Partido Comunista Internacional

Partito e organismi di classe nella tradizione della Sinistra comunista Pt.5

Categorias: Russian Revolution, Union Question

Parte de: Partito e organismi di classe nella tradizione della Sinistra comunista

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– I Consigli negli altri Paesi

Il 4 e 5 maggio 1919 i delegati dei consigli operai diretti dai comunisti si riunirono a Vienna e formularono una dichiarazione che fa onore al proletariato rivoluzionario austriaco. Citiamo il passo essenziale:

«L’Assemblea nazionale, il Landtag e il Consiglio comunale, sono organi della società borghese. Il proletariato ha la consapevolezza che non potrà mai realizzare la sua piena emancipazione politica ed economica a mezzo degli organismi democratico-borghesi, sia esso negli stessi in minoranza o in maggioranza. La storia delle lotte di classe ci insegna che una classe dominante non ha mai rinunciato al potere per delibera di un parlamento, né tanto meno spontaneamente. Al contrario, la borghesia ha finora dimostrato di sapere garantire i propri interessi impiegando tutti i mezzi del potere della violenza fuori dai corpi legislativi».

La dichiarazione stabiliva, infine, che occorreva sostituire gli organi borghesi con organi puramente proletari.

Dieci giorni dopo, il 15 maggio 1919, era varata la legge istitutiva dei Consigli di fabbrica, sulla base di un progetto socialdemocratico del tutto simile quello della socialdemocrazia tedesca e di tutti gli altri paesi.

Il quotidiano socialista viennese Arbeiter Zeitung così commentava questo storico avvenimento:

«Con la legge sui consigli di fabbrica si è creato un nuovissimo diritto operaio; questa legge riconosce come istituzione legale quella dei fiduciari degli operai nelle aziende, ed accorda loro dei diritti esattamente definiti. È infranto così l’assolutismo del padrone (…) La legge che riconosce ai consiglieri d’azienda il diritto di conferire mensilmente col padrone sulla gestione dell’azienda ed ammette gli operai consiglieri d’azienda come consiglieri d’amministrazione nelle società per azioni, offre agli operai la possibilità di procacciarsi a poco a poco coll’esperienza utili nozioni tecniche ed amministrative, che li renderanno atti ad assumere più tardi la direzione d’azienda. Il capitalista potrà essere fatto sparire dalla fabbrica sol quando gli operai imporranno ad un gruppo di fiduciari esperti e idonei di assumere essi stessi la direzione dell’azienda. Questo è lo scopo della istituzione dei consiglieri d’azienda».

A completare queste affermazioni… ordinoviste, riportiamo un passo di due articoli scritti da E. Adler e pubblicati nel marzo e aprile 1927 sulla Revue Internationale du Travail:

«La speranza concepita dai lavoratori che essi (i consigli) sarebbero stati uno strumento di socializzazione economica, non si è realizzata. Delle due funzioni fondamentali loro assegnate dalla legge: la difesa degli interessi dei lavoratori e la partecipazione alla direzione delle imprese, la seconda è rimaste lettera morta o quasi. Gli avvenimenti hanno mostrato che i consigli di fabbrica non se ne occupavano né erano in grado di adempierla; ma che, al contrario, si erano dedicati con tanto maggior ardore al primo compito, che l’avevano svolto con un successo tanto maggiore e che, anche così limitata, la loro funzione nell’economia capitalistica rimaneva di una grande importanza.
«D’altra parte, il terrore allora manifestato dal padronato che l’istituzione dei consigli di fabbrica avesse un effetto rivoluzionario nei salariati e li mantenesse in uno stato di agitazione perpetua sfavorevole alla buona armonia fra datori di lavoro e lavoratori ed al buon funzionamento degli stabilimenti, si è dimostrato assolutamente ingiustificato. Al contrario, è apparso con chiarezza sempre maggiore che l’esistenza nelle grandi imprese di un organo intermediario fra la direzione e i salariati era indispensabile; che appunto in tempo di crisi i consigli avevano sulle masse un’azione chiarificatrice e moderatrice e che, se diveniva necessario adottare dei provvedimenti sfavorevoli ai lavoratori, questi li accettavano meglio allorché tali provvedimenti erano loro comunicati e spiegati dai consigli di fabbrica, che li avevano discussi con la direzione ed avevano fatto tutto il possibile per attenuarne il rigore».

