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Fisionomia sociale della rivoluzione anticolonialista Pt.1

Categorias: Colonial Question, Russia

Parte de: Fisionomia sociale della rivoluzione anticolonialista

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Sin dal primo manifestarsi dei rivolgimenti verificatisi nel corso e dopo la seconda guerra mondiale nelle colonie, noi li abbiamo costantemente seguiti sforzandoci di inquadrarne la spiegazione entro la nostra concezione storica generale e dimostrare che essi non abbisognavano, per essere compresi, di altri criteri critici che non fossero quelli già scoperti dal marxismo e dal leninismo, considerando questo ultimo come il marxismo applicato alla fase imperialista del capitalismo.

Il nostro lavoro, più descrittivo che critico, non poteva che mettere capo alla definizione dei termini del problema posto dalle trasformazioni storiche avvenute nell’immenso spazio geo-sociale fino a pochi anni or sono coperto dal colonialismo capitalista. Una sistemazione teorica di tale vasto materiale sarà il compito di successivi lavori; ma intanto non sarà inutile prendere in esame talune obiezioni mosse, nello stesso campo rivoluzionario, alla nostra qualificazione storica degli avvenimenti registrati nelle ex colonie e alle posizioni politiche da noi prese nei loro confronti.

La principale obiezione riguarda la valutazione del ruolo giocato dalla borghesia indigena nei rivolgimenti anticoloniali. La liberazione dall’occupazione colonialista ha comportato, oltre alla fondazione di Stati indipendenti, la messa in movimento della rivoluzione sociale? Dalla risposta che si da’ a tale quesito dipende la risposta da dare all’altro non meno importante: che parte ha avuto la borghesia indigena nei rivolgimenti? Ora, è chiaro che, se si accetta che la liquidazione del colonialismo storico e la fondazione dello Stato nazionale hanno aperto la strada a una rivoluzione, bisogna pure ammettere che la borghesia, o meglio la proto-borghesia indigena, ha svolto un ruolo rivoluzionario capeggiando la rivolta anticolonialista. Ebbene, noi riteniamo che lo sgretolarsi degli imperi coloniali abbia aperto, nelle ex colonie d’Asia soprattutto, una rivoluzione sociale destinata ad avere una grande influenza sulla lotta finale che il proletariato mondiale dovrà affrontare per porre fine alla dominazione capitalistica nel mondo.

La tesi dell’impossibilità del ruolo rivoluzionario della borghesia coloniale generalizza arbitrariamente la nota posizione assunta da Marx ed Engels all’indomani della caduta della Comune di Parigi del 1871. La borghesia europea, federandosi contro il proletariato rivoluzionario al di sopra delle frontiere nazionali e degli stessi fronti di guerra, aveva chiuso con ciò il periodo, storicamente necessario e quindi positivo, della convergenza rivoluzionaria della borghesia democratica e del proletariato socialista. La posizione di Marx ed Engels equivaleva a negare che, per tutto il futuro storico, la borghesia fosse ancora capace di azione rivoluzionaria, e quindi degna di ricevere l’appoggio del proletariato. Dopo lo schiacciamento della Comune, ottenuto mediante l’abbraccio del repubblicanesimo democratico di Thiers con l’assolutismo militarista tedesco, il ruolo rivoluzionario della borghesia europea poteva dirsi finalmente esaurito. Il ciclo storico borghese, cominciato in sede storica e critica con la battaglia dell’illuminismo, attuato con la Rivoluzione dell’89 e completato con le rivoluzioni del 1830 e del 1848, si chiudeva nel cimitero del Père Lachaise, sul luogo del massacro degli ultimi difensori della Comune.

La posizione marxista poteva tradursi così: l’esperienza della Comune ha provato che l’Europa borghese è divisa da una frontiera di classe, ben più reale e determinante che le frontiere fra gli Stati. Tale frontiera di classe che divide la rivoluzione dalla conservazione passa irrimediabilmente tra la borghesia capitalistica e il proletariato, avendo cessato ormai la reazione feudale di esistere come forza storica. Ne consegue che ogni movimento rivoluzionario, cioè ogni rivolgimento sociale capace di mutare il corso storico, non può essere che azione del proletariato diretto dal partito comunista contro la borghesia.

