Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.10)
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Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione
Dissidenze esterne ed interne
Non occorre ripetere che non stiamo svolgendo una storia dell’economia in Russia (tema precedente) né della politica in Russia (tema presente), ma solo traendo dall’uno e dall’altro vastissimo campo i materiali per la nostra tesi: la linea dei marxisti rivoluzionari in Russia fu giusta nella fase in cui avanzava la «duplice rivoluzione» borghese proletaria.
Fondiamo il nostro risultato non sul riferire tutti gli episodi della lunga e complessa lotta, ma insistendo soprattutto sul rifiuto e la demolizione delle avverse posizioni, proposte, tattiche, quale risulta dalle campagne critiche e polemiche dei bolscevichi, di Lenin, nei loro importanti aspetti dottrinali, giornalistici, organizzativi.
Mettendo questa raccolta di elementi in confronto coi successivi sviluppi della lotta storica, coi dati – che una successiva trattazione appresterà – della fase insurrezionale della doppia rivoluzione e del periodo consecutivo e attuale, procuriamo di pervenire ad una chiara sistemazione dei problemi generali che legano: a) le passate rivoluzioni borghesi nell’Occidente (divise in due tipi: quelle che si presentarono come rivoluzioni uniche, come in Francia e in Inghilterra, e quelle che già si presentarono come doppie come in Germania); b) la rivoluzione russa in quanto si presentò come doppia, e come tale, in una acquisita reale esperienza della storia, si sviluppò; c) le attese future rivoluzioni uniche (ossia socialiste) nei paesi di affermato capitalismo.
La «controtesi» opportunista che è contro di noi vuole – seguiamo il metodo di collegare ogni tanto le «proposizioni» già stabilite con quelle che devono venire più oltre – poggiare sul riconoscimento che il dato russo ha ribadito la concezione marxista della evoluzione storica quanto ad atteggiamento in una fase duplice di preparazione rivoluzionaria, la conclusione tendenziosa e rovinosa che una tale esperienza abbia condotto ad una «revisione» del modo di concepire le future rivoluzioni uniche del proletariato, rispetto alla originaria previsione e teoria del marxismo.
La «revisione» che ci gettò tra i piedi l’ondata uno dell’opportunismo fu di negare il carattere autoritario, centrale, politico, di partito della rivoluzione (crisi della Prima Internazionale). La «revisione» che ci gettò tra i piedi l’ondata due dell’opportunismo fu di negare il carattere violento ed insurrezionale, di discordia nazionale, della rivoluzione (crisi della Seconda Internazionale). La «revisione» che ci getta tra i piedi l’ondata tre dell’opportunismo è di negare il carattere autonomo della rivoluzione che abbatterà il regime capitalistico, ad opera della sola classe lavoratrice salariata (crisi della Terza Internazionale).
Siamo ancora più espliciti (nel dichiarato schematismo cui ci atteniamo sempre: che cosa resta, a chi sfugge ogni schematismo? Solo, ed appunto, il fetido opportunismo). È tesi marxista accettata che ogni rivoluzione borghese è rivoluzione del popolo, compreso in esso il proletariato. È tesi marxista accettata che ogni rivoluzione borghese in tempi avanzati può vedere nel proletariato già sviluppato non solo un alleato di altre classi borghesi e popolari ma un dirigente di una rivoluzione popolare, in alleanza con strati non proletari (contadini).
È controtesi disfattista del marxismo che, nelle rivoluzioni che in Europa devono abbattere il regime capitalistico, dopo la rivoluzione russa, il proletariato salariato vedrà al suo livello classi e strati popolari poveri, che la rivoluzione sarà opera di una alleanza di salariati e classi popolari rurali ed urbane non operaie.
NELL’ATTESA DELLA RIVOLUZIONE UNICA (in altre parole da quando il regime capitalistico è storicamente stabilito, come lo è oggi in TUTTA Europa e in altri due continenti e mezzo) LA CLASSE OPERAIA E IL SUO PARTITO NON FANNO ALLEANZE. SANNO CHE NELLA RIVOLUZIONE NON AVRANNO CHE NEMICI.
Le innumeri posizioni, difformi da quella unitaria e continua dei marxisti rivoluzionari, e che è della più grande importanza avere «a tempo» demolite, non sono solo quelle di aperti avversari di programma e di azione, ma altresì quelle delle correnti che di volta in volta deviano, dissentono, e con un processo di cui da decenni possediamo la completa teoria, vanno verso il nemico di classe. La vicenda russa è di queste lezioni preziose una miniera.
«Autodelimitazioni» classiche e russe
Ci siamo diffusi abbastanza sulla lotta dei marxisti russi contro il «populismo», o socialismo rurale russo, le cui basi dottrinali si collegano strettamente alla disamina di Engels trattata nella prima parte di questo lavoro. Questa scuola dissidente è del tutto «esterna» al marxismo, in quanto i suoi fautori, dopo un primo vago periodo, non esitano a dichiararsi avversari della ideologia e del metodo marxista, pur difendendo la causa di classi sfruttate socialmente contro un regime di privilegio economico esoso. Verremo alle dissenzioni «interne».
Ma prima va detto che la distinzione tra le scuole vagamente «socialiste» che in forme dubbie e prevalentemente letterarie cominciano a trattare di una «questione sociale» uscendo dalla tradizionale e secolare mistica sociologica che muove prima dalle anime, poi dai cervelli, che affermano un primitivo timido «stomachismo» – e la compatta, unitaria, monoblocco in quanto monogena, dottrina marxista, la vediamo presentarsi in Russia non come un fatto originale, ma come riproduzione di processi già presenti nella storia di occidente. Dichiarandosi nel granitico masso del Manifesto fin dal 1848, il comunismo marxista già distingue se stesso da tutta una gamma di socialismi grezzi, fin da allora presenti, dando, nel classico suo modello, il magistrale capitolo della «Letteratura socialista e comunista».
