul continente.
Se il sofisma ideologico cade in difetto nel dar ragione dello schieramento militare degli Stati, non meno fallace esso risulta quando si tratta di chiarire la portata della vittoria dei coalizzati sulla Francia, malgrado la quale le direttive sociali e politiche dell’ordinamento borghese prevalsero nel paese vinto e in quelli vincitori.
Francesi bonapartisti e tedeschi prussiani proclamavano egualmente di essere i combattenti della civiltà e della libertà. Vincessero gli uni o gli altri, era l’inesorabile divenire capitalistico che avanzava e di ben altra potenza nella spiegazione del trapasso storico si rivela il metodo sociale classista del marxismo, fondamentalmente inconciliabile con quello volgare, scolastico e fariseo del crociatismo.
L’Inghilterra borghese ed imperiale può assistere neutrale al conflitto del 1859, ed ancora a quello del 1870, che la stessa Internazionale di Marx – pur potendo subito dopo assurgere alla classica interpretazione del giuoco delle forze di classe nell’evento storico della Comune parigina – definì alternativamente come guerra di progresso contro il bonapartismo e come guerra di oppressione del bismarckismo. E il capitalismo inglese, infatti, controllava in quel periodo che la seconda Francia napoleonica non divenisse un troppo minaccioso centro imperiale.
Nella Prima Guerra Mondiale, cresciuto in modo imprevedibile il potenziale economico del capitalismo germanico, borghesi di Francia e di Inghilterra mobilitano sfrenatamente contro il nuovo pericolo le menzogne della retorica liberale-democratica.
Lo stesso fanno nella Seconda Guerra Mondiale gli avversari della Germania, soffocando sotto l’ingombro allucinante dell’imbonitura propagandistica le basi reali del conflitto, e rimobilitando quella impalcatura di argomentazioni, che, essendo ormai storicamente più che rancide, non si possono meglio definire che col termine di “mussolinismo”.
Dal canto proprio i regimi dell’Asse impostavano la loro ostentata campagna contro quelle che definirono le “plutocrazie” su un rapporto reale, marxisticamente esatto e pienamente diagnosticato da Lenin nell’Imperialismo, ossia sulla stridente sproporzione tra la densità delle popolazioni metropolitane e l’estensione degli imperi coloniali, per cui Germania, Giappone ed Italia presentavano condizioni sociali antinomiche a quelle di Francia, Inghilterra, America ed anche Russia: ma rivelarono sia nella condotta di guerra che nello stesso controimbonimento propagandistico la loro soggezione di classe ed il loro timore reverenziale per il principio del capitalismo plutocratico e per le sue potenti cittadelle mondiali di Inghilterra e di America, che avevano attraversato gli ultimi convulsi 150 anni di storia senza fratture, nella storica continuità dei possenti apparati statali.
Il nazismo volle ricattare gli agglomerati statali nemici, perché scegliessero tra il disastro militare e la concessione all’odiato concorrente imperialista di una adeguata quota dello spazio sfruttabile del pianeta. Ma i capitalismi di Inghilterra (soprattutto) e di America subirono impassibili i rovesci militari della guerra-lampo, puntando con incredibile sicurezza e malgrado la gravità del rischio sulla lontana vittoria finale. Tale fatto storico rappresenta uno dei più mirabili impieghi di potenziale attuati nel cammino dell’umanità, ma nello stesso tempo il più grande trionfo del principio di conservazione dei rapporti vigenti, e la più grande vittoria storica della reazione.
Gli Stati dell’Asse, e soprattutto la Germania, lanciati sulla via del successo, che concepivano soltanto come un compromesso imposto al nemico sulla comune base degli schemi dell’imperialismo fascista mondiale, non tentarono neppure di sommergere almeno uno dei fortilizi avversari, quello inglese, come avrebbero potuto forse conseguire, se, invece di irradiare puntate centrifughe per tutta l’Europa, nell’Africa e poi verso l’Oriente russo (al fine di assicurarsi pegni per il ricatto storico), lo avessero colpito a fondo dopo Dunkerque nella secolare metropoli con tutte le loro risorse. Il crollo di questa, come sentiva la borghesia ultra-industriale governante il paese di Hitler, avrebbe sommerso il capitalismo mondiale, o per lo meno lo avrebbe travolto in una crisi spaventosa, mettendo in moto le forze di tutte le classi e di tutti i popoli straziati dall’imperialismo e dalla guerra, e forse invertendo tremendamente le direttive sociali e politiche del colosso russo ancora inattivo.
La propaganda dell’Asse, in questa situazione, ponendo in sordina i motivi anti-capitalistici col loro falso suono, si rovesciò tutta nel denunziare il pericolo del bolscevismo, tentando sempre di provocare la solidarietà delle borghesie nemiche dinanzi alla prospettiva delle conseguenze rivoluzionarie di una vittoria russa. Tale bolsa propaganda finì col collaborare al disorientamento delle forze proletarie rivoluzionarie, inducendole ancora una volta ad attendere la rivoluzione da uno scioglimento della guerra degli Stati e non dalla guerra delle classi; ma non valse a scuotere gli strati dirigenti dei governi capitalistici anglo-sassoni, che, facendo in un giusto bilancio esatto affidamento sulla potenza della propria attrezzatura economica e sulla realtà dei rapporti sociali e politici mondiali, ed adottando in pieno senza esitazioni né riguardi i metodi totalitari e centralizzatori col superiore loro rendimento tecnico, politico e militare, hanno per sei anni profetizzata ed attuata la rovina militare del loro nemico, diventandone i vincitori ma anche gli esecutori testamentari.
Realizzata questa vittoria, si saranno attuate le basi per uno svolgimento dell’era capitalistica imperialistico-fascista che prevarrà nei grandi paesi del mondo, e graviterà su di una costellazione di grandi Stati, signori delle classi lavoratrici indigene, delle colonie di colore, e di tutti i minori Stati satelliti nei paesi di razza bianca, costellazione nella quale palesemente entra la nuova Russia, in cui sembra che non si lascerà entrare la Francia, e nella quale forse lo stesso capitalismo tedesco (quello che ha dato i maggiori risultati nel grandioso esperimento della modernissima forma capitalistica di controllare e dominare le reazioni dell’economia borghese, attuando il più perfetto dei tipi del moderno Stato monopolistico), ad onta dell’enorme spreco di maledizioni retoriche, potrebbe avere un posto migliore di quello riserbato alle stesse classi dominanti dei paesi minori non solo nemici ma anche alleati, e cioè di quelli per la cui pretesa liberazione dalla oppressione dispotica si bandì la presentazione di questa barbara, feroce e maledetta guerra come una crociata per la migliore e redenta umanità.
Di fronte a questa nuova costruzione del mondo capitalistico, il movimento delle classi proletarie potrà reagire solamente se intenderà che non si può né si deve rimpiangere il cessato stadio della tolleranza liberale, della indipendenza sovrana delle piccole nazioni, ma che la storia offre una sola via per eliminare tutti gli sfruttamenti, tutte le tirannie e le oppressioni, ed è quella dell’azione rivoluzionaria di classe, che in ogni paese, dominatore o vassallo, ponga le classi dei lavoratori contro la borghesia locale, in completa autonomia di pensiero, di organizzazione, di atteggiamenti politici e di azioni di combattimento, e sopra le frontiere di tutti i paesi, in pace e in guerra, in situazioni considerate normali o eccezionali, previste o impreviste per gli schemi filistei dell’opportunismo traditore, unisca le forze dei lavoratori di tutto il mondo in un organismo unitario, la cui azione non si arresti fino al completo abbattimento degli istituti del capitalismo.
The Tactics of Anti-Fascism and the Popular Front (1934-38)
Hitler’s coming to power (January 30, 1933) did not immediately bring about a radical change in the Comintern’s tactics, which continued to focus on the formula of anti-fascism that we examined in Chapter 4.
The Second International launches a proposal to boycott German products and invites the Comintern to participate in an international campaign designed to raise the indignation of the “civilized world against Nazi tyranny”. The Comintern refused, but did not present any objection in principle, which it could hardly have done since in 1929, at a time when the tactic of alliance with social democracy had not yet been abandoned, it was the Comintern that proposed a vast international action for the boycott of Fascist Italy. And at that time it was the Second International that resorted to procrastination, thus providing the pretext for the use of the same method by the Comintern after the advent of Hitler in power.
The “boycott” of German products, since it implies the incorporation of the proletarian movement into the bosom of “anti-fascist” capitalism, remains fully within the logic of social-democratic policy, which since 1914 had appealed to the working masses to throw themselves into the war between the capitalist States by making common cause with that imperialist alliance which claimed to be fighting “for freedom and civilization”. The class which, both in the field of production and in the field of international trade, could decide to boycott or not a given sector of the world economy, was evidently the bourgeois class. The appeal to this class by Social Democracy was nothing new, but the confusion which already reigned in the ranks of the proletarian vanguard was made evident by the fact that the Trotskyist movement, which was moving towards the tactic known as entryism – that is, joining the socialist parties in order to reinforce their left wings – and the SAP (Sozial Socialist Party), born from the conjunction of the left-wing currents of the German Communist and Socialist parties, adhered to this campaign.
We have already said that the Comintern had not taken a direct and class-based position against the proposal of the Second International. And that’s rather natural if one takes into account that the whole tactic of “social-fascism” had in the end been a a tactic of flanking the Nazi movement rather than destroying it, and that the advent of Hitler implied a better organization of Russian-German economic exchanges. In correspondence with the increasing intervention of the State also in the economic field, special provisions were made by Hitler for a State guarantee in favor of industrial groups that received orders from Russia and had to wait a very long time for payment.
On the international level, Russian diplomacy acted on a peripheral line and Litvinov met with the Italian and German delegations at the Conference of Disarmament in Geneva, to support the “pacifist” thesis of planned disarmament to be realized immediately, against the French thesis, equally “pacifist” and based on the formula of the pre-eminence of the notion of security (i.e. trying to guarantee that the victors of Versailles remained on top) over the notions of arbitration and disarmament.
It was at this time that Mussolini conceived the idea of the Four-Power Pact (France, Germany, England and Italy); the idea of the Four Greats, which would be taken up by the arch-democratic Byrnes in 1946 and supported by the Labourite Bevin, although the actors had changed.
The Four-Power Pact signed in Rome on June 7, 1933 states: “The High Contracting Parties agree to consult on all questions which appertain to them and to pursue within the framework of the League the policy of effective cooperation between all Powers with a view to the maintenance of peace”. The Pact is signed for ten years and contains the hypothesis of a revision of the treaties. This hypothesis had already become a reality, since, after the moratorium proclaimed in 1931 by Hoover, at the Lausanne Conference in 1932 – when there was still a “democratic” government in Germany – Germany was explicitly released from the payment of reparations.
It is well known that Hitler dismantled the clauses of the Treaty of Versailles one by one, not through parliamentary-type consultations, but through major twists and turns. Four months after the signing of the Four-Power Pact, Hitler left the League of Nations and held a spectacular plebiscite. This system of the “fait accompli”, of the “fist on the table” fully responded to the needs of the accentuated preparation of the masses for war and Hitler was forced to resort to it by the fact that the German economy could find no other way out of the situation than an immediate intensification of war industry. And, for this, it was necessary a contemporary and plebiscitary adhesion of the masses. The “democratic” powers temporarily left it at that, waiting for the international situation to reach the point of saturation needed for the unleashing of World War II.
But the essence of the Four-Power Pact consisted above all in a maneuver of distancing Russia from Europe and at the same time in an orientation of support to Germany so that it would expand not towards the French-English West, but towards the Russian East and particularly towards Ukraine.
It is in these particular international contingencies that the new tactics of the Comintern of anti-fascism and the Popular Front mature: Russia is oriented towards the “democratic” powers. In the fall of 1933, the United States de jure recognized Russia, and the Rundschau wrote an article entitled: A victory of the USSR – A victory of the world revolution.
On the political level, the first symptom of the change of tactics is seen in the Leipzig trial in December 1933. The Dutch anarchist Van der Lubbe, who had set fire to the Reichstag building on February 27, 1933, one month after Hitler had seized power, was to be tried. The Comintern and the Second International immediately unleashed an obscene demagogic campaign: it’s Fascism, Nazism, that has destroyed the sanctity of German democracy; a counter-trial would be organized in London, the epicenter of the most conservative capitalism; a “Brown Book” will be published by the anti-fascists and Hitler, who magnificently grasped the real meaning of this filthy world farce, will add additional notes to the sacred universal indignation against this attack on the seat of bourgeois democracy: the foreign press was be admitted to the Leipzig trial where one of the defendants, the centrist Dimitrov, will conclude by saying, «I demand, in consequence, that Van der Lubbe be condemned because he acted against the proletariat». And the Nazi judges “avenge” the proletariat, since Van der Lubbe is sentenced to death and then executed, while the other centrist defendants will be acquitted and washed of the “infamous accusation”.
In the shadow of all this international outrage, meanwhile, Hitler’s ferocious repression of the German proletariat develops. While the campaign around the Leipzig trial reached the height of its publicity, only a few lines are devoted to the simultaneous Dessau trial (November 28, 1933), reduced to an insignificant episode of news: «Ten death sentences were pronounced by the Court of Dessau against communists accused of having killed a Hitlerite paramilitary soldier».
We have seen, in the 4th Chapter devoted to the “social-fascism” tactic, that Hitler followed tactics different than that of fascism in Italy in 1921-22, and thus his actions largely revolved around a legalitarian plan of progressively dismantling the German democratic institutions of his social-democratic accomplices. Thus an incredible opportunity was presented to Marxist revolutionaries to set up an international action aimed at arresting the hand of the Nazi executioner who fell on the anarchist Van der Lubbe responsible for having set fire one of the fundamental institutions of capitalism, which moreover had served so well to facilitate Hitler’s rise to power! But Marxist revolutionaries had been reduced to the small circle of the Italian Left current which imposed the struggle on class bases both against the victorious Nazism and against the succumbing democracy in Germany, as even Trotskyists ran to the defense of of social democracy by deciding to join the socialist parties.
