Gli schieramenti dei partiti parlamentari in Italia
Questa applicazione del meccanismo elettorale cui abbiamo assistito in Italia, svoltasi con una rapidità di passaggio che è l’unica cosa che poteva conferire alla sua sopportazione, ha confermato che si tratta di un meccanismo rugginoso e consunto, incapace ormai di fungere da primo motore della macchina politica.
Le recenti elezioni non hanno indicato né tanto meno fornito alla classe che è al potere nuovi espedienti e risorse per uscire dalle strette di una penosa situazione. La nuova Camera è composta su per giù come l’antica e, dal punto di vista puramente parlamentare, offre gli stessi problemi alla formazione di un governo secondo le regole consuete.
È impressione corrente che, avendo il ministero Giolitti sciolta la Camera, perché su di essa era impossibile basare una sicura maggioranza di governo, si trovi ora dinanzi ad una Camera in cui quelle difficoltà si sono identicamente rinnovate, e forse accentuate.
Ma queste sono le riflessioni correnti di quella pubblica opinione ricucita di luoghi comuni, e poco ci importano. La realtà è che la politica difensiva della classe borghese in Italia si avvia a confermare quella che è una esperienza fondamentale del movimento internazionale comunista, cioè la funzione decisivamente reazionaria della socialdemocrazia.
Si è troppo ripetuto che in Italia una socialdemocrazia non esiste, si è troppo speculato sulle superficiali valutazioni che del socialismo riformista e transigente italiano sono in voga in Italia e all’estero per la interferenza di fattori non bene compresi. Lo si è tanto ripetuto che gli avvenimenti non mancheranno di regalarci un altro teorema (ci si passi la espressione) che la più velenosa e reazionaria forma di socialdemocrazia è quella che più tarda ad appalesarsi per tale.
Certo è che mentre il regime, o se non il regime le cui crepe sono troppo evidentemente insanabili, almeno il potere borghese, dà prova di avere tuttora delle notevoli risorse difensive, e di essere capace di far arretrare di qualche passo l’avversario, il proletariato rivoluzionario, profittando con intuito e risolutezza delle sue debolezze, mentre questa verità altamente ammonitrice per i proletari, scaturisce da quanto avviene nelle piazze e nelle campagne attraverso gli episodi di una quotidiana guerriglia, la consultazione elettorale dà indicazioni nettamente di sinistra, dà la vittoria a forze essenzialmente democratiche, a programmi che sono materiati di riformismo socialistoide e di modernismo sindacale. Protagonisti della vigorosa resistenza borghese non sono dunque i gruppi reazionari (nel senso storico della parola) della borghesia; non sono elementi ultraconservatori, ultramonarchici, clericali, moderati… tutta questa terminologia è sparita addirittura dalla politica italiana.
I partiti messi in auge dalle elezioni recenti e dalle precedenti sono tutti su di un terreno democratico, si avviano tutti ad accettare l’esperimento di un governo socialdemocratico; ossia a formarsi la coscienza di classe che costituire un tale governo non vorrà dire cedere dinanzi alle masse, ma portare contro di esse e l’avanguardia rivoluzionaria del loro movimento, la più decisa delle offensive.
Il partito popolare – non occorre ripeterne i motivi – è un partito largamente democratico e riformista; sindacalista nella sua ala sinistra, la quale arriva perfino a considerare senza timore un cambiamento di forma di governo nel senso repubblicano; ed è apertamente (tutto il partito) fautore della più larga funzione della democrazia parlamentare. Esso fa posto nei suoi programmi alle aspirazioni economiche delle masse; sopratutto agrarie, e fa leva in gran parte su queste – non fa mistero di essere un partito di governo, e comincia a dichiarare di essere pronto a collaborare con le frazioni della più accesa democrazia; essendo ormai da una parte e dall’altra superato per sempre quel problema dell’anticlericalismo massonico, che una volta sembrava il pernio delle lotte politiche in Italia; mentre era il risultato di uno spregevole onanismo intellettuale.
I gruppi del «partito liberale» non si possono esaminare che riducendoli a seguito di questo o di quello «illustre parlamentare». Vi sono i seguaci fedeli di Giolitti: chi non conosce l’audacia democratica e riformistica dei suoi programmi? La sua antica decisione di portare i socialisti al potere, realizzata in parte dopo la scissione del 1912 in cui il partito socialista respingeva da sé i collaborazionisti, creando la illusione di aver superato il pericolo riformista; mentre questo covava nelle sue file, e mentre, come dicevamo, esso è tanto più insidioso, quanto più circonda di stentate od ostentate riluttanze la sua via verso l’alleanza borghese?
Vi è una «opposizione» a Giolitti che gravita verso Nitti. Le ragioni della opposizione non sono che personali, il tono politico è lo stesso. Caso mai Nitti è ancora più corrivo alla collaborazione socialista, verso cui quando era al potere fece tentativi replicati, dimostrandosi così audacemente oculato dal sorridere anche al chiassoso massimalismo del 1919 ed aiutarlo a vincere nelle elezioni.
Ancora: v’è un gruppo Salandra, in cui sopravviverebbe la «destra» della Camera italiana. A dispetto di ogni regola geometrica o simmetrica, nel Parlamento nazionale la sinistra comprende i cinque sesti dei deputati, e la destra, con aggiuntovi il centro, si e no il sesto, anzi certamente no. Ma il recente discorso Salandra dimostra che anch’egli accederebbe ai modernissimi criteri di governo deponendo pregiudiziali sorpassate. D’altra parte nel suo governo di guerra egli comprese i socialisti riformisti interventisti. E nel giudicare dello schieramento politico dei partiti italiani non bisogna dare troppo peso alla politica fatta durante la guerra. Bissolati è morto; e se sempre ha vissuto vicinissimo a Turati, oggi sarebbe forse per condividere ancora la sua tessera. Non vi è maggiore abisso tra Salandra e Giolitti di quello che vi fosse tra Bissolati e Turati. Del resto, il riavvicinamento è stato sancito dalla stessa posizione elettorale del Salandra, divenuto anch’egli ministeriale.
Vi sono i fascisti. La presenza di questo nuovo gruppo non deve ingannare. Esso non smentisce affatto le tendenze della borghesia italiana alla avanzata democrazia parlamentare, alle riforme che vogliono contentare i lavoratori, alla più grande ampiezza di libertà per i sindacati professionali. Anzi in tutto questo campo il fascismo è una avanguardia programmatica. Il fascismo non è né un partito, né un gruppo; esso è il precipitato ultimo della politica di difesa della classe borghese, di cui contiene le più forti esperienze nazionali ed internazionali. La sua funzione sulla scena della politica italiana è la dimostrazione vivente e dinamica delle affermazioni critiche del comunismo; che cioè nel meccanismo parlamentare democratico si realizza la dittatura borghese, che la funzione di quel meccanismo si integra con la lotta violenta contro le tendenze rivoluzionarie, colla applicazione alla lotta di classe del principio militare che la migliore difesa è l’offensiva.
Il fascismo, colle sue imprese, se interpretato alla luce di una valutazione marxista che è lettera morta per la cecità o per la complicità – socialdemocratica, avvia, attraverso un processo le cui vicende parlamentari si intravedono già, ma su cui ancora non ci soffermeremo, lo scatenamento della più selvaggia battaglia antirivoluzionaria, sotto la bandiera, non di una dittatura extraparlamentare, ma di un governo di democratici, magari di una repubblica presieduta da socialisti, che rinnoverà le gesta degli Ebert e dei Noske.
Le gesta non sarebbero rinnovate, al certo, se la grande massa proletaria seguisse la suadente politica di addormentamento socialdemocratica, e disarmasse nei metodi di passività sfrontatamente proposti dal partito socialista. Questo potrebbe sembrare probabile a chi considerasse aritmeticamente le cifre dei voti socialisti e comunisti nelle elezioni recenti.
Ma il comunismo italiano, più che mai ferrato delle armi critiche demolitrici dell’inganno parlamentare apprestate dalla genialità dei Maestri, e dalle sanguinose esperienze dei militanti contemporanei della lotta rivoluzionaria, sorge a rispondere che su altro terreno si dimostrerà come anche in Italia vi siano forze inquadrate sotto il vessillo di Spartaco. Alle quali se migliore arriderà la fortuna, non vi sarà ombra di grazia per i «passati al nemico».
Party and Class Action
In a previous article where we elaborated certain fundamental theoretical concepts, we have shown not only that there is no contradiction in the fact that the political party of the working class, the indispensable instrument in the struggles for the emancipation of this class, includes in its ranks only a part, a minority, of the class, but we also have shown that we cannot speak of a class in historical movement without the existence of a party which has a precise consciousness of this movement and its aims, and which places itself at the vanguard of this movement in the struggle.
A more detailed examination of the historical tasks of the working class on its revolutionary course, both before and after the overthrow of the power of the exploiters, will only confirm the imperative necessity of a political party which must direct the whole struggle of the working class.
In order to have a precise, tangible idea of the technical necessity of the party, we should first consider – even if it may seem illogical – the tasks that the proletariat must accomplish after having come to power and after having wrenched the control of the social machine from the bourgeoisie.
After having conquered control of the state the proletariat must undertake complex functions. In addition to replacing the bourgeoisie in the direction and administration of public matters, it must construct an entirely new and different administrative and governmental machinery, with immensely more complex aims than those comprising the “governmental art” of today. These functions require a regimentation of individuals capable of performing diverse functions, of studying various problems, and of applying certain criteria to the different sectors of collective life: these criteria are derived from the general revolutionary principles and correspond to the necessity which compels the proletarian class to break the bonds of the old regime in order to set up new social relationships.
It would be a fundamental mistake to believe that such a degree of preparation and specialisation could be achieved merely by organising the workers on a trade basis according to their traditional functions in the old regime. Our task will not be to eliminate the contribution of technical competence previously furnished by the capitalist or by elements closely linked to him in order to replace them, factory by factory, by the training and experience of the best workers. We will instead have to confront tasks of a much more complex nature which require a synthesis of political, administrative and military preparation. Such a preparation, which must exactly correspond to the precise historical tasks of the proletarian revolution, can be guaranteed only by the political party; in effect the political party is the only organism which possesses on one hand a general historical vision of the revolutionary process and of its necessities and on the other hand a strict organisational discipline ensuring the complete subordination of all its particular functions to the final general aim of the class.
A party is that collection of people who have the same general view of the development of history, who have a precise conception of the final aim of the class they represent, and who have prepared in advance a system of solutions to the various problems which the proletariat will have to confront when it becomes the ruling class. It is for this reason that the rule of the class can only be the rule of the party. After these brief considerations, which can very evidently be seen in even a superficial study of the Russian Revolution, we shall now consider the phase preceding the proletariat’s rise to power in order to demonstrate that the revolutionary action of the class against bourgeois power can only be a party action.
It is first of all evident that the proletariat would not be mature enough to confront the extremely difficult problems of the period of its dictatorship, if the organ that is indispensable in solving these problems, the party, had not begun long before to constitute the body of its doctrine and experiences.
The party is the indispensable organ of all class action even if we consider the immediate necessities of the struggles which must culminate in the revolutionary overthrow of the bourgeoisie. In fact we cannot speak of a genuine class action (that is an action that goes beyond the trade interests and immediate concerns) unless there is a party action.
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Basically, the task of the proletarian party in the historical process is set forth as follows.