In tale capitolo sono ribattuti come cosa non nostra, a noi non affine, giusta l’aggettivo lenone dopo prevalso, ma costituzionalmente aborrita, i seguenti miserevoli «credi».
Abbiamo tre sorte di falso socialismo, e cinque sottospecie.
Scaffali della libreria di Carlo
La prima sorta è il socialismo «reazionario», ossia che ha il senso storico di combattere la rivoluzione borghese difendendo soluzioni anticapitaliste in quanto precapitaliste. La seconda è il socialismo che si ferma alla società borghese e vuole perfezionarla, per conservarla. La terza è il socialismo che vuole in effetti uscire dalla forma borghese e andare ad una economia collettiva, ma non sa trovare la via del trapasso e la chiede al senno o alla bontà umana.
Nella prima sorta (moto all’indietro) abbiamo: a) il socialismo feudale: vuole provare agli operai che devono combattere il capitalismo perché stanno meglio nella forma feudale. Marx indica una variante di tale scuola nel socialismo «clericale». Esempio russo? (questo schema che passiamo sulla carta sta certamente in Lenin, ma dove, ora non lo sappiamo dire). Il pope Gapon, che nel 1904 fondò una organizzazione «degli operai russi di officina». La sua tesi che lo zar avrebbe fatte sue le rivendicazioni dei lavoratori contro i padroni era parallela a quella delle organizzazioni operaie zubatoviste, dal nome di un ufficiale di polizia, ma il pope che trascinò la massa al macello era forse un illuso, non un provocatore, come vuole la storia «bolscevica» ufficiale, tessuta di denunzie di provocazioni retroattive di mezzi secoli. Il rovescio del determinismo marxista è questa esosa «concezione provocazionista della storia».
Sempre alla prima sorta vi è: b) il socialismo piccolo-borghese, che al capitalismo vuol sostituire altri modi di produzione più arretrati: «la corporazione nella manifattura e il regime patriarcale nell’agricoltura». Capo di questa letteratura è Sismondi, poderoso tuttavia nella critica delle contraddizioni economiche capitalistiche. Equivalente russo? Lo domandate? Tutto il populismo! Lottando contro un simile avversario, avrebbe finito Lenin con l’accoglierne una qualche tesi, a rettifica del marxismo classico? Andiamo! O il Manifesto è fuso in un bronzo inledibile, o è plasmabile come pasta frolla, se ai suoi seguaci è permesso dimenticare che, anziché prevalere un secolo dopo, «queste aspirazioni finiscono in uno sterile miagolio». O miagolano quelli, o noi, con Marx, ragliamo.
Vi è poi, terza sottospecie: c) il socialismo tedesco, scuola oggi dimenticata che parodiò le critiche francesi alla società borghese prima che questa in Germania sorgesse, e contrappose un «operaismo» economico ed imperiale al nascente capitalismo e liberalismo tedesco, sempre dalla parte di dietro. Fu spazzato via dal ’48, come il socialismo feudale francese lo era stato dal ’93 e quello russo doveva esserlo dal ‘905.
Vive ovunque il socialismo piccolo-borghese, scaffale I, raggio b), ed è quello che, in tutto il mondo, dal cominformismo è mantenuto. Esso non sta tra capitalismo e comunismo, sta addirittura al di là del primo.
La seconda sorta è «il socialismo conservatore o borghese». Esso non vuole tornare indietro, ma nemmeno andare avanti, vuole fermare la storia al modo mercantile, ottenendo giustizia per i salariati. Il suo profeta è Proudhon, e il suo gran sacerdote, come nel Dialogato mostrammo, è stato Stalin.
Poiché «questo socialismo borghese cercò di svogliare la classe operaia dai moti rivoluzionari, dimostrando che ciò che può giovarle non sono le trasformazioni politiche, ma le trasformazioni economiche» esso trovò il suo equivalente nell’economismo russo. Contro cui Lenin inferocì.
La teoria base di Stalin: costruzione del socialismo in un solo paese, compatibile con la pacifica convivenza coi regimi capitalisti di altri paesi, che cosa dunque è, se non puro «economismo», portato dalla scala nazionale a quella mondiale; socialismo identico a quello che a turno avrebbe perdonato a Luigi XVI, a Guglielmo I, a Nicola II, dato che oggi perdona a Elisabetta II e al generale Eisenhower?
Se esso è socialismo, bestia in storia e politica, non lo è meno – e come il potrebbe? – in economia. Come il capostipite Proudhon, esso illude le masse che si possa uscire dai limiti del capitalismo senza spezzare il suo involucro mercantile. Giusta il più potente dei colpi di maglio che avventò nella sua fucina Vulcano-Marx.
La terza sorta è da Marx rispettata, perché va in avanti. È il socialismo critico-utopistico. Qui sono dei veri nemici del capitalismo, specie nella prima fase dei moti proletari istintivi in Inghilterra e Francia agli albori del secolo scorso, e non manca l’elemento critico: grandeggiano i nomi di Saint Simon, di Owen, di Fourier, di Cabet. Se essi non prevedono l’azione di classe e si limitano a piani sociali, la società che essi descrivono è però la vera negazione del capitalismo. Le loro affermazioni sulla società futura «hanno un senso esclusivamente utopistico», perché essi «conoscono troppo rudimentalmente i contrasti di classe, che cominciano appunto al loro tempo». Ma noi marxisti moderni, che tutto fondiamo sui contrasti di classe, di cui abbiamo data la completa dottrina e di cui viviamo la pratica, teniamo per nostre queste affermazioni, perché definiscono la sola società socialista. Meditiaino questo passo essenziale, e ripetiamolo, quando descriviamo (come ci prepariamo in breve a fare) l’odiema non socialista Russia: «Abolizione: dei contrasti tra città e compagna – della famiglia – del guadagno privato – della mercede – della disarmonia (marxistice: anarchia) sociale – dello Stato, mutato in semplice amministrazione della produzione».