As we have said, it’s on the international level and on the level of the particular and specific interests of the Russian State that the new tactics of the Comintern are based on. The formula of “social-fascism” will be succeeded by its complete opposite, the formula of anti-fascism, of the democratic bloc, of the defense of democracy, of the struggle against the factionists (the fascists), a tactic which passes through the defense of the Negus of Ethiopia, the anti-Francoist struggle, and finally falls into the establishment of voluntarism through the movements of the “Resistance” in the course of the Second World Imperialist War.
In Russia, in 1932, the first Five-Year Plan had achieved complete success. Realized in four years instead of five, it had, in heavy industry, surpassed the goals set at the beginning. In the first chapter of this examination of the Comintern’s tactics, we pointed out that if we cannot imagine any opposition between the first plans conceived by Lenin in 1918 and the considerations of principle which induced Lenin to make the retreat which goes by the name of the NEP, on the other hand an opposition of principle exists between Lenin’s first economic plans, the NEP, and Stalin’s five-year plans. Following in the footsteps of Marx and his schematizing on the capitalist economy, Lenin’s idea on the indispensable planning of the economy was based on the development of the consumer industry to which the development of productive industry had to adapt itself to. The NEP itself is based on this consideration of principle, and there would have been no need to carry it out if the objective had been not the elevation of the living conditions of the workers, but the other one of a purely capitalist type – of an intense accumulation for the development of heavy industry. Lenin would have had no need to make concessions to the peasants and the petty-bourgeoisie – economic and political elements not useful but harmful to the achievements of large-scale industry – but these concessions were necessary in order to keep the orientation of the Soviet economy on the line of a constant improvement of the living conditions of the workers. Stalin broke with Lenin’s Marxist principles both on the internal economic terrain in Russia, when he instituted the five-year plans which could only reach the heights of industrialization through an intensified exploitation of the workers, and on the political terrain with the expulsion from the Comintern of every tendency that remained on the international and internationalist level by opposing the theory and the national and nationalist policy of “socialism in one country”.
The first Five-Year Plan thus meets with total success. Following in the footsteps of his capitalist cronies in all countries, Stalin embarks on the Second Five-Year Plan (1932-1936) claiming that it is now a matter of realizing objectives that in reality have completely different aims to those declared. Since its rise to power, capitalism has always said that the improvement of the general living conditions of the workers depends on the development of the economy and that the greater the amount of production, the greater will be the share reserved for the workers. When the Second Five-Year Plan was being prepared, Stalin said the same thing: heavy industry had been reconstructed, it was now a question of reconstructing the other branches of the Soviet economy and consequently of improving the standard of living of the workers. It was in the course of the Second Five-Year Plan that the new deity, Stakhanov, was born; the essence of socialism became a race for the maximum output of labor and at the same time for the strengthening of the economic and military possibilities of the Soviet State, on the altar of which every demand of the workers regarding wages had to be sacrificed.
This economic orientation does not find any possibility of Marxist push-back from within the Russian Party, and when, at the end of 1934, Nikolayev resorts to an assassination attempt on the Secretary of the Leningrad Party, Sergei Kirov, a ferocious repression befalls the “Leningrad Center”. Stalin, anticipating the procedures that Nazis and democrats will apply during the Second World Imperialist War, goes on to enact reprisals. No trial and 117 people shot. In the meantime, Litvinov joined, in Geneva, a motion that condemned terrorism and supported “Marxist” arguments according to which Marxism and terrorism are irreconcilable. Russia, in order to finance the second plan and obtain the essential raw materials must export wheat. By virtue of the invoked prospects of improvement of the workers’ conditions, the CC of the Russian Party abolishes on January 1, 1935 the bread charter and the rationing of agricultural products. Thus the workers were forced to increase their work effort so that their salaries would allow them to obtain supplies on the free market, since the “proletarian” State no longer guaranteed – through the State warehouses – the control of basic necessities.
It is therefore by force of considerations inherent to the Soviet State on the international level, and in growing opposition to the interests of the Russian workers, that the change in the Comintern’s tactics matures.
The cruel Chinese defeat of 1927 had definitively dragged the Communist International into the vortex of betrayal: only those who wanted to fight for the national and nationalist program of “socialism in one country” could now belong to the International of the Revolution. The others, the internationalists, were first expelled and then, in Russia and Spain, massacred; in other countries they were put on the Index, and insofar as the connivance of the Communist Parties with the apparatus of the bourgeois State was accentuated – this “democratic State” was asked to prove by deeds its “anti-fascist” virtues by abandoning all prevarication and employing repressive violence against the “Trotskyists”. Everyone who opposes the counter-revolutionary direction of the International is accused of “Trotskyism”. As in the epoch that followed the liquidation of the First International, the political scene was now occupied by a single signifier which not only increases the dispersion of the movement and adds to its ideological confusion but tends to polarize the attention of the few revolutionary proletarians who survived this tragic massacre around an absolutely inoffensive banner.
In 1866-70 everyone was called an anarchist, Marx included, and it’s known that Marx’s proposal to move the headquarters of the First International from Europe to America was due to his conviction that the new historical situation determined by the defeat of the Commune did not contain the possibility of maintaining an international organization of the proletariat. Its maintenance could only favor the victory of anarchist tendencies against those which were truly proletarian and revolutionary. After 1927 the epithet in vogue was that of “Trotskyist”. Worst of all, Trotsky himself fell into this trap and let the international organization of the Opposition qualify itself as “Trotskyist”. When Marx had said that he was not a Marxist, he wanted to show that the theory and politics of the proletariat are enucleated in the course of the class struggle, that they constitute a method of knowledge and interpretation of history, not a set of biblical verses to be recited after employing all the sacraments necessary to establish the will of the creator. And Trotsky – definitively breaking with what had been the division of Marx, Engels and Lenin, on the fundamental problem of the construction of the Party of the proletarian class – noted that Hitler’s victory nullified the possibility of “straightening out” the Communist International and after an analysis of the situation where an exposé on the Comintern replaced the Marxist understanding of reality, he launched himself into entryist adventures in the left-wings of the Socialist parties. On the political level he gets stuck in the historical hypothesis that not Stalin but Hitler is the super-Wrangel that will concentrate the attack of international capitalism against a Russia that’s been brought to ruin by the impossibility of the realization of the five-year plans. While this political scheme was to be fully denied by the events, the concentration of the proletarian vanguard on the defense of the Russian State, brought to disaster by Stalin, made the political noise that Trotsky and his organization made in every country completely harmless: not only could Stalin, from the moment he had been able to bend the Russian proletariat over and force it to endure intense exploitation, carry out the five-year plans, but the Soviet State, incorporated into the system of world capitalism, was to know not disaster but victory in the course of the 1939-45 war. By seeing everywhere – even in the Italian invasion of Ethiopia – an episode of the struggle of world capitalism against Russia, when this Russian State was by then – in the same way as the democratic and fascist States – an instrument of the world counter-revolution, Trotsky, who had been one of the greatest leaders of the October Revolution, had become completely impotent in his fight against capitalism; and the epithet of Trotskyist affixed to everyone was an additional element of the ideological confusion in which the proletariat lay; and all the more so since Trotsky and his organization saw growing revolutionary success in the fact that their political merchandise saw great successes in newspaper publicity.
After the outbreak of the world economic crisis of 1929, the Comintern completely reversed terms of the political maneuver that led to the immobilization of the proletarian class: first alliance with the trade-union leaders and Chang-Kai-Shek, then the struggle against “social-fascism”. Although the terms change, the substance remains the same. And, in the course of these two phases of the tactics of the progressive dismantling of the proletarian class both in Russia and in other countries, the Comintern relies on a multiplicity of subsidiary bodies which foster the ideological and political dispersion of the proletariat. In the course of the first period these subsidiary bodies are polarized around the slogan of anti-fascism, in the course of the second period – that of social-fascism – the polarization is made around the formula of the struggle against war and the defense of the USSR.
After Hitler’s victory, we move towards the tactics of the Popular Front and the social-fascists of yesterday become “progressive democrats” of today. But the evolution of the economic and political situation demanded a corresponding advance on the road to the inclusion of the working masses in the capitalist State. Until 1934 the Comintern found in all peripheral bodies a good-enough vehicle for advancing its counter-revolutionary positions; from 1934, when the capitalist world can find no other way out of the formidable economic crisis which devastates it besides preparing for the second world imperialist conflict, it must go further and make the masses accept as their objective the modification of the form of government of the bourgeois class. The movement of the masses must be reunited with and welded to the capitalist State, and this is the new tactic of the Popular Front, whose experimental center is first in France and then in Spain. It is not at all surprising that the Soviet State, which had decisively and definitively broken with the interests of the Russian and international proletariat in 1927, can so casually make such radical and contradictory changes, and that the Comintern’s policy follows the same line. Mussolini had already made it clear, in 1923, when he boasted of having been the first to de jure recognize the Russian State, that this didn’t commit him to making the slightest modification to his fiercely anti-communist policy. Hitler reiterated the same thing after taking power.
In fact, the point of welding between the politics of the bourgeois States is on a class basis, and in this respect the conjunction is perfect between Stalin’s anti-communist policy and that of all the other capitalist governments which re-establish “normal” relations with the Russian State which has become a “normal” State of the international capitalist class. The reflection in the international field of this anti-communist policy, which is common to both democratic and fascist States and as well as to the Soviet State, is one that formally is expressed in contradictory terms, while substantially the line followed is the same and tends towards the outcome of the imperialist conflict where all “ideals” will be magnificently commercialized to stuff the brains of the workers to manage to get all the proletarians of different nations to slit each others’ throats in a grand new imperialist conflict.
Marx, in “Critique of the Gotha Program”, refutes the Lassallian idea of the existence of a single reactionary bourgeois class, because Lassalle’s simplistic analysis led not only to the impossibility of understanding the intricate social process that capitalism manages to polarize to its advantage, but also the impossibility of welding the proletarian movement to those purely capitalist forces that do not belong to a category qualified as “conservative”. Those who are moving along the line of Lassalle, who conceived a statist socialism based on Bismarck, are the political forces who claim that they want to “correct” the abuses of capitalism when in fact they ensure the success of these abusive forms, the only forms that can exist in capitalism in its historical phase of decadence, the phase of imperialist and monopolist capitalism.
Despite the fact that in Germany and Italy these forces are called fascist, while in France they are called socialist and communist, the political program is the same, and if Blum can’t carry it out, while Hitler above all obtains indisputable successes in State interventionism, this depends on the different particularities of the two capitalist States and on the place they occupy in the process of the progression of capitalism in its international expression.
As for the contrasting formal expression of a process which is international and unitary, as for the fact that one State is called fascist and the other democratic, that bourgeois domination is exercised in one country under one particular form, in another country under another form, the matter presents no difficulty of understanding for Marxists. The bourgeois class, which is a whole, a whole of which we cannot – unless we leave the straight path of Marxism – separate one section from the whole and to present in opposition against the whole, has seen, in the period of development coinciding with the end of the last century, a clash between its political and social forces of right and left (the conservative and the democratic), but in the historical phase of its decline it can only use the old division into right and left for the purposes of propaganda and the interests of its domination over the proletariat.
Both the Popular Front of France and Nazi Germany are on the same plane imposed on capitalism by history, and if one resorts to anti-fascist ideology while the other resorts to Nazism, the aim is the same: to frame the masses under the firm discipline of the State in order to launch them into war massacres. The relations between the different bourgeois States have no fixed character since they’re dependent on their evolution in the international field and on the impossibility of the intervention of an element of conscious and voluntary guidance of the different bourgeoisies. Churchill is an example of how one can remain consistently and fiercely anti-communist while very easily going from fighting to being allied to Russia or Germany.
In this becoming of the unitary process of the State in the imperialist phase of capitalism, we witness the fact that certain States find in the States opposed to them for the defense of their interests the political material that facilitates the mobilization of the masses away from their class-based goals and into their war chariot. In January 1933, in correspondence with Hitler’s rise to power, we see the realization in France of a government formula that seemed as leftist as could be, given the contingencies of the moment, while Daladier is called to government by a parliament that had known, in 1932, an electoral victory of the left.
As for the politics of the Russian State and the corresponding tactics of the Comintern, they were everywhere counterrevolutionary but took on contradictory expressions over time. It is that of “social-fascism” in l930-33, because the objective of international capitalism is then concentrated in the victory of Hitler. Once this terrible defeat was inflicted on the German and world proletariat, and this victory was solidly established, the objective shifted to other countries and particularly France. The result is the policy that will be specified in the formula of the Popular Front, a policy that will do the business of both French and German capitalism, as well as the capitalisms of all other countries. The idea of fatherland will be positively invoked by both sides, since it is clear that on both sides of the barricade there is now only one aim: to threaten “national integrity” with war.
The essence of the new tactic is therefore the integration of the proletariat into the respective State apparatuses, while the constant changing of international objectives of capitalism is what really determines the anti-fascism or pro-fascism of the Soviet State and the formal expression of the Comintern’s tactics: alliance with social democracy, then “social-fascism”, then the Popular Front.
La situazione economica inglese è stata già riassunta su queste colonne1 nei seguenti termini: la guerra ha spezzato il tradizionale equilibrio della bilancia britannica dei pagamenti, nel quale l’alto provento delle cosiddette esportazioni invisibili compensava largamente la forte eccedenza di merci importate. Riducendo il gettito dei noli con la paralisi della marina mercantile, delle commissioni ed assicurazioni, con la decadenza di Londra come mercato internazionale dei capitali, degli investimenti all’estero col crescente indebitamento per l’acquisto di materie prime, munizioni e servizi, il secondo conflitto mondiale ha reso fortemente passiva la bilancia commerciale inglese: i soli disinvestimenti hanno causato perdite annue corrispondenti al reddito di 800 mila operai e hanno perciò duramente inciso sullo standard di vita tradizionalmente elevato dell’Inghilterra.
