La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.2)
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Nell’articolo precedente abbiamo sostenuto che la fase di aperta rivalità politica e militare succeduta nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia all’alleanza del tempo di guerra, cioè il pericolo indicato col termine di “guerra fredda”, scaturì dall’enorme sconvolgimento sociale e politico causato dalla rivoluzione anticoloniale, del resto ancora in atto entro l’immenso spazio geografico che comprende l’Asia, l’Africa, e l’America Latina. La guerra, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, risolve temporaneamente i problemi cruenti dell’imperialismo trasferendo sul piano militare gli insanabili conflitti economici che lo sfruttamento di classe, l’ineguaglianza dello sviluppo storico dei vari paesi capitalistici, e le rivalità nazionali che da essa conseguono, inarrestabilmente accumulano.
Ma, se per due volte il capitalismo ha messo il mondo a ferro e fuoco, per altrettante volte un terremoto sociale ha percorso il pianeta sradicando e abbattendo secolari baluardi della reazione. Fu nel primo dopoguerra, anzi durante ancora il primo conflitto, che la rivoluzione proletaria esplose gagliardamente in Russia e nell’Europa orientale, schiantando il reazionario impero degli Zar; e se la rivoluzione comunista, scoppiata in Russia, non poté espandersi fino a travolgere l’Europa borghese, lo si deve al vergognoso tradimento dei partiti socialdemocratici che, nel momento decisivo della crisi sociale, si schierarono al servizio del nemico capitalista.
La seconda guerra mondiale, voluta e provocata dall’imperialismo internazionale, nemmeno essa, pur in assenza di un movimento rivoluzionario del proletariato, si è risolta in una mera divisione del mondo, in una nuova redistribuzione del predominio imperialistico. È stato fatto, da parte delle grandi potenze egemoniche uscite vittoriose dal conflitto, un tentativo di coagulare il moto sociale in uno stampo prefabbricato. Ma l’idillio internazionale celebrato alle Conferenze di Yalta e Potsdam è durato appena qualche anno.
Sarebbe tuttavia antidialettico supporre che la “guerra fredda” ad esso seguita sia nata da un “ripensamento” dei politici americani o, peggio ancora, da una ripresa dei metodi della lotta di classe da parte dello stalinismo allora regnante. La “rottura dell’alleanza di guerra” tra l’America (e i suoi satelliti occidentali) e la Russia non avvenne certo perché, come pretendeva la stolida propaganda atlantica negli anni passati, il capitalismo americano intendesse porre riparo agli “errori” commessi da Roosevelt nei confronti dell’alleato russo. L’imperialismo americano aveva già fatto prima dei timidi passi di assaggio, impossessandosi delle Filippine (1898) e dando fuoco alla “guerra di Cuba” (1897-98). Ma è storicamente incontrovertibile che soltanto ad opera del rooseveltismo gli Stati Uniti si sono trasformati da potenza economica in super-Stato imperialistico, centro di una sfera di influenza politica e militare che abbraccia l’intero pianeta. Che cosa erano gli Stati Uniti prima dell’incidente di Pearl Harbour, che non certamente per dabbenaggine Roosevelt e i suoi collaboratori deliberatamente provocarono? Non soltanto la politica rooseveltiana mettendo a tacere l’isolazionismo permise agli Stati Uniti di assurgere al rango di prima potenza imperialistica dando alle forze armate americane il controllo dell’Europa occidentale e l’assoluta egemonia marittima, ma ne fondò le premesse indispensabili, riformando lo Stato americano. Quella struttura eminentemente totalitaria, a mala pena coperta dalla mascheratura democratico-parlamentare, che è oggi lo Stato americano, è opera, tutti lo sappiamo, delle… slittate a sinistra del New Deal.
C’è di più. La favola cretina secondo cui Roosevelt sarebbe rimasto vittima dei raggiri di Stalin va in mille pezzi non appena si tenga presente che, per ingraziarsi l’alleato americano, il governo di Stalin procedette alla soppressione della Internazionale Comunista. In verità, Roosevelt si dimostrò un mercante di straordinarie capacità se riuscì a comprare per pochi miliardi di dollari fiumi di sangue russo e, per sovraprezzo, la liquidazione di quello che ancora restava di un organismo che aveva fatto tremare le ossa della borghesia internazionale. Ciononostante, ci sono grandi firme del giornalismo che guadagnano con un articolo quanto guadagna un operaio in un mese di lavoro, scrivendo che la “guerra fredda” fu causata dagli “errori” di Roosevelt..!