Questa è dialetticamente la posizione: gli utopisti desideravano e proponevano che tutte quelle forme fossero abolite: noi marxisti dimostriamo che saranno abolite, da forze sociali che il capitalismo ha già destate.
Saluto all’utopismo. Forse in Russia lo stalinismo reggerà più a lungo, perché, saldandosi le due rivoluzioni, il moto russo ha percorsa tutta la gamma dei socialismi retrogradi e statici, flagellandoli, ma gli è mancata la terza forma, insufficiente teoricamente, protesa tuttavia verso una società socialista non adulterata, non venale, non filistea; la vigorosa, generosa utopia.
Prima crisi interna: marxismo legale
La grande caratteristica del comunismo russo è che, sebbene circondato da una selva di feroci nemici, non ha esitato a battersi con essi tutti, e al tempo stesso sui fronti di dissenso interni; come ne sarebbe figliato l’odiemo sporco unitarismo per uso non solo interno ma anche esterno (Lenin delimitava con una cortina, quella sì, di acciaio, i confini del partito, questi squallidi untori di oggi si esibiscono da tutti i lati ad aperture nuove, e a slabbrature ulteriori di quelle di una lunga carriera) non si intende; o si intende bene che allora si andava alla rivoluzione, oggi ad essa si volgono le terga.
Se in Russia, come dicevamo, non vi fu utopismo proletario, gli è perché quando il movimento si svolse fino alle premesse di un partito, la teoria di questo partito era internazionalmente bell’e fatta, e giungeva da fuori. A chi con essa prendeva soltanto libreschi contatti, era possibile equivocare fino al punto di supporre – fraintendendo il fondo della dottrina – che essa doveva sì sorgere da un difficile e tormentato succedersi di lotte sociali, ma che una volta possedutala il moto potesse abbreviarsi.
Ora ben fece il partito a «importare» la già disponibile arma strumentale che è la teoria di partito. Nulla vi è in questo di idealismo. Il marxismo non poteva formarsi, le scoperte che lo costituiscono non potevano raggiungersi, prima che si fosse diffuso il modo di produzione borghese e formata in esso la classe proletaria, in grandi e sviluppate società nazionali; ma una volta formato esso è valido per le zone, i campi, che arrivano con ritardo, e vale a stabilire quale sarà il processo che li attende, e che nello stesso modo si determina. Questo è vero per la ideologia quanto per ogni altra tecnica ed attrezzatura: la nozione di come si fa una nave o una macchina utensile diviene subito generale e mondiale, e sempre più nel mondo moderno: se oggi in Cina fanno una fabbrica metteranno le stesse motrici che sono nella migliore fabbrica americana; e non avrebbero analogamente ragione di ristudiare la struttura dell’economia del capitale per trovarne ex novo le leggi senza andarle a leggere in Marx …
Solo che appunto queste leggi provano che il capitalismo arriva in modi penosi ed esosi, eppure devesi traversare se si vuole andare oltre, e non insegnano certo un segreto «politico» per farlo più comodamente.
I primi entusiastici lettori delle poderose opere di Marx non si resero conto – è difficile diventare marxisti solo leggendo – che la maturità del movimento non si raggiunge colla sola divulgazione di testi, come non si raggiunge lasciando fare alla «spontaneità» della massa. Si tratta di due diversi momenti: la conoscenza dottrinale non è fatto singolo anche del più colto seguace o capo, e nemmeno è condizione per la massa in moto: essa ha per soggetto un organo proprio, il partito. Nemmeno questo si forma per una comunicazione di freddi dati scientifici: si forma nel moto storico e da tutte le diverse vicende delle lotte di classe.
Questo processo fu ricapitolato da Lenin in «Che fare?», come è ben noto. Citiamo il passo, rifacendoci ai cenni già dati sugli albori del movimento marxista in Russia; esso è nella conclusione dello scritto. Decennio 1884-1894. Nascono e si rafforzano la teoria e il programma della socialdemocrazia. La nuova corrente non ha in Russia che alcuni seguaci: la socialdemocrazia esiste senza movimento operaio; si trova, come partito politico nella fase intrauterina.
1894-1898. La socialdemocrazia viene alla luce come movimento sociale, come ascesa delle masse, come partito politico. Gli intellettuali – per lo più ex populisti – che avevano abbracciata la dottrina marxista entrano nel movimento operaio in questa fase; essi in sostanza intendono che bisogna al tempo stesso: combattere la informe politica populista – seguire la teoria socialista marxista – aderire al moto sociale delle masse – non dimenticare l’esigenza, appresa in fase populista, di rovesciare l’ordine esistente, lo zarismo autocratico.
1898-1902 (data in cui l’autore scriveva). Mentre il moto operaio cresce ancora in vigore e combattività, il partito si impegna in una crisi di assestamento caratterizzata da incertezze e oscillazioni, da abbandono da parte di taluni dei punti fondamentali. La corrente più pericolosa che per prima richiese in questa fase l’opera di Lenin è quella dei marxisti «legali».