At all times the economic and social relationships in capitalist society are unbearable for the proletarians, who consequently are driven to try to overcome them. Through complex developments the victims of these relationships are brought to realise that, in their instinctive struggle against sufferings and hardships which are common to a multitude of people, individual resources are not enough. Hence they are led to experiment with collective forms of action in order to increase, through their association, the extent of their influence on the social conditions imposed upon them. But the succession of these experiences all along the path of the development of the present capitalist social form leads to the inevitable conclusion that the workers will achieve no real influence on their own destinies until they have united their efforts beyond the limits of local, national and trade interests and until they have concentrated these efforts on a far-reaching and integral objective which is realised in the overthrow of bourgeois political power. This is so because as long as the present political apparatus remains in force, its function will be to annihilate all the efforts of the proletarian class to escape from capitalist exploitation.
The first groups of proletarians to attain this consciousness are those who take part in the movements of their class comrades and who, through a critical analysis of their efforts, of the results which follow, and of their mistakes and disillusions, bring an ever-growing number of proletarians onto the field of the common and final struggle which is a struggle for power, a political struggle, a revolutionary struggle.
Thus at first an ever-increasing number of workers become convinced that only the final revolutionary struggle can solve the problem of their living conditions. At the same time there are increasing numbers who are ready to accept the inevitable hardships and sacrifices of the struggle and who are ready to put themselves at the head of the masses incited to revolt by their suffering, all in order to rationally utilise their efforts and to assure their full effectiveness.
The indispensable task of the party is therefore presented in two ways, as factor of consciousness, and then as factor of will: the former translates into a theoretical conception of the revolutionary process which all members must share; the second into the acceptance of a precise discipline that ensures a co-ordinated effort and thus the success of the relevant action.
Obviously this strengthening of the class energies has never been and can never be a securely progressive, continuous process. There are standstills, setbacks and disbandings. Proletarian parties often lose the essential characteristics which they were in the process of forming and their aptitude for fulfilling their historical tasks. In general, under the very influence of particular phenomena of the capitalist world, parties often abandon their principal function which is to concentrate and channel the impulses originating from the movement of the various groups, and to direct them towards the single final aim of the revolution. Such parties are satisfied with immediate and transitory solutions and satisfactions. They consequently degenerate in their theory and practice to the point of admitting that the proletariat can find conditions of advantageous equilibrium within the capitalist regime, and they adopt as their political aim objectives which are merely partial and immediate, thereby beginning on their way towards class collaboration.
These phenomena of degeneration reached their peak with the great World War. After this a period of healthy reaction has followed: the class parties inspired by revolutionary directives – which are the only parties that are truly class parties – have been reconstructed throughout the world and are organising themselves into the Third International, whose doctrine and action are explicitly revolutionary and “maximalist”.
Thus in this period, which everything indicates will be decisive, we can see again a movement of revolutionary unification of the masses, of organisation of their forces for the final revolutionary action. But once again, far from having the immediate simplicity of a rule, this situation poses difficult tactical problems; it does not exclude partial or even serious failure, and it raises questions which so greatly impassion the militants of the world revolutionary organization.
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Now that the new International has systematized the framework of its doctrine it must still draw up a general plan of its tactical methods. In various countries a series of questions has arisen from the communist movement and tactical problems are on the agenda. Once it has been established that the political party is an indispensable organ of the revolution; once it no longer can be a point of debate that the party can only be a part of the class (and this point has been settled in the theoretical resolutions of the Second World Congress, which formed the point of departure of the previous article) then the following problem remains to be solved: we must know more precisely how large the party organisation must be and what relationship it must have with the masses which it organises and leads.
There exists – or there is said to exist – a trend which wishes to have perfectly pure “small parties” and which would almost take pleasure in moving away from contact with the great masses, accusing them of having little revolutionary consciousness and capabilities. This tendency is severely criticised and is defined as left opportunism. This label however seems to us to be more demagogic than justified; it should rather be reserved for those tendencies that deny the function of the political party and pretend that the masses can be organised on a vast scale for revolution by means of purely economic and syndical forms of organisation.
What we must deal with therefore is a more thorough examination of the relationship between the masses and the party. We have seen that the party is only a part of the working class, but how are we to determine the numerical size of this fraction? For us if there is evidence of voluntarist error, and therefore of typical anti-Marxist “opportunism” (and today opportunism can only mean heresy), it is the pretension of establishing such a numerical relationship as an a priori rule of organisation; that is to say of establishing that the communist party must have in its ranks, or as sympathisers, a certain number of workers which is either greater or less than a particular given percentage of the proletarian mass.
It would be a ridiculous mistake to judge the process of formation of communist parties, which proceeds through splits and mergers, according to a numerical criterion, that is to say to cut down the size of the parties which are too large and to forcibly add to the numbers of the parties which are too small. This would be in effect not to understand that this formation must be guided instead by qualitative and political norms and that it develops in a very large part through the dialectical repercussions of history. It cannot be defined by organisational rules which would pretend that the parties should be moulded into what is considered to be desirable and appropriate dimensions.
What can be stated as an unquestionable basis for such a discussion on tactics is that it is preferable that the parties should be numerically as large as possible and that they should succeed in attracting around them the largest possible strata of the masses. No one among the communists ever laid down as a principle that the communist party should be composed of a small number of people shut up in an ivory tower of political purity. It is indisputable that the numerical force of the party and the enthusiasm of the proletariat to gather around the party are favourable revolutionary conditions; they are unmistakable signs of the maturity of the development of proletarian energies and nobody would ever wish that the communist parties should not progress in that way.
Therefore there is no definite or definable numerical relationship between the party membership and the great mass of the workers. Once it is established that the party assumes its function as a minority of the class, the inquiry as to whether this should be a large minority or a small minority is the ultimate in pedantry. It is certain that as long as the contradictions and internal conflicts of capitalist society, from which the revolutionary tendencies originate, are only in their first stage of development, as long as the revolution appears to be far away, then we must expect this situation: the class party, the communist party, will necessarily be composed of small vanguard groups who have a special capacity to understand the historical perspective, and that section of the masses who will understand and follow it cannot be very large. However, when the revolutionary crisis becomes imminent, when the bourgeois relations of production become more and more intolerable, the party will see an increase in its ranks and in the extent of its following within the proletariat.
If the present period is a revolutionary one, as all communists are firmly convinced, then it follows that we must have large parties which exercise a strong influence over broad sections of the proletariat in every country. But wherever this aim has not yet been realised in spite of undeniable evidence of the acuteness of the crisis and the imminence of its outburst, the causes of this deficiency are very complex; therefore it would be extremely frivolous to conclude that the party, when it is too small and with little influence, must be artificially extended by merging with other parties or fractions of parties which have members that are supposedly linked to the masses. The decision as to whether members of other organisations should be admitted into the ranks of the party, or on the contrary whether a party which is too large should eliminate part of its membership, cannot stem from arithmetical considerations or from a childish statistical disappointment.
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The formation of the communist parties, with the exception of the Russian Bolshevik Party, has grown at a very accelerated pace in Europe as well as outside of Europe because the war has opened the door, at a very accelerated rate, to a crisis of the system. The proletarian masses cannot attain a firm political consciousness in a gradual way; on the contrary they are driven here and there by the necessities of the revolutionary struggle, as if they were tossed by the waves of a stormy sea. There has continued to survive, on the other hand, the traditional influence of social-democratic methods, and the social-democratic parties themselves are still on the scene in order to sabotage the process of clarification, to the greatest advantage of the bourgeoisie.
When the problem of how to solve the crisis reaches the critical point and when the question of power is posed to the masses, the role of the social-democrats becomes extremely evident, for when the dilemma proletarian dictatorship or bourgeois dictatorship is posed and when choice can no longer be avoided, they choose complicity with the bourgeoisie. However when the situation is maturing but not yet fully developed, a considerable section of the masses remain under the influence of these social-traitors. And in those cases when the probability of revolution has the appearance, but only the appearance, of diminishing, or when the bourgeoisie unexpectedly begins to unfurl its forces of resistance, it is inevitable that the communist parties will temporarily lose ground in the field of organisation and in their leadership of the masses.
Given the present unstable situation, it is possible that we will see such fluctuations in the generally secure process of development of the revolutionary International. It is unquestionable that communist tactics must try to face these unfavourable circumstances, but it is no less certain that it would be absurd to hope to eliminate them by mere tactical formulas, just as it would be excessive to draw pessimistic conclusions from these circumstances.
In the abstract hypothesis of the continuous development of the revolutionary energies of the masses, the party sees its numerical and political forces increase in a continuous way, quantitatively growing but remaining qualitatively the same, inasmuch as the number of communists rises, in relation to the total number of proletarians. However in the actual situation the diverse and continually changing factors of the social environment act upon the mood of the masses in a complex way; the communist party, which is made up of those who more clearly perceive and understand the characteristics of the historical development, nevertheless does not cease to be an effect of this development and thus it cannot escape fluctuations in the social atmosphere. Therefore, although it acts constantly as a factor of revolutionary acceleration, there is no method it can use, however refined it may be, which can force or reverse the situation in regards to its fundamental essence.
The worst remedy which could be used against unfavourable consequences of situations, however, would be to periodically put on trial the theoretical and organisational principles that are the very basis of the party, with the objective of enlarging its zone of contact with the masses. In situations where the revolutionary inclinations of the masses are weakening, this movement to “bring the party towards the masses”, as some call it, is very often equivalent to changing the very nature of the party, thus depriving it of the very qualities that would enable it to be a catalyst capable of influencing the masses to resume their forward movement.
The conclusions in regard to the precise character of the revolutionary process, which are derived from the doctrine and historical experience, can only be international and thus result in international standards. Once the communist parties are solidly founded on these conclusions, then their organisational physiognomy must be considered to be established and it must be understood that their ability to attract the masses and to give them their full class power depends on their adherence to a strict discipline regarding the program and the internal organisation.
The communist party possesses a theoretical consciousness confirmed by the movement’s international experiences, which enables it to be prepared to confront the demands of revolutionary struggle. And because of this, even though the masses partially abandon it during certain phases of its life, it has a guarantee that their support will return when they are confronted with revolutionary problems for which there can be no other solution than that inscribed in the party’s program. When the necessities of revolutionary action reveal the need for a centralised and disciplined organ of leadership, then the communist party, whose constitution will have obeyed these principles, will put itself at the head of the masses in movement.
The conclusion that we wish to draw is that the criteria which we must use as a basis to judge the efficiency of the communist parties must be quite different from an a posterioriestimate of their numerical forces as compared with those of the other parties which claim to represent the proletariat. The only criteria by which to judge this efficiency are the precisely defined theoretical bases of the party’s program and the rigid internal discipline of all its organisational sections and of all its members; only such a discipline can guarantee the utilisation of everyone’s work for the greatest success of the revolutionary cause. Any other form of intervention in the composition of the party which is not logically derived from the precise application of these principles can only lead to illusory results and would deprive the class party of its greatest revolutionary strength: this strength lies precisely in the doctrinal and organisational continuity of all its propaganda and all its action, in its ability to “state in advance”, how the process of the final struggle between classes will develop and in its ability to give itself the type of organisation which responds to the needs of this decisive phase.
During the war, this continuity was irretrievably lost throughout the world and the only thing to do was to start again from the beginning. The birth of the Communist International as a historical force has materialised, on the basis of a perfectly clear and decisive revolutionary experience, the lines on which the proletarian movement could reorganise itself. The first condition for a revolutionary victory for the world proletariat is consequently the attainment of the organisational stabilisation of the International, which could give the masses throughout the world a feeling of determination and certitude, and which could win the support of the masses while making it possible to wait for them whenever it is indispensable that the development of the crisis still should act upon them, that is when it is unavoidable that they still experiment with the insidious advice of the social-democrats. There do not exist any better recipes for escaping this necessity.