Altrettanto falso è che la “guerra fredda” sia stata provocata da una ripresa rivoluzionaria del “comunismo” russo. È vero anzi il contrario. La “guerra fredda” ha favorito enormemente la degenerazione dei partiti comunisti legati a Mosca. Infatti, una volta entrati in conflitto con l’ex alleato americano, il governo di Mosca e il partito comunista russo si guardarono bene dall’impugnare le armi “superate” della lotta di classe. Imitati scimmiescamente dai partiti comunisti infeudati, essi si diedero anima e corpo alla politica, del tutto borghese, delle alleanze tra gli Stati. Obbiettivo di Stalin, fin quando visse, fu, non la rivolta della classe lavoratrice contro le borghesie americana ed europea, ma lo sgretolamento della coalizione politica e militare capeggiata dagli Stati Uniti, da ottenere mediante la seduzione delle borghesie nazionali. Non altro significato ebbe, e conserva tuttora, la politica dei partiti comunisti, che tende a staccare una parte della borghesia locale dalle alleanze militari e politiche imposte dall’imperialismo americano. Questo e non altro significano i programmi politici dei partiti comunisti che si fondano sui capisaldi della “ricerca del dialogo con le forze progressive”, della “apertura a sinistra”, e simili infamie opportunistiche.
A riprova di quanto sosteniamo stanno le sanguinose epurazioni che si abbatterono sulle “democrazie popolari” dopo il tradimento di Tito (1948), la rivolta di Berlino-Est (1953), l’insurrezione ungherese (1956). Tutte queste tragedie sociali non furono affatto causate dall’applicazione di una politica rivoluzionaria antiborghese da parte dei partiti comunisti legati a Mosca. Al contrario, furono il risultato necessario dell’inaudito sfruttamento del lavoro salariato giustificato con le esigenze di megalomani piani di produzione, o si alimentarono delle micidiali rivalità nazionalistiche, che soltanto la soppressione per via rivoluzionaria delle economie nazionali può eliminare.
Al tramonto della “guerra fredda” non v’è nel blocco russo-orientale più socialismo, o meno capitalismo, di prima. Né può dirsi certo arrestata la cancrena opportunistica che divora i partiti “comunisti”. Tutt’altro. Ad onta dell’assenza di una classe proprietaria dei mezzi di produzione, l’economia russa appalesa sempre più la sua natura capitalistica, cioè salariale e mercantile. D’altra parte, e non a caso, mai come oggi l’ideologia dei partiti comunisti, che apertamente inneggiano, sotto il pretesto della conservazione della pace, all’abbraccio delle classi, e apparsa più marcia. Ciononostante, la stampa comunista continua a ripetere su tutti i toni che all’origine della “guerra fredda” ci fu la decisione americana di impedire la “costruzione del socialismo” in Russia e nelle democrazie popolari. In realtà, a demolire le ultime vestigia, non già del socialismo, ma dello stesso capitalismo di Stato, ci stanno pensando i krusciovisti!
Procedendo per esclusione, scartando le interpretazioni tendenziose che delle origini della “guerra fredda” propongono i propagandisti affittati ai blocchi imperialistici, si perviene alla conclusione cui già avevamo accennato. Potevamo passare all’argomento che più ci preme, lo studio delle cause che stanno determinando la svolta della politica internazionale definita col termine di “distensione”, ma abbiamo preferito, anche a costo di ripetere concetti fondamentali, allargare alquanto il discorso. Accettare le tesi degli avversari, spiegare il perché della “guerra fredda” e della “distensione” con motivi interni ai blocchi in contrasto – pretesa “costruzione del socialismo” all’est e riforma antirooseveltiana all’Ovest – equivarrebbe, oltre che a subire passivamente una deformazione della realtà storica, ad alimentare una concezione pessimistica dell’imperialismo. Il mondo intero è sotto il tallone di ferro dell’imperialismo, sotto la minaccia della guerra. Chi lo negherebbe? Ma l’imperialismo non è onnipotente.
La seconda guerra mondiale non si è risolta, come dicevamo all’inizio, in una mera divisione del mondo, progettata e attuata dalle centrali imperialistiche. Il piano di divisione del mondo, foggiato a Yalta e Potsdam, doveva saltare in aria di lì a poco. Il magma sociale si rimetteva in moto. In contrasto con una Europa immobilizzata nelle maglie di ferro dell’occupazione militare, gli altri continenti si mettevano a ribollire. La stampa di lor signori può continuare a diffondere le più assurde teorie sulle origini della “guerra fredda”. Noi continueremo a sostenere che sono fatti come la caduta di Mukden nelle mani di Mao Tse-dun nell’ottobre 1948, come la cacciata della monarchia dall’Egitto, come la rivolta del Madagascar costata decine di migliaia di morti ai malgasci, come la rivolta dei “kukuiu” del Kenia, la sedizione dei Ciang-kai-sceh indonesiani, i movimenti indipendentisti di Marocco, di Tunisia, dell’Africa Nera, la rivolta di Algeria, la fine dell’epoca delle feroci dittature militari pro-americane nell’America Latina, insomma il generalizzato, incontenibile movimento di rivolta delle popolazioni più povere, più oppresse, più affamate del mondo, ciò che doveva far sprofondare l’assetto internazionale venuto fuori dagli accordi tra le massime potenze imperialistiche. Furono tali rivolgimenti, di cui non possiamo ancora calcolare tutta la portata, che determinarono nel mondo appena uscito dal conflitto la crisi generalizzata dell’imperialismo che va sotto il nome di “guerra fredda” di cui avvenimenti come il distacco della Iugoslavia titoista dal blocco orientale, o il blocco di Berlino, sono da considerare effetti, peraltro secondari, e non cause.