Contro lo struvismo
I marxisti legali continuano la polemica ideologica contro gli errori dei populisti (Lenin non escluse in questo campo una certa collaborazione con essi) e fanno la giusta critica della prassi dell’azione individuale terrorista, ma si spingono fino a negare la necessità di una lotta politica diretta ad abbattere il potere zarista, e propongono di limitare l’attività alla diffusione della dottrina marxista con mezzi tollerati come legali dal vigente regime. Il loro principale esponente è Paolo Struve, fieramente battuto da Lenin nelle sue direttive, che giungevano fino alla neutralità verso lo zarismo e alla apologia del capitalismo, imboccando la via che poi doveva sfociare in un liberalismo di tipo borghese, con l’abbandono e il tradimento anche dottrinale del comunismo rivoluzionario.
In effetti a Minsk nel 1898 non si era fondato un vero partito, ma tenuto un poco numeroso congresso, disperso dalla polizia. Lenin, assente in Siberia, fu designato redattore dell’Iskra: da questo punto decisivo nasce lo impianto del duro lavoro per costituire il partito, superando le oscillazioni, «liquidando il terzo periodo».
La fine dei marxisti legali fu «la prima riuscita profezia che dette a Lenin fiducia nel suo metodo». Lo dice Wolfe, nel suo noto libro, di non ortodossa linea marxista. Indignò Lenin la famosa conclusione di un libro di Struve: «Confessiamo la nostra mancanza di cultura e volgiamoci al capitalismo per imparare». Wolfe pretende che Lenin, capo della Russia rivoluzionaria, nel combattere contro l’inesperienza economica, l’incapacità e il caos, abbia un giorno ripetute le stesse parole. Ma si trattava di importare l’attrezzatura tecnica capitalistica di occidente, mentre con Struve si trattava di stabilire la teoria rivoluzionaria, che si andrà certo ad imparare dai grandi industriali!
Restano in tutto il loro valore le parole di Lenin medesimo nel 1907 ivi da Wolfe riportate: «La antica controversia con Struve e Tugan-Baranowsky fornisce un istruttivo esempio del valore pratico di restare incompromessi nelle controversie di dottrina … Era utile considerare la situazione come era dieci anni fa, dalla quale le divergenze teoriche con lo struvismo, minori (a prima vista) di quanto allora fosse visibile, condussero a far risultare la completa demarcazione politica del partito». Il preteso praticone e spregiudicato Lenin considerò dunque sempre i contrasti dottrinali sostenuti fino in fondo come la vera via dello sviluppo delle future forze rivoluzionarie, e la storia lo ha confermato.
Lotta contro l’«economismo»
La prima forma in cui l’ala destra del marxismo russo si presentò nel partito socialdemocratico fu quella della tendenza economista, che Lenin combattè a fondo con l’Iskra e nella laboriosa preparazione del famoso congresso del 1903 (Bruxelles-Londra) che dette luogo alla distinzione, ma non ancora formale scissione organizzativa, tra bolscevichi e menscevichi.
Un manifesto degli economisti fu lanciato fin dal 1899, e Lenin subito contrappose ad essi una riunione di diciassette militanti deportati in Siberia, che si pronunziarono per la condanna ed eliminazione di dal partito di quel gruppo.
Gli economisti sostenevano che dovesse darsi importanza solo alla organizzazione economica ed alle conquiste materiali degli operai nella lotta contro i capitalisti per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Essi svalutavano la lotta politica nei suoi obiettivi, nei suoi organismi. Ritenevano secondaria, ed infine inutile, la formazione del partito politico operaio.
Possiamo paragonare l’economismo russo a tutti i movimenti occidentali che hanno svalutato il compito del partito, rilevando però che vi è una grande differenza storica: questi movimenti si ponevano il problema nei paesi di prevalso capitalismo, e negavano il partito e la lotta per il potere ai fini degli interessi di classe del proletariato. Ne abbiamo vari esempi. Nel paese classico del capitale, l’Inghilterra, il partito politico è un agglomerato di organizzazioni economiche, le Trade Unions, ossia i sindacati di mestiere, e se è vero che esso partecipa alle elezioni ed agisce in parlamento, manca d’altra parte di ogni programma classista e rivoluzionario e di ogni delimitazione teorica, e la sua non è politica di lotta di classe, ma di costituzionale collaborazione. Si ha quindi il laburismo o operaismo, o sindacalismo di destra: l’Inghilterra non ha mai avuto un grande partito politico marxista, di opposizione istituzionale e sociale.
La svalutazione del partito politico come organizzazione massima della classe lavoratrice e come organo della futura conquista rivoluzionaria del potere politico, costituiva il fondo della deviazione dei libertari bakuninisti nella scissione della Prima Internazionale: invero costoro si spingevano a considerare troppo autoritari perfino le organizzazioni sindacali e il metodo degli scioperi; erano, più che economisti, antipopulistici, opponevano al partito di classe l’individuo ribelle, o la massa anonima sollevantesi – non avanzata, ma retrograda, popolaristica concezione.
In epoca più recente la diffamazione del partito politico fu svolta dal sindacalismo, che si diceva rivoluzionario e di sinistra. Partendo dalla degenerazione legalitaria e parlamentare dei partiti socialisti della fine del secolo, questi movimenti, forte in Francia e in Italia, ponevano il compito della emancipazione proletaria, anche insurrezionale, nelle mani dei sindacati economici e di un non bene definito loro sistema. Cadde tutto ciò colla prima guerra mondiale. Non deve tacersi che un certo «economismo» operaista, nutrito di diffidenza verso il partito, e negatore della tesi (in cui il nostro gruppo della sinistra italiana è ortodossarnente con Marx e Lenin): il partito comunista è l’organo della guerra rivoluzionaria e della dittatura di classe; questa è, sia detto senza riserve, dittatura del partito, si ripresentò in correnti della Terza Internazionale (olandesi, ungheresi, americane, scozzesi, tedesche). Una versione di tale operaismo è la ammissione al partito politico di soli operai, altra veduta distorta del problema di organizzazione.