Le tre citazioni rispecchiano bene le intenzioni generose dei comunisti austriaci, la demagogia socialdemocratica e centrista, e l’opportunismo aperto, collaborazionista e pacifista senza riserve.

In Inghilterra, i Consigli di fabbrica sorsero, e vivono ancora, come aperti organi di collaborazione, secondo le “raccomandazioni” fatte al capitalismo britannico dalla Commissione Whitley, la quale pubblicò cinque rapporti; l’8 marzo 1917, il Rapporto provvisorio sui consigli industriali misti; il 18 ottobre 1917, il Secondo rapporto sui consigli industriali misti, e il Rapporto supplementare sui consigli di fabbrica; il 31 gennaio 1918, il Rapporto sulla conciliazione e l’arbitrato», e infine, il 31 luglio 1918, il Rapporto finale. Il documento di base è il primo, dal quale discendono gli altri, e basta citarne le prime righe per averne un’idea esatta:

«Noi raccomandiamo al Governo di Sua Maestà di proporre senza indugio alle varie associazioni operaie e padronali la creazione, là dove non esistono, di consigli industriali misti, composti di rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, tenendo conto delle diverse categorie dell’industria interessata e delle differenti classi di lavoratori che essa occupa».

Il documento elenca poi le funzioni che dovrebbero avere i “consigli misti”, che vanno dal

«modo di ottenere una migliore utilizzazione delle conoscenze pratiche e dell’esperienza degli operai (…ai…) mezzi per assicurare ai lavoratori la maggior sicurezza possibile di impiego e di salario, senza apportare restrizioni illegittime al loro diritto di cambiare padrone o mestiere (…dai…) mezzi per assicurare ai lavoratori una parte maggiore nella regolamentazione delle condizioni di lavoro e di lasciare loro una più estesa responsabilità per ciò che concerne l’osservanza di questi regolamenti (…alla…) determinazione dei princìpi generali che regolano le condizioni di lavoro, ivi compresi i metodi di fissazione, di pagamento e di revisione dei salari».

Accanto a questi organismi, sorsero altri Consigli per ogni ramo d’industria, e soprattutto i Tribunali Industriali di Arbitrato, col compito di dirimere le vertenze sindacali.

È inutile dire che questi Joint Councils furono bene accolti dalle Trade Unions, che vi mandarono i loro rappresentanti. Nel 1942 le Trade Unions pubblicarono un opuscolo in cui stabilivano che lo spirito operaio nei confronti dell’azienda deve essere di “cooperazione aperta e pronta, non discordia interna”, e il suo organo specifico sono appunto gli Whitley Councils.

Il Rapporto Whitley raccomandava, inoltre, che gli Workshops Committees, o Commissioni di fabbrica, dovessero trattare soltanto delle questioni quotidiane dei lavoratori nella fabbrica e che, per assicurarne il successo, non «potessero venire usati dagli industriali in alternativa all’organizzazione operaia».

È assai significativo il giudizio espresso da uno dei due famigerati coniugi Webb, peggio che socialdemocratici, alla penna dei quali è dovuto quel panegirico dello stalinismo che i falsi comunisti odierni citano come esempio di “storiografa socialista”:

«Finché il workshop committee – commenta Sidney Webb – non sia realmente rappresentativo dei sentimenti e dei desideri di ciascuna parte dello stabilimento, non potrà funzionare in modo efficace. Né potrà funzionare bene se si intenderà servirsene per attraversare la strada all’organizzazione operaia o come un contraltare alla medesima, o se gli verranno assegnate funzioni che valgano a derogare o a evadere i concordati locali o nazionali tra le associazioni padronali e le organizzazioni operaie».

