Partido Comunista Internacional

Rassegna Comunista 20

Il fronte unico proletario in Italia

Nel memento in cui – avendo la riunione dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale comunista deliberato di accedere all’invito dell’Unione dei partiti socialisti di Vienna (Internazionale 2 ½) – si adunava a Berlino la Conferenza degli Esecutivi delle tre Internazionali politiche per gettare le basi del fronte unico proletario mondiale, in Italia la situazione della questione dei fronte unico era quella non ignota ai nostri lettori.

Sollevata dal Comitato sindacale del Partito comunista nell’Agosto del 1921, l’idea di un’ azione comune di tutti gli organismi sindacali del proletariato italiano aveva condotto alla costituzione dell’Alleanza del lavoro.

Questo non era che un primo passo formale verso il fronte unico effettivo per una reale azione delle masse, ed il Partito comunista aveva impostato chiaramente una campagna perché l’iniziativa si sviluppasse in tal senso, fissando con un manifesto del Marzo i precisi postulati, che nelle adunate e nei comizi dell’Alleanza i comunisti sono andati sostenendo.

Le proposte dei comunisti sono tali che ogni operaio anche socialista o libertario può accettarli liberamente: esse precisano la natura organizzativa del fronte unico (legame effettivo e impegno preciso di mutua solidarietà tra tutte le organizzazioni economiche locali e di categoria, comitati locali eletti dalle masse e Congresso nazionale dell’Alleanza proletaria), i suoi scopi (ponendo in prima linea tra le altre rivendicazioni di difesa e riscossa contro l’offensiva borghese la difesa del tenore di vita proletaria e dei salari), i suoi mezzi (consistenti nell’azione di massa eculminanti nello sciopero generale). La campagna comunista ha per effetto che in ogni comizio e adunata proletaria socialdemocratici e sindacalisti-anarchici sono costretti ad assumere chiara posizione: si va con quest’azione di pari passo verso l’allargamento della base possibile d’azione delle masse e verso l’aumento d’influenza del Partito comunista tra il proletariato.

Alcuni risultati tipici di questa tattica si sono avuti nel fatto che, ad esempio, la stampa non comunista ha dovuto più volte riportare l’ordine del giorno tipo dei comunisti, perché ufficialmente votato dai comizi dell’Alleanza del lavoro – che a Milano, per esempio, la mancata proclamazione dello sciopero generale per l’uccisione di un operaio da parte dei fascisti ha potuto essere pubblicamente denunziata come atto di debolezza dal nostro Partito, mentre questo ha partecipato pienamente alla dimostrazione comune indetta dall’Alleanza e limitata ai funeri della vittima. Il contatto con le larghe masse controllate dagli altri movimenti politici s’accompagna così strettamente alla libera opera di critica del Partito comunista, e anche alla diretta continuazione della sua opera d’organizzazione sempre più vasta degli strati dei suoi simpatizzanti nel campo sindacale e in altri campi.

La Conferenza berlinese s’è svolta tra le difficoltà che tutti sanno. Malgrado l’arrendevolezza della delegazione comunista e le concessioni che questa ha fatto su vari punti, non s’ è potuto ottenere che la seconda Internazionale aderisse alla proposta di adunare durante la Conferenza di Genova il Congresso mondiale di tutti i partiti ed organismi proletari. Si è potuto solo concordare nella risoluzione comune che il Congresso sarebbe stato convocato ad opera di una Commistione comune di nove membri, e che per il venti Aprile in tutti i paesi si sarebbero organizzate grandi manifestazioni proletarie con significato di contrapposizione alla Conferenza di Genova, che appunto in detto giorno doveva inaugurarsi.

Il riflesso per l’Italia delle decisioni di Berlino era dunque, in applicazione delle decisioni della Conferenza, l’effettuazione dei comizi per il venti Aprile. La questione del fronte unico in Italia, nel paese ospite della Conferenza di Genova, prendeva aspetto concreto in queste dimostrazioni di masse. Dei partiti italiani, anche quello socialista aveva partecipato alla Conferenza, benché non aderente a nessuna Internazionale, e non solo aveva aderito all’impegno per la convocazione dei comizi del venti, ma aveva sostenuto le proposte ben più radicali cadute poi per l’opposizione dalla seconda Internazionale. I sindacati italiani, legati nell’Alleanza del lavoro, possedevano già un organo adatto, e davano garanzia che con tutte le loro lotte avrebbero partecipato alla dimostrazione.