La rivoluzione, privativa borghese!
Ma gli economisti russi non volevano il partito di classe già prima che la rivoluzione borghese rovesciasse politicamente l’assolutismo. Essi affermavano che la lotta economica interessava il proletariato, la politica, invece la borghesia, che doveva compiere la rivoluzione democratica, compito non spettante agli operai, dato che i loro interessi sono in contrasto con quelli dei loro padroni borghesi … Tesi insidiosa perché apparentemente classista, nella realtà controrivoluzionaria ed assolutamente al di fuori della dialettica posizione di Marx. In ogni luogo e tempo ogni «compromesso teoretico» tra borghesi e proletari (tra proletari e piccoli borghesi peggio ancora) va scongiurato e condannato. Ma la concomitanza, e, sia pure detto chiaramente, l’alleanza nei moti rivoluzionari tra borghesia e proletariato (e altre classi finché antifeudali) è problema che va risolto secondo i campi geografici e storici: giusta la linea dorsale che qui strettamente applichiamo.
L’economismo, che sembrava detestare alleanze colla borghesia, apriva la via all’opportunismo antirivoluzionario: riluttante ad entrare nella rivoluzione antizarista, a sua volta sarebbe finito nella riluttanza ad entrare in ogni moto rivoluzionario e in ogni dittatura rivoluzionaria: non voleva toccare la mano della borghesia in un moto insurrezionale, avrebbe finito col farlo quando essa fosse giunta al potere democratico.
Qui un’altra tappa possente della costruzione bolscevica, che non è la semplice lotta contro tanti scaglioni di opportunismo in Russia, ma è settore della lotta storica e mondiale del marxismo contro tutti i revisionismi, ad ogni latitudine, longitudine e data di passaggio sul quadrante universale.
Nel «Che fare?» Lenin mette per sempre a fuoco queste tre questioni: 1) Carattere e contenuto essenziale della nostra agitazione politica. 2) Lavoro per la organizzazione di classe del proletariato. 3) Creazione di un partito politico proletario unico per tutta la Russia e diretto centralmente. Sul primo punto la risposta è crudamente: non disinteresse, ma sostegno alla rivoluzione borghese, democratica, con carattere antifeudale e antidinastico, anche se si fermerà a questo.
Questione di organizzazione
Avviandoci a richiamare le linee essenziali della divisione dei marxisti tra menscevichi e bolscevichi, su cui tanto si è scritto ma così poco si è chiarito, facciamo notare che la cosa ci interessa soprattutto ai fini del problema della «tattica», e meglio ai fini del problema storico circa l’azione del partito di classe nella situazione: «attesa di rivoluzione borghese». Urge tale questione al fine sia di intendere il processo rivoluzionario russo spiegando il suo sbocco attuale e la presente struttura sociale in Russia (ne trarremo la prova che la duplice attesa è stata soddisfatta solo per la costruzione, in corso, di una società capitalista, e non per quella società socialista, pure essendosi svolta la duplice battaglia rivoluzionaria), sia all’altro fine (che in altro tempo formerà un obiettivo del nostro lavoro) di fare il bilancio sul trasporto nel campo internazionale, e nei campi di sviluppato capitalisino, delle lezioni di quello sviluppo russo. È in questo campo che il leninismo, e Lenin stesso, nei limiti da ben precisare, sono incorsi in insuccessi ed ostacoli, che lo stile oggi di moda chiamerebbe errori.
Per il metodo marxista l’errore e … l’imbroccata sono due cose che dovevano entrambe accadere per necessità. Molte battaglie, guerre statali e guerre sociali, sono state vinte «sbagliando». È il rimbambito piccolo borghese che ha una sola misura per spiattellare le sue lodi: il successo.
Prima di venire alle divergenze della tattica, tra le due ali del partito russo che Lenin in partenza chiama esattamente: rivoluzionaria e opportunista (noto essendo anche che tutte le personalità dei cui nomi si imbottisce la storia cambiarono più volte ala, e che i due famosi termini bolscevichi e menscevi chi vogliono solo dire: quelli che sono di più e quelli che sono di meno, mentre anche il rapporto numerico mutò più volte di senso) non possiamo tuttavia non ricordare che le prime divergenze furono sul problema di organizzazione del partito. Il «Che fare?» è dedicato in massima parte a questa questione (1902). Sulla questione politico-storica si diffondono «Un passo avanti due indietro», pubblicato nel 1904 e che fa il bilancio del congresso 1903, in cui i bolscevichi vinsero sulle sole elezioni delle cariche, perdendo su altri punti, e «Due tattiche», scritto nel 1905 in pieno moto rivoluzionario.
La questione di organizzazione, a parte i caratteri propri di un periodo di illegalità e feroce reazione poliziesca (che ben può aversi anche in paesi e tempi di pieno capitalismo) vale a mettere a fuoco il problema della natura del partito, dei rapporti tra partito e classe, e ad esso abbiamo dedicato – mostrando la perfetta ortodossia marxista di quella posizione e di quelle della sinistra italiana – altri scritti in queste pagine a altre delle nostre riunioni dalla prima di Roma. Non vi ritorniamo in esteso.
Condanna di «autonomie»
Va tuttavia rilevato che qui una assoluta analogia, che Lenin in molti passi rende evidente, corre con l’opportunismo occidentale. il famoso articolo uno dello Statuto su cui si svolse la battaglia massima, stabiliva che per aderire al partito fosse necessario far parte di una delle organizzazioni di periferia. Apparentemente sembra che Lenin distinguesse tra i semplici militanti del partito e i «rivoluzionari professionali», i cui più ristretti gruppi formavano l’ossatura dirigente. Mostrammo più volte che qui si tratta della rete illegale, e non della sovrapposizione al partito di una apparecchiatura burocratica di gente pagata. Professionale non significa necessariamente stipendiato, dedicato alla lotta del partito per volontaria adesione, svincolata ormai da ogni associazione per motivi di difesa di interessi collettivi, restando questa la base determinista del sorgere del partito. Tutta la portata della dialettica marxista è in questo doppio rapporto. L’operaio è rivoluzionario per interesse di classe, il comunista è rivoluzionario per lo stesso fine, ma elevato oltre l’interesse soggettivo.
