Perché la Russia non è socialista? Pt.4
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Socialismo e capitalismo di Stato
A causa dell’estrema complessità di questa tumultuosa fase storica, abbiamo dovuto procedere all’inverso del tradizionale metodo didattico che va dal particolare al generale. Abbiamo dovuto, in una questione di cui nessun aspetto può essere esaminato isolatamente, tentare anzitutto di provare, con un panorama d’insieme, che una relazione stretta e imperiosa legava problemi economici e politici, strategia sociale all’interno della Russia e ruolo internazionale assegnato dai comunisti alla loro rivoluzione, e, a questo proposito, insistere a lungo sul significato della lotta di frazioni che, dal 1923, si manifestò al vertice del partito bolscevico: non contrapposizione di soluzioni economiche di cui le une sarebbero state socialiste e le altre no, ma divergenze sui diversi modi possibili di conservare il potere in attesa della rivoluzione internazionale. Bisogna ora tornare più in dettaglio su questo punto capitale, per riprendere alla fonte l’evoluzione che ha condotto l’economia russa al suo stato attuale.
Dobbiamo ripetere che la politica economica bolscevica è minata, fin dai primi anni della rivoluzione, da una contraddizione che alla lunga le sarà fatale, e che tutti i comunisti di Russia e del mondo – fino alla svolta di Stalin – non sperano di superare se non con la vittoria internazionale del socialismo. Ma in attesa di questa vittoria – che d’altronde diviene problematica – , bisogna pure che la popolazione russa viva, che le forze produttive del paese siano utilizzate al meglio nello stato in cui sono, cioè al livello di un’economia mercantile piccolo-borghese. Qual è la formula bolscevica in materia? E’ l’orientamento di tutti gli sforzi produttivi in direzione del capitalismo di Stato.
Perché “capitalismo”? Lenin lo spiega nel suo testo dell’aprile 1921 Sull’imposta in natura, da cui traiamo tutte le citazioni: “Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica della grande industria capitalista, organizzata secondo l’ultima parola della scienza moderna”. In effetti, non c’è altra “via al socialismo” – sul piano strettamente economico, si intende – che il passaggio attraverso l’accumulazione del capitale, compito che, “normalmente”, spetta alla società borghese, non al potere del proletariato. Ma in Russia, poiché la borghesia non ha assolto la sua missione storica, bisogna che il proletariato si assuma la realizzazione di questa condizione indispensabile al socialismo. Bisogna, per poter più tardi abolire il salariato, trasformare in salariati milioni di contadini che vegetano in “campagne sperdute”, in cui “decine di chilometri senza strade separano il villaggio dalle ferrovie”. Bisogna, per sopprimere successivamente lo scambio mercantile, introdurlo prima in “quei territori dove regnano il patriarcalismo, la semi barbarie e la barbarie vera e propria”. Bisogna altresì promuovere la “grande industria” e la “tecnica moderna”, attaccando il “sistema patriarcale, l’indolenza”, che sono il retaggio della vita sociale nell’immensa campagna russa.
La realizzazione di questo compito gigantesco non ha mai rappresentato, per Lenin e per tutti i marxisti degni di questo nome, una realizzazione socialista, ma capitalismo bello e buono. Ad onta e vergogna dei professori che trasformano in sciocchezze da eruditi le coscienti e criminali falsificazioni compiute dallo stalinismo, il socialismo non si “costruisce” in opere di cemento e ferro indispensabili al funzionamento delle forze produttive moderne: il socialismo è la liberazione di queste forze già esistenti, è la distruzione degli ostacoli che loro oppongono rapporti di produzione sorpassati.
Il dramma della rivoluzione d’Ottobre è che il proletariato russo, a differenza del proletariato occidentale se fosse giunto al potere, non aveva una sola serie di catene da spezzare, bensì due, e che i rapporti di produzione borghesi, superati alla scala internazionale e storica, sono ancora necessari, indispensabili, alla scala russa.
“Il capitalismo – scrive Lenin – è un male in confronto al socialismo. Il capitalismo è un bene in confronto al periodo medioevale, in confronto alla piccola produzione, in confronto al burocratismo che è legato alla dispersione dei piccoli produttori. Poiché non abbiamo ancora la forza di passare immediatamente dalla piccola produzione al socialismo, il capitalismo è, in una certa misura, inevitabile, come prodotto spontaneo della piccola produzione e dello scambio; e noi dobbiamo quindi utilizzare il capitalismo (soprattutto incanalandolo nell’alveo del capitalismo di Stato) come anello intermedio tra piccola produzione e socialismo, come un MEZZO, una VIA, un MODO, un METODO per aumentare le forze produttive” (sottolineato da noi).
Il peggior crimine di Stalin nei confronti del proletariato, crimine anche più mostruoso del massacro dei rivoluzionari, dell’imposizione ai lavoratori russi di una schiavitù innominabile e dell’abbandono degli operai di Occidente alla mercé della loro borghesia “democratica”, è di aver fatto del mezzo invocato da Lenin uno scopo; è di aver trasformato una “via storica” in uno stadio finale e totalmente assimilato il socialismo al capitalismo, imbrogliando a tal punto le carte che, per gli imbecilli e i profittatori che incensano Lenin calpestandone l’insegnamento, il compito del socialismo è divenuto, punto per punto,… l’accumulazione del capitale!