E conclude:

«Un manager che sa il fatto suo considererà un grosso sbaglio da parte della direzione promulgare qualsiasi innovazione nelle materie di cui sopra (cioè condizioni igieniche, di orario, di salario, ecc.), senza averne prima spiegato la portata al workshop committee, sollecitandone e prendendone in considerazione il parere in merito. Tutto ciò può sembrare a tutta prima che importi una maggiore perdita di tempo e maggiori noie per la direzione, in un sistema autocratico di governo della fabbrica. In realtà, però, secondo quanto dimostra l’esperienza, tali conversazioni comuni finiscono, a lungo andare, invariabilmente col risparmiare alla direzione tempo e noie e, spesso, anche delle spese non irrilevanti. Ma, ciò che più imporla, tali consultazioni reciproche, che spesso portano ad un effettivo perfezionamento delle proposte avanzate, assicurano alle medesime la consapevole adesione di tutto lo stabilimento, senza della quale è impossibile raggiungere la più alta efficienza produttiva».

Infine, contro i comitati “misti” e i comitati di officina, ambedue di intonazione chiaramente ed esplicitamente collaborazionista, sorsero i Commissari di reparto o Shops Stewards, come rappresentanti in fabbrica delle Trade Unions, quindi subordinati alla politica di pacifismo sociale dei sindacati inglesi. In particolare durante il primo conflitto mondiale, le Trade Unions contrattarono un accordo col governo capitalista d’Inghilterra per la prevenzione dei conflitti sociali nelle fabbriche e per collaborare con le direzioni aziendali.

L’organizzazione degli Shops Stewards sorse però anche come esigenza di inquadramento dei lavoratori non qualificati che affluivano numerosissimi durante il conflitto nell’industria inglese, in quanto le Trade Unions, per tradizione, organizzavano soltanto i lavoratori qualificati. Furono proprio queste masse dequalificate a portare un vento di lotta anti-istituzionale contro il carovita, le condizioni di lavoro, ecc., che ebbe il battesimo del fuoco nello sciopero, il primo sciopero non autorizzato nella storia tredunionista, dei meccanici della Clyde, che vide alla testa gli Shops Stewards anziché i sindacati che si erano rifiutati di dirigerlo.

La struttura organizzativa dei commissari di reparto si fonda esclusivamente sulla singola officina e non ha un impianto nazionale. Nell’officina si eleggono i commissari senza tener conto della Trade Union a cui sono iscritti, e il loro potere non è esecutivo, ma è demandato all’assemblea di tutti gli operai. Nati spontaneisti, anche se antiriformisti, gli Shops Stewards hanno così vissuto sinora senza pretese di costruire un vero e proprio movimento.

Gli insegnamenti dell’Ottobre

Da quanto precede abbiamo appreso che l’elemento determinante nella lotta di classe, sia nelle sue forme più elementari di scontri sociali per difendere il salario dalla dittatura economica del capitalismo, sia in quelle più complesse di violenti urti di masse lavoratrici contro la esistente struttura economica ed anche, in certi casi, politica, non è mai stato un particolare organismo di battaglia, come i Consigli di fabbrica, gli stessi Sindacati, i Comitati di controllo, ed altri del genere. Abbiamo appreso altresì che tutti questi organi, pur sorti nel fuoco della lotta, nella lotta stessa si sono bruciati in mancanza della direzione del partito politico della classe operaia. Di riflesso, la borghesia capitalistica ha capito, in generale, che non sono incompatibili col suo dominio di classe sulla società e se ne è impossessata, adattandoli alle esigenze difformi, ma sostanzialmente uguali, di difesa del suo potere politico. Di proposito abbiamo sciorinato citazioni, cronologie e programmi, per documentare il lettore che le posizioni della Sinistra Comunista, definite dai soliti concretisti “aprioristiche”, trovavano fondamento nella dottrina e conforto nei fatti passati, presenti e futuri.

È indispensabile, tuttavia, chiamare in causa l’indiscutibile autorità della Rivoluzione d’Ottobre, dopo che gli insegnamenti della controrivoluzione hanno mostrato, dialetticamente, il primato del partito politico.