Era Martov che pretendeva si potesse essere membri del partito SENZA far parte di una delle organizzazioni di base, in modo che capi politici e intellettuali – cosa diversa dagli agenti illegali – potessero stabilire un legame diretto fra la loro persona e il partito come centro, il che Lenin vietò.
Va notato che proprio in quegli anni si dibatteva la stessa questione nei partiti europei. In Italia, mentre nelle sezioni periferiche gli elementi di sinistra lavoravano ad epurare elementi intellettuali, o intellettualoidi, politicanti e opportunisti per superelezionismo, lo statuto tollerava ancora la iscrizione «presso la Direzione del Partito» la quale ripescava questi relitti al di sopra del parere dei compagni e della maggioranza di lavoratori che ben li avevano conosciuti. Ciò si faceva a volgari fini parlamentari, ammettendo che un deputato, eletto non come candidato del partito, potesse «iscriversi al gruppo parlamentare» che pretendeva di godere di una sua autonomia, e deliberare nel suo seno la condotta da tenere. La sinistra finì prima della guerra coll’ottenere che queste autonomie fossero abolite e che tutta l’azione del partito e del singolo membro fossero guidate dalla direzione eletta dai congressi, o comitato centrale.
Queste tesi sono le stessissime che troviamo in Lenin, e nelle sue sferzanti demolizioni della «libertà di critica», dell’autonomismo, delle vane proteste degli opportunisti palesi o in incubazione contro la disciplina, contro il «dogmatismo teorico» e simili.
Spontaneità e coscienza
Poiché serve di passaggio alla questione tattica, ricordiamo le tesi di quell’aureo capitoletto intitolato «La spontaneità delle masse e la coscienza della socialdemocrazia», dove sarebbe ormai meglio stampare non più socialdemocrazia ma partito comunista, non essendo le parole che transeunti simboli comodi.
La questione è grave. Nel nostro tempo borghese l’azione del partito di classe è lineare, e se volete monolineare: va contro l’ordine capitalista e con le sole forze del proletariato. Al tempo di Lenin era bilineare, ossia muoveva contro l’ordine feudale dispotico, e contro il capitalismo, presente come rapporto economico sociale, ma non ancora come potere statale. La fase storica delle alleanze interciassiste non era chiusa, ed era anzi il primo problema. Non solo malgrado questo, ma tanto più per questo, il partito doveva avere non una frontiera elastica e indistinta facile a varcare e rivarcare, ma ferrei limiti di dottrina e di organizzazione opposti allo stesso titolo ai nemici dichiarati e ai famosi, transitorii, compagni di viaggio. Questi possono essere affiancati nella lotta per le strade, ma tanto più vanno severamente diffidati e criticati nelle loro posizioni ideologiche e nei loro organi associativi. Ecco la posizione di Lenin, ecco, strettamente identica, quella di Marx quando spinge innanzi a sferzate le rivoluzioni borghesi quella russa soprattutto, e quando insieme scarnifica le false teorie e le basse manovre dei partiti che le conducono e dei loro capi borghesi o piccolo-borghesi.
Le tesi dei marxisti radicali sono su questo punto precise. Esse non si riducono al facile caso lineare della moderna lotta proletariato-borghesia. In questa è indiscutibile che il limite teorico e quello organizzativo non vanno infranti, e nemmeno va infranto quello tattico: si viaggia soli, si rifiutano alleati come regola generale (non è un principio filosofico, ma solo una regola storica).
Ma nel periodo vissuto tra tremende difficoltà dai bolscevichi, nel periodo bilineare, non si ha la facile difesa del rigido limite tattico, ossia di pratica politica, di azione materiale, e bisogna varcarlo più volte, e in vari sensi (esempio: boicottare una Duma, entrare in un’altra; ammettere al governo il partito S.R., poi metterlo fuori legge, ecc.). Allora diventa veramente arduo afferrare, e difendere solidamente per un ventennio questa posizione: malgrado tutto questo manovrare che la storia impone, il limite teorico, il limite organizzativo, vanno ferocissimamente difesi da ogni rottura.
Masse e partito
Quindi spontaneità della massa, coscienza del partito. Oltre alla parola socialdemocrazia, Lenin accetterebbe di togliere anche l’abusata parola coscienza, contro la quale si battè da leone molte volte. Al congresso 1903 poco parlò sul progetto di programma di Plechanov, con cui concordava contro gli innumeri emendamenti proposti dal destrissimo Akimov, che sbraitava: qui i concetti di Partito e Proletariato stanno sempre in opposizione! Il primo come collettività attiva, causativa, il secondo come un mezzo passivo, traverso cui opera il Partito! Si usa il nome del partito come soggetto, al nominativo, quello del proletariato come oggetto, all’accusativo! (Akimov disse al genitivo, Wolfe scrive in inglese, che non ha casi, e osserva che in russo genitivo e accusativo hanno la stessa desinenza). Wolfe ha un credo non marxista (in effetti crede sul serio di essere marxista) ma tra idealista storico e libertario, e seguita ad ogni passo a vedere contraddizioni fra tempi lontani dell’opera di Lenin, laddove non esistono affatto; egli qui nota: fece ridere questa critica grammaticale, ma tra quelli che ridevano molti vissero abbastanza per vedere che si trattava di un senso profondo, non simbolico. Pretende dire che, in effetti, il bolscevismo realizzò la pressione del partito sul proletariato.