Il torto dei nostri critici sta nell’universalizzare arbitrariamente una posizione che in effetti era discriminatoria, in quanto non si applicava a tutto lo spazio geo-sociale del pianeta, ma soltanto ad una sua parte, e precisamente ai paesi nei quali la lotta di classe era definitivamente giunta allo «stadio borghese», cioè alla forma di società in cui il potere borghese dominante è ormai libero da ogni pericolo di ritorno offensivo del feudalesimo e si trova già di fronte un proletariato organizzato in classe.

Ebbene, quale era lo stadio della lotta di classe nei paesi coloniali all’epoca della rivolta anticoloniale? Non certo quello borghese. I rivolgimenti storici che hanno portato alla liquidazione dell’occupazione coloniale in quasi tutta l’Asia e in parte dell’Africa, si sono svolti in un ambiente storico che era e resta tuttora, in certi casi, il punto di partenza, e non già di arrivo, del moto che tende appunto ad introdurre in Asia e in Africa uno «stadio borghese». Cioè, nei paesi afro-asiatici siamo ancora lontani dall’equivalente storico di quanto l’hanno 1871 rappresentò nella storia dell’Europa occidentale. Le frontiere che dividono i nuovi Stati indipendenti sono ancora più importanti e profonde delle frontiere sociali che dividono la borghesia nascente e i primi elementi del proletariato industriale. Tutto il contrario avviene in Europa, dove per la borghesia il problema della difesa della frontiera di Stato passa decisamente in second’ordine di fronte a quello di mantenere efficiente la «federazione» delle borghesie dominanti contro il proletariato.

In pratica, l’occupazione straniera aveva portato, nei paesi coloniali, alla pietrificazione degli arcaici rapporti sociali. Vero è che il colonialismo capitalista (in ciò simile alle altre forme storiche di colonialismo) è stato costretto ad «importare» nelle colonie il modo di produzione capitalista: lo sfruttamento delle materie prime dei paesi d’oltremare chieste dalle industrie metropolitane ha imposto l’introduzione del lavoro salariale nelle colonie o semi-colonie (si veda il caso degli Stati del Medio Oriente produttori di petrolio). Ciò significa che la prassi colonialista ha portato di necessità l’imperialismo bianco ad introdurre in un ambiente storico pre-borghese il modo di produzione capitalista e quindi a gettare il seme della borghesia indigena. Ma l’imperialismo colonialista ha interessi contraddittori, in quanto tende a industrializzare le colonie solo nei modi che corrispondono agli interessi nazionali dell’economia metropolitana, interessi che risulterebbero danneggiati qualora il processo industrializzatore si allargasse fino a comprendere tutta l’economia locale della colonia. Si prenda l’esempio dell’India, nella quale l’imperialismo britannico aveva pure gettato le premesse della rivoluzione industriale capitalista, come appunto le ferrovie, ma non aveva promosso lo sviluppo di fondamentali branche dell’industria: solo adesso infatti sta sorgendovi una siderurgia. Il perché è ovvio. I monopoli siderurgici britannici non potevano permettere, finché l’India era sottomessa alla Corona britannica, che vi sorgessero imprese concorrenti.

Il colonialismo, agendo restrittivamente nei confronti del processo di industrializzazione che pure aveva iniziato, veniva a creare una convergenza tra gli interessi suoi propri e gli interessi degli strati conservatori delle colonie, della cui esistenza di classe l’industrializzazione avrebbe segnato la fine. Detto altrimenti, il campo della conservazione sociale e dell’antirivoluzione non conta nei paesi coloniali ed ex coloniali, soltanto l’imperialismo colonialista, ma vede affiancata ad essa la reazione feudale indigena. Lampante è il caso della Giordania, ove lo schieramento imperialistico-feudale si è mostrato, nella recente crisi, di una chiarezza assoluta. Le sollevazioni di piazza promosse dai nazionalisti hanno mobilitato automaticamente il campo della conservazione. E chi abbiamo visto entrare in esso? La VI Flotta USA e i beduini del deserto, cioè gli esponenti militari della più evoluta e potente borghesia capitalistica e, i sopravvissuti residui del feudalesimo asiatico.