Quanto al Partito comunista, questo accettava senz’altro le decisioni di Berlino, come suo dovere disciplinare. È noto come si sia svolto il Congresso del nostro partito. Questo da una parte ha riaffermato la sua incondizionata disciplina pratica alla Internazionale comunista in tutta l’azione da esplicare, dall’altra haadottato a maggioranza le tesi sulla tattica, che rispecchiano i concetti sostenuti dalla delegazione comunista italiana nella riunione del Comitato esecutivo allargalo a Mosca: per il fronte unico proletario ma senza coalizioni dirette con altri partiti politici, esu base sindacale. Per decisione del C.E.internazionale medesimo, pienamente accettata dal Congresso italiano, ulteriori scambi di vedute tra la centrale del Partito e Mosca stabiliranno se sia opportuno o meno in Italia mutare la tattica fin qui adottata e seguita dai Partito comunista.

In attesa che tali scambi di vedute conducano ad unaconclusione ufficiale, il Partito comunista continua nella linea tattica fin qui seguita, eche non è in contrasto con lo spirito delle direttive dell’Internazionale comunista econ i compiti generati diquesta. Di esser pronto ad osservare nei fatti l’impegno disciplinare assunto, il nostro Partito ha già dato prova completa, con la partecipazione del compagno Bordiga alla riunione di Berlino per ordine del C.E. internazionale, econ la accettazione incondizionata dell’osservanza alle conclusioni di questa, malgrado in sede opportuna edi consultazione interna abbia sempre affacciato le sue obiezioni al parere della maggioranza.

Logicamente il nostro Partito, appena nota la decisione di Berlino, ha proposto che le manifestazioni del venti in Italia venissero indette eorganizzate dall’Alleanza del lavoro.

Per le pubblicazioni della nostra stampa è ben noto che cosa è avvenuto. Alla proposta comunista non hanno risposto né Alleanza del lavoro, né Confederazione del lavoro, né Sindacato Ferrovieri, né Partito socialista, organismi tutti capeggiati da uomini politicamente impegnati alle decisioni di Berlino, in quanto socialisti e comunisti vi formano la maggioranza. Dopo molti giorni il Partito socialista ha dichiarato che gli pareva di aver mantenuto i suoi impegni col fatto d’aver convocato i comizi del I Maggio!!!

Da questo fatto emerge chiaramente come i socialdemocratici, anche quelli italiani che s’ atteggiano ad essere i più rivoluzionari tra i dissidenti dalla terza Internazionale, siano ovunque i sabotatori del fronte unico edi ogni azione proletaria che assuma carattere esapore rivoluzionario.

Non insisteremo lungamente sul grave valore della mancata convocazione dei comizi del venti proprio in Italia, dove avevano la maggiore importanza politica, e dove più facile era il convocarli con l’adesione di tutti gli organismi proletari. Vogliamo solo dedurre da questo fatto, oltre alle altre considerazioni circa l’incapacità del Partito socialista italiano a fare una politica effettiva che cozzi decisamente con gl’interessi borghesi, una conclusione importante circa lo spirito col quale i socialdemocratici accedono alla tattica del fronte unico. Essi la accettano verbalmente per demagogia, ma indietreggiano dinanzi all’applicazione, non solo quando questa li impegnerebbe a suscitare dirette azioni della massa, ma anche quando vedono di non potersene servire per legare mani e piedi ai comunisti nella loro opera di demolizione dell’influenza degli opportunisti sulle masse. Lo scopo dei socialdemocratici è di evitare che i comunisti possano venire a contatto con le masse chi essi dirigono, fare ad esse la loro propaganda, e portare tra esse le chiare e virili loro proposte d’azione a difesa dei vitali interessi operai. Ma d’altra parte i socialisti tendono a far la figura di non assumere la responsabilità di elevare una barriera tra le loro masse e quelle che seguono i comunisti. Essi quindi dicono di voler le azioni comuni, ma evitano che queste si realizzino quando non abbiano prima ottenuto un disarmo della critica e dell’opposizione comunista.

In contrapposto i comunisti si devono prefiggere di giungere a porsi in contatto con quella parte del proletariato che è diretta dagli opportunisti, che sente i soli loro discorsi, che legge la sola loro stampa. Ma bisogna evidentemente riuscirvi senza aver dovuto prima passare sotto le forche caudine d’impegni tali, che le parole che diremo a tali masse e le proposte che loro faremo e l’azione a cui ci sforzeremo di sospingerle, siano preventivamente limitate ad un programma analogo a quello dei socialdemocratici, inficiato quindi d’inefficacia e d’impotenza, di cui saremo poi noi comunisti i responsabili innanzi al proletariato.

Soprattutto nel senso qui accennato il problema del fronte unico si disegna in Italia, e vi dovrà essere risolto da un’intransigente collaborazione del Partito comunista e della terza Internazionale nello studio della tattica da adottare, per giungere più direttamente alla comune meta rivoluzionaria.