Dunque Lenin in questo primo dibattito lasciò combattere Plechanov da par suo, ma citammo già come saltò su alla parola coscienza. Si proponeva che in un passaggio che allineava tra le contraddizioni del capitalismo «il crescere della insoddisfazione, della solidarietà e del numero dei proletari» si aggiungesse «e della coscienza». È un peggioramento, Lenin disse, e dà la idea che lo sviluppo della coscienza sia cosa spontanea. «Al di fuori della influenza del partito non vi è «cosciente» attività dei lavoratori». È pesante, ma è così.
Quindi l’azione dei proletari è spontanea in quanto sorge dalle determinanti economiche, ma non ha per condizione la «coscienza», né nel singolo, né nella classe. La fisica lotta di classe è fatto spontaneo, non cosciente.
La classe raggiunge la sua coscienza solo quando nel suo seno si è formato il partito rivoluzionario, che possiede la conoscenza teorica, poggiata sul reale rapporto di classe proprio in fatto di tutti i proletari. Questi però non potranno mai possederne la vera conoscenza – ossia la teoria – né come singoli, né come totalità, né come maggioranza, fino a che il proletariato sarà soggetto alla educazione e cultura borghesi, ossia alla fabbricazione borghese della sua ideologia e in buoni termini fino a che il proletariato non vincerà e … cesserà di esistere.
Quindi in termini esatti la coscienza proletaria non vi sarà mai. Vi è la dottrina, la conoscenza comunista, e questa è nel partito del proletariato, non nella classe.
Diremmo volentieri conoscenza, dottrina, teoria, al posto di coscienza, poichè per coscienza si suole intendere una attività soggettiva della persona, e tale accezione conduce a conchiudere falsamente che, come il partito è cosciente di un’azione che nel proletariato è incosciente (spontanea, non preceduta da deliberazione), così il Capo del partito è quello che inietta la coscienza in esso, il che sarebbe fesseria gigante, di cui i Wolfe si spaventano per le conseguenze autocratiche, ed inseguono lungo le pagine di un racconto sentito e brillantissimo la chimera dei «Tre che fecero una rivoluzione» – Lenin, Trotsky, Stalin.
Lotta per la democrazia, e proletariato
Già tuttavia in Che fare? vari passi, e tutto un paragrafo ci servono a chiarire la posizione sul problema storico «contingente» dell’appoggio alla democrazia. A Wolfe sembra che quel gruppo di persone, chiuso in una sala a Londra e disputante accanitamente su sfumature di parole e frasi, fosse paurosamente lontano dalla realtà della lotta in Russia, che andava divampando. Eppure Lenin ha dedicato tutto un ulteriore lavoro analitico (Due passi …) alla ulteriore anatomizzazione degli episodi, in apparenza bizantini, di quel lungo congresso. Sarebbe stato tempo perduto, girata a vuoto? In verità in tutto il dipanare la via rivoluzionaria dalle oscillazioni opportuniste, ogni tanto lampeggia luminosamente la viva potenza dell’evento futuro, di dieci, di venti, di trenta anni dopo.
Questa questione dell’appoggio alla democrazia è vista in modi diametralmente opposti dalle ali, dalle «anime» del Congresso. Ad esempio Lenin riferirà che il compagno Possadowsky (un sinistro) a un certo punto «solleva il problema di una seria divergenza nella questione fondamentale del valore assoluto dei principi democratici.
Per Plechanov, egli ne nega il valore assoluto». Subito i destri, gli antiskristi, i capi, come Lenin alla sua maniera poco cerimoniosa dice, del centro, del pantano, violentemente protestano contro l’oratore. È uno degli esempi con cui Lenin colla sua potente analisi elabori, da tanto fluttuare di pareri e cambiare capriccioso di posto, e perfino di spinto nervosismo (come si verifica in certe sedute segrete di partito, per chi ne ha qualche viva esperienza) la sintesi luminosa della scissione in due termini inconciliabili, tra quelli che qui coloritamente chiama i giacobini e i girondini del partito: lui, si capisce, giacobino! Sono le sedute in cui sua moglie racconta che Plechanov, ammirato, le sussurra durante un intervento aspro di Lenin: è di questa stoffa che si fanno i Robespierre.
Ebbene quella formula del poi dimenticato compagno Possadowsky vive ancora dopo mezzo secolo, e separa ad esempio il simpatico Wolfe, che pone nel suo Credo in epigrafe del libro passi di sapore storico-idealistico, e insegue per tante pagine l’alternarsi di un Lenin feroce e cinico, con uno che crede che il socialismo stia tutto nel «sacro limite» della libertà, che quindi si schiera lui, Wolfe, tra quelli che ammettono «il valore assoluto del principio democratico», assoluto ossia sopra i tempi e le classi – e noi, che vediamo il socialismo come la negazione del principio democratico, il cui valore non è eterno ed assoluto, ma borghese ed individualista soltanto; mentre storicamente difendiamo la tesi che il partito russo e Lenin dovevano appoggiare la lotta per la democrazia, che in sostanza è la lotta per il capitalismo e null’altro.
In quel frangente storico il comunista può, anzi deve dare per la democrazia fino all’ultimo lembo della sua stessa pelle. Tradisce se le accorda di ripiegare un solo minimo lembo della Dottrina del Partito. Nel primo caso al giusto momento storico andrà oltre la democrazia e la calpesterà collo stesso entusiasmo con cui la sostenne. Nel secondo si troverà, a quel momento, entro il limite – inconsciamente postosi – più controrivoluzionario che vi sia, legandosi le mani e sciogliendole alla reazione borghese, per non violare la mistica imbecillità del valore assoluto del principio di libertà.