A chiudere con ogni funambolismo, eccezioni e sottili distinzioni proprie degli uomini “pratici”, potremmo chiudere tutte le questioni sollevate con una semplice constatazione: l’artefice della rivoluzione bolscevica in Russia è stato il Partito Comunista. L’autorità indiscussa del Partito sull’azione delle masse ha preso la forma sovietica, a significare che non solo i comunisti, in condizioni di maturità rivoluzionaria, erano materialmente pronti per le conquista del potere, ma anche gli determinanti strati della classe sensibilizzati dalla direzione politica e storica del partito.

In Russia, i Soviet sono sorti alla vigilia delle due rivoluzioni, quella del 1905 e quella del 1917. I bolscevichi li hanno diretti soltanto il giorno prima della insurrezione vittoriosa, dopo essere stati in nettissima minoranza. I Soviet, fino a quel momento, agivano come organi della controrivoluzione, guidati dall’opportunismo socialrivoluzionario. Ciò non significava che non fossero “maturi”, ma che il livello della lotta politica non aveva ancora investito la classe, che lo sfacelo del regime borghese non era giunto a completo esaurimento.

Diversamente andavano le cose nei Sindacati e nei Consigli di fabbrica. I Sindacati, che alla vigilia della rivoluzione di febbraio erano appena tre con 1.500 iscritti, dopo la caduta dello zar organizzarono in brevissimo tempo tre milioni e mezzo di operai.

Contemporaneamente si sviluppavano i Consigli di fabbrica. John Reed narra che i primi Consigli di fabbrica e di reparto nacquero nelle officine governative, le quali, essendo state abbandonate all’inizio della rivoluzione di febbraio dai loro dirigenti, funzionari militari, furono tenute in vita proprio dai lavoratori organizzati nei Consigli aziendali. D’un lampo le Commissioni operaie si estesero a tutti gli stabilimenti statali, poi a quelli privati che lavoravano per il governo. Prima a Pietrogrado e poi in tutte le principali città della Russia sorsero i Consigli di fabbrica, che poco prima dell’Ottobre tennero il loro primo Primo Congresso. In questo periodo, dal febbraio all’ottobre, i Consigli di fabbrica svolsero un’attività formidabile, non solo rivolta alla difesa delle condizioni degli operai, ma sempre più spesso impegnati nella gestione diretta delle aziende sabotate e chiuse dai padroni.

Era il periodo in cui, sull’onda della lotta rivoluzionaria, si andava contrapponendo al potere del governo borghese il potere Sovietico.

Già in giugno nel convegno dei Consigli a Pietrogrado emerse un conflitto di indirizzo politico tra i Consigli di fabbrica e i Sindacati, riuniti anch’essi contemporaneamente in congresso. I Consigli sostenevano che i Sindacati non dovessero dar tregua alla lotta anticapitalista, e ne accusavano i capi, menscevichi e socialisti rivoluzionari, di collaborazione coi padroni e col governo di Kerensky.

Quando fu chiaro che ormai lo sciopero era un’arma insufficiente e, in alcuni casi, anche controproducente, i Sindacati furono costretti ad affrontare la questione essenziale, quella del potere. Nei Sindacati si fece strada la direzione bolscevica, come pure avvenne nei Consigli di fabbrica, che fornirono i quadri della lotta rivoluzionaria al partito.

Dopo la vittoria d’Ottobre, Sindacati e Consigli di fabbrica svolsero un lavoro importante nella ricostruzione e nella trasformazione economica. Ma, soprattutto nei Consigli di fabbrica, si manifestarono tendenze corporative. Gli operai di alcune officine credevano che con la rivoluzione il potere sulla fabbrica fosse passato direttamente a loro e che, in base a questo potere, potessero liberamente disporre dei mezzi di produzione e dei prodotti. Questa tendenza, di natura schiettamente anarchica, fu debellata mediante una forte centralizzazione dell’economia. Al Nono Congresso del Partito nell’aprile del 1920, che approvò il progetto di militarizzazione del lavoro, Trotski dichiarò:

«Ciascun operaio deve diventare un soldato del lavoro che non potrà disporre liberamente di sé stesso. Se gli è dato l’ordine di cambiare posto, deve ubbidire. Se disubbidisce, è considerato disertore e punito. L’operaio deve imparare a sottomettersi alle necessità di un piano economico unico. Tutto il compito del regime Sovietico consiste nel fare in modo che la costrizione esercitata sull’operaio sia esercitata dall’interno, e non dall’esterno».