La fine delle operazioni militari non ha spostato i termini del problema. Se la progressiva riattivazione della marina mercantile ha provocato un aumento del gettito dei noli, di fronte ad essa stanno un’importazione destinata continuamente ad aumentare per render possibile la ricostituzione delle scorte, la ricostruzione e modernizzazione degli impianti, il raggiungimento di un “equilibrio alimentare” senza il quale anche le speranze di aumentare la produttività del lavoro svanirebbero, e il crescente ritmo dei disinvestimenti per far fronte ai debiti commerciali e finanziari contratti appunto per la ripresa. L’importazione, che nel 1945 aveva raggiunto appena il 63% del livello anteguerra, è salita nel 1946 al 70 e dovrebbe nel 1947 raggiungere il 100%: gli impegni di carattere militare e politico e l’assistenza ai paesi occupati comportano una spesa annua di non meno di 400 milioni di sterline: per coprire il complesso di questi pagamenti all’estero, che la “Economic Survey for 1947” fa ammontare per l’anno in corso a 1.625 milioni di sterline, il governo britannico deve puntare in parte sull’apertura di nuovi prestiti e per la parte maggiore su uno sviluppo intensivo dell’esportazione, che dovrebbe raggiungere nel 1947 il 140% del volume anteguerra.
Ma il ritmo dei disinvestimenti non si è, frattanto, rallentato. L’episodio più recente è rappresentato in questo campo dall’accordo raggiunto con l’Argentina: per liquidare il debito commerciale in sterline verso questo paese, l’Inghilterra ha dovuto vendere le azioni delle compagnie ferroviarie britanniche in Argentina per un totale di 150 milioni (il credito argentino era di 126 milioni) e rinunciare così non solo ad un introito annuo di 4 milioni, ma ad una posizione politica di primo piano, proprio mentre gli Stati Uniti lavorano per trascinare definitivamente nella loro orbita il governo Peròn. D’altra parte, se l’Inghilterra può sperare in un almeno parziale cancellazione dei debiti commerciali da parte di alcuni Dominions, come l’Australia e la Nuova Zelanda, la cosa appare assai più difficile per l’India, l’Egitto e l’Iraq, che sono ora fra i massimi e più esigenti creditori della Madrepatria, e che, esigendo da questa l’integrale pagamento dei debiti, provocheranno ulteriori disinvestimenti inglesi nelle rispettive nazioni (per la sola India, ciò significherebbe la perdita da parte britannica di un provento annuo di almeno 10 milioni di sterline), anche se dovessero accedere al criterio di dilazionare il saldo di un certo numero d’anni2.
In queste condizioni, una sola via rimane aperta all’Inghilterra: tendere tutte le energie produttive verso l’esportazione, raggiungere entro il 1950 un volume merci esportate non inferiore al 175% dell’anteguerra, sacrificare a questo obiettivo ogni rivendicazione immediata. E il problema che questo piano di esportazione solleva è chiaro: potrà la meta essere raggiunta senza provocare una permanente crisi dell’apparato produttivo britannico? È anzi, questa meta, comunque raggiungibile? Alla risposta, positiva o negativa a queste domande è legato il destino politico, economico e sociale dell’Inghilterra postbellica.
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Anche guardando la situazione dal puro punto di vista commerciale, appare chiaro che le prospettive vicine e lontane di sviluppo delle esportazioni britanniche sono condizionate a fattori estremamente problematici. È vero che l’andamento del commercio estero nel 1946, sembra giustificare la previsione di un aumento del 40% nell’anno in corso; ma già negli ultimi mesi di quell’anno il tasso mensile in incremento delle esportazioni è diminuito. Le ragioni di questo rallentamento sono varie. Anzitutto è da notare che il grosso delle esportazioni è stato finora costituito da prodotti di industrie che lavorano ancora in regime di produzione di guerra e che, come tali, sfruttano condizioni di favore sia per quanto riguarda la disponibilità di mano d’opera, sia per quanto riguarda l’appoggio dello Stato. Una simile condizione di cose non può durare a lungo, non soltanto perché il mercato estero di questi prodotti (automobilistici e chimici) tende a ridursi, ma perché sono per se stessi più sensibili alle oscillazioni della congiuntura, e troveranno sul mercato interno una crescente richiesta e perciò minori possibilità di collocamento all’estero (è stata per esempio richiesta in Parlamento una riduzione nelle esportazioni di macchinario indispensabile per la modernizzazione degli impianti).
D’altra parte, la sopravvenuta crisi dell’industria carbonifera ha paralizzato per diversi mesi ogni possibilità di esportazione di carbone, tanto che, nel già citato “BilancioEconomico per il 1947”, si prevede uno spostamento verso le vendite all’estero di prodotti industriali, che dovrebbero aumentare di almeno il 65% rispetto al 1946: ma questo spostamento urta contro le esigenze del mercato interno, implica non facili e non rapidi riassestamenti nei diversi rami produttivi e, soprattutto, trova i suoi limiti nell’offerta internazionale degli stessi prodotti. Sono correnti nuove di esportazione che bisogna aprire, in un mondo in cui le contrattazioni commerciali soggiacciono tuttora a vincoli complicati, e dove ogni nuovo aspetto della concorrenza internazionale provoca ripercussioni non sempre facilmente prevedibili e meno ancora solubili3.
Contro analoghe difficoltà urta un’altra esigenza del commercio estero britannico in questa delicatissima fase di trapasso: la necessità di orientare le vendite prevalentemente verso quei paesi a “valuta dura” (cioè convertibili in oro o in dollari) che dovrebbero fornire le valute indispensabili per finanziare le importazioni dagli Stati Uniti, divenuti i principali fornitori dell’Inghilterra (circa due quinti delle importazioni britanniche vengono dall’America del Nord, che assorbe invece appena il 14% delle esportazioni dalla Gran Bretagna) e i mezzi di pagamento per il servizio dei debiti. Ciò significa l’abbandono almeno parziale di correnti commerciali già avviate e l’inizio di nuove: abbandono ed avvio tanto più difficili in quanto sconvolgono tradizioni commerciali non rapidamente modificabili, hanno per oggetto mercati fortemente contesi ed implicano in contropartita uno stretto controllo delle importazioni dagli stessi paesi verso i quali si dovrebbe esportare.
Ma, se queste difficoltà incidono sulle prospettive immediate di sviluppo delle esportazioni britanniche, ben altre e più gravi difficoltà oscurano le prospettive lontane. Non basta volere esportare: occorre trovare dei mercati pronti ad assorbire le merci offerte. Ora, è ben vero che la “fame di merci” è oggi generale, e l’offerta internazionale è ridotta, ma di questa situazione possono trar vantaggio immediato solo quei paesi industriali che hanno una possibilità diretta e, per così dire, istantanea di esportare, non un paese come l’Inghilterra che sta appena rimettendosi da una crisi profonda e giungerà attrezzata per un’esportazione massiva solo nel 1950, quando cioè il mercato internazionale avrà in gran parte soddisfatto le richieste e i margini di collocamento si saranno ridotti. Perché l’aumento delle esportazioni al 175% dell’anteguerra non rimanga teorico, una sola alternativa si pone alla Gran Bretagna: o aumentare la sua partecipazione al commercio mondiale da 1/4 del 1938 ad almeno i 2/5, o contare su un aumento del volume di questo stesso commercio. La prima possibilità è da ritenersi esclusa, poiché di fronte alla Gran Bretagna si trovano come giganteschi concorrenti non soltanto gli Stati Uniti, ma la Russia, i Dominions e tutti i paesi industrializzatisi durante la guerra: la seconda è condizionata alla prospettiva di una generale riduzione delle tariffe doganali e all’introduzione del sistema del “commercio multilaterale”.
Ora, quest’ultimo sistema è sostenuto, per le ragioni che già altra volta abbiamo indicato, dagli Stati Uniti4, ed è ben vero che l’Inghilterra è disposta ad appoggiarne la realizzazione, ma può consentirla soltanto a scadenza non immediata e al termine di un periodo relativamente lungo di aggiustamenti e di compensazioni. Non bisogna dimenticare che il commercio inglese trova una delle sue garanzie di svolgimento normale e senza scosse nel sistema delle preferenze interimperiali, ed è proprio contro questo sistema che si appuntano le critiche nord-americane, è ad esso che recentemente Truman ha fatto risalire la responsabilità prima dei mali di cui ha sofferto il mondo nel decennio successivo alla Grande Crisi e che si sono conclusi nella seconda Grande Guerra, mentre ad uno smantellamento del sistema delle preferenze si oppongono (qualora, almeno, non sia accompagnato da forti e sicure garanzie complementari) quasi tutti i Dominions.
Le più recenti evoluzioni della politica commerciale americana rendono ancor più incerta la prospettiva generale. La vittoria repubblicana negli Stati Uniti è, almeno in parte, una vittoria delle antiche tendenze protezioniste: la repubblica stellata chiede l’abbassamento delle barriere doganali negli altri paesi, ma tanto gli industriali quanto i sindacati operai si oppongono alla riduzione delle tariffe proprie. Questa tendenza non si è ancora nettamente concretizzata: ma è significativo che, in seguito ad un compromesso fra Casa Bianca e Congresso, verso la fine di febbraio sia stato introdotto nel meccanismo ormai decennale degli “accordi di reciprocità commerciale” una clausola-scappatoia, che autorizza una delle due parti – gli Stati Uniti – su parere della commissione doganale del Parlamento, a ritirare alcune delle concessioni fatte all’altra quando abbiano provocato un aumento delle importazioni suscettibile di danneggiare gli interessi dell’industria nazionale, e ad istituire contingenti di importazione, dazi maggiorati ecc.
In altre parole, il commercio di esportazione britannico si troverà a dover affrontare l’agguerritissima concorrenza statunitense su tutti i mercati del mondo, la probabile, lenta liquidazione del sistema delle preferenze imperiali e, quale contropartita al cosiddetto liberismo della politica commerciale americana, aumentate difficoltà di penetrazione nel mercato interno di quel Paese. “Siamo i giganti economici del mondo”, ha detto Truman: la fragile barchetta del commercio britannico naviga su mari che la volontà altrui può rendere di colpo impraticabili.
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E tuttavia, le incognite maggiori vanno cercate altrove, e precisamente nella struttura generale dell’economia britannica. Il programma per l’incremento dell’esportazione ha provocato una tensione di tutto l’apparato produttivo inglese. Esportare di più significa produrre di più, e a costi tali che vincano la concorrenza coi massimi paesi produttori del mondo. Attraverso l’attuale politica delle nazionalizzazioni, l’Inghilterra sta facendo sforzi inauditi per razionalizzare, concentrare e rimodernare le principali industrie; ma questo sforzo, se potrà dare in una fase ulteriore i suoi frutti, tende oggi piuttosto ad aumentare che a diminuire i costi di produzione. Si tratta di piani a lunga scadenza e di tutto un processo di riattrezzatura il cui bilancio si potrà tirare solo fra qualche anno, e che per ora costa solo ingenti somme allo Stato.
Riattrezzare l’industria, dotarla di macchinari più efficienti, significa importa mezzi di produzione soprattutto dagli Stati Uniti, ma a questa importazione pone dei limiti la difficoltà di conciliare altri approvvigionamenti essenziali all’economia britannica: materie prime per l’industria, generi alimentari che l’agricoltura inglese non fornisce merci sulle quali lo Stato conta per accrescere i proventi fiscali5, tutto questo nel quadro di una politica che, se prevede logicamente un aumento degli acquisti all’estero, deve tuttavia contenerli in rapporto al difficile problema dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti e, più ancora, alla necessità di non aumentare oltre misura (e possibilmente ridurre) il debito di natura commerciale verso i paesi dell’“area del dollaro”6.
Produrre di più significa inoltre poter contare su un approvvigionamento continuo di materie prime (e il problema si ricollega a quello dell’importazione in genere e dall’“area del dollaro” in particolare) e di combustibili. Ora è proprio in questo ramo che la crisi si presenta più acuta. L’inizio del 1947 è stato accompagnato dal crollo dei rifornimenti di carbone: le esportazioni hanno accusato il colpo scendendo in febbraio al 93% della media mensile 1938 (in volume) contro il 112% del gennaio. Quest’ultimo fenomeno è, in parte, un aspetto della riconosciuta arretratezza tecnica della massima industria estrattiva britannica, e, per altra parte, un riflesso del problema dominante dell’industria inglese – la deficienza di mano d’opera; ma sotto entrambi questi aspetti nessuna prospettiva concreta esiste di rapido miglioramento della situazione. Il governo ha bensì fissato in 200 milioni di tonnellate il livello minimo, di produzione carbonifera per l’anno in corso; ma la crisi di quest’inverno e le difficoltà connesse al reclutamento di mano d’opera rendono quanto mai problematico il raggiungimento di tale quota, mentre persiste il deficit dell’energia elettrica (calcolato in 1,4 milioni di KW.) e la possibilità di equilibrare la produzione alla domanda è prevista al minimo per il 1950. Posto di fronte a questi problemi, il governo inglese è inevitabilmente spinto ad esasperare la politica dei controlli, della pianificazione, dell’intervento autoritario nel campo dei consumi e di una forma più o meno larvata di autarchia. Dovrà limitare le importazioni di generi alimentari, e stimolare, come appunto fa, la produzione agricola (soprattutto zootecnica); dovrà, come già sta facendo, predisporre piani di riduzione e distribuzione del combustibile; dovrà infine incidere ulteriormente sui consumi civili per destinare a scopi di investimento il massimo del reddito nazionale: dovrà, in una parola, protrarre in questi anni di cosiddetta pace il regime di economia che la guerra ha instaurato, e renderlo ancora più rigido e pesante7.