Ma perché dunque, nella prospettiva che Lenin formula per la Russia, si parla di capitalismo di Stato? Perché il socialismo, se non è realizzabile senza preventivo sviluppo capitalistico, non lo è a maggior ragione senza il “dominio del proletariato nello Stato”. Lo Stato uscito dalla rivoluzione d’Ottobre è proletario; ciò significa che è uscito da una rivoluzione condotta dal proletariato, e armato della dottrina specifica di questo stesso proletariato. Questo sul piano politico. Ma, sul piano economico, in che cosa questo Stato è socialista? Lenin dice chiaramente come stanno le cose: “Non si è trovato un solo comunista, mi pare, il quale abbia negato che l’espressione ‘Repubblica socialista sovietica’ significa decisione del potere sovietico di attuare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto riconoscere che l’attuale sistema economico è socialista”.
Lenin, che nel testo usa frequentemente il termine “passaggio”, ha cura di definire per dove la Russia deve passare per giungere, dallo stadio economico e sociale dell’epoca, al socialismo: “In Russia predomina ora proprio il capitalismo piccolo-borghese, che conduce sia al grande capitalismo di Stato che al socialismo ATTRAVERSO LA STESSA STRADA, una strada che passa PER LA STESSA stazione intermedia e che si chiama ‘inventario e controllo da parte di tutto il popolo sulla produzione e sulla ripartizione dei prodotti’”. E insiste: “non si può progredire dall’attuale situazione economica in Russia senza passare attraverso CIO’ CHE E’ IN COMUNE tanto al capitalismo di Stato quanto al socialismo (inventario e controllo da parte di tutto il popolo)”.
L’idea di Lenin è chiara, anche se poi la si è vergognosamente imbrogliata: la via attraverso la quale la Russia deve passare per giungere al socialismo è imperativamente determinata dallo stato economico e sociale del paese dopo la rivoluzione. E’ solo la natura politica dello Stato (perché questo Stato è proletario) che garantisce che non ci si fermerà lungo la strada, che non ci si arresterà ad una delle “stazioni intermedie” che hanno nome “piccola produzione mercantile”, “capitalismo privato”, “capitalismo di Stato”, ma al contrario si proseguirà a tutto vapore verso quella che risplende, ma ancora lontano, delle fiammeggianti lettere di socialismo. Ma questo avverrà – bisognerà ripeterlo fino a sazietà – alla condizione indispensabile che la vittoria internazionale del proletariato, spezzando la forza del capitale in tutti i suoi gangli mondiali, dia alla “locomotiva” della rivoluzione russa il disco verde su tutta la linea!
Se questa chiara prospettiva è oggi nascosta sotto confusioni inestricabili, è senza dubbio, in primo luogo, a causa delle falsificazioni spudorate dello stalinismo. Ma è anche in ragione del corso dello sviluppo storico che registra sconfitte su sconfitte, rinnegamenti su rinnegamenti del suo partito: il riflusso generale del movimento proletario, che si è verificato in tutti i campi, ha compiuto i suoi peggiori disastri in quello della nozione che il proletariato può avere della propria storia. Se ne ha la prova flagrante nel fatto che la rivoluzione d’Ottobre è stata snaturata non solo dallo stalinismo, ma dalla maggior parte degli anti-stalinisti.
E’ questo specialmente il caso del punto di vista “estremista” secondo cui la sconfitta della rivoluzione dovrebbe essere imputata alla concezione “leninista” del capitalismo di Stato.
Mostreremo nelle prossime pagine che questo argomento crolla di fronte a una realtà indiscutibile: quello stadio economico – semplice “passo avanti” per Lenin – , lo stalinismo non l’ha nemmeno fatto. Prova indiscutibile che non se ne può identificare la pretesa realizzazione col trionfo della controrivoluzione staliniana. Questa, impossessandosi delle leve della “locomotiva della storia”, ne ha fatto una macchina asfittica che, dopo una timida puntata in direzione del capitalismo di Stato, si appaga di far l’altalena fra le “stazioni intermedie” che la separano dalla piccola produzione e fra le quali figurano i “depositi” scelti di preferenza dai valorosi macchinisti del “socialismo in un paese solo”.
Molti anti-stalinisti, che non dispongono di criteri diversi da quelli della “democrazia”, della “morale politica” o del “miglior tipo di organizzazione”, condannano l’insegnamento di Lenin perché, secondo loro, assimilerebbe socialismo e capitalismo di Stato. E’ un’aberrazione comune alla maggior parte dei critici di destra e di sinistra della rivoluzione russa. In Lenin, come abbiamo visto, la formula del capitalismo di Stato si impone unicamente per supplire a uno sviluppo più che insufficiente del capitalismo tout court. E’ un obiettivo strettamente subordinato alle “condizioni russe”, del tutto inadeguato alle condizioni della rivoluzione proletaria nei paesi sviluppati, in cui saranno prese immediatamente le prime misure socialiste, in particolare l’abolizione del salariato. Ciò che vi è di internazionale nella rivoluzione d’Ottobre è il suo tratto politico essenziale: la necessità universale della dittatura del proletariato. Tutto ciò che vi si riferisce a problemi economici russi si collega largamente al di qua del socialismo.
Gli “estremisti” che trasformano in dato di principio, in questione dottrinale, quello che era solo un obiettivo transitorio nella gestione proletaria di un’economia arretrata, commettono – sia pure in buona fede – la stessa confusione che ha permesso allo stalinismo di trionfare nel movimento operaio internazionale.