The Second Congress of the Third International understood these necessities. At the beginning of a new epoch which must lead to revolution, it had to establish the points of departure of an international work of organisation and revolutionary preparation. It would have perhaps been preferable for the Congress, instead of dealing with the different themes in the order that they were treated in the theses – all of which dealt with theory and tactics at the same time – to have established first the fundamental basis of the theoretical and programmatic conception of communism, since the organisation of all adhering parties must be primarily based on the acceptance of these theses. The Congress then would have formulated the fundamental rules of action which all members must strictly observe on the trade-union, the agrarian, and the colonial questions and so on. However, all this is dealt with in the body of resolutions adopted by the Second Congress and is excellently summarised in the theses on the conditions of admission of the parties.
It is essential to consider the application of these conditions of admission as an initial constitutive and organisational act of the International, that is as an operation which must be accomplished once and for all in order to draw all organised or organizable forces out of the chaos into which the political proletarian movement had fallen, and to organise these forces into the new International.
All steps should be taken without further delay in order to organise the international movement on the basis of these obligatory international standards. For, as we have said before, the great strength which must guide the International in its task of propelling the revolutionary energies is the demonstration of the continuity of its thought and action towards a precise aim that will one day appear clearly in the eyes of the masses, polarising them around the vanguard party, and providing the best chances for the victory of the revolution.
If, as a result of this initial – though organisationally decisive – systematisation of the movement, parties in certain countries have an apparently small membership, then it can be very useful to study the causes of such a phenomenon. However it would be absurd to modify the established organisational standards and to redefine their application with the aim of obtaining a better numerical relationship of the Communist Party to the masses or to other parties. This would only annihilate all the work accomplished in the period of organisation and would make it useless; it would necessitate beginning the work of preparation all over again, with the supplementary risk of several other starts. Thus this method would only result in losing time instead of saving it.
This is all the more true if the international consequences of this method are considered. The result of making the international organisational rules revocable and of creating precedents for accepting the “remoulding” of parties – as if a party was like a statue which could be recast after not turning out well the first time – would be to obliterate all the prestige and authority of the “conditions” that the International laid down for the parties and individuals that wished to join. This would also indefinitely delay the stabilisation of the staff of the revolutionary army, since new officers could constantly aspire to enter while “retaining the privileges of their rank”.
Therefore it is not necessary to be in favour of large – or small – parties; it is not necessary to advocate that the orientation of certain parties should be reversed, under the pretext that they are not “mass parties”. On the contrary, we must demand that all communist parties be founded on sound organisational, programmatic, and tactical directives which crystallise the results of the best experiences of the revolutionary struggle on the international scale.
These conclusions, although it is difficult to make it evident without very long considerations and quotations of facts taken from the life of the proletarian movement, do not spring from an abstract and sterile desire to have pure, perfect and orthodox parties. Instead they originate from a desire to fulfil the revolutionary tasks of the class party in the most efficient and secure way.
The party will never find such a secure support from the masses, the masses will never find a more secure defender of their class consciousness and of their power, than when the past actions of the party have shown the continuity of its movement towards revolutionary aims, even without the masses or against them at certain unfavourable moments. The support of the masses can be securely won only by a struggle against their opportunist leaders. This means that where non-communist parties still exert an influence among the masses, the masses must be won over by dismantling the organisational network of these parties and by absorbing their proletarian elements into the solid and well-defined organisation of the Communist Party. This is the only method which can give useful solutions and can assure practical success. It corresponds exactly to Marx’s and Engels’ positions towards the dissident movement of the Lassalleans.
That is why the Communist International must look with extreme mistrust at all groups and individuals who come to it with theoretical and tactical reservations. We may recognise that this mistrust cannot be absolutely uniform on the international level and that certain special conditions must be taken into account in countries where only limited forces actually place themselves on the true terrain of communism. It remains true, however, that no importance should be given to the numerical size of the party when it is a question of whether the conditions of admission should be made more lenient or more severe for individuals and, with still more reason, for groups who are more or less incompletely won over to the theses and methods of the International. The acquisition of these elements would not be the acquisition of positive forces; instead of bringing new masses to us, this would result in the risk of jeopardising the clear process of winning them over to the cause of the party. Of course we must want this process to be as rapid as possible, but this wish must not urge us on to incautious actions which might, on the contrary, delay the final solid and definitive success.
It is necessary to incorporate certain norms which have constantly proved to be very efficient into the tactics of the International, into the fundamental criteria which dictate the application of these tactics, and into the complex problems which arise in practice. These are: an absolutely uncompromising attitude towards other parties, even the closest ones, keeping in mind the future repercussions beyond immediate desires to hasten the development of certain situations; the discipline that is required of members, taking into consideration not only their present observance of this discipline but also their past actions, with the maximum mistrust in regard to political conversions; a consideration of the past accountability of individuals and groups, in place of recognising their right to join or to leave the communist army whenever they please. All this, even if it may seem to enclose the party in too narrow a circle for the moment, is not a theoretical luxury but instead it is a tactical method which very securely ensures the future.
Countless examples would show that last-minute revolutionaries are out of place and useless in our ranks. Only yesterday they had reformist attitudes that were dictated by the special conditions of the period and today they have been led to follow the fundamental communist directive because they are influenced by their often too optimistic considerations about the imminence of the revolution. Any new wavering in the situation – and in a war who can say how many advances and retreats would occur before the final victory – will be sufficient to cause them to return to their old opportunism, thus jeopardising at the same time the contents of our organisation.
The international communist movement must not only be composed of those who are firmly convinced of the necessity of revolution and are ready to struggle for it at the cost of any sacrifice, but also ot those who are committed to act on the revolutionary terrain even when the difficulties of the struggle reveal that their aim is harder to reach and further away than they had believed.
At the moment of the intense revolutionary crisis we shall act on the sound base of our international organisation, polarising around us the elements who today are still hesitating, and defeating the social-democratic parties of various shades.
If the revolutionary possibilities are less immediate we will not run the risk, even for a single moment, of letting ourselves be distracted from our patient work of preparation in order to retreat to the mere solving of immediate problems, which would only benefit the bourgeoisie.
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Another aspect of the tactical problem which the communist parties must solve is that of choosing the moment at which the calls for action must be launched, whether it is a secondary action or the final one.
This is why the “tactics of the offensive” of communist parties are passionately discussed today; these consist of organising and arming the party militants and the close sympathisers, and of manoeuvring them at the opportune moment in offensive actions aiming at rousing the masses in a general movement, or even at accomplishing spectacular actions in response to the reactionary offensive of the bourgeoisie.
On this question too there are generally two opposing positions neither of which a communist would probably support.
No communist can harbour prejudices towards the use of armed actions, retaliations and even terror or deny that these actions, which require discipline and organisation, must be directed by the communist party. Just as infantile is the conception that the use of violence and armed actions are reserved for the “Great Day” when the supreme struggle for the conquest of power will be launched. In the reality of the revolutionary development, bloody confrontations between the proletariat and the bourgeoisie are inevitable before the final struggle; they may originate not only from unsuccessful insurrectional attempts on the part of the proletariat, but also from inevitable, partial and transitory clashes between the forces of bourgeois defence and groups of proletarians who have been impelled to rise in arms, or between bands of bourgeois “white guards” and workers who have been attacked and provoked by them. It is not correct either to say that communist parties must disavow all such actions and reserve all their force for the final moment, because all struggles necessitate a preparation and a period of training and it is in these preliminary actions that the revolutionary capacity of the party to lead and organise the masses must begin to be forged and tested.
It would be a mistake, however, to deduce from all these preceding considerations that the action of the political class party is merely that of a general staff which could by its mere will, determine the movement of the armed forces and their utilisation. And it would be an imaginary tactical perspective to believe that the party, after having created a military organisation, could launch an attack at a given moment when it would judge its strength to be sufficient to defeat the forces of bourgeois defence.
The offensive action of the party is conceivable only when the reality of the economic and social situation throws the masses into a movement aimed at solving the problems directly related, on the widest scale, to their conditions in life; this movement creates an unrest which can only develop in a truly revolutionary direction on the condition that the party intervenes by clearly establishing its general aims, and rationally and efficiently organising its action, including the military technique. It is certain that the party’s revolutionary preparation can begin to translate itself into planned actions even in the partial movements of the masses: thus retaliation against white terror – whose aims are to give the proletariat the feeling that it is definitively weaker than its adversaries and to make it abandon the revolutionary preparation – is an indispensable tactical means.
However it would be another voluntarist error – for which there cannot and must not be any room in the methods of the Marxist International – to believe that by utilising such military forces, even though they may be extremely well organised on a broad scale, it is possible to change the situations and to provoke the starting of the general revolutionary struggle in the midst of a stagnating situation.
One can create neither parties nor revolutions; one leads the parties and the revolutions, by unifying all the useful international revolutionary experiences in order to secure the greatest chances of victory of the proletariat in the battle which is the inevitable outcome of the historical epoch in which we live. This is what seems to us to be the necessary conclusion.
The fundamental criteria which direct the action of the masses are expressed in the organisational and tactical rules which the International must fix for all member-parties. But these criteria cannot go as far as to directly reshape the parties with the illusion of giving them all the dimensions and characteristics that would guarantee the success of the revolution. They must, instead, be inspired by Marxist dialectics and based above all on the programmatic clarity and homogeneity on one hand, and on the centralising tactical discipline on the other.
There are in our opinion two “opportunistic” deviations from the correct path. The first one consists of deducing the nature and characteristics of the party on the basis of whether or not it is possible, in a given situation, to regroup numerous forces: this amounts to having the party’s organisational rules dictated by situations and to giving it, from the outside, a constitution different from that which it has attained in a particular situation. The second deviation consists of believing that a party, provided it is numerically large and has achieved a military preparation, can provoke revolutionary situations by giving an order to attack: this amounts to asserting that historical situations can be created by the will of the party.
Regardless of which deviation should be called “right wing” or “left wing” it is certain that both are far removed from the correct Marxist doctrine. The first deviation renounces what can and must be the legitimate intervention of the international movement with a systematic body of organisational and tactical rules; it renounces that degree of influence – which derives from a precise consciousness and historical experience – that our will can and must exercise on the development of the revolutionary process. The second deviation attributes an excessive and unreal importance to the will of the minorities, which results in the risk of leading to disastrous defeats.
Revolutionary Communists must be those who, having been collectively tempered by the experiences of the struggle against the degenerations of the proletarian movement, firmly believe in the revolution, and strongly desire it, but not like someone who believes he can claim a credit, expect a due payment, and would sink into despair and discouragement if the due date was to be delayed for only one day.
La democrazia operaia
di P. PASCAL
Tempo fa, dalla destra, si è accusato il Potere dei Soviet di rimettere il governo nelle mani della massa grossolana, ignorante ed incapace. Oggi, Sebastiano Faure e qualche altro lo combattono sotto il pretesto che in Russia la dittatura del proletariato è stata ridotta alla dittatura del Partito Comunista.
In realtà la Repubblica dei Soviet, così come si presenta, non merita né l’uno né l’altro di questi rimproveri contraddittori. La sua politica si è limitata ad essere realista. Le classi oppresse di Russia hanno preso il potere per cacciarne i nobili e la borghesia, perché questo potere fosse esercitato nell’interesse dei lavoratori. Ma, nella loro massa, esse non erano capaci di esercitarlo. Non bisogna mai dimenticare che il 60% degli operai ed il 75% dei contadini erano analfabeti. Essi avevano bisogno di rovesciare il dominio del capitale per aver la possibilità di imparare a leggere e, da un punto di vista più vasto, per acquistare il mezzo per divenire uomini coscienti ed apprendere a governarsi da sé.