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È ovvio che la “psicosi dell’esportazione” abbia i suoi riflessi più diretti e più preoccupanti nel campo del lavoro, punto fra tutti il più sensibile dell’attuale situazione economica inglese. Si può dire che tutti i problemi della politica economica britannica dipendano oggi direttamente dal problema dell’offerta di mano d’opera. Questa offerta rimane tuttora, tenuto conto delle cresciute esigenze produttive e degli obblighi di natura militare, inferiore di 1 milione e mezzo o due alla domanda: già in condizioni d’inferiorità per la sua arretratezza tecnica quest’industria inglese, alla quale si chiede uno sforzo massimo per produrre ed esportare di più, manca oltre tutto di braccia. Come procurarsi la mano d’opera supplementare, necessaria a colmare quest’impressionante deficit? La smobilitazione delle forze armate, che, potrebbe risolvere in parte il problema, urta contro gli impegni internazionali del Paese: il “Libro Bianco” prevede per l’anno in corso una riduzione degli effettivi militari di 250 mila unità, ma esclude che si possa scendere al disotto del livello di 1,17 milioni di soldati. Lo stesso “Libro Bianco” prospetta una riduzione del personale impiegatizio di 80 mila unità (si noti che nel corso della guerra il personale dello Stato è cresciuto da 1 milione e mezzo a più di due milioni), ma è poco probabile che, col ritmo preso dalle nazionalizzazioni, questo processo di smantellamento della burocrazia statale abbia corso: e sono, comunque, gocce d’acqua di fronte al fabbisogno più sopra indicato di unità produttive. Più recentemente, si è pensato all’importazione di lavoratori dall’estero e all’utilizzazione dei polacchi smobilitati, soprattutto nell’industria estrattiva: si tratta di effettivi dell’ordine di circa 200 mila uomini, il cui impiego urta tuttavia, da una parte, contro le difficoltà di alloggio e di sostentamento, e, dall’altra, contro l’ostilità delle organizzazioni sindacali, timorose dell’influenza depressiva che quest’afflusso di mano d’opera straniera non qualificata potrà esercitare sui salari medi dell’operaio britannico; delle frizioni interne che la loro sistemazione, d’altronde inevitabile, in case di nuova costruzione potrebbe provocare in un momento in cui le maestranze operaie indigene soffrono di un’acuta crisi degli alloggi, e della possibilità che i lavoratori stranieri diventino una massa di manovra a disposizione dello Stato per il boicottaggio delle rivendicazioni sindacali. E non manca, specie fra i conservatori, chi fa rilevare la contraddizione fra queste esigenze generali e la politica sociale che il governo laburista è tenuto a svolgere, e della quale è un aspetto l’elevazione dell’età scolastica da 14 a 15 anni, che priva l’industria di almeno 160 mila giovani forze lavorative.
Ma il problema non si ferma qui. V’è il problema della distribuzione della mano d’opera che pesa in modo decisivo sulla situazione dell’industria inglese, e in particolare dell’industria di esportazione. La verità è che, attraverso il meccanismo dell’economia di guerra, si è venuta creando una situazione di questo genere: mentre alcuni rami industriali (metallurgia, chimica), sono relativamente ben provvisti di mano d’opera, altri rami, fra cui appunto l’industria carbonifera, tessile di altri beni di consumo, soffrono di un’acuta deficienza di forze lavorative. Evidentemente, approfittando della congiuntura favorevole, le prime industrie sono in grado di offrire agli operai condizioni salariali e di lavoro assai più favorevoli delle altre. Ma questa situazione si riflette sulle industrie produttrici di beni maggiormente richiesti sul mercato internazionale, soprattutto sull’industria tessile: è in gran parte per questa ragione che la percentuale delle cotonate sul volume complessivo delle esportazioni britanniche è scesa nel 1946 al 6,9% contro il 10,6% dell’anteguerra; quella dei prodotti lanieri al 4,8 contro il 5,7; quella del carbone dal 7,9 ad appena 1%. Ora, come abbiamo già osservato, è appunto su questi prodotti che la politica commerciale inglese fa leva per un duraturo aumento delle esportazioni.
Il governo laburista si è rifiutato finora, per ragioni politiche fin troppo chiare, di intervenire autoritariamente nelmercato del lavoro, e di imporre in questo campo quel sistema di controlli e di coazioni cui ha invece dovuto ricorrere nel campo dell’organizzazione industriale in genere. Ma la logica dei fatti lo trascina su questa via, che è la via del totalitarismo, la via – ironia della storia – nazionalsocialista.
Per non avventurarvisi immediatamente, al governo laburista si apre una sola via, che però conduce per indiretto ad un risultato analogo: da una parte, praticare una politica di blocco dei salari limitato alle industrie dotate di mano d’opera sufficiente e controbilanciato da una parziale autorizzazione di aumenti nelle industrie “undermanned”, allo scopo di ristabilire un equilibrio fra le une e le altre e frenare il drenaggio di forze lavorative nelle industrie che offrono condizioni salariali e di lavoro più favorevoli; dall’altra, praticare una politica di intensificazione della produttività del lavoro, destinata a far fronte ad un altro problema fondamentale dell’Inghilterra postbellica, l’eccedenza di mezzi di pagamento rispetto alla quantità di beni offerti sul mercato o, in altre parole, l’inflazione8. Entrambe queste due soluzioni importano una presa di posizione netta contro le rivendicazioni sindacali degli operai, che può non trovare ostacoli immediati nelle Trade Unions, dominate dal partito di governo, ma ne ha già trovati e più ne troverà nel proletariato, col quale tanto il partito laburista quanto le organizzazioni sindacali sono costretti a fare i conti in vista del crescente divorzio fra operai e sindacati nei più recenti scioperi e della prospettiva di un inasprimento delle lotte di classe nel clima duro di una politica di restrizioni e di “patriottici sacrifici”.
Ed ecco il governo laburista capovolgere i termini della sua originaria impostazione della politica sociale. Esso che s’era impegnato ad ottenere la riduzione della settimana lavorativa, è oggi costretto a sostenere il ritorno alla settimana di 48 ore, e a dichiarare, nel “Libro Bianco”: “La nazione non può permettersi il lusso di un più breve tempo di lavoro, a meno che non sia dimostrato che ciò aumenti la produzione per teste per anno. Un maggior ozio è una desiderabile cosa, ma non è oggi la necessità numero 1 allo stesso grado dei mezzi di sussistenza importati, del carbone, dell’abbigliamento e delle case”. Esso che si era schierato contro lo sfruttamento intensivo dell’operaio, è costretto a rivolgere appelli per una maggiore produttività individuale accompagnata ad una grande moderazione nelle richieste di aumento dei salari, e a studiare, da una parte, la reintroduzione di sistemi di retribuzione a premio e, dall’altra, lo sviluppo di sistemi di assistenza, dopolavoro, riduzione dell’onere fiscale sui salari e stipendi, che urtano, i primi, contro la proclamata necessità di stabilizzare e possibilmente ridurre i costi di produzione, i secondi contro le esigenze del bilancio dello Stato9.
Esso che si è fatto passare per l’animatore della lotta contro la politica totalitaria fascista, è costretto a proclamare ufficialmente sua la politica corporativa della collaborazione patriottica fra datori di lavoro e prestatori d’opera e, mentre continua a ribadire la volontà di non intervenire autoritariamente nel campo sociale, sarà alla lunga obbligato a ricorrere a mezzi coercitivi, a passare dalla politica della “volontaria moderazione” nelle rivendicazioni salariali ad una politica di imperio, dalla politica a intonazione liberale del passaggio della mano d’opera da un’industria all’altra secondo le leggi della domanda e dell’offerta ad una politica di regolamentazione dall’alto. Esso che si è proposto di ridurre il carico fiscale sui redditi di lavoro, progetta ora bensì di abbassare il livello delle imposte sul lavoro straordinario ma, per evitare il pericolo di una nuova spinta inflazionistica, progetta di aumentare le imposte indirette sui consumi, togliendo così con una mano quello che aveva dato con l’altra. Per render possibile un aumento della produttività del lavoro, deve poter assicurare maggiori quantità di generi alimentari all’operaio, mentre il piano di importazione glielo vieta. Sempre allo scopo di tendere al massimo i fattori produttivi, deve reintrodurre su scala sempre più vasta il lavoro notturno e sospendere le restrizioni previste per le donne e i ragazzi, reagendo nel contempo alla pressione degli organi sindacali che chiedono per le ore notturne la retribuzione concessa per il lavoro straordinario.
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Da questa sommaria analisi appare evidente che la situazione economica inglese è dominata da fattori contraddittori che imprimono a tutto l’apparato produttivo un carattere di estrema fragilità ed incertezza. L’economia inglese si muove fra esigenze opposte: ha bisogno di aumentare le importazioni per ricostituire le scorte, riattrezzare le industrie, nutrire a sufficienza i suoi operai, e deve nello stesso tempo contenerle in rapporto ad esigenze valutarie e commerciali: deve cercar di ridurre i costi di produzione razionalizzando i metodi di lavoro, e ogni sforzo di razionalizzare e perfezionare l’attrezzatura tecnica si riflette in un aumento dei costi: deve esportare di più in un mondo dalle strutture fattesi più rigide, dove su mercati relativamente ristretti si scatena una concorrenza feroce: deve aumentare la produttività del lavoro e, nel contempo, limitare le richieste operaie: deve modificare sia le tradizionali correnti del suo commercio estero, sia il rapporto reciproco fra le sue industrie, sia gli spostamenti della massa operaia sul mercato interno, cioè compiere a tempo di record un processo di riassestamento a lungo respiro: deve conciliare l’inconciliabile, un’esigenza politica di libertà, e un’esigenza economica di accentramento e di regolamentazione dall’alto: deve mantenere i suoi impegni internazionali di grande potenza, e lo può alla sola condizione di ritardare il lento processo di risanamento dell’apparato produttivo.
Il piano di ricostruzione britannico è dunque costruito sulle sabbie mobili. Tutto è problematico in esso; e, man mano che gli verrà meno l’appoggio di fattori psicologici sui quali il governo laburista (e solo esso) ha finora potuto contare, l’attuale fase di trapasso si rivelerà come il ponte di passaggio verso una nuova, spietata forma di totalitarismo.
La classe operaia inglese non ha neppure la prospettiva di una volontaria rinuncia al benessere immediato dell’oggi contro la sicura garanzia di un miglioramento futuro. La storia ha fretta, e la ricostruzione economica britannica ha bisogno di tempo. Strettamente legata all’evoluzione internazionale dell’economia capitalistica, l’economia inglese ne riflette, esasperate, le perplessità. L’euforia dei primordi dell’esperimento laburista sta svanendo: il capitalismo inglese si chiede se, nonostante il laburismo, nonostante le solide barriere opposte alla ripresa della lotta di classe, da un partito che si professa “operaio”, la ricostruzione sarà possibile. O se proprio nel corso di quest’inquieta e disordinata ricerca di nuovi equilibri, forze gigantesche non ne scrolleranno le basi.
Il 18 marzo, il ministro delle finanze egiziano ha escluso da parte del suo governo ogni parziale cancellazione del debito inglese (450 milioni di sterlina): analoga dichiarazione ha fatto l’Irak. Si aggiunga che è prevista l’alienazione anche di diverse compagnie elettriche e ferroviarie inglesi in Brasile a liquidazione del credito in sterline di quel paese (65 milioni). Il 18 marzo, il ministro delle finanze egiziano ha escluso da parte del suo governo ogni parziale cancellazione del debito inglese (450 milioni di sterlina): analoga dichiarazione ha fatto l’Irak. Si aggiunga che è prevista l’alienazione anche di diverse compagnie elettriche e ferroviarie inglesi in Brasile a liquidazione del credito in sterline di quel paese (65 milioni). ↩︎
Quest’articolo era già stato scritto prima dell’annuncio tatto da Attlee ai Comuni che l’Inghilterra dovrà sospendere l’esportazione di carbone, la produzione 1947 essendo prevista in un massimo di 175-180 milioni di tonnellate contro i 200 milioni stabiliti dal piano. Va pure sottolineato come sintomo delle tendenze di sviluppo di un mercato mondiale che si vorrebbe in espansione, il rigido controllo sulle importazioni introdotto dalla Svezia, uno dei più importanti mercati inglesi, al fine di bloccare l’emorragia di divise. ↩︎
Una delle critiche mosse al piano economico governativo per il 1947 è stata quella di aver previsto un’importazione di tabacchi e di film per 68 milioni contro appena 60 milioni (di cui 20 soltanto per navi) di beni capitali. ↩︎
È interessante osservare che, nel 1946, mentre il passivo globale della bilancia commerciale (importazioni meno esportazioni e riesportazioni) sommava a 335,64 milioni di sterline, il passivo nei confronti dei paesi dell’“area del dollaro” (Stati Uniti e Canada) raggiungeva i 353,26 milioni: questo passivo, non potendo essere saldato con divise non pregiate, viene coperto in gran parte coi dollari dei prestiti americano e canadese, che vanno infatti rapidamente esaurendosi. Come salderà il suo passivo quando il prestito sarà consumato, cioè alla fine del prossimo anno, l’Inghilterra? Giustamente la “Neue Zürcher Zeitung” del 3-3 osservava che “il problema del commercio estero inglese è anzitutto un problema di dollari”. ↩︎
Per il 1947, il piano di investimento di capitali dovrà assorbire almeno il 20% del reddito nazionale in lavori di riparazione e costruzione e nell’installazione di nuovi impianti, e superare di almeno il 15% il livello anteguerra: per raggiungere questo scopo essenziale per il potenziamento delle industrie-chiave e dell’agricoltura sarà necessaria un’ulteriore riduzione dei consumi civili, per una percentuale di reddito nazionale riservata al consumo personale è stata ridotta al 66 1/2 del reddito nazionale contro il 78% dell’anteguerra, con conseguente riduzione generale del tenore di vita della popolazione. ↩︎
Nel 1946, la popolazione inglese disponeva di un reddito netto (detratte le imposte sul reddito) di circa 7 miliardi di sterline, di fronte al quale stava un’offerta di beni di consumo per un valore di soli 6 miliardi. Solo un terzo dell’eccedenza di potere di acquisto era controbilanciata da un aumento netto dei risparmi, mentre la somma rimanente esercitava una pressione inflazionistica, che solo un rigoroso controllo dei prezzi permetteva di frenare. ↩︎
Recentemente è stata introdotta nelle miniere la settimana di 5 giorni, ma è significativo che la sesta giornata sia pagata a titolo di buono-premio, a condizione cioè che l’operaio abbia lavorato tutti i 5 giorni precedenti, e che le Trade Unions si sian fatte garanti di un aumento nella produttività del lavoro. ↩︎
La prima parte di questo studio corrisponde alla Prima Sezione del Primo volume intitolata dall’autore Merce e Moneta.