Né le cose oggi debbono farci dimenticare quelle di ieri. È noto che, prima della concessione dell’indipendenza, poco più della metà dell’India era territorio britannico: il rimanente, con una popolazione pari a circa un quinto del totale, era suddiviso in 562 (diconsi cinquecentosessantadue) Stati e staterelli di diversissima entità. I rapporti tra la Corona e gli Stati erano regolati da trattati stipulati dalla Compagnia delle Indie, o più semplicemente da intese fondate sulla consuetudine. La sovranità era divisa in varia misura fra la Corona, subentrata dopo la grande rivolta dei Cipayes del 1875 alla Compagnia, ed il principe: ma, nei confronti di tutti indistintamente gli Stati indigeni, il governo britannico, quale «Paramount Power», manteneva il controllo esclusivo delle relazioni diplomatiche, della politica estera, della difesa. Ciò conferma la tesi che il colonialismo si reggeva, e si regge ancora, su una alleanza feudale-imperialistica. Per la vecchia India essa era impersonata dalla Corona britannica, rappresentante del capitalismo d’oltremare e dalla fungaia di principi interessati alla conservazione dei rapporti precapitalistici locali. Una situazione simile vige tuttora in Malesia, ove il potere è diviso tra Corona britannica e principi feudali.

L’essenza del problema posto dai rivolgimenti afro-asiatici sta tutto cui: nel riconoscere il fatto innegabile dell’esistenza nelle colonie, e nei paesi testé usciti dallo stato coloniale, di un duplice fronte che salda fra loro due baluardi reazionari: la conservazione imperialistica e la conservazione feudale. Se si riconosce ciò, cade ogni dubbio circa la natura dei rivolgimenti afro-asiatici. Lottando contro l’occupante imperialista, o contro i ritorni offensivi dello stesso, il campo democratico-indipendentista lotta simultaneamente contro la reazione feudale interna, che nell’imperialismo trova il suo sostegno. Quindi la lotta anticoloniale lavora ad attuare un trapasso di forme storiche nella produzione e nell’organizzazione sociale: questo trapasso è sinonimo di rivoluzione sociale. (Che poi nuovi stati borghesi nati nei paesi coloniali, e le loro borghesie, si alleino a loro volta all’imperialismo e un altro problema, che riproporrà ben presto anche per quest’area lo schema marxista dell’Europa dopo il ‘70).

In tali circostanze storiche, non è applicabile la discriminazione che Marx ed Engels operavano a carico della borghesia dell’Europa occidentale. La nascente borghesia di colore, quella che abbiamo chiamato la proto-borghesia indigena organizzata nel movimento democratico nazionale, si trova ad agire in condizioni equiparabili a quelle in cui operò la borghesia dell’Europa occidentale durante il periodo della sua ascesa al potere. Nei paesi afro-asiatici il moto democratico-borghese è impegnato a fondo nella lotta contro la reazione feudale, che resta tenacemente radicata a rapporti produttivi sopravvissuti ai secoli, se non addirittura ai millenni.  Non il proletariato, dunque, rappresenta l’immediato nemico dei nuovi Stati democratico-borghesi ma gli strati sociali che tendono a conservare i vecchi rapporti di produzione. E ciò non soltanto per il fatto che il proletariato industriale asiatico è ancora in gestazione ma anche (e appunto perciò) per il fatto che gli agglomerati proletari esistenti non hanno saputo esprimere dal loro seno programmi paragonabili a quello che si foggiò un alto partito proletario trovatosi a lottare anch’esso in un ambiente storico dominato da un’alleanza feudale-imperialistica: il partito bolscevico. È quello che vedremo nella seconda parte di questo articolo.