Di certo v’è che, nei dodici anni che ci separano dalla caduta di Mukden, il mondo ha subito un travaglio immenso. Sotto i nostri occhi, sono crollate costruzioni politiche che resistevano da secoli. Sono sorti al loro posto decine di Stati nuovi, alcuni piccoli e privi di prospettive; altri vastissimi e destinati a uno sviluppo inaudito. L’economia mondiale ne è risultata sconvolta. Gli ex Stati colonialisti hanno dovuto attraversare una crisi profonda, che tuttora dura. Le centrali imperialistiche hanno dovuto elaborare nuove strategie politiche, ordire nuove alleanze militari. Tutto ciò, in una società di classe e nel regime dello Stato nazionale, poteva accadere senza scosse? Non poteva. Si comprende, allora, il perché della cosiddetta guerra fredda.
Alle origini della “distensione”
Non certo a caso, il profilarsi della “distensione” viene a coincidere con l’esaurirsi, vorremmo dire, della fase eruttiva della rivoluzione anticoloniale. Naturalmente, il problema della liberazione dal colonialismo è tuttora aperto per non pochi paesi, primo tra tutti l’Algeria. Ma è chiaro che nulla potrà ormai arrestare la marcia in avanti dei “popoli di colore”. Nessuno dubita che tra non molto l’Africa sarà completamente “decolonizzata”, come l’Asia.
Ma, allo stesso modo che sarebbe semplicistico ridurre le cause della “guerra fredda” alla sola crisi provocata dalla rivoluzione anticoloniale – nessuno vorrà accusarci di ignorare i permanenti motivi di contrasto che sono alla base della economia capitalistica e dello Stato nazionale, così aspri e micidiali soprattutto nella vecchia Europa – sarebbe inadeguata e unilaterale la tesi che spiegasse la sopravvenuta “distensione” unicamente con la nuova fase della medesima rivoluzione anticoloniale.
Molteplici e di diverso ordine sono gli accadimenti che hanno generato la presente svolta nella politica mondiale. Diciamo subito che, usando il termine “svolta”, rifuggiamo da qualsiasi pregiudizio gradualistico. Quello che pensiamo della distensione, l’abbiamo riassunto nel titolo di questo articolo. La “distensione” è l’aspetto recente assunto dalla crisi capitalista. Essa non porta affatto una soluzione alla crisi del capitalismo, che è ineliminabile. I comunisti internazionalisti sanno bene che il capitalismo genera costantemente contraddizioni e cataclismi sociali e che questi non accettano terapie riformistiche. Soprattutto, la “distensione” non è l’alternativa alla guerra. Unica, insostituibile alternativa alla guerra sono la rivoluzione e la dittatura proletaria. Il capitalismo stesso è guerra, guerra delle classe dominante borghese contro le classi lavoratrici. La guerra degli eserciti non è che una forma della guerra sociale che la borghesia capitalistica conduce con tutti i mezzi per impossessarsi della forza-lavoro delle classi lavoratrici e tenerle schiave sotto il tallone dello sfruttamento. La stessa parola “pace” è in contrasto stridente con la realtà. Sotto il capitalismo, mai regna la pace. Un mondo in pace deve ancora venire: e sarà il mondo senza classi. La “distensione” è la forma nuova assunta dalla crisi capitalistica.
Non si può pretendere che si faccia qui un censimento completo delle cause che stanno determinando la distensione. Possiamo tuttavia esaminare quelle ci sembrano le fondamentali:
1) Riassestamento dell’equilibrio mondiale in seguito alla formazione dei nuovi Stati afro-asiatici e ai rivolgimenti verificatisi nell’America Latina, fenomeni che hanno posto fine ad un periodo di profondo sconvolgimento politico e sociale.
2) Esaurimento della estrema fase della degenerazione russa che, sotto il krusciovismo, ha bruciato tutte le tappe, per cui la Russia appare oggi, sotto l’aspetto economico sociale, politico e ideologico, del tutto “occidentalizzata”.
3) Crisi generale dell’imperialismo americano.
4) Aggravamento dell’anarchia capitalistica europea, che si accompagna alla minacciosa ripresa del nazionalismo e delle tradizionali rivalità egemoniche continentali, e determina, all’interno dello stesso blocco militare del Patto Atlantico, dei blocchi commerciali rivali quali la CEE e l’EFTA.
5) Rivoluzione tecnica negli armamenti che ha posto fine alla invulnerabilità dall’esterno degli Stati Uniti, e impone di elaborare adeguate riforme per quanto riguarda la struttura delle industrie di guerra e delle stesse forze armate degli Stati.