Al fine pratico di instaurare una nuova numerazione la consideriamo divisa in sette punti, che sono i seguenti:
1. Definizione della merce e delle sue due proprietà: valore d’uso e valore di scambio.
2 Il valore di scambio. Concetto quantitativo e difficoltà di trovarne la misura.
3. La forma semplice del valore. Ogniqualvolta si parlerà di valore senz’altro si indica d’ora innanzi il valore di scambio. La forma semplice è l’enunciazione della equivalenza, ai fini dello scambio, tra due merci entrambe suscettibili d’uso (di consumo), per cui ad una data quantità della merce A corrisponde una data quantità della merce B.
4. Forma valore generale e forma equivalente. Essa si presenta, quando consideriamo un dato numero di merci diverse e conosciamo tutte le equivalenze tra coppie di esse. Con due merci abbiamo due equivalenze, la forma semplice. Con tre merci sei equivalenze, con quattro dodici. Con dieci merci avremmo novanta equivalenze, sistema troppo complicato ai fini pratici e mnemonici. Per ricordare le novanta relazioni basta sapere quelle di nove merci ad una sola e quindi nove sole relazioni da cui le altre facilmente derivano. Una merce è stata scelta come equivalente di tutte. Siamo alla forma generale del valore.
5. Carattere storico-sociale di tutta la quistione. Abbiamo brevemente riassunto un capitolo, quello su “Il carattere feticcio della merce e il suo segreto” che compendia in uno scorcio magistrale tutti gli elementi della dottrina marxista, nel lato economico storico e filosofico insieme. Ne abbiamo riportato quanto basta chiarire che l’economia marxista non si spinge nelle sottigliezze sull’analisi della merce per trovare leggi immanenti ed immutabili del processo economico (le pretese leggi naturali dell’economia) ma al fine di esporre con sviluppo rigoroso l’indagine scientifica sul divenire della società umana in tutta la sua complessità e nella successione storica delle sue vicende, riferita ad epoche distinte da una diversa meccanica del mondo economico. Indaga quindi non i rapporti tra il pezzo di tela e la libbra di ferro, ma il rapporto tra gli uomini reali nella produzione e nel consumo a dati svolti nella storia.
6. La circolazione. Valore e prezzo. A questo punto viene studiato il mercato nel suo complesso, quando una merce scelta ad equivalente generale, come ad esempio il sale, viene finalmente sostituita dalla moneta, prima metallica indi anche cartacea e convenzionale. In questo sviluppo è messa innanzi la ipotesi che per avere una misura del valore si possa adottare quella del tempo di lavoro umano medio che ogni merce richiede in generale per essere prodotta. La progressiva applicazione di questa ipotesi (che come è noto non si trova per la prima volta in Marx ma si deve agli economisti della prima epoca capitalistica e in ispecie a Ricardo Davide (1772-1823) che pubblicò la sua opera fondamentale, Principii dell’Economia Politica, a Londra nel 1821) a tutto il mondo economico presente nello sviluppo della ricerca, deciderà sulla validità della ipotesi stessa.
7. Cammino del denaro. Come premessa alla seconda sezione in cui viene finalmente sulla scena il Capitale, e che tratta appunto della trasformazione del denaro in Capitale, indagata studiando la dinamica non più di chi fa ingresso sul mercato per portarvi merce o ritirarne per propria utilità, ma di chi vi discende come portatore di moneta, Marx ricorda quanto, circa il meccanismo monetario essenziale nella economia borghese, occorre stabilire prima di proseguire nella esposizione di tutto «Il processo della produzione capitalistica», tema del Primo Volume dell’Opera.
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Ricollegato così il seguito del nostro studio alla parte già pubblicata, sarà bene dare qualche indicazione sulla partizione di tutta l’opera, che nel piano di Marx doveva comprendere quattro Libri o Volumi. Di essi è noto in italiano integralmente solo il primo, mentre il quarto non potè essere steso da Marx.
Il secondo volume tratta del processo di circolazione del Capitale, il terzo degli aspetti che riveste il processo economico complessivo, il quarto doveva esporre la storia della teoria, di cui però vi sono copiosissimi materiali nei primi e nelle loro annotazioni.
Tra i compiti di Prometeo potrà essere quello della esposizione dei due successivi volumi del Capitale assai meno noti del primo.
È bene però togliere di mezzo una convenzione corrente e molto adoperata a fini revisionistici, che cioè i due successivi volumi prendano in esame una parte del processo reale economico che nel Primo era omessa, e che tale analisi sia stata svolta dall’autore fino a condurlo a rettifiche importanti se non a rinunzie alle dottrine principali del Primo volume come quelle del plusvalore, l’accumulazione del capitale, la miseria crescente, eccetera. Questa opinione, smentita dal contesto delle opere anche più recenti apparse fino alla morte di Marx (1883) e dopo, come dalle rielaborazioni postume ed esegesi dovute ad Engels, corrisponde ad una errata valutazione della ossatura costruttiva dell’opera. Il Primo volume copre il campo completo della dottrina di Marx sul capitalismo e non è certo una trattazione astratta di rapporti che si stabiliscono nella sfera della produzione e che prescindano dai rapporti della circolazione delle merci e della moneta. Creder questo sarebbe considerare distrutto il contenuto sostanziale del metodo di Marx.
Ciò che definisce il rapporto tra il Primo volume del Capitale ed il resto dell’Opera, è un criterio tutto diverso. Pure ricchissimo come è di materiale storico, critico, bibliografico, polemico, il Primo volume conduce di getto lo studio economico di tutto il processo, dal primo scambio a tipo di baratto attraverso la nascita e l’accumulazione del capitale fino alla conclusione che al capitalismo succederà una economia sociale e non mercantile, tracciata lapidariamente nel penultimo capitolo, come a suo tempo vedremo. I dati, lo studio e le leggi della circolazione sono già pienamente compresi in questo sviluppo. Ma tutto il materiale viene ripreso e ristudiato nei volumi successivi – e, spiegando meglio il concetto, ben possiamo dire in tutto il lavoro posteriore e anche futuro dei marxisti – a titolo di studio dei fenomeni particolari dello svolgimento capitalistico, da cui, dato il carattere del metodo, deve incessantemente trarsi la verifica ed il controllo della teoria generale e la prova della sua efficienza.
Il Primo volume ci dà dunque lo sviluppo essenziale del processo capitalistico e delle sue caratteristiche sociali reali nel rapporto tra capitalista e salariati, che è improponibile ed inimmaginabile senza tener conto dei fenomeni della circolazione e del consumo, e trova le leggi di questo processo, pur non cristallizzandole nella statica di un mondo astratto ma verificandole in tutte le situazioni: di capitalismo nascente e messo in rapporto con tipi economici diversi, e poi nel corso del suo sviluppo e della sua conquista del mondo. Tiene dunque sempre conto dell’ambiente storico reale, poiché non si potrà mai dire di essere alla presenza di un “modello” d’economia capitalista allo stato “puro”.
Ed, infatti, la famosa Prima Sezione del Primo Libro, sulla circolazione, è la pietra angolare su cui posa tutto lo studio della Produzione, e per le note avvertenze di Marx stesso e dei migliori commentatori riesce la più ostica specie a lettori non bene preparati, pure essendo la sua comprensione del tutto indispensabile al complesso.
Ma è anche stato detto più volte che un’opera come quella di Marx, da cui ogni apriorismo e ogni metafisica di principi sono stati espulsi, deve essere acquisita in tutte le sue parti, e la lettura dei primi capitoli presuppone una certa assimilazione delle tesi delle parti successive. Marx stesso suggerì ad alcuni lettori di cominciare a metà libro dai capitoli descrittivi e storici per venire poi a quelli decisivi dell’analisi scientifica.
Il Primo Libro sta dunque a tutto il resto come la traccia fondamentale, la linea direttrice di tutto il sistema, che ha una sua completezza ed un suo ciclo completo, ed è stato scritto dall’autore sulla base di tutti i materiali che la storia economica fino al suo tempo gli offriva, e di cui riservò la esposizione particolareggiata ai volumi seguenti.
Esso tiene il posto che nella fisica e nell’astronomia moderna tengono i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Isacco Newton (1687). Di un getto solo, dalla verità dovuta a Galileo che la forza agente su di un corpo materiale in moto è la causa non della sua velocità ma della sua accelerazione (ossia ne aumenta o diminuisce la velocità stessa), il procedimento matematico, con i metodi del calcolo delle quantità piccolissime trovato dal Newton, conduce direttamente a stabilire le leggi del moto di un pianeta intorno al sole e trova deduttivamente le leggi che Keplero aveva desunte dalle osservazioni di Tycho Brahe sulle rivoluzioni dei pianeti. Il principio teorico riceve così una smagliante conferma. Vale la pena di notare che anche la prima parte dell’opera di Newton, che stabilisce sotto forma geometrica le proposizioni prime del calcolo infinitesimale, da Leibniz ritrovate contemporaneamente sotto altra forma più espressiva, è faticosa a studiare e noiosa, mentre la deduzione dei capitoli successivi nei quali è stabilità la celebre legge della gravitazione universale è grandiosa e brillante anche nella forma.
Le tre o quattro semplicissime enunciazioni di Galileo, Newton, Keplero danno piena ragione di tutti i moti dei corpi del sistema solare, pianeti e satelliti, e hanno valore definitivo nella storia della scienza. Ciò non toglie che esse derivano da un caso puro ed astratto, quello del moto centrale, che considera due soli corpi celesti, mentre nel sistema ve ne sono in numero grandissimo. L’effetto vero è quindi molto complicato. Già il problema dei tre corpi appare, analiticamente, in gran lunga più difficile. Eppure ammessa la celebre actio in distans di Newton ciascun corpo attira ciascun altro e ne deforma la traiettoria più o meno. Qualche cosa di simile al trapasso dal semplice baratto M » M’ di Marx al quadro generale del movimento economico odierno. Ai volumi successivi del Capitale paragoneremo dunque il gigantesco lavoro posteriore eseguito dagli astronomi nel dedurre i moti particolari dei vari corpi, ed in specie la fondamentale e classica Mécanique Céleste di Laplace, le applicazioni famose come la scoperta di Nettuno fatta dal Le Verrier mediante il calcolo delle perturbazioni dell’orbita di Saturno, individuandone la precisa posizione nel cielo, poi verificata con l’osservazione al telescopio.
La stessa teoria disciplina dunque lo studio di tante effettive deviazioni di dettaglio dalla legge tipo e dalle pure ellissi kepleriane, ma la legge di Newton ne rimane stabilita solidamente e riconfermata. Il processo tipo è assolutamente valido eppure non accade mai. Non solo i cieli non sono più immutabili e incorruttibili come per Aristotele e per Tommaso, e sono retti dalla stessa meccanica valida pel moto dei gravi terrestri studiato da Galileo, ma le orbite geometricamente squisite di Keplero non sono tracce immutabili al moto dei pianeti. Ognuno di essi non le ripercorre mai due volte, il fenomeno reale è sempre diverso dal teorico, ma ciò non fa che confermare la validità e la efficacia della legge scientifica.
Introdotte ulteriori considerazioni sui processi termici diviene possibile tentare una storia del sistema solare e Laplace avanza la sua ipotesi sulla origine dei pianeti dal sole e la loro ricaduta futura in esso. Ciò naturalmente nemmeno toglie validità alla conquista scientifica contenuta nella prima classica costruzione della legge generale del moto.
Al solo fine di evitare confusioni non sempre innocenti accenniamo un ultimo punto. Le questioni metodologiche qui ricordate non sono inficiate, nello sviluppo del confronto col problema cosmogonico, da recentissime acquisizioni e dottrine scientifiche che introducono nel bilancio oltre alle considerazioni termiche quelle dell’energia atomica, né dalle più vaste costruzioni come quelle della teoria relativistica che non hanno smentita (nel senso che qui ci interessa) la legge classica della gravitazione, ma la hanno inquadrata in una più vasta concezione come un “caso limite”. Tutto ciò, come la questione del determinismo nella scienza della natura e in quella dell’uomo, va riservato ad ulteriori studî come quelli sul marxismo e la teoria conoscitiva.
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Le note che andiamo pubblicando servono di avviamento alla lettura del Capitale, e meglio ancora al lavoro politico col maneggio di quel fondamentale e rivoluzionario strumento. Un libro è per noi come una macchina; di più, come un’arma.
Esse vorrebbero servire, siccome ogni lavoro d’indagine è oggi per noi socialisti collettivo e non personale, alla illustrazione del testo da parte di militanti già preparati.
Ad esempio il paragrafo quarto del primo capitolo sul carattere feticcio della merce contiene un materiale attualissimo di propaganda su punti che gli opportunisti del momento si pongono sotto i piedi almeno tre volte il giorno, mentre cianciano d’esseri scolari di Marx.
In poche pagine esso fornisce uno scorcio storico delle varie economie i cui, oltre a rifulgere l’impiego del metodo dialettico di cui tratteremo nel nostro corso ampiamente, è dimostrato che non tutte le economie passate furono mercantili, e che la economia socialista è definita, come prima condizione, dall’essere non mercantile e non monetaria. È contenuta la tesi che ogni apologetica del capitalismo in economia e dell’uguaglianza e libertà in politica, tendente a contrapporre la perfezione e dignità degli istituti borghesi alla “artificiosità” di quelli feudali, vale scientificamente tanto poco quanto la posizione di tutti i teologi, secondo cui le religioni degli altri sono artificiali, la loro sola è naturale. «Ogni religione che non è la loro è un’invenzione degli uomini, la loro è la rivelazione di Dio». Marx cita qui se stesso nella risposta a Proudhon sulla Miseria della Filosofia. Per noi marxisti tutte le religioni sono “invenzioni” degli uomini.
Oggi di tutte le sfumature che si inseriscono, sotto la incredibile etichetta di marxismo, da Attlee a Stalin, da Saragat a Togliatti, nessuna prende a battere in breccia il mercantilismo, né il deismo. Tutte si sentono di andare in senso anticapitalistico senza infastidire il feticcio merce, la “bestia” (è Marx che cita l’Apocalisse di Giovanni) moneta, né il dio degli altari.