La conquista del potere era la condizione necessaria poiché l’antico regime sociale opponeva allo sviluppo delle masse un ostacolo materiale invincibile. La rivoluzione d’ottobre è stata la soppressione dell’ostacolo, ma essa non poteva essere l’infusione istantanea di tutte le virtù e di tutte le conoscenze intellettuali, morali, amministrative, politiche. ecc., ad una folla di 100 milioni d’uomini. Per acquistare tutte queste qualità, occorrevano degli anni di lavoro, se non delle generazioni. Questa iniziativa individuale non meno cara ai comunisti che agli anarchici, si crede forse che sia stata data bella e pronta, come un dono gratuito della natura, ad ogni uomo? L’operaio ed il contadino, abituati da padre in figlio a curvare la schiena senza ragionare davanti alle potenze di questo mondo, sapranno essi improvvisamente agire a loro volta come potenze in grazia della sola Rivoluzione? Certamente no.
Prima di poter governarsi nel vero senso della parola da sole, le masse russe avevano bisogno di imparare a leggere, vale a dire a liberarsi prima dalla loro ignoranza. In seguito imparare il funzionamento, poscia la condotta di questo meccanismo complicato, che costituisce la società moderna, nelle sue diverse branche. Ecco perché i lavoratori russi hanno riconosciuto indispensabile la direzione del Partito Comunista e perché questi è divenuta l’anima che dà vita al Potere dei Soviet. In attesa che il proletariato nella sua massa sia cosciente e capace, occorre di necessità che la sua dittatura sia esercitata in modo attivo da un gruppo d’iniziativa, devoto alla sua causa, sottomesso alle sue aspirazioni, che gli rende conto del proprio operato, ma che nello stesso tempo lo guida sulla via difficile dell’avvenire, perché più attivo e più sperimentato. La dittatura del proletariato si è data una specie di organo esecutivo nel Partito Comunista.
Perché lui piuttosto che un’altro partito? Perché il proletariato si è reso conto che esso solo risponde alle condizioni volute: devozione ai suoi interessi, attività e capacità. Tutti gli altri partiti, menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici, hanno dimostrato con il loro atteggiamento, e troppo sovente, haime!, che essi riuniscono tutti i vizi contrari: assenza di programma, impotenza davanti ai problemi economici, incoerenza interna, collusione con la reazione zarista o straniera.
La sola questione da porsi da Sebastiano Faure e da coloro che aderiscono alla sua campagna è questa: in qual modo il Potere dei Soviet, inspirato dal Partito Comunista, ha realizzato la sua missione? Ha egli veramente fatto tutto ciò che poteva per preparare gli operai ed i contadini a governarsi da sé, non soltanto nella loro élite, ma nella loro massa?
Bisogna domandarsi innanzi tutto in quale misura il Potere dei Soviet ed il Partito Comunista hanno avuto il mezzo materiale di consacrarsi a questo compito. La realtà è che, per quanto essenziale esso fosse, ne è apparso un’altro più imperioso ancora e più urgente, dal quale dipendeva tutto il resto il problema dell’esistenza.
La guerra più ineguale che si sia mai visto è appena terminata, e la Rivoluzione proletaria ne è uscita vittoriosa grazie alla sottomissione al pugno di ferro del Partito Comunista. La sua disciplina ha causato questo miracolo.
Nello stesso tempo il proletariato ha ricevuto dall’antico regime e dalla borghesia di Kerenski una Russia già economicamente rovinata, ridotta letteralmente alla miseria, all’arresto dei trasporti e dell’industria.
Prima di pensare allo scopo ideale del Potere dei Soviet, prima di sviluppare le capacità e le iniziative individuali, non occorreva forse rispondere alle esigenze della difesa militare e della sussistenza economica, questione imperiosa di vita o di morte per la Rivoluzione?
Ecco perché questo ideale non è ancora realizzato, ecco perché cento milioni d’operai e contadini incolti non sono ancora in grado d’esercitare senza intermediari la loro dittatura.
Bisogna tener conto di ciò che è possibile o no, e non rimproverare al Potere dei Soviet di non aver compiuto il prodigio che si reclama.
Si può forse dire che durante questi tre anni e mezzo di guerra e di miseria ininterrotta, esso non abbia fatto nulla per preparare le masse popolari alla loro funzione sovrana? Se così fosse, si avrebbe il diritto di applicargli la parola del poeta: per difendere il suo essere, egli ha perso la sua ragion d’essere. Ma così non è. Tutti gli osservatori rimangono colpiti dal progresso morale che si constata ogni giorno di più nel popolo russo. C’è innanzitutto l’arricchimento intellettuale. Senza ricordare i corsi per gli analfabeti, le scuole di ogni sorta, esso si manifesta con la moltiplicazione dei giornali stampati, alle volte dattilografati, in località che non ne avevano mai conosciuti, con la diffusione di quelle «izbas-biblioteche» che divengono il luogo di riunione nei borghi, da quella sete di rappresentazioni drammatiche che quasi inquieta Lounatcharski, I gruppi comunisti, le leghe giovanili, reclutando nuovi membri, aprendo corsi di ogni grado, dando delle conferenze, esponendo nei comizi le grandi questioni del giorno, la politica locale, nazionale, ed anche internazionale, sono precisamente i più potenti fattori d’educazione generale delle masse. Il Partito Comunista non è una setta ristretta ed egoista di gelosi privilegiati. Al contrario, egli non cerca che di allargare le sue file e trascinare verso di lui, verso la liberazione, verso la luce e verso l’azione cosciente, un numero sempre maggiore di coloro che oggi si chiamano i senza partito. La sua propaganda non è propriamente una propaganda politica, ma un vero strumento d’istruzione e di risveglio. V’è identità fra il progresso morale del popolo russo e la prosperità del Partito Comunista.
A questo arricchimento intellettuale corrisponde in effetto un’attività sempre maggiore delle masse nell’amministrazione politica o economica e nel governo.
I soviet, le loro elezioni, le loro essemblee generali, i loro congressi sono per così dire le forme supreme e solenni di questa attività. Si sa che la necessità di prendere delle decisioni rapide ed energiche passa avanti in tempo di guerra ai diritti della deliberazione. Era dunque fatale che nella situazione di campo trincerato in cui si trovava la Russia, la funzione dei Soviet fosse assorbita dai Comitati Esecutivi, meno numerosi e più speditivi, eletti da essi. Nonostante ciò essi non hanno mai cessato di riunirsi, di rinnovarsi, di esprimere la volontà del popolo lavoratore, di prendere delle decisioni e di eseguirle.
Ma dare un’importanza esclusiva ai Soviet, vale a dire all’esercizio del potere nella sua forma politica, sarebbe dar prova d’un pregiudizio parlamentarista, sarebbe non vedere che uno degli aspetti della sovranità del proletariato. Colui che possiede il contenuto sostanziale del potere, è in realtà chi lo applica ogni giorno, in tutte le circostanze della vita. Ora, non solamente il proletariato russo, con i suoi delegati eletti ai Soviet, ai Comitati Esecutivi ed ai Congressi, anche durante la guerra, non ha mai cessato di fare, le leggi ed i regolamenti, ma ancora egli è stato sempre padrone della loro applicazione. Si immagini non solo l’operaio, ma il contadino di un qualsiasi villaggio arretrato. Ogni quattro mesi in media, egli elegge il suo Soviet, a meno che non ne sia membro lui stesso, poiché c’è un membro ogni cento abitanti. Nell’intervallo si riuniscono delle conferenze generali che non hanno potere legislativo, ma emettono dei voti praticamente obbligatori per le autorità della giurisdizione corrispondente. Dalla città vengono degli oratori ad esporre in modo accessibile a tutti, anche a quelli che non sanno leggere il giornale, le grandi questioni d’attualità. Prendiamo a caso la provincia d’Ekaterinbourg: nella prima metà dello scorso mese d’ottobre, si sono tenute laggiù 300 conferenze di cantone o di distretto, i cui partecipanti sono stati eletti dai villaggi.
Là, i comunisti non sono che un’infima minoranza, poiché si cerca di riunire i senza partito, ed il Partito Comunista si presenta davanti ad essi per render conto del proprio operato e per domandare non solo l’approvazione, ma la collaborazione. L’ordine del giorno tocca tutte le questioni: guerra, approvvigionamento, agricoltura, controllo, lavori pubblici, previdenza sociale, ecc.
I rapporti sono fatti dai capi delle sezioni amministrative corrispondenti. Si svolge una discussione animata, poiché se il contadino è poco istruito, non bisogna credere che manchi di senso critico e di preveggenza. Finalmente esse approvano i principi comunisti, ma reclamano dei perfezionamenti nell’applicazione e la soppressione degli abusi.
Non è questa una prova che da una parte si riconosce buona la direzione del Partito Comunista e dall’altra le masse lavoratrici divengono atte a discutere gli affari pubblici, a controllare l’amministrazione, vale a dire a governarsi da sé?
L’anno scorso una spaventevole epidemia di tifo ha potuto essere scongiurata solo con l’appello lanciato a tutta la popolazione. Delle «Commissioni di pulizia» si costituirono nei villaggi. Esse vennero istruite dalle sezioni sanitarie dei Comitati Esecutivi locali, e sorvegliarono all’osservanza delle precauzioni indicate, aggiungendo proprie iniziative preziose. E un principio che «la salute delle masse deve essere opera delle masse stesse».
Se passiamo nelle città le occasioni in cui l’iniziativa operaia è chiamata a manifestarsi sono ancora maggiori. Oltre i Soviet, le Conferenze generali, le Commissioni d’ogni sorta, vi sono per esempio i «gruppi d’ispezione» eletti ogni quattro mesi in ogni impresa, sulle ferrovie, nello stesso esercito rosso, dalle assemblee generali degli operai e dei soldati, per assistere a tutte le operazioni amministrative, rilevare le irregolarità ed assicurare il buon andamento del servizio. Questi «gruppi d’ispezione» si espandono alla anche nelle campagne, per controllare gli organi esecutivi dei borghi e dei cantoni.
La Repubblica soviettista ha istituito le trattorie comunali, dove ogni cittadino riceve un pasto gratuito. I pensionanti inscritti in queste trattorie sono per turno incaricati del loro controllo.
Accanto alle scuole, esistono dei Consigli di genitori che assistono alle sedute dei Consigli pedagogici, a tutte le commissioni, alle classi, ai giuochi dei ragazzi e sorvegliano affinché l’insegnamento sia quello che è necessario al popolo.
Sarebbe troppo lungo enumerare e descrivere tutte queste istituzioni dove, un poco alla volta con la pratica si fa l’educazione politica ed amministrativa dei lavoratori. Bisognerebbe aggiungere le scuole militari, la educazione morale perseguita nell’esercito rosso, la propaganda fra le donne per risvegliarle ad una vita cosciente e sociale. Ecco ciò che si è potuto ottenere malgrado lo stato di guerra e di crisi acuta. Ecco un quadro molto succinto di ciò che costituisce la democrazia soviettista ovvero la democrazia operaia.