La lotta contro l’ “abitudine”, in Russia, significava appunto lotta per il consolidamento del potere dittatoriale del proletariato, che non esitava ad estirpare anche la mentalità instillata nell’operaio dall’educazione pratica borghese.

Il governo bolscevico considerava l’iscrizione al sindacato «un obbligo statale per tutti gli operai», e un «delitto» contro il potere socialista lo sciopero e qualsiasi atto di sabotaggio della produzione. In regime socialista la consegna è di adempiere agli obblighi produttivi e difendere anche con la vita il potere proletario.

La suggestione delle forme di organizzazione

Il Soviet di Russia sembrò la formula magica ai partiti di Occidente i quali, in assenza delle condizioni storiche per trapiantarli, si accontentarono del loro surrogato, i Consigli di fabbrica, i Commissari di reparto.

La stessa sorte toccò più tardi, ma nel solito spirito, all’organizzazione del partito, che i fedelissimi alla moda dei tempi vollero ricalcare su quella russa e trasformarono l’organizzazione del partito per sezioni territoriali in organizzazione per cellule, con la ovvia conseguenza che, in pratica, la base del partito fu ripartita in cellule professionali, ripetendosi la divisione corporativa sindacale. Invece la sezione territoriale affasciava militanti di ogni provenienza professionale ed anche sociale, i quali perciò avevano una visione generale dei problemi ed erano portati a non sopravvalutare le questioni “private” di categoria, mestiere, fabbrica. I tradizionali Gruppi Comunisti di fabbrica, che avevano dato prova di essere ottimi insostituibili strumenti politici sui posti di lavoro alle dipendenze dirette del Partito, nel trasformarsi in Cellule d’officina diventavano, si disse, la “base” del Partito, e non organi ad esso subordinati. Nella pratica, poi, le cellule non influenzavano le decisioni del Partito, ma le subivano come emanazione dei vertici locali e nazionali, dando vita alla falsa gerarchia del centralismo democratico nella versione stalinista.

La rinnovata forma organizzativa corrispondeva alle nuove deviazioni programmatiche. È noto lo scontro tra la Sinistra, il centrismo e la destra, che si stavano riproducendo di fatto all’interno del Partito e della stessa Internazionale: la Sinistra Comunista ravvisava nella cosiddetta “bolscevizzazione” uno strumento per schiantare la sana compagine del Partito, disorientare la classe, e insinuare che l’avanzare o l’arretrare della rivoluzione dipendesse da forme di organizzazione e non dal corretto indirizzo comunista. Mille esempi si potrebbero portare per illustrare quanto il tipo di organizzazione disorienti le stesse masse proletarie, allo stesso modo che le suggestiona il grande uomo, l’eroe, il simbolo estetico, pur assegnando a questi il posto che il marxismo relega nel romanticismo rivoluzionario.

Ciò non significa che l’organizzazione non debba esistere, tesi anarchica, ma che le forme organizzative devono scaturire dal processo reale volto agli interessi generali di classe. Il Partito non inventa delle forme. Il Partito le seleziona e le riempie col suo programma storico, con i compiti e gli scopi della lotta rivoluzionaria. È falso il contrario, che il Partito si subordini la sua azione storica e politica a precostruzioni formali, a cui riduca il suo programma.

Esiste una necessaria gerarchia di funzioni, cui corrisponde una gerarchia di forme: al primo posto sta il Partito politico, poi viene il Soviet, e infine il Sindacato. Le deviazioni del diverso combinarsi degli elementi di questa gerarchia le abbiamo analizzate all’inizio di questo studio. Resta da vedere, su questa base, come questa gerarchia si costituisce, fermo restando il primato del Partito, che per noi costituisce tesi assoluta e indiscutibile.