Nessuno di costoro ricorda di aver letto: «Il mondo religioso non è che il riflesso del mondo reale. Una società in cui il prodotto del lavoro assume generalmente la forma di merce; dove di conseguenza il rapporto più comune tra i produttori consiste nel comprare i valori dei loro prodotti e, sotto questa semplice forma, nel paragonare gli uni cogli altri i loro lavori privati a titolo di uguale lavoro umano (tali caratteristiche restano integre nelle statizzazioni sia del laburismo che del totalitarismo russo – n.d.r.); una tale società trova nel cristianesimo col suo culto dell’uomo astratto, e soprattutto nel suo sviluppo borghese, protestantesimo, deismo, ecc., la forma più adeguata di religione».
«In generale, il riflesso religioso del mondo reale non potrà scomparire se non in quanto le condizioni del lavoro e della vita pratica presenteranno all’uomo dei rapporti chiari e ragionevoli coi suoi simili e colla natura».
«La vita sociale, di cui la produzione materiale ed i rapporti che questa implica formano la base, non strapperà il mitico velo di nebbia che ne cela l’aspetto, se non nel giorno in cui si manifesterà l’opera di uomini liberamente associati, agenti consapevolmente in conformità ad un piano determinato e padroni del loro proprio movimento sociale. Ma ciò richiede una base materiale della società o un assieme di condizioni di esistenza materiale, che alla loro volta non sono che il prodotto di un lungo e doloroso svolgimento storico».
Ma ora, allo scopo di non spaventare gli alleati dei movimenti fideisti, i “marxisti” non parlano più di questi problemi. Ai loro seguaci danno da bere che il silenzio non è che abile manovra temporanea.
Arrivano tutt’al più a dire che Lenin cita da Marx che la religione è l’oppio del popolo: frase di passaggio in cui i termini non sono nella luce del rigore teoretico. Serve un passo di Lenin, per tema che siamo noi ad inventare un Marx e un Lenin a nostro modo? Eccolo:
«Da materialisti noi diamo con Engels ai kantiani e ai seguaci di Hume la qualifica di agnostici, in quanto costoro negano la realtà oggettiva come fonte delle nostre sensazioni. L’agnostico dice: ignoro se esista una realtà oggettiva riflessa dalle nostre sensazioni e dichiaro che è impossibile saperlo. Di qui la negazione della verità oggettiva e la tolleranza piccolo-borghese, filistea, pusillanime, verso le credenze nei lupi mannari, negli spiriti, nei santi cattolici e in altre consimili cose» (Materialismo ed Empiriocriticismo, Cap. II, par. 4).
L’allusione ai lupi mannari e agli spiriti deriva da uno spunto polemico col sedicente marxista russo Bagdanov che, abbracciando la filosofia alla moda nel 1910 di Mach-Avenarius, rivendicava però la posizione antifideista. Ciò gli contesta Lenin e tra l’altro dice «Se la verità (compresa la verità scientifica) non è che una forma organizzatrice della esperienza umana, allora il postulato fondamentale del clericalismo è ammesso, la porta gli resta aperta, e viene fatto posto alle “forme organizzatrici” dell’esperienza religiosa».
Dove si vede che per il marxista i termini fideismo clericalismo religione cristianesimo deismo, sono parimenti espressione di una tesi nemica, e che gli stessi eterodossi come Bogdanov si vergognavano fino a ieri di avere tolleranze per essi.
Ma oggi si attende una edizione debitamente purgata d Marx e di Lenin. Visto che ci siete, non potreste includere la formazione della commissione nei Patti Lateranensi?
Sezione II
Trasformazione del denaro in capitale
Dalla circolazione monetaria alla apparizione del plusvalore
La formula della circolazione monetaria della merce è dunque M-D-M, se si considera colui che porta merce per cambiarla con altro diverso valore d’uso ma avente, salvo circostanze secondarie, la stessa quantità di valore (di scambio). Per costui il denaro è solo segno di valore e veicolo di scambio. Ma nel complesso del sistema mercantile la moneta introduce subito nuovi rapporti e nuovi personaggi, il cui intervento rende possibile agli altri lo scambio dei valori d’uso. Costoro usano il denaro e con esso comprano merce che rivendono per altro denaro. La circolazione, da questo secondo punto di vista, è rappresentata dalla formula D-M-D. L’intervento di questa seconda schiera di personaggi non si spiega senza un movente.
Questo non è nella ricerca di valori d’uso, ché il loro denaro ritorna alla fine denaro, senza mutamenti qualitativi. Adunque non può esservi scopo e movente che in un mutamento quantitativo. Mentre nel caso M-D-M a valore costante si spiega l’opportunità del movimento, non lo si spiegherebbe più nel caso D-M-D se la somma di denaro rimanesse la stessa dopo la compra e la rivendita. Non potendo essere la filantropia o altra forza ideale il motore dei portatori di denaro, questo si determina nel fatto che in generale il denaro la seconda volta è in quantità maggiore che la prima. La formula diviene così D-M-D’ in cui D’ = D + DeltaD, ossia al primitivo denaro D si è aggiunto un aumento o incremento Delta D (Delta D). Tale aumento riceve il nome plusvalore o sopravalore.
Lo scopo e la causa del movimento di denaro negli scambi per il possessore di denaro è la produzione di questo sopravalore, che immediatamente sommato al preesistente valore rientra nel ciclo per accrescersi a sua volta.
È così che il denaro, da semplice simbolo di valore e veicolo di scambio, diviene di necessità CAPITALE.
Il capitale è valore la cui caratteristica è di aumentarsi continuamente.
Un sistema mercantile, una volta superato lo stadio del baratto in natura, deve sboccare nel capitalismo.
In questa definizione compendiata nella formula D-M-D’ parrebbe considerato il solo capitale commerciale ossia quello che è nelle mani dei portatori di denaro che per professione soggiornano sul mercato offrendo merci acquistate dai produttori.
Ma anche per il capitale industriale vi è denaro che si trasforma in merce e che ritorna denaro con la con la vendita di questa ultima, ciò che formerà oggetto della trattazione ulteriore.
Marx all’inizio di questa Sezione stabilisce – in uno dei fondamentali riferimenti storici che fiancheggiano lo svolgimento illustrativo del processo capitalistico – che «il capitale appare soltanto laddove la produzione e la circolazione delle merci, il commercio, hanno raggiunto un certo sviluppo. La storia moderna del capitale data dalla creazione del commercio e del mercato mondiale nel sedicesimo secolo».
La forma pura D-D’ rappresenta poi l’usura, in cui non vi è passaggio attraverso la merce. Usura è detta qui nel senso d’ogni collocamento di denaro per interesse.
A D-D potremo ridurre la formula della tesaurizzazione che sottrae il denaro alla circolazione ma per ciò stesso gli toglie la possibilità di generare plusvalore, e quindi non è ancora forma capitale.
Ricerca dell’origine del plusvalore
Il plusvalore, ossia l’aumento ΔD che ha subito la somma D nel divenire D’, non ha potuto né potrà mai essere spiegato nel campo della sola circolazione.
Tutti i tentativi fatti in tal senso cadono dinanzi al fatto elementare che la circolazione consta di una serie di scambi tra equivalenti.
Si possono indicare moltissime eccezioni a questa legge, ma esse non valgono a spiegare perché, non in via d’eccezione, ma in via regolare si verifica l’aumento da D a D’.
Se si attribuisce alla compera la virtù di arrecare uno squilibrio a favore di che reca il denaro, oppure tale virtù si attribuisce alla vendita, poiché sia nel semplice giro D-M-D, sia nel complesso della circolazione ogni interessato appare tante volte come venditore quante come compratore, le supposte differenze si compensano in una parità generale. Lo stesso se tutti i prezzi salissero o scendessero insieme.
La spiegazione che il permutante che compera per consumare paga più caro di quello che vende avendo prodotto non regge neppure perché il consumatore trae suo denaro dal fatto di essere stato a sua volta produttore. Si dovrebbero dunque supporre dei consumatori che traggono del valore da altro che non sia il lavoro produttivo ossia non attraverso lo scambio.
Tale classe riceverebbe dunque il denaro non per atti della circolazione ma privando o estorcendo nel senso materiale la merce o il denaro altrui, spiegazione inadeguata all’epoca mercantile. Non vale nemmeno il citare compre-vendite eccezionalmente sproporzionate o anche fraudolente perché così si spiegano bensì trapassi di valori speciali da una mano all’altra, ma non già la formazione della minima parte di plusvalore.
Inseriamo una parentesi per mostrare che nemmeno il regime di sindacato o addirittura di monopolio dei produttori può spiegare la genesi normale di plusvalore nella sfera circolatoria. Se in regime mercantile ordinario della libera concorrenza un produttore della merce A fosse padrone di elevarne il prezzo, ecco che egli avrebbe realizzato un plusvalore. Ma ciò non accade mai essendo evidente che i compratori lo abbandoneranno per rivolgersi agli altri venditori della stessa merce, sicché questo giuoco, a parte i fenomeni secondari, mantiene tutti i prezzi ad un livello minimo corrispondente al valore di scambio. Ora, potrebbe dirsi, tutti o parte i produttori della merce A s’intendono per elevare arbitrariamente il prezzo; ecco eluso il gioco della concorrenza e realizzato un plusvalore puramente circolatorio.
A tale obiezione si replica che se vogliamo al sistema generale e tipico della libera concorrenza sostituire nell’analisi un sistema stabile di monopoli e non uno stadio di trapasso che resterà sempre da esaminare ma che serve alla applicazione e non alla investigazione delle leggi generali, allora siamo condotti a considerare che tutti i gruppi di produttori finiranno per monopolizzarsi vendendosi reciprocamente le merci a prezzi sopraelevati ma che ricadranno in equilibrio di compenso. Ci troveremo così al medesimo punto. Gli accorti monopolizzatori avranno realizzato in uno stadio intermedio una appropriazione di valori a carico dei monopolizzatori ritardatari, non già prodotto del plusvalore.
In conclusione il problema si riduce in questi termini apparentemente contraddittorî: nella circolazione gli scambi avvengono solo tra equivalenti; il denaro circolante come capitale attraversando la circolazione ne esce aumentato.
Nel cercare la soluzione non si perda di vista che per una società economica capitalista in assetto stabile e normali entrambi gli enunciati hanno valore sistematico ossia si realizzano nella grande maggioranza dei casi, talché il citare casi particolari e momenti di instabilità non può servire ad eludere la necessità di dare una soluzione altrettanto generale al “sistema di equazioni” che possiamo scrivere:
Valore di D = valore di M Valore di M = valore di D’ Valore di D’ maggiore del valore di D.
Vedremo perché le equazioni non sono incompatibili, come si constaterebbe se dessimo loro un senso puramente aritmetico – o, in altre parole, perché questa patente contraddizione alle regole logiche formali del sillogismo (contraddizione che, come Marx ricorda, Aristotele scorse, ma non seppe spiegare, né poteva con i dati del suo tempo spiegare) si attua nella realtà della vita economica, dacché in questa si genera il Capitale.
La merce «forza lavoro»
In quale stadio del processo può aver nascita l’aumento del valore? Non può venire dal denaro per se stesso poiché una quantità di denaro resta materialmente inalterabile. Adunque l’aumento sorge dallo scambio di denaro con merce. Non può sorgere dal secondo atto M-D’ come non può sorgere dal primo D-M se sono scambî tra equivalenti.
La scoperta fondamentale di Marx è questa: l’aumento di valore non può sorgere dai due scambî; esso sorge, però dall’uso della merce, in quanto esiste sul mercato una merce il cui uso coincide con una sistematica elevazione del suo valore di scambio.
Se l’uso di una merce produce valore, e se il valore corrisponde a disponibilità di tempo di lavoro, la misteriosa merce in questione deve essere tale da porre a disposizione lavoro umano: tale merce è appunto il lavoro, o, più propriamente, la forza di lavoro.
Sotto certe condizioni storiche, mentre chi compera una qualunque merce la rivende in generale per la stessa somma di denaro (valore), chi compera forza lavoro la paga ad una certa cifra mentre la rivende sistematicamente per una cifra maggiore. Quelle che il compratore di forza-lavoro rivende sono in realtà merci materiali alle quali ha fatto subire trasformazioni applicando loro la forza-lavoro acquistata. Ciò avviene quando il lavoratore, o possessore di forza-lavoro, per le condizioni giuridiche e sociali non può prendere contatto con la merce da trasformare (materia prima) sia perché, non essendo possessore di denaro, non può anticipare il valore della materia prima stessa, sia perché occorrono alla trasformazione lavorativa mezzi tecnici (strumenti di lavoro, concentramento di gran numero di lavoratori) che sono monopolio altrui (dei possessori di denaro o capitale).
Vi è un’altra condizione: cioè che il lavoratore sia libero, perché egli deve restare possessore della propria forza di lavoro per poterla vendere a porzioni (periodi di tempo). Qualora egli la potesse o dovesse vendere o cedere tutta in una volta diverrebbe egli stesso merce (schiavismo).
Dunque in certe condizioni storiche, che non sono sempre esistite, come non possono pretendere di dover sempre esistere nell’avvenire, condizioni che chiamiamo proprie dell’epoca capitalistica, si realizza la produzione di plusvalore, e l’accumulazione di esso al capitale, mediante la compra-vendita della forza-lavoro, ossia mediante la organizzazione del salariato da parte di coloro che posseggono il denaro e gli strumenti tecnici del lavoro.
Il plusvalore e il capitale come fenomeni economici appaiono più tardi dello scambio e del valore di scambio, e anche più tardi della moneta.
Dapprima (ripercorrendo rapidamente le principalissime fasi storiche dell’economia) ciascuno consuma per se ciò che ha prodotto; i prodotti non sono ancora merci e non hanno altro valore che valore d’uso. Quindi appare, sia pure per una minima quota della merce dei prodotti, il baratto ossia un embrione di divisione del lavoro produttivo. Coll’aumentare del volume degli scambî compare la merce equivalente generale, e poi la moneta. Siamo in pieno dominio del valore di scambio e della mercatura, ma non è detto che siamo già in presenza di produzione di plusvalore e di capitalismo.