Oggi, che si può credere finita la guerra, il Partito Comunista dirigente ha incominciato a sviluppare ancor di più questa democrazia operaia. L’ultimo Congresso dei Soviet lo ha deciso, le assemblee deliberative riprendono il sopravvento sui Comitati Esecutivi. Si vedono i Soviet tenere le loro sedute nelle officine e nelle caserme, per permettere alla folla dei soldati e degli operai di formulare direttamente i loro desideri, le loro lamentele e le loro proposte. Attualmente si procede all’elezione di Soviet nei piccoli centri che prima non ne avevano. La grande campagna agricola condotta fin dall’inizio dell’anno si basa interamente sull’iniziativa dei contadini, rappresentata nei «Comitati di semina» e costituenti soli i «Comitati di villaggio» per il miglioramento della coltura. Le officine entrano in una fase nuova. Che cos’è la «propaganda per la produzione» di cui ora tanto si parla, se non un’insieme di misure destinate a far comprendere all’operaio perché egli eseguisce tale o tal altro lavoro ed invitarlo a ricercare i mezzi per eseguire quello stesso lavoro con la minore fatica? Perciò la direzione espone la situazione, deposita il suo bilancio, rende i suoi conti, non più davanti agli azionisti, ma davanti all’assemblea generale degli operai, che discutono, approvano, biasimano e fanno delle proposte. Non è questo l’unico mezzo reale per rendere poco a poco gli operai capaci di innalzarsi fino alla funzione di direttori effettivi e sperimentati? E dunque una fase nuova che incomincia. All’inizio della rivoluzione c’è stato un controllo operaio caotico, semplice reazione spontanea contro l’antico regime. In seguito i venuta l’autorità di un direttore unico o collettivo controllato solamente dall’alto. Oggi incomincia il controllo operaio diretto e permanente, ma cosciente e metodico.
La grande parola d’ordine del X Congresso del Partito Comunista, che è appena terminato, è stata ancora una volta un appello all’attività delle masse. E proprio questo il momento d’intraprendere presso i compagni rivoluzionari una campagna per denunciare la sedicente tirannia del Partito Comunista, la finzione del Potere dei Soviet, ecc.?
La vera democrazia non è tutta fatta come quella che è solo di parole, essa deve costituirsi pezzo per pezzo, con un lavoro tenace nello spirito degli uomini. Le masse non sono pronte a realizzarla, bisogna prepararle. La Repubblica soviettista ha già cominciato questo lavoro, essa lo persegue oggi più attivamente che mai.
La situazione in Italia Pt.2
di KRISTO KABAKCIEF
III.
Il Congresso di Livorno ha creato in Italia le premesse per la rivoluzione proletaria e le ha spianato la via. Esso ha messo in chiaro davanti alle grandi masse lavoratrici l’inganno riformista e pacifista prevalso finora nel Partito. Esso ha svelato la funzione di tradimento esercitata dai riformisti nel Partito, nei sindacati, nelle cooperative, e stabilito in modo definitivo la solidarietà e l’unità dei centristi comunisti «unitari», coi riformisti. In breve, il Congresso di Livorno ha compiuto un’immensa opera di chiarificazione, e ha liberato il proletariato italiano da molte illusioni ed errori, mostrandogli i principi e i metodi di lotta, che condurranno alla vittoria finale la sua lotta rivoluzionaria. L’esclusione dei riformisti e dei centristi dalla I.C. e la fondazione del Partito comunista italiano è il passo più importante e decisivo fatto sulla via della preparazione delle condizioni necessarie alla vittoria della rivoluzione proletaria in Italia.
La profonda crisi economica e finanziaria, che da due anni scuote l’Italia, spinge il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria. Questa lotta raggiunse il suo punto culminante nel settembre scorso con la occupazione delle fabbriche e dei latifondi.
L’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori non bastava ad assicurare la vittoria della rivoluzione, giacché la borghesia, finché aveva in sue mani il potere politico, poteva impedire l’approvvigionamento di materie prime alle fabbriche occupate e così arrestare la produzione, per poter più tardi ritogliere le fabbriche dalle mani degli operai. Similmente l’occupazione dei latifondi per opera dei contadini non poteva esser durevole, giacché i latifondisti partecipano al potere con la borghesia. In questo momento, come pure durante le altre numerose lotte e insurrezioni rivoluzionarie, di cui è piena la vita italiana, il Partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico.
Ma nel Consiglio Nazionale, composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, che fu convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto, che la lotta stessa avesse semplice scopo sindacate economico, e che quindi la direzione ne spettava soltanto ai sindacati. Venne respinta la proposta, presentata dalla maggioranza comunista della Direzione del Partito, di riconoscere al movimento carattere politico e di farne quindi assumere la direzione al Partito. In tal guisa il movimento fu cacciato in un vicolo cieco e condannato alla sconfitta. I capi dei riformisti, Turati nel Partito e D’Aragona nei Sindacati, trionfarono; i centristi ne giustificarono l’attitudine, e anzi Serrati giunse sino a negare il carattere rivoluzionario della lotta per l’occupazione delle fabbriche, designandolo invece come una «pacifica azione sindacale», mentre qualificava di «movimento reazionario» l’azione dei contadini per l’occupazione della terra.
II Governo non osò servirsi della forza amata per reprimere il movimento. Esso era disorientato e impotente di fronte al grande e potente movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini. In questo momento i riformisti e centristi vennero in aiuto del Governo e lo trassero dalla sua critica situazione, tendendogli la mano e annodando trattative sulla base del «controllo» operaio e di altre rivendicazioni economiche. Tali trattative approdarono alla riconsegna delle fabbriche da parte degli operai, ma naturalmente non vennero mantenute le fatte promesse, una volta che i capitalisti eran di nuovo padroni delle fabbriche e che il Governo era riuscito frattanto a fare i suoi preparativi di repressione sanguinosa. In tal guisa il proletariato fu tradito da coloro stessi, ch’erano preposti alla direzione della lotta nel Partito e nei Sindacati.
La borghesia e il Governo italiano, affatto impotenti nel primo anno dopo la guerra a reprimere la lotta rivoluzionaria del proletariato, grazie all’aiuto dei riformisti e centristi guadagnarono tempo per respirare, radunar forze, riorganizzare la disordinata macchina statale ed armarsi.
Quanto all’esercito permanente, la borghesia organizzò anche un esercito speciale di circa 100 mila soldati ben armati, detti guardie regie, destinati a combattere la rivoluzione proletaria. Inoltre formò una guardia bianca, quella dei cosiddetti fascisti, che si è organizzata ed armata alla luce del sole, e si trova in intimi rapporti col Governo, con la guardia regia e in generale con tutto l’apparato statale.
La borghesia italiana invocò l’opera di un uomo politico, che non aveva preso parte alla guerra mondiale, di Giolitti, per soffocare il malcontento popolare e tagliar la strada alla rivoluzione. Giolitti lavorò accortamente, cercando di trattenere il movimento rivoluzionario con molte promesse di riforme sociali e con la arrendevolezza verso le rivendicazioni economiche sindacali, salvo poi a non soddisfarle, mentre anche quando sono soddisfatte l’incessante rincaro toglie loro ogni valore. Egli in questa sua politica ha trovato fedeli alleati, o, più esattamente, strumenti ciechi nei riformisti e centristi. Dall’altro canto, Giolitti arma l’esercito, crea nuove truppe e protegge la formazione della guardia bianca.
Giolitti sa accortamente mascherare la sua politica controrivoluzionaria. Come di fronte ai nazionalisti estremi recita la parte di «pacifista», così di fronte al proletariato rivoluzionario fa quella di «riformatore» e pioniere della «evoluzione pacifica». Per consolidare i successi della politica imperialista della borghesia italiana egli inscenò la commedia della «lotta» contro D’Annunzio a Fiume. Per dar tempo alla borghesia di armarsi e prepararsi a schiacciare la rivoluzione proletaria, egli ogni giorno rappresenta la commedia di «reprimere» i fascisti, che assaltano e assassinano i comunisti, incendiano i circoli operai, ecc., ed entrano in prigione da una porta solo per uscirne subito dall’altra.
Il Governo di Giolitti fa ora questa politica: disorganizzare, terrorizzare e indebolire il proletariato rivoluzionario con assalti e uccisioni alla spicciolata; e prepararsi intanto a grandi colpi decisivi in alcuni grandi centri industriali, che sono i focolari della prorompente rivoluzione1. In alcuni di questi centri è già concentrata un’enorme quantità di truppa d’ogni specie, che li hanno trasformati in veri campi militari. Ma la borghesia non si fida completamente né di queste truppe, né delle proprie forze – la crisi economica sempre più aspra le scava il terreno sotto i piedi – e quindi spia il momento propizio, se il proletariato non sa condurre la sua lotta rivoluzionaria con coscienza del fine, compattezza e risolutezza, per poterlo schiacciare nel sangue, e così conservare provvisoriamente il proprio dominio.
Gli avvenimenti del settembre dell’anno scorso chiarirono questa situazione agli occhi del proletariato italiano. Esso scorge ormai il grave pericolo ond’è minacciato. La parte più avanzata del proletariato sente ormai e riconosce la necessità di una chiara e risoluta tattica rivoluzionaria, di una salda organizzazione centralista con disciplina di ferro, e della creazione di tutte le premesse per la rivoluzione proletaria (organizzazione illegale, armamento ecc.). Con la fondazione del Partito Comunista il proletariato italiano ha creato una delle più importanti tra tali condizioni.
Il movimento per l’occupazione delle fabbriche e delle terre offriva al proletariato italiano due strade, di cui la prima attraverso il tradimento dei riformisti e dei centristi condusse alla sconfitta, l’altra attraverso la lotta del Partito Comunista guida alla vittoria. A Livorno la parte cosciente dei lavoratori più d’un terzo del Partito si decise per il comunismo, che conduce alla vittoria finale del proletariato. Non v’ha alcun dubbio che in breve tempo la gran massa del proletariato italiano si schiererà attorno alla bandiera del comunismo. Già sin dai primi giorni dopo il Congresso di Livorno pervennero da ogni parte notizie di passaggi in massa di lavoratori al Partito Comunista.
Naturalmente la lotta contro i riformisti e centristi esigerà molto tempo e molti sforzi. D’Aragona, Turati e Serrati hanno con sé la massima parte della burocrazia del partito e dei sindacati, la quale adopererà tutti i mezzi per conservare la propria posizione e influenza nelle organizzazioni. La borghesia e il Governo adopereranno nel modo più utile questi loro agenti a fine di ostacolare il rafforzamento del Partito Comunista. L’alleanza dei centristi coi riformisti, e quella di costoro con la borghesia, ben presto susciterà contro di loro le masse lavoratrici. Lo spirito rivoluzionario del proletariato italiano non è spento; anzi, al contrario, con l’eliminazione del principale ostacolo, contro il quale s’infransero le ondate rivoluzionarie – la politica traditrice dei riformisti e centristi – esso si spiegherà con forza incoercibile e invincibile.
Viaggiando l’Italia, si vede dappertutto, nelle città come nei villaggi, alle grandi mura delle fabbriche come anche sulle capanne dei contadini, sempre la stessa iscrizione: «Viva Lenin!». In questo grido universale del popolo lavoratore d’Italia si esprime, non solo lo sconfinato entusiasmo per la grande rivoluzione russa e per la repubblica soviettista, ma anche la sua aspirazione e la sua piena fiducia nel prossimo trionfo della rivoluzione in Italia. Questo grido si unisce all’altro di: «Viva il Partito Comunista d’Italia!» e si espande fin negli angoli più remoti del paese. L’entusiasmo e la fede del proletariato italiano nella rivoluzione sono indistruttibili.