Magiche formule di Lenin
Non si legge senza «chiave» e si deve sfuggire l’insidia delle citazioni staccate a sorpresa, non infilzate come noi usiamo sistematicamente sul Filo del tempo. Bisogna intendere quale parte di ogni passo, e quasi di ogni proposizione, stia a far salva la nostra dialettica impostazione delle pomposità metafisiche degli assoluti, quale mira all’appoggio pratico, di azione, che bisogna dal giusto punto e col giusto effetto accordare al moto, al fine che nostro non è, ma che preme veder procedere, di veder raggiungere.
Prendiamo dunque il paragrafo di Lenin, come tappa della prova che mai quel movimento, che noi stessi chiamiamo col suo nome, esitò e ondeggiò tra la suggestione di un «valore assoluto» filosofico, e la volgare tentazione di farci uno sbrego, solo per vincere più presto, per la gioia del «potere».
Formule difficili a leggere, intendere ed applicare perché, nel periodo della storia biforcuta, e della lotta su due fronti, si leggono in due modi e con due suoni che contrastano ed armonizzano, sicché civettando con Marx le diciamo magiche, a rischio di sentir qualche fesso, come tante volte, dire che siamo per un partito di iniziati, o di apprentis sorciers.
Loro, i beffatori e truffatori del proletariato, sembrano sempre piani, facili, scorrevoli e di una sorridente banalità. Concediamo loro che Lenin formulatore era l’asso della chiarezza saldata alla profondità, facciamo un poco anche noi la corte all’esemplare umano di eccezione, purché resti stampato lo schifo per la livida trasparenza raggiunta adottando la disossatura gelatinosa del mollusco.
Gli economisti avevano detto, ipocritamente: dando «parole» di agitazione politica antizarista, e quindi democratica, non si sviluppa la coscienza socialista degli operai, perché «la cornice è troppo ristretta»: la lotta contro la borghesia ne resta fuori. Dalla lotta solo economica col padrone, essa coscienza invece viene fuori.
Lenin «adopera volontariamente una formula rozza, recisa, semplificata»: «La coscienza di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della lotta tra operai e padroni (lo avevi mai letto, Antonio Gramsci?). Il campo dal quale soltanto è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione (osiamo aggiungere: in tutte le epoche) con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi». «Per dare agli operai delle cognizioni politiche non basta quella risposta che quasi sempre accontenta i militanti, specie quando tendono all’economismo, cioè: andare tra gli operai. I comunisti devono andare tra tutte le classi della popolazione».
Questo, dice Lenin, fa stabilire la differenza tra il volgare tradeunionismo e la politica comunista (al solito: socialdemocratica). Qui è ovvio che si può incappare nel leggere alla rovescia, specie se non ci si collega a tutte le ulteriori formulazioni dei successivi scritti circa la lotta contro il potere zarista, per una democrazia elettiva, per una repubblica borghese, anche.
Il difficile varco
Fino a che la stessa borghesia, colla sua costellazione di popolo fatta da artigiani, contadini, magari bottegai, e così via, ha un ponte storico rivoluzionario da traversare, nella lotta contro il potere feudalistico e dinastico, i socialisti non esiteranno a lavorare tra borghesi e piccoli-borghesi, al fine di inasprire quel contrasto, di affrettare il passaggio su quel ponte, armata mano.
Solo dal complesso di queste esigenze storiche, nella fase composita, si può attingere un orientamento per la classe operaia tale da avviarla alla successiva lotta non solo contro gli attuali alleati capitalisti, ma, al giusto momento anche contro il loro corteggio di medie classi.
Il senso meno immediato, e valido in tutto il corso storico, è che il solo far leva sul rapporto sindacale tra operaio e padrone non condurrà mai alla forza politica di classe, che solo nel partito si attua, in quanto esso giunge a dominare, nella sua visione tutta la linea della storia. Illusione è quella che immediatamente, spontaneamente, divenga un milite della rivoluzione il lavoratore resosi conto del contrasto d’interesse particolare col datore di lavoro: lo sarà soltanto quando, in un campo non ristretto, riceverà nel partito e dal partito la visione di un grande corso che milioni di uomini attraversano e che conduce tutti i paesi di vasti continenti allo sbocco nel socialismo.
Non bastano a una tale coscienza i dati del duetto di due personaggi e di una sola rivoluzione. In Lenin le rivoluzioni sono due e i personaggi tre, principalmente, perché così era nella Russia del suo tempo, e così in sostanza in tutto il campo in cui la rivoluzione si muove, che oggi ancora comprende, e sarebbe insensato ignorarlo, le immense popolazioni di Oriente.
A questa scuola formidabile il proletariato russo, per aver combattuto decisamente nella rivoluzione borghese democratica, e anzi per essersene direttamente messo sulle sue spalle il peso immenso, capitanando lui stesso ai fini borghesi le sottoclassi popolari, nate a fare da soldati ma non da capitani della storia, giunse a non subire «i valori assoluti del principio democratico» quando si trattò di erigere la sua dittatura come forza «pura».
Sarebbe stato un miracolo se non lo avesse fermato il pauroso imborghesimento dei lavoratori dei paesi capitalistici, che lottavano nella situazione unilineare, che avevano dinanzi una democrazia che non occorreva aiutare a nascere.
Il proletariato russo ha camminato sempre in avanti. Il suo esempio, impiegato a rovescio del tempo, è stato mal trasferito nella lotta dell’Occidente, ove purtroppo il movimento opportunista ha trascinato le masse a camminare all’indietro, le ha di nuovo immerse nella superstizione dell’assoluto democratico.
Lungo sarà il tutto rifare.