Sembrerebbe che il lucro realizzato dai commercianti di prodotti altrui, che compare con lo scambio e forse anche prima della moneta, fosse già un plusvalore realizzato da non produttori. Ciò è erroneo, perché il trasporto delle merci dal luogo di produzione al luogo di consumo è un atto produttivo in quanto esige tempo di lavoro umano. Il piccolo commerciante che lo esegue con i propri mezzi ha una figura sociale parallela a quella dell’artigiano che vende il suo prodotto più caro della materia prima, avendovi aggiunto lavoro e valore (di scambio), ma senza che possa parlarsi di plusvalore. Se anche il commerciante fa le cose in grande, grazie all’opera di schiavi, non vi è plusvalore ma semplice appropriazione di forza lavoro umana (come per quella degli animali domestici). Quando il commerciante impiegherà salariati agli atti del commercio, allora realizzerà plusvalore, ma non nelle sfera della circolazione, bensì in quella di una impresa organizzata capitalisticamente. Non bisogna confondere col plusvalore, fatto normale generale, fenomeno sempre a segno positivo, i benefici di accaparramento e speculazione che sono fenomeni a doppio segno compensati da una massa eguale di perdite nella sfera della circolazione.
Potremmo parlare, ripetiamo, di plusvalore allorché vi sarà sul mercato il libero lavoratore di fronte al capitalista possessore di mezzi di produzione.
Compera della forza lavoro
Come viene stabilita la cifra di pagamento delle merce forza lavoro (salariato)? Come per ogni altra merce, chi la cerca la paga il minimo possibile ossia corre altrove se altrove gliela offrono a condizioni migliori; sicché il prezzo tende a raggiungere un minimo, determinato dal tempo di lavoro necessario a produrre quella merce.
La forza lavoro è merce anche in questo senso, poiché per produrla il lavoratore deve provvedere al dispendio del proprio organismo, ossia deve procurarsi: 1° i mezzi di sussistenza personali, come alimenti ed un minimo di soddisfazione d’altri bisogni; 2° i mezzi di sussistenza per la sua famiglia (senza di che si estinguerebbe la classe dei lavoratori); 3° l’educazione professionale, che anche comporta tempo e spese. Questo minimo è riducibile ad una somma di merci che, richieste ai produttori, e comunque ai possessori, devono essere pagate ad un prezzo determinato dal tempo di lavoro necessario a produrle (giusta la nostra ipotesi fondamentale). Questo prezzo sarà richiesto dal lavoratore per alienare la sua forza lavoro (in condizioni medie, ossia prescindendo da interferenze di fenomeni eccezionali).
Avvenuta così la compra-vendita della forza lavoro, il capitalista divenutone padrone la impiega. (Trascuriamo qui l’altro beneficio di impiegarla prima di averla effettivamente pagata, grazie all’uso di pagare i salari a periodi posticipati).
L’impiego della forza lavoro, acquistata al giusto prezzo, viene fatto applicandola a materie prime egualmente acquistate a giusto prezzo.
Per comprendere come il giusto prezzo di vendita delle merci finite rimaste a disposizione del capitalista superi la somma dei giusti prezzi pagati (nascita del plus-valore) occorre passare dal campo della circolazione, dove tutto procede in nome della pura equivalenza e della piena libertà, allo studio di quello della produzione, dove invece si scoprono le basi della disequivalenza o plus-valenza e della divisione in classi.
Sezione III
Il plusvalore
Caratteristica del lavoro in epoca capitalistica
Ogni processo di lavoro indipendentemente dal tipo di organizzazione sociale consta di tre elementi: attività personale dell’uomo o forza lavoro; oggetto del lavoro o materia prima (trovata in natura ma sempre con la aggiunta di un lavoro precedente); mezzo di lavoro o strumenti di produzione. Fin quando siamo in presenza di lavoratori autonomi (artigiani) essi posseggono la propria forza-lavoro, la materia prima, gli strumenti di lavoro. Di conseguenza il risultato del processo lavorativo o prodotto appartiene ad essi.
Nel sistema capitalistico al lavoratore appartiene la sola forza-lavoro; ma egli la vende sicché ne diviene proprietario il capitalista. A costui appartengono anche materie prime e strumenti di lavoro: di pieno diritto gli appartengono i prodotti.
La trasformazione del denaro in capitale, la formazione del plusvalore appaiono insieme alla separazione del lavoratore dallo strumento di lavoro e dal prodotto del suo lavoro.
La nascita del plusvalore
Consideriamo dunque il processo produttivo dal punto di vista del capitalista. Costui va sul mercato e ne ritorna avendo acquistato – al loro giusto prezzo e valore – tanto la materia prima, quanto gli strumenti di lavoro, quanto la forza lavoro.
Applica la forza di lavoro dei suoi operai per mezzo degli strumenti di lavoro alla materia prima e ne riceve una certa somma di prodotti. Ritorna al mercato e li vende.
Preoccupiamoci di esaminare quantitativamente un tale movimento di valore.
Chiamiamo con F il valore della forza-lavoro (salari pagati), con S il valore di quella parte degli strumenti produttivi logorata nel gruppo di operazioni che consideriamo, con M il valore delle materie prime impiegate; infine con P il valore dei prodotti ricavati.
È chiaro che P contiene integralmente i valori di S e M ossia strumenti produttivi e materia prima acquistata al mercato. Secondo la nostra ipotesi fondamentale tali valori dipendono dal tempo di lavoro occorrente a produrre tali strumenti e materie.
Quanto al valore della forza lavoro F esso, come abbiamo visto, è in relazione al tempo di lavoro occorrente per i mezzi di sussistenza dei lavoratori.
Mentre però ogni merce, come le materie e gli strumenti, possiede un valore di scambio in quanto possiede a sua volta un valore d’uso, ma in maniera che i due valori non sono confrontabili, né comunicabili tra loro (ad es.: posso ridurre il valore di un chilo di zucchero a tre ore di lavoro, ma non posso riferire il suo valore d’uso come alimento ad un tempo di lavoro, ma solo a qualità chimiche, organolettiche ecc. dello zucchero), per la speciale merce forza-lavoro se il valore di scambio o prezzo di mercato deriva come sempre da un tempo di lavoro (necessario ai mezzi di sussistenza come ora detto) anche il valore d’uso si presta ad essere misurato proprio in tempo di lavoro, perché l’uso di questa merce è proprio il lavoro: uso da parte del capitalista acquirente; lavoro da parte del salariato venditore.
Dovendo poi il valore di P (prodotto) constare del tempo di lavoro necessario a mettere insieme completamente i prodotti considerati, è chiaro che avremo: Tempo di lavoro per P = Tempo di lavoro per M + Tempo di lavoro per S + Tempo di lavoro effettivo fornito dai salariati.
Una eguaglianza tra tempi di lavoro si traduce in una eguaglianza tra i relativi valori di scambio, ma per la merce forza-lavoro dobbiamo considerare non più il suo valore di scambio (salario), ma quello di uso, riducendosi questo ad un tempo di lavoro. Se, per fissare le idee, ogni ora di lavoro corrisponde al valore di tre Lire, e se l’operaio ha lavorato 10 ore, il tempo di lavoro delle materie prime, poiché valgono M Lire, sarà M : 3; degli strumenti produttivi S: 3; del prodotto P: 3. La relazione tra i tempi di lavoro prima scritta diviene:
P/3 = M/3 + S/3 +10 (tutto espresso i ore)
Tornado ai valori: P = M + S + 10 x 3 (espresso in Lire).
Ciò è quanto ricava il capitalista dalla vendita del prodotto. La cifra M e la cifra S le ha spese integralmente perché significano valore di scambio ossia prezzi del mercato.
Ma la cifra 10 x 3 non rappresenta il valore di scambio bensì il valore di uso della forza lavoro (10 ore di lavoro realmente prestato, per 3 Lire, rapporto generale per misurare i valori in tempo lavoro).
Che cosa costano al capitalista quelle 10 ore di forza lavoro? Il loro costo l’abbiamo indicato con F che è il loro valore di scambio o il loro prezzo (salario). Ora, dipendendo tal valore dai mezzi di sussistenza e dal tempo da questi assorbito, esso è indipendente dal tempo 10 ore desunte dal consumo e non dalla produzione della forza lavoro. Se un’altra squadra di lavoranti fosse impiegata a procurare cibi, vestiari, ecc. agli operai del capitalista che lavorano 10 ore, è chiaro che basterebbe per ognuno e per ogni giornata un tempo minore di lavoro: poniamo 6 ore. A parte il nuovo plusvalore che ricadrebbe sui lavoranti suddetti se a loro volta salariati, o supponendo questi lavoratori autonomi, il prezzo F sarà determinato da quelle 6 ore moltiplicato 3 Lire.
Che il tempo di 6 ore ci sia risultato inferiore a quello di 10 non è una nostra supposizione, ma un fatto desumibile non solo da appositi calcoli seppure laboriosi ma dal dato stesso della esistenza del capitalismo e dei suoi profitti, che noi stiamo solo procurando di ritrovare, partendo dalla nostra ipotesi sul lavoro. Allora la spesa F per forza lavoro è 6 x 3. La spesa totale risulta:
M + S + 6 x 3
Il ricavato della vendita del prodotto era:
P = (M + S + 10 x 3) – (M + S + 6 x 3) = (4 x 3) = 12
Abbiamo per il capitalista un beneficio L. 12 che rappresenta il plusvalore nell’operazione produttiva considerata.
Riepilogo della dimostrazione
Il quesito che ci siamo posti sin dal principio è quello di rappresentare con leggi quantitative i fenomeni dell’economia presente.
L’esperienza ci fornisce dati di fatto: a) abbiamo una economia mercantile, ossia i prodotti di lavoro divengono merci suscettibili di scambio, e lo scambio si fa a mezzo dell’equivalente generale detto moneta; b) chi è possessore di denaro può servirsene per accaparrare gli strumenti di produzione e trarre dalla produzione a mezzo di salariati un beneficio o plusvalore (abbiamo una economia anche capitalista).
Accettando il dato di fatto che la misura del valore di scambio è espressa dalla quantità di moneta che si dà per una merce ossia dal suo prezzo sul mercato, quando ci poniamo nelle condizioni medie, normali e generali, abbiamo enunciata l’ipotesi che tale valore sia proporzionale al tempo di lavoro occorrente a riprodurre quella merce sempre in condizioni medie, normali e generali.
Esaminati analiticamente i fenomeni dello scambio, dal baratto alla introduzione della merce equivalente generale, alla funzione della moneta, eliminate tutte le obbiezioni relative a scambi speciali e a circostanze eccezionali e tutti quegli scarti dalla media che possono avvenire in più o meno; abbiamo dimostrato che nel campo circolatorio non hanno luogo altro che scambi tre equivalenti.
Tuttavia per spiegare il fatto che il possessore di denaro diventa possessore di capitale e realizza un beneficio che ha come punti di partenza e di arrivo scambi sul mercato, abbiamo scoperto ed enunciato che ciò si deve all’acquisto di una merce speciale, la forza lavoro la quale, mentre per la sua produzione esige un tempo dato di lavoro, nel suo consumo pone a disposizione un tempo di lavoro maggiore.
Tale merce è pagata di fatto ed in conformità alla nostra ipotesi ad un prezzo (salario) proporzionale al suo tempo di lavoro di produzione (sussistenza). Essa però trasmette al prodotto un tempo di lavoro maggiore e quindi un valore di scambio maggiore, da cui il plusvalore.
Il significato di tutto ciò nel campo sociale è il seguente: fin quando il lavoratore (artigiano) riesce a non separarsi dallo strumento di lavoro e dal prodotto del lavoro e vende questo a suo totale beneficio, ricupera nel valore di scambio di questo l’intero suo tempo di lavoro.
Ma quando, per l’accumulazione del denaro da una parte (di cui per ora non discutiamo le origini: schiavismo, feudalismo terriero, ecc.) e dall’altra per la scoperta di mezzi tecnici che diminuiscono il tempo di lavoro occorrente ad un dato prodotto con l’uso di macchine e il concentramento di molti operai, appare il capitalismo, il prezzo del prodotto dell’artigiano discende: infatti il suo valore di scambio si adegua al minimo tempo di lavoro necessario tecnicamente. Poco importa sul mercato che l’artigiano con procedimenti superati vi abbia impiegato un tempo maggiore.
Supponiamo che i prezzi scendano tanto da non compensare il minimo bisogno dell’artigiano, per es., dovendo questi cedere al prezzo di tre ore di lavoro il prodotto di un lavoro di 12 ore, mentre i suoi mezzi di sussistenza rappresentano 6 ore. All’artigiano non resterà per vivere che vendere la sua forza lavoro, per il suo valore di scambio in 6 ore, lavorando 12 ore per il capitalista che, quadruplicando il rendimento del suo lavoro, è in grado di pagare 6 la forza lavoro che sul mercato non riusciva a tradursi che in 3 ore.
Abbiamo dunque soddisfacentemente spiegato il fenomeno fondamentale dell’economia capitalistica in rapporto anche a quelle che la hanno preceduta, formulando una importante conseguenza della teoria del valore (enunciata la prima volta da Ricardo) nella dottrina del plusvalore (scoperta centrale di Marx) già contenuta nelle tesi: sul mercato si ha scambio tra equivalenti; tutto il profitto del capitale sorge dall’acquisto e dall’impiego della forza-lavoro, e di tale dottrina rimangono da formulare le leggi quantitative1.