La stampa socialpatriottica e borghese d’Italia e di tutto il mondo ha dato le notizie più tendenziose intorno a questo Congresso. La borghesia e i di lei agenti, i socialpatrioti, tentarono di far passare come una sconfitta dell’Internazionale Comunista la grande lotta ideologica e politica, che i comunisti condussero contro i seguaci del riformismo e del semiriformismo e che mise capo alla fondazione del Partito Comunista italiano. II vero è che a Livorno realmente non vinsero i riformisti e semiriformisti, sebbene questi abbiano ottenuto una maggioranza casuale e transitoria, ma bensì la frazione comunista e l’Internazionale Comunista, che scoprirono davanti all’intiero proletariato italiano e internazionale il giuoco proditorio dei riformisti e semiriformisti, raccogliendo sotto la loro bandiera tutti gli elementi coscienti e rivoluzionari del Partito Socialista italiano, e preparando, con la fondazione del P.C.I., la vittoria della rivoluzione proletaria in Italia.
Quello di Livorno fu il primo Congresso del Partito Socialista italiano, in cui le fondamentali divergenze teoretiche e tattiche tra riformismo e comunismo si sieno manifestate apertamente e siano state discusse davanti all’intiero Partito e alla classe lavoratrice. Fallirono tutti gli sforzi fatti da Serrati per nascondere sotto la maschera dell’«unità» i profondi e irreconciliabili contrasti tra queste due tendenze del Partito. Serrati a Livorno, come già a Bologna, tentò di salvare il riformismo e i riformisti in nome dell’«unità»; ma questo tentativo ebbe per risultato di chiarirlo definitivamente partigiano e difensore del riformismo.
A Livorno si presentarono tre gruppi, formatisi già molto prima del Congresso; ed essi vi vennero con mozioni, già precedentemente deliberate nelle rispettive Conferenze. La mozione dei riformisti (Turati) afferma che in Italia, come del resto in tutto il mondo capitalista, mancano ancora le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo ha ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non deve rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò è necessario per aiutare la classe lavoratrice. Ma nello stesso tempo la mozione riformista si dichiara per l’Internazionale Comunista!
La mozione dei centristi (semiriformisti, che danno a se stessi il nome di «comunisti unitari» con Serrati alla testa) accetta tanto le tesi della Internazionale Comunista, quanto le 21 condizioni, ma aggiunge: «L’applicazione di queste condizioni deve lasciarsi al Partito Socialista italiano, che deve conservare l’antico nome».
La mozione del gruppo comunista esige non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti (di tutti quei delegati e sezioni, che hanno partecipato alla Conferenza di Reggio Emilia) dal Partito e l’accettazione di tutte le tesi approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista.
Tra la mozione del gruppo comunista è quelle dei riformisti e centristi vi erano divergenze di principio. I riformisti e centristi si sforzarono di nasconderle. Tanto i riformisti come i centristi si dichiararono partigiani dell’Internazionale Comunista. Essi sanno che il proletariato italiano ha così viva simpatia per la rivoluzione russa e per l’Internazionale Comunista, che se essi si dichiarassero apertamente contro questa, perderebbero immediatamente la fiducia e l’appoggio delle masse operaie.
Perciò i riformisti, e specialmente i centristi, cercano accuratamente di nascondere i contrasti tra loro e l’Internazionale Comunista: per ciò mascherano la lotta da essi combattuta contro l’Internazionale Comunista con ipocrite dichiarazioni di simpatia e di fedeltà. Con simili mezzi i riformisti e centristi speravano anche questa volta d’ingannare i lavoratori. Ma il gruppo comunista frustrò le loro speranze. Prima del Congresso e durante questo i comunisti smascherarono la vera natura del riformismo e del centrismo, e nella loro mozione essi formularono chiaro e tondo – «Chi i per l’Internazionale Comunista deve separarsi dai riformisti immediatamente, nel Congresso stesso e votare per la loro espulsione».
A Livorno i centristi fecero tentativi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale Comunista. Ma non potevano sfuggire al chiaro e categorico dilemma loro posto dai comunisti: o colla Internazionale Comunista o coi riformisti. Alla domanda: perchè mai i centristi non accettavano che l’inevitabile espulsione dei riformisti avvenisse per opera dello stesso Congresso, suprema istanza del Partito, essi rispondevano: Lasciate che il Partito li mandi via quando lo troverà necessario: In una conferenza particolare coi rappresentanti dell’Internazionale Comunista Serrati e Vella dichiararono: – Noi attenderemo che i riformisti commettano qualche nuova azione compromettente, e allora espelleremo i colpevoli; altrimenti il proletariato non capirà perché noi espelliamo questi uomini!
I centristi vogliono ancora delle prove del riformismo di Turati e compagni. Per loro, il tradimento giornaliero che i riformisti compiono da due anni in qua non è prova sufficiente; per essi non è ancor prova sufficiente la mozione approvata dai riformisti nella Conferenza di Reggio Emilia, dove si nega l’esistenza delle condizioni della rivoluzione proletaria.
Era chiaro che i centristi non volevano l’espulsione dei riformisti. E quando essi arrivavano a dire, che avrebbero eventualmente acconsentito ad espellere questo o quel riformista, mostravano sol- tanto che, col sacrificare qualche riformista, volevano soltanto salvare il riformismo come tendenza, programma e tattica nel Partito.
Ma perché i centristi non vollero staccarsi dai riformisti? Perché in realtà essi si son posti sullo stesso terreno teoretico e tattico dei riformisti. La polemica che precedette il Congresso e le discussioni del Congresso dimostrarono ciò esaurientemente; ma sopratutto lo ha dimostrato il fatto dell’essere i centristi rimasti uniti coi riformisti in un unico Partito.
L’uscita dei comunisti dal P.S.I. gettò del tutto i centristi nel campo dei riformisti. La burocrazia semiriformista e pacifista del Partito, dei Sindacati, delle Cooperative, che già prima inclinava verso il riformismo e che a Livorno costituì la maggioranza di Serrati, si è alleata coi riformisti. Questo fatto ha grande importanza, poiché fa luce sufficientemente chiara sulla vera politica dei centristi: e questa luce aiuterà il proletariato italiano a trovare entro breve tempo la sua via sotto la bandiera del nuovo Partito Comunista d’Italia. Passeranno appena pochi mesi, e la nuova sezione dell’Internazionale Comunista raccoglierà nel suo seno la maggioranza dei lavoratori dell’antico Partito. 182
Lo sviluppo della politica agraria russa
di EUGENIO VARGA
II seguente, articolo del valente economista E. Varga, fu scritto prima che in Russia venisse deliberato l’ultimo mutamento nell’indirizzo della politica economica del governo dei Soviet, ed in special modo della sua politica agraria con la sostituzione dell’imposta in natura al sistema delle requisizioni.
Per tal motivo, non è fatto alcun cenno di questa nuova direttiva, là dove l’autore parla dell’organizzazione per la raccolta dei viveri e dei provvedimenti intesi a trasformare l’economia agricola privata in economia comunista.
Il presente articolo, di valore essenzialmente storico, conserva però egualmente il maggiore interesse, in quanto che esso ci espone in una rapida sintesi, attraverso quale fasi sia passata la questione agraria in Russia prima e dopo la rivoluzione proletaria, giungendo fino ad oggi in cui una nuova fase s’inizia e che solo l’avvenire può dire quali e quanti benefici essa porterà.
Lo sviluppo dell’economia agraria è l’essenza dell’economia politica russa. Così è sempre stato e così è anche oggi.
Perché il fatto più importante, che nell’agricoltura s’impiega circa l’80% di tutta la mano d’opera, non è cambiato con la rivoluzione proletaria. Ed anche le questioni fondamentali sono sempre le stesse. Come si possono portare i contadini russi a conseguire una maggiore ripartizione del raccolto sui loro estesissimi territori? Come si può far corrispondere la spartizione del suolo e dei suoi prodotti al sistema politico dominante?
Per quanto concerne la prima questione, fino alla rivoluzione proletaria si cercò sempre di risolverla nello stesso modo; assicurare la più elevata produzione possibile a spese dei lavoratori; spingere al massimo la produzione. Ciò accadde dopo l’abolizione della schiavitù con il più brutale e più cinico sfruttamento del lavoro dei servi. Come ovunque, anche in Russia ciò doveva portare al risultato opposto l’economia della servitù falliva sempre più; si produceva appena il minimo occorrente al mantenimento dei contadini stessi.
L’abolizione della servitù non cambio molto lo stato delle cose; benché i gravami dei contadini, imposte, tributi, ecc., fossero ormai ben definiti e non lasciati all’arbitrio del singolo proprietario, essi erano però un carico quasi insopportabile. E ciò perché il contadino, nella maggior parte della Russia, possedeva troppo poca terra per potervi impiegare la sua intera forza lavoro, e perché per il suo analfabetismo, per la sua assoluta ignoranza dell’economia agraria scientifica, per il suo forte conservatorismo e per la sua miseria di generi alimentari, egli era troppo debole per sopportare così forti pesi.
Il contadino russo soffriva la fame mentre i cereali russi venivano spediti in Inghilterra ed in Italia.
Così l’intero sistema agrario della Russia andò incontro alla rovina.
Il sistema del «Mir»; la triplice forma dell’economia agraria e le ripetute e periodiche nuove spartizioni di tutte le terre dei contadini, impediva anche a quei pochi idealmente preparati di rom- perla col tradizionale e pessimo sistema economico per mezzo di un’unione delle organizzazioni del «Mir».
L’impoverimento dei villaggi agrari della Russia portò generalmente alla rivolta dei contadini nella prima rivoluzione russa. Dopo la sua sconfitta si cercò di attuare una riforma su basi borghesi. Questa fu la riforma agraria di Stolypin. I suoi scopi fondamentali erano politicamente: la creazione di una condizione agiata ai contadini, affinché essa costituisse una larga base per la classe borghese; economicamente l’abolizione dell’organizzazione del «Mir», l’unione delle parcelle giacenti in comune con i latifondi arrotondati per creare con ciò ai contadini progressisti la possibilità del progresso economico. In connessione con questa riforma si ebbe: l’annullamento del diritto degli abitanti lontani dal villaggio ad una quota in denaro nel luogo nativo, con ciò una definitiva separazione del proletariato industriale semicontadino dalla gleba: la proletarizzazione dei poveri del villaggio con suddivisione dei latifondi comunali in seguito allo scioglimento dei «Mir». Per tal fine si acquistò su vasta scala dai grandi proprietari di terre e si vendette ai contadini possidenti con l’aiuto di una banca agraria di Stato.
La riforma agraria di Stolypin fu iniziata con mediocre energia. Perciò la sua esecuzione si effettuò molto più lentamente che non il rivoluzionamento degli spiriti. Questa parve essere la sorte di ogni riforma agraria borghese. Il regime di Kerenski dette un certo impulso alla questione agraria, ma la soluzione si aggirava sempre più nei limiti borghesi. Con la rivoluzione proletaria venne la soluzione rivoluzionaria della questione agraria. Noi possiamo in essa distinguere quattro fasi.
La prima è la spartizione dei grandi latifondi. Essa si effettuò in modo rivoluzionario. Tutti i contadini, ricchi e poveri, vi parteciparono. Anzi, i contadini ricchi usurparono, nella maggior parte dei casi, una maggior quantità di terra, di bestiame e di macchine che non i contadini poveri. Politicamente questa fase rappresenta l’annientamento della classe dei latifondisti, che sola nell’intero territorio possedeva una diffusa organizzazione terriera capace di suscitare una controrivoluzione. L’intera massa dei nullatenenti, provvisoriamente indifferenziati negli averi e nella posizione sociale, venne con ciò guadagnata al sistema dei Soviet ed ai bolscevichi e sottratta per sempre ad ogni tentativo di restaurazione del regime zaristico dei grandi possidenti. Viva il sistema dei Soviet, viva i bolscevichi, fu il grido di tutti i contadini. Per la maggioranza di essi la rivoluzione era compiuta con la spartizione della terra e l’annientamento del latifondo. Essi volevano d’ora innanzi viver bene, vendere i loro prodotti sul libero mercato ai prezzi più elevati e non pagare alcuna imposta. Il contadino ricco è in realtà sempre un anarchico, non certo però idealista!