Tutta questa prima enunciazione della formazione del plusvalore, nell’opera di Marx, è fiancheggiata e ravvivata da una suggestiva descrizione del rapporto tra padrone ed operaio, attraverso una polemica che la economia ufficiale borghese e con i vacui concetti etici e giuridici che stanno a base delle presenti istituzioni, o meglio della apologetica di esse. Marx sottolinea passo per passo quali delle sue constatazioni e dei suoi postulati sono ritenuti pacifici in ammissioni degli economisti comuni, e dove stanno le insidie e i trucchi che li conducono ad evitare le sue rigorose e scientifiche conclusioni, per pregiudizio ed interesse di scuola e di classe. Nei riferimenti storici Marx con efficacia incomparabile sottolinea le tesi, che ritroveremo in seguito e che sono essenziali nel marxismo, che non in tutte le epoche sociali è esistita la estorsione di plusvalore, in quanto essa manca nelle primitive comunità come nella produzione autonoma individuale e familiare del piccolo artigiano e del piccolo contadino proprietario libero, ossia non soggetto a decime e comandate. Si avvera all’opposto in diverse forme nella schiavitù, nella servitù feudale, nel salariato. Tali capisaldi preparano alla dimostrazione che il fatto del pluslavoro e del plusvalore e quindi dello sfruttamento, non essendo inseparabile da ogni tipo d’economia, come il teorico borghese pretende, potrà scomparire nell’economia futura. Nella brillante critica di tipo etico giuridico, in cui l’autore dialetticamente e sottilmente finge di prendere sul serio le norme morali della filosofia borghese e quelle del diritto odierno, riducendole all’assurdo e al ridicolo, è mostrata la perfetta equità legale ed etica e cristiana di tutto quanto avviene sul mercato, con scambi in cui ciascuno vende al giusto prezzo ciò che gli compete di diritto, ed è infine svelata la “fregatura” coperta nel segreto del processo produttivo. Al fine di porre i materiali per il giudizio sulle sovrastrutture filosofiche religiose morali politiche del mondo capitalistico, è sottolineato in squarci possenti che due sono le condizioni perché il “gioco” della appropriazione del plusvalore sia possibile ogni volta che il capitalista viene in contatto col lavoratore, e si applichi su scala sempre più vasta nel processo storico. Esse consistono nella libertà del lavoratore, in doppio senso. Esso deve essere libero di alienare la propria forza di lavoro, e perciò deve essere spezzata dal nuovo diritto (per cui tutti i cittadini uguali innanzi alle legge) la servitù feudale che legava gli uomini alla terra, e l’ordinamento corporativo che li legava al mestiere e alla bottega; in secondo luogo deve essere liberato da ogni impaccio di possedere per suo conto strumenti di lavoro e piccoli approvvigionamenti di materie prime come quando era artigiano o contadino, e ciò attraverso la espropriazione iniziale dei piccoli produttori da cui è ferocemente nato il capitalismo. Nel tempo stesso è mostrato che tale processo, per quanto infame, era necessario per condurre alle forme di produzione di maggiore intensità e rendimento imposte dai moderni mezzi tecnici. Ma tutta la acquisizione di questi elementi descrittivi e critici dell’attuale modo di produzione, e della via per cui si è attuato, serve di base alla tesi che i suoi lati attivi, come la applicazione delle scoperte scientifiche e del macchinismo, e il principio del lavoro associato e coordinato di un numero sempre maggiore di produttori, non sono inseparabili dalla estorsione di plusvalore e dal monopolio dei mezzi di produzione e di scambio da parte della classe capitalistica. Lo studio dell’opera di Marx ed il suo uso come argomento e mezzo di propaganda e di lotta di classe e di partito può farsi dopo avere acquisito la linea centrale della indagine e della deduzione di cui abbiamo cercato di porgere lo schema, sia pure arido, ma chiaro, e seguendo poi lo sviluppo della “narrazione” di Marx, fermandosi a tutte quelle che paiono digressioni ma che sono sintesi e anticipi delle posizioni programmatiche e politiche dei comunisti. Ciò a smentire l’assunzione idiota che il vero “spirito” del marxismo sia una fredda descrizione dei fenomeni economici del mondo sociale d’oggi guardandosi bene da arrischiare previsioni e propositi per rovesciarlo. ↩︎
Il problema che si pone al capitalismo francese in questo dopoguerra, più che vertere sulla ricostruzione di un apparato industriale non irrimediabilmente colpito dal conflitto, consiste nella sua modernizzazione e riattrezzatura per far fronte ad una situazione profondamente mutata rispetto al 1938. Problema dunque, per molti aspetti simile a quello che lo svolgimento della guerra ha posto al capitalismo britannico e sotto il cui profilo vanno viste le iniziative (già illustrate su questa rivista) per la nazionalizzazione di alcune fra le più importanti branche industriali. In realtà, la Francia è giunta al secondo conflitto mondiale con un apparato industriale e, in genere, economico, la cui produttività era di gran lunga inferiore a quella dei principali paesi del mondo, condizionando in misura notevole anche le capacità militari di difesa dell’Impero.
Come per l’Inghilterra, sebbene in forma diversa, la minor produttività del lavoro, l’arretratezza tecnica degli impianti, il grado non elevato di concentrazione ed integrazione dell’intera struttura economica, trovavano un compenso nell’alto reddito degli investimenti all’estero, che la guerra ha tuttavia seriamente ridotto. In questa situazione, la crisi dell’economia capitalistica francese – e perciò anche del prestigio politico e dell’efficienza militare della IV Repubblica – non poteva essere risolta, sia pure temporaneamente, che attraverso misure di modernizzazione e di riattrezzatura: in una parola, di pianificazione dell’apparato industriale. Aumentare l’efficienza economica del Paese, esportare di più, reggere vittoriosamente all’urto della concorrenza internazionale, far fronte il più rapidamente possibile ai debiti, erano le condizioni tanto del risanamento economico quanto di quella “sicurezza” che è l’insonne preoccupazione del grande capitalismo francese.
A questa esigenza nazionale risponde il PianoMonnet, diventato la bandiera dei governi socialisti di Blum e Ramadier, e in certo modo già presupposto dalle famose “riforme di struttura” di cui hanno menato vanto i socialisti, i nazional-comunisti, ed i… rivoluzionari del programma transitorio: i primi due, portati dalla storia ad agire come “raddrizzatori del sistema capitalistico”; gli altri, sempre pronti a scambiare per misure “progressive” i più evidenti tentativi di stabilizzazione del capitalismo. Il piano, del resto, non nasconde i suoi fini: il suo nome è “Plan de Modernisation et d’Equipement”; la sua dichiarata ambizione è di aumentare il rendimento dell’operaio francese (che prima della guerra produceva nell’unità di tempo solo un terzo di un operaio americano e due terzi di un inglese) attraverso il rinnovamento tecnico del macchinario e dei sistemi di lavoro, e di poggiare così su solide basi la sicurezza militare del Paese.
Il piano prevede il raggiungimento alla fine del ’47 del livello di produzione del 1938, a metà del 1948 il superamento di un terzo del livello massimo del 1929, e nel 1950 il superamento di quest’ultimo del 25%. I settori-chiave del piano sono la produzione del carbone, dell’elettricità, dell’acciaio, del cemento e delle macchine agricole, e il sistema dei trasporti, ma il piano prevede un aumento sensibile della produzione anche nel settore delle raffinerie del petrolio, delle industrie automobilistica e tessile e delle costruzioni. Le principali cifre fissate dal piano sono le seguenti:
Unità
1929
1947
1950
Carbone,
mil. tonn.
55
55,5
65
Elettricità,
mrd. Kwh
14,4
26
37
Acciaio,
mil. tonn.
9,7
7
11
Cemento,
mil. tonn.
0,5
1
5
Vagoni ferr.,
mil. tonn.
224
160
240
Navi,
mil. tonn.
50,2
28
58
Nel campo agricolo, più che un’estensione delle superfici coltivate, il piano prevede un aumento del rendimento unitario rispetto al periodo 1934-38: del 25%per il grano, del 27% per l’avena, del 25% per gli altri cereali, del 37% per le patate; e ad un potenziamento del patrimonio zootecnico.
La prima condizione di successo del piano è, evidentemente, una mobilitazione delle forze lavorative che consenta di immettere nel processo produttivo un complesso di più di un milione di braccia, sia attraverso un rigido controllo del mercato del lavoro, sia con la riduzione del personale amministrativo dello Stato,sia con l’impiego di mano d’opera femminile, anche a sostituzione dei prigionieri di guerra oggi impiegati in alto numero soprattutto nelle miniere. La seconda condizione è l’amento del tempo di lavoro con il ritorno alla settimana di 48 ore in luogo di quella di 40. L’ultima è rappresentata da un forte investimento di capitali nella riattrezzatura degli impianti e nell’introduzione di più efficienti metodi di lavoro, tale tuttavia da non dar luogo a fenomeni inflazionistici.
Il piano prevede un complesso di investimenti per la produzione e importazione di beni capitali di circa 3.000 miliardi di franchi, di cui 2.250 per la creazione di nuovi beni di produzione e 750 per il mantenimento e il rinnovamento degli impianti: la percentuale degli investimenti sul reddito nazionale dovrà essere del 23-25% contro il 16% del periodo 1929-38.
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Dal punto di vista operaio, il raggiungimento di questi obiettivi importa conseguenze facilmente determinabili. Anzitutto, esso esige un tasso crescente di sfruttamento del lavoro, sia mediante il prolungamento delle ore lavorative, sia mediante l’aumento della produzione per unità di tempo. Sotto questo aspetto, il famoso esperimento Blum, iniziato a cavallo del 1946-1947, può esser considerato la necessaria premessa alla politica di “modernizzazione e riattrezzatura” dell’economia francese: i ribassi del 5% sui prezzi (d’altronde a carattere schiettamente demagogico ed operettistico) sono stati la moneta di scambio per la reintroduzione della settimana di 48 ore. L’aumento della produttività operaia postula d’altra parte una “tregua” alle agitazioni rivendicative e a fatto ciò che, in un modo o nell’altro, possa incidere sul pacifico svolgimento della produzione nazionale – e Ramadier è stato chiarissimo nel minacciare le più energiche misure contro gli scioperi – allo stesso modo che postula una stabilizzazione dei salari e perciò dei costi, – e anche in questo il secondo governo socialista è stato netto: nessun aumento generale dei salari, ma aggiustamenti parziali là dove il salario risulti “anormalmente” basso (come se il salario non fosse sempre, in regime capitalistico, e soprattutto in periodi di crisi come l’attuale, anormalmente basso!). In altre parole, il piano è l’altra faccia di una politica di stretto controllo delle organizzazioni e delle lotte del proletariato: esige uno sfruttamento maggiore e, nel contempo, una sottomissione ancor più supina della classe operaia. Alle direttive dello Stato e agli interessi della Nazione.
D’altro canto, il suo finanziamento implica una riduzione forzata dei consumi per l’impiego di una più alta percentuale del risparmio negli investimenti produttivi: ergo, un peggioramento del tenore di vita che si giustificherà come momentaneo in attesa degli alti rendimenti futuri, ma che sarà comunque fortemente risentito e che una politica finanziaria di equilibrio del bilancio renderà ancora più duro finché non si arriverà alle misure care al totalitarismo nazista di rendere obbligatorio il risparmio. Nello stesso senso agirà la necessità di incrementare le esportazioni, per pagare tanto le importazioni previste dal piano, quanto l’interesse dei prestiti esteri che il suo finanziamento esige a completamento del capitale “nazionale” messo a disposizione dello Stato. E il problema dell’incremento dell’esportazione ne pone un altro: potrà mantenersi e svilupparsi l’esportazione su un mercato internazionale dove la concorrenza tende di giorno in giorno a farsi più acuta poiché tutti i grandi paesi capitalistici sono premuti dalla stessa necessità di vendere all’estero, dagli Stati Uniti all’Inghilterra e alle nazioni minori?
Infine, la realizzazione degli obiettivi previsti condiziona una politica estera aggressiva, soprattutto nei confronti della Germania. È vero che la produzione nazionale di carbone è aumentata, ma rimane tuttavia al disotto del livello 1938, e chi ne risente è l’industria siderurgica, cioè una delle industrie-chiave del piano. Quando si pensi che il piano Monnet prevede per il 1950 un consumo di carbone di 86 milioni di tonnellate, di cui solo 65 potranno essere prodotte (nella migliore delle ipotesi) dalle miniere francesi, le quali lavorano ora in buona parte con prigionieri tedeschi ma dovranno ben presto fare appello ad operai nazionali in regime normale di lavoro, e che d’altra parte le miniere della Saar hanno una capacità di produzione (per ora non più raggiunta) di 20 milioni di tonnellate, si comprende tanto lo sforzo francese di incorporare la Saar, quanto le pressioni esercitate dal governo sugli Alleati per assicurarsi una quota stabile di importazione dalla Ruhr, anche a costo di ridurre l’industria, e perciò il proletariato tedesco, alla completa paralisi.
Il piano Monnet corona dunque degnamente l’opera di intensificato sfruttamento del proletariato francese già iniziato dai governi democratici con la politica delle nazionalizzazioni, e, sul piano internazionale, acuisce i contrasti imperialistici nel presente e più ancora nelle prospettive avvenire. La sua riuscita è condizionata a fattori interni che si riassumono nella rinuncia della classe operaia alla lotta di classe e nella sempre più decisa trasformazione in senso autoritario del meccanismo politico della “democrazia” e a fattori esterni che si sintetizzano in un’esaltazione della concorrenza sul piano internazionale e in un irrigidimento della politica della “sicurezza”1.
Inutile dire che al timone di questo esperimento politico, sociale ed economico, devono esserci dei partiti “di sinistra”. Come dice il progetto, “La modernizzazione non è uno stato di cose, è uno stato d’animo”: la creazione di questo stato d’animo, l’educazione delle masse operaie ad accettare osannando la loro nuova prigione, sono e rimarranno il particolare privilegio dei Blum e dei Thorez, dei Ramadier e dei Frachon, degli uomini della “politica di grandezza della Francia”.
Le difficoltà di realizzazione del Piano Monnet nel quadro di una generale instabilità dei fattori che stanno alla sua base sono documentate dal fatto che, per il 1947, il governo ha deciso per ora di anticipare appena il 60% degli investimenti previsti per tale anno (265 miliardi di franchi invece di 475) in attesa di garanzie sufficienti riguardo all’approvvigionamento di mano d’opera e di combustibile e agli sviluppi del mercato nazionale e internazionale del danaro e dei capitali. Inutile dire che i 30 miliardi per spese militari saranno erogati subito… ↩︎