Per i contadini poveri invece, con la prima spartizione dei grandi possedimenti, la rivoluzione non era compiuta. Altrettanto per il proletariato industriale. Non lo era per i contadini poveri, perché essi con la prima spartizione ricevettero poca terra, per la lavorazione della quale non avevano né bestiame né attrezzi, e perché era rimasta la stessa ineguaglianza delle ricchezze e dei redditi. Fu questa la fase della rivoluzione che nella stampa e nella letteratura social-democratica dell’Europa occidentale fu definita con le seguenti parole: «La rivoluzione bolscevica ha aumentato nel paese l’ineguaglianza». Non lo era per il proletariato industriale, perché i contadini ricchi fornivano i mezzi di sussistenza ai cittadini soltanto ad alti prezzi o possibilmente in cambio di prodotti industriali. Per cui risolto il primo compito, la soppressione della grande proprietà, occorse procedere oltre e iniziare la lotta negli stessi villaggi contro i contadini ricchi.
Venne il periodo dei «Comitati dei poveri». Sotto la direzione di lavoratori industriali coscienti, furono creati in ogni villaggio comitati dei poveri per una nuova sistemazione della vita economica e degli averi. Si ebbe un’aspra lotta con i contadini ricchi – chiamati Kulaken in Russia – lotta che nella Russia centrale ha avuto il suo epilogo, ma che in quelle regioni, ove prima si dovettero spazzar via i controrivoluzionari, Caucaso, Siberia, Ucraina, è tutt’ora in corso.
II risultato dell’attività dei Comitati dei poveri fu il seguente:
1. II terreno fu in ogni circoscrizione nuovamente ripartito, proporzionalmente al numero dei singoli. In questa nuova spartizione fu compreso non soltanto l’antico latifondo, ma anche i grandi possedimenti dei contadini ricchi. A ciascuno tocco una parcella eguale. E’ naturale quindi che i contadini che prima erano i più ricchi, oggi, dopo l’applicazione della riforma agraria e la spartizione dei latifondi, abbiano meno terra di prima1. La spartizione della terra fra tutti i contadini nello stesso paese è stata eguale non c’erano per quanto riguarda il possesso della terra – né grandi, né piccoli possidenti.
2. I comitati dei poveri introdussero anche la equiparazione nel possesso dei mezzi di produzione mobili, animali ed attrezzi. Sotto forma di «Imposta straordinaria» venne confiscata una gran parte delle ricchezze dei contadini ricchi, assegnandola ai contadini poveri.
3. Infine i comitati dei poveri servirono, quando non era ancora bene organizzata la requisizione dei mezzi di sussistenza nella repubblica dei Soviet, come organi per la raccolta dei viveri. Col loro aiuto per la prima volta si poté spingere lo sguardo nelle provviste dei contadini ricchi e provvedere alla raccolta sul luogo.
Con l’attuazione dell’uguale ripartizione del suolo, con la graduale compensazione dei beni mobili e col compimento dell’organizzazione statale per la provvista dei viveri, i comitati dei poveri divennero superflui e scomparvero. Nell’esteso territorio della Russia non c’erano più né contadini ricchi, né poveri nel vero-senso della parola. C’era solo il contadino medio. Al posto del comitato dei poveri subentrarono i Soviet eletti da tutta la popolazione del villaggio.
L’intero sviluppo venne definitivamente sanzionato con un decreto del maggio 1920, il quale stabiliva come definitiva l’attuale suddivisione dei beni e proibiva per 12 anni ogni nuova spartizione delle terre dei villaggi.
La politica agraria della Russia dei Soviet si orienta ormai verso i contadini medi. Però i socialdemocratici dell’Europa occidentale, i quali del reale sviluppo nulla conoscono o nulla vogliono conoscere, dichiarano con arroganza che la tattica dei comitati dei poveri ha condotto alla rovina e doveva quindi essere abolita. E per quanto riguarda la politica dei contadini medi, essi dichiarano che la repubblica dei Soviet abbia fatto la pace o mirasse a farla coi contadini – in generale essa rinunzia alla lotta contro di essi ed altre cose senza senso.
Ma intanto lo sviluppo in Russia progredisce senza posa. Compiuta la equiparazione dei patrimoni e dei redditi, si lavora per la trasformazione del sistema d’economia agraria privata in economia comunista statale. II primo passo fu l’elaborazione e la diffusione del sistema del contingente. Una certa parte del prodotto della produzione agricola in ogni specie di generi, biade, foraggi, patate, verdura, carni, burro, uova, latte, pelli, lana, crine, corna, unghie, canape, lino, cotone, frutta, miele, ecc., doveva esser fornita allo Stato a prezzi determinati. Inoltre – e ciò è veramente socialista – non è il singolo contadino che è tenuto al dovere del fornimento, bensì l’intero villaggio come unità sociale.
Il modo secondo cui i contadini raccolgono fra di loro il contingente da ciascuno dovuto, risponde pienamente al loro vero interesse, il quale è regolato in modo assolutamente democratico, con consultazioni di tutti i componenti del villaggio. Nei villaggi russi c’è una democrazia genuina, perché gli abitanti per l’appunto non stanno fra di loro nei rapporti di sfruttati e di sfruttatori.
Il comune dovere al fornimento è un vincolo sicuro perché l’economia agricola privata possa interessare gli uni nel progresso economico degli altri.
Su questi principi fondamentali si sviluppano digià le più elevate forme della fusione dei contadini. Interi villaggi costituiscono un’unica organizzazione del lavoro -Artel- la più grande si divide in tre o quattro parti per la comune lavorazione del suolo, la comune attuazione dei miglioramenti, ecc.
La fusione talvolta è ancora più stretta. I contadini mettono insieme i loro campi e tutti i loro mezzi di produzione, formano una comunità, la quale non soltanto produce in comune, ma consuma anche in comune, non in base al numero dei lavoratori, ma in base al numero dei consumatori, delle «bocche» come si dice qui. Queste forme di sviluppo sono sostenute dal governo dei Soviet con tutti i mezzi possibili, con denaro, macchine, sementi e bestiame.
Ma questo sviluppo, per quanto proceda bene, non è abbastanza rapido. E necessario perciò fare un passo avanti verso la trasformazione. Questo è il programma dell’inverno di quest’anno e della primavera. Noi possiamo definirlo nella frase seguente Regolamento statale della produzione agricola. In tutta la Russia parliamo della Russia centrale che costituì ininterrottamente la Russia dei Soviet, poiché gli altri territori, come accennammo, si trovano in uno stadio di sviluppo incipiente si sono costituiti dei comitati di coltivatori.
Questi comitati devono insegnare ai contadini quanti cereali od altre specie di piante devono seminare, quando e quanto profondo essi devono arare, ecc. Non si tratta quindi di nozioni teoriche. L’animatore ed il direttore spirituale di questa opera grandiosa, il compagno Ossinsky, ne definì lo scopo nei seguenti termini: Noi dobbiamo arrivare al punto che l’intero villaggio lavori la terra come il migliore e più intelligente agricoltore di questo circondario. Dunque, organizzazione proletaria del lavoro sotto la obbligatoria direzione degli organi statali2. Per assicurarne i risultati, vennero prese dallo Stato ai contadini le sementi necessarie per le semine primaverili e ad essi furono date invece a primavera granaglie scelte della migliore qualità; specie analoghe vennero dallo Stato assegnate immediatamente alla produzione. Ciò è un importante passo verso la socializzazione dell’economia rurale. Non l’ultimo. In Russia ora vengono costruite potenti «trattrici» – moto aratrici a benzina – qualcuna viene importata anche dall’America. Lo Stato farà arare pei contadini vaste estensioni di terra nera, con ciò entro l’anno, anche senza concimi, è assicurato un elevato raccolto. Utilizzazione comune delle nuove macchine che non vengono lasciate alla proprietà privata dei contadini. Alla fine, sarà lasciato all’economia privata del contadino soltanto il governo della casa.
Questo sviluppo non è necessario soltanto per dirigere lentamente i contadini verso il sistema dell’economia comunista, ma anche per aumentare la produzione. Non dobbiamo dimenticare che nella Russia le condizioni della ripartizione del suolo erano molto varie. Precisamente nella Russia centrale l’estensione del latifondo era molto limitata3. Trascurabile perciò l’aumento del terreno dei contadini. Poiché il raccolto in seguito ai sei anni di guerra accennava a scemare4 e per i difetti del commercio libero si manifestava fra i contadini la tendenza al ritorno all’economia domestica, ciò che influì, in seguito, sulla produzione collettiva, ed infine si era fortemente elevato il consumo dei contadini stessi in mezzi di sussistenza5, ci fu nella Russia centrale, con la relativa densa popolazione, malgrado la spartizione dei latifondi una nuova crisi agraria, o con espressione più mite, una questione agraria.
In vasti territori la terra divisa tra i contadini secondo il numero degli individui, con l’attuale sistema d’economia primitiva è appena sufficiente per soddisfare i loro bisogni. Mentre all’Est, nei territori del Volga e della Siberia, milioni e milioni di ettari di terreno fertile giacciono senza padrone, vaste estensioni che una volta all’anno vengono falciate dai militari, fondi di riserva in terreni della Repubblica dei Soviet, intorno a Mosca vi sono delle località dove anche oggi c’è bisogno di terra. Perciò la direttiva della politica agraria dei Soviet mira ai seguenti scopi:
- Miglioramento dell’economia agricola sfruttando la terra esistente nel modo migliore.
- Grandiosa colonizzazione, mediante lo stabilirsi della popolazione agricola esuberante nei territori del centro nelle terre libere del Volga e della Siberia, dove è digià possibile la vita sociale nelle più elevate forme collettive.
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Qualche lettore troverà che il sunto ch’io do qui sullo sviluppo della politica agraria russa, non è così chiaro come lo si desidererebbe. La colpa non è mia. Io non scrivo nulla d’oscuro; sono gli avvenimenti in continuo movimento, come deve appunto avvenire in una rivoluzione. Delle linee di sviluppo in alcune parti sono giunte allo scopo, in altre invece incominciano ora. Talvolta si cerca di raggiungere un determinato grado di sviluppo o di superarlo. La vita nella Russia dei Soviet, uno Stato di 100 milioni di uomini che abitano una grande estensione di terra, non si può descrivere in una sola maniera. Forse sarebbe possibile dare descrizioni particolareggiate dei singoli tratti di territorio.
Note
La coltura proletaria e il Commissariato dell’Istruzione Pubblica
di A. LOUNATCHARSKI
L’articolo che segue e che è stato più volte riprodotto nella stampa russa, inizia i nostri lettori ad una polemica che ha avuto luogo all’inizio del 1919 fra la Sezione d’Istruzione pubblica di Mosca e il Comitato Centrale dei Proletcult di Russia. Il progresso rivoluzionario aveva inevitabilmente fatto nascere in tutti i domini delle istituzioni multiple, che sembravano rispondere a bisogni diversi, e furono poi riconosciute in pratica come facenti doppio lavoro. Da ciò la campagna giustificata e feconda intrapresa contro il «parallelismo». Da ciò la semplificazione crescente dell’organismo amministrativo ed il cammino verso un sistema razionale corrispondente alle grandi divisioni della vita sociale. L’articolo scritto da Lounatcharski, diretto a dimostrare che l’assorbimento degli istituti di coltura proletaria da parte delle sezioni d’istruzione pubblica dei Soviet, non è ancora indicato, definisce mirabilmente le funzioni dei due organi: l’uno laboratorio di studio e di creazione, rigorosamente riservato al proletariato industriale; l’altro, apparecchio d’insegnamento, che trasmette a tutte le classi le parti positive della coltura tradizionale. Le sezioni d’istruzione pubblica hanno a loro disposizione una rete, incessantemente allargata a tutta la Russia, di scuole di lavoro dei tre gradi con le scuote speciali e professionali, le forme diverse e multiple dell’insegnamento extra-scolastico (corsi, conferenze, teatri, cinematografi, circoli, concerti, pubblicazioni…). I Proletcult non esistono che nei centri industriali; essi non si rivolgono che ai giovani operai e dànno loro la possibilità, ogni giorno dopo il lavoro, nello «studio», cioè nel laboratorio o nel seminario da essi scelto, di coltivare liberamente fra compagni, con maestri chiamati da essi, se lo desiderano, il loro talento originale. Ci sono dei «studi» di pittura, di scultura, di musica, di canto corale, di danza, di letteratura, di poesia, d’arte teatrale…
Un decreto del Comitato Centrale esecutivo ha messo fine alla polemica, adottando il punto di vista di Lounatcharski e facendo del Protetcult un organo autonomo che dispone d’un bilancio a parte nel bilancio generale dell’Istruzione pubblica. Da ciò si vede quanto sia lontano il Governo dei Soviet dal vandalismo dei nostri borghesi, sempre disposti a far datare ogni coltura dalla loro rivoluzione, e nello stesso tempo assolutamente incapaci ad ammettere che un’altra coltura possa essere edificata da un’altra classe. Il proletariato, con il potere dei Soviet, abbraccia i tempi; egli si nutrisce del passato per trionfare del presente e creare l’avvenire.
Quando in compagnia d’alcuni compagni, convocai a Mosca, pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, una conferenza per lo studio delle questioni di coltura proletaria, è certo che io mi raffiguravo la funzione e l’importanza dell’organizzazione uscita da questa conferenza e che prese in seguito il nome di «Proletcult», sotto una forma ben differente da quella che essa ha oggi.
In quest’epoca, il potere era puramente borghese, ed era su di un terreno estraneo ed anche in parte ostile al governo che il proletariato, abbandonato alle proprie forze, doveva cercare la sua via verso una propria civiltà.
Elevare il livello intellettuale, morale ed estetico del proletariato, aiutarlo a creare in tutti questi domini una coltura originale e propria alla sua classe, ecco il duplice compito che incombeva alla nuova organizzazione.
Fin dall’inizio, io attirai l’attenzione sul parallelismo perfetto esistente fra il Partito Comunista nel campo politico, i Sindacati nel campo economico, e il Proletcult nel campo morale.
Attualmente tutto è cambiato noi dobbiamo porci di nuovo la questione dei rapporti che devono esistere fra il Partito Comunista ed il Governo soviettista: ricercare le leggi che devono regolare le mutue relazioni fra le associazioni professionali da una parte, il Consiglio Economico Nazionale e gli altri organi economici dello Stato Soviettista dall’altra; definire il confine da stabilire fra il Proletcult ed il Commissariato dell’Istruzione pubblica.
Non mi soffermerò ora sulle due prime questioni, se non per dire che non viene in mente a nessuno di dichiarare superfluo il Partito e di sopprimerlo con il pretesto che i membri del suo Comitato Centrale sono quasi identicamente gli stessi di quelli del Consiglio dei Commissari del popolo o del Bureau del Comitato Centrale esecutivo o ancora di qualche altro organo dello stesso genere; non viene in mente ad alcuno di dire che il Partito ed il Potere dei Soviet fanno due volte lo stesso lavoro.
Tutti comprendono che tutto ciò va bene così, poiché il lavoro è fatto in realtà del proletariato comunista cosciente, di cui il Partito ed il Potere dei Soviet non sono attualmente che gli organi.
II proletariato, dopo aver messo le mani sul potere governativo e preso possesso di tutta l’eredità culturale del paese, doveva bene inteso creare gli organi necessari alla trasformazione delle scuole di ogni specie, biblioteche, musei, teatri, concerti, esposizioni, riviste, ecc., ecc., in strumenti di educazione proletaria.
Cosa significano queste parole: educazione proletaria? Significano in primo luogo che il proletariato deve assimilare i valori umani della scienza e delle arti senza di che è impossibile essere un uomo istruito, senza di che il proletariato resterà un barbaro, e non potrà mai usufruire veramente né del potere, né degli strumenti di produzione dei quali s’è impadronito.
Questo è un compito gigantesco.
Ad esso dobbiamo aggiungerne un’altro: l’educazione proletaria deve comprendere egualmente l’espansione delle pure idee proletarie prima nei centri meno rischiarati del proletariato stesso, in secondo luogo fra le masse contadine ed in generale fra tutti i lavoratori manuali, infine fra gli intellettuali.
II proletariato possiede già un tesoro d’idee che si possa considerare come indiscutibile?
In alcuni campi, si: le parti più elaborate del marxismo, in particolare nel dominio della sociologia e dell’economia politica, in minor grado in quelli della storia e della filosofia, possono attualmente pretendere in modo ben determinato ad un posto legittimo, ad un primo posto nelle università, biblioteche, ecc.
I fondamenti del nostro programma politico e pratico sono un meraviglioso tesoro che la nostra propaganda politica deve riuscire a far conoscere a tutti ed a ciascuno. Ecco perché essi devono essere diffusi a cura di tutti gli organi del potere governativo.
Ma se consideriamo questi puri elementi proletari assimilati dall’apparecchio governativo e portati da lui nella coscienza delle masse, noi vediamo ch’essi occupano un posto relativamente piccolo in ciò che costituisce il lavoro dello Stato in materia culturale.
Chi può negare ad esempio che nell’insegnamento delle scienze noi dobbiamo approfittare oggi di tutta l’esperienza accumulata? Forse riusciremo a modificare in una certa misura i metodi di’nsegnamento, ma ciò non avverrà che con un processo estremamente lungo.
Nel dominio delle arti, noi non dobbiamo in nessun caso lasciare il proletariato estraneo a tutte le mirabili opere accumulate dal genio dell’umanità.
Qui incontriamo due opinioni estreme contro le quali bisogna accuratamente mettere in guardia il proletariato che entra nella carriera del lavoro culturale.
Vi sono alcuni i quali dicono che diffondere la scienza e l’arte antica, è servire i gusti borghesi e contaminare il giovane organismo socialista col sangue d’un vecchio mondo in decomposizione.
I rappresentanti estremi di questo errore sono poco numerosi, ma il male che essi potrebbero fare può esser grande. E notevole che alcuni partigiani della coltura proletaria, pieni più di zelo che di buona inspirazione, cantano qui all’unisono con i futuristi, i quali di quando in quando confessano il loro desiderio di distruzione fisica di tutta la civiltà antica e vorrebbero chiudere il proletariato nelle esperienze fino ad oggi assolutamente non convincenti alle quali si riduce per essi l’arte.
No, lo ripeto per la millesima volta, il proletariato deve rivestire l’armatura completa della coltura umana. Esso è una classe storica, deve andare avanti senza romperla con tutto il passato. Rigettare le scienze e le arti del passato sotto il pretesto che sono borghesi è così assurdo come il rigettare sotto lo stesso pretesto le macchine o le ferrovie.
L’altro estremo consiste nel dire, tuffandosi nell’eccesso di questa universale coltura scientifica o artistica ecco il vero lavoro che s’impone al proletariato, basta migliorare tutto ciò, rivestirlo per così dire d’uno strato esteriore di sociologia marxista, ricoprirlo del programma comunista, e noi non abbiamo bisogno d’altro.
Non ci si opporrà mai troppo a questa concezione. La grande classe proletaria rinnoverà progressivamente tutta la civiltà dall’alto fino al basso. Essa si costruirà uno stile degno di lei, che si manifesterà in tutti i domini dell’arte e vi metterà un’anima nuova. Il proletariato modificherà la struttura stessa della scienza fin d’ora, si può prevedere il senso nel quale si svilupperà la sua metodologia.
Se noi vogliamo attualmente imporre allo Stato ed ai suoi organi di diffondere unicamente ciò che è nuovo, ciò che è proletario, noi condanneremmo il proletariato alla barbarie, gli taglieremmo le radici, e non avremmo da meravigliarci se i frutti del suo lavoro creatore nel dominio della scienza e delle arti sarebbe tardo e debole.
II compito dello Stato, è quello di diffondere le conoscenze assolutamente indiscutibili che il proletariato non ha conquistato che in qualche dominio immediatamente, legato alla sua campagna politica, in seguito poi si tratta di spargere largamente nel campo proletario tutti i materiali infinitamente ricchi e fecondi di cui egli è l’erede.
Ma se dopo ciò si dichiarasse che si può restare indifferenti alle ricerche originali del proletariato, al lavoro dei rappresentanti della classe operaia che cercano di elaborare nuove forme d’arte e metodi scientifici originali, si cadrebbe di nuovo nell’errore più grossolano.
Così le due funzioni sono nettamente e chiaramente fissate il «Proletcult» non deve in nessun caso considerare le prime manifestazioni dell’arte e del pensiero proletario, ad eccezione dei dati del socialismo scientifico, senz’altro come un valore, né cercare di sostituirle ai valori delle civiltà delle epoche precedenti. Non è nemmeno suo compito quello di cercare diffondere la conoscenza di tutte le branche della coltura umana per mezzo dei suoi organi nel primo caso esso dimostrerebbe la più imprudente presunzione, che bisogna lasciare interamente ai futuristi; nel secondo s’ingerirebbe in un lavoro che non è il suo e che il proletariato compie con un’altra mano, con gli organi dello Stato.
Ma il Proletcult deve concentrare tutta la sua attenzione sui lavori di laboratorio, sulla scoperta ed il sostegno dei talenti originali del proletariato, la creazione di circoli di scrittori, d’artisti e di giovani sapienti d’ogni sorta tolti dalla classe operaia, la creazione dei laboratori multiformi e d’organizzazioni viventi in tutti i campi della coltura fisica e morale, con l’intenzione invariabile di sviluppare con questo mezzo il seme libero e fecondo nascosto nell’anima proletaria.
Lo Stato proletario, più esattamente lo Stato operaio e contadino, non può non mostrare la più grande fiducia e la più grande sollecitudine per le giovani organizzazioni di questa specie, destinate a diffondere poco a poco quella luce e quel calore che un giorno sorpasseranno infinitamente tutta l’eredità di cui godiamo attualmente, ed edificheranno nel campo della civiltà il nuovo mondo che noi abbiamo fondato in quella della vita economica.
E’ per questo che io considero come assolutamente illegittime le tendenze della Sezione d’Istruzione pubblica del Soviet di Mosca a sopprimere il «Proletcult», senza pensare che esse non possono essere coronate da successo, poiché tutti gli altri Soviet della Russia hanno un’altro punto di vista.
Sarebbe assolutamente assurdo interdire al proletariato di Mosca d’avere un’organizzazione per elaborare nuovi valori colturali, quando quasi ogni città ha già la sua.
Ora, sopprimere dappertutto i «Proletcult» che hanno preso un’enorme estensione e dànno dei frutti estremamente preziosi, il Soviet di Mosca, fortunatamente, non lo può fare.