La grande menzogna della decolonizzazione africana Pt.1
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Parte de: La grande menzogna della decolonizzazione africana
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Secondo le finzioni dell’ideologia borghese, la decolonizzazione dell’Africa nera avrebbe portato con sé la formazione di Stati nazionali indipendenti. Questi Stati non dispongono forse di tutti gli attributi delle vecchie democrazie? Il suffragio universale non vi consacra forse l’eguaglianza di tutti i cittadini? Le loro Costituzioni ricalcate su quelle delle metropoli non attribuiscono forse allo Stato il compito della difesa della “integrità del territorio nazionale”? Non è forse sull’altare dell’unità nazionale che vengono offerti grandi sacrifici, ieri nel Camerun, oggi nel Ciad? Infine i nuovi Stati non concludono forse degli accordi “su un piano di eguaglianza” coi loro vecchi padroni sotto la protezione dell’ONU, che prodiga la stessa sollecitudine a tutti i suoi figli, alla Costa d’Avorio come alla Francia?
Tutto questo basta all’ideologia borghese, che ha sempre confuso la realtà sociale e storica con le finzioni del diritto.
Quando le nebbie della controrivoluzione si saranno dissipate, la “decolonizzazione” dell’Africa nera apparirà come una delle più grandi mistificazioni del secondo dopoguerra. Nell’attesa, se le illusioni ingenue sull’indipendenza sono quasi completamente cadute al giorno d’oggi fra le coraggiose masse africane che, negli anni ‘50-’60, hanno fatto i loro primi passi sulla scena politica mondiale, bisogna ben riconoscere che il mito della decolonizzazione resta quasi completamente intatto nella coscienza delle masse operaie della metropoli e che anche la ignobile guerra del Ciad non ha ancora potuto vibrarle alcun serio colpo.
È un dato di fatto che lo sfruttamento accresciuto dell’Africa nera in tempo di guerra, con il suo corollario di esazioni fiscali, di requisizioni di prodotti tropicali e di uomini per il lavoro obbligatorio e per il servizio militare originò, a guerra finita, delle reazioni massicce alle quali la decadenza dei vecchi imperialismi francese e inglese aprì una larga breccia. Spinti dall’ONU – questa nuova “caverna di briganti”, dominata dalle grandi potenze vincitrici, l’americano e il russo – queste vecchie potenze moribonde dovettero rassegnarsi a “incamminare le loro colonie verso l’indipendenza”.
Ed è altrettanto illusoria la pretesa che quest’ultime siano diventate dei veri Stati borghesi nazionali. In realtà, la famosa indipendenza dell’Africa nera non è che uno dei numerosi miti democratici destinati ad addormentare il proletariato accreditando la leggenda secondo cui la seconda guerra imperialista mondiale sarebbe stata una… crociata per la libertà.
La Francia ebbe quindici anni per preparare il personale fidato adatto al nuovo ordine di cose. Questo personale nacque in modo del tutto naturale dallo sviluppo embrionale del mercantilismo nella società africana e dal rafforzamento dell’amministrazione coloniale. Gli si fece fare il suo addestramento politico e passare i suoi esami di buona condotta, dapprima con l’Union Française (un organismo che riuniva tutte le gemme della corona coloniale francese, una sorta di Commonwealthfrancese). Poi con la legge quadro di Defferre, proposta nel 1957 dall’allora ministro delle Colonie e fatta approvare dal Governo di Fronte Repubblicano di Guy Mollet, sostenuto dalla simpatia del PCF, che inquadrò e fissò i limiti territoriali dei futuri Stati indipendenti, dotandoli d’una amministrazione e di funzionari da lungo tempo addestrati, cosa che la dice lunga sul carattere della “indipendenza” delle ex colonie francesi!. Infine con la Comunità del Generale-Presidente.
La famosa decolonizzazione consistette nel mettere alla testa dell’amministrazione coloniale di ogni territorio il personale addestrato nel modo che abbiamo visto. Fatto che non si verificò senza alcuni scontri notevoli. Il personale francese non sparì, ma cambiò nome: gli amministratori coloniali divennero consiglieri tecnici. All’infuori delle cariche onorifiche, i posti chiave dell’amministrazione, dell’esercito, della polizia e della giustizia, sono tenuti da questi “consiglieri e assistenti tecnici” nell’attesa che la formazione di sostituti devoti, gli “omologhi” (ironia della parola!) sia conclusa nel quadro dell’“africanizzazione”.
Si legga, ad esempio, nello “Studente del Camerun” del gennaio del 1970 il seguente brano: «Il capo incontestato e incontestabile dell’esercito camerunese è un colonnello francese, così come i suoi immediati subalterni. I comandanti delle guarnigioni principali sono francesi, salvo per le guarnigioni del Camerun ex-britannico, ove sono… inglesi. Le forze armate sono completamente in mano ai franco-britannici e più particolarmente ai francesi. Sono loro infatti che determinano gli effettivi, la strategia, l’armamento, ecc.».
I vecchi ordini dei Governatori delle Colonie sono stati sostituiti da trattati di cooperazione economica, finanziaria e militare il cui rispetto è controllato dalle Missioni francesi. La Banca Centrale degli Stati di nuova nascita altro non è che la Banca di Francia.
In queste condizioni non ci si può stupire dell’osservazione della rivista Entreprise del 30 gennaio 1971: «La maggior parte dei Paesi dell’Africa nera francofona, ad eccezione della Guinea, del Mali e del Congo Brazzaville, hanno spesso seguito le posizioni francesi alle Nazioni Unite e nei grandi Congressi internazionali. Benché indipendenti questi Stati continuano tuttavia a vivere “all’ora di Parigi” e a rifarsi ai suggerimenti del generale De Gaulle e di qualcuna delle organizzazioni alle sue dipendenze».
Questi pochi fatti bastano a dimostrare che la decolonizzazione dell’Africa nera è una pura lustra. Il fatto è che “l’indipendenza” dell’Africa nera si è compiuta in un’epoca in cui lo sviluppo sociale non aveva ancora comportato la formazione di vere classi sociali aventi degli interessi storici propri ed esclusivi. Lo Stato “indipendente” non è che uno strumento del mercato mondiale e continua il compito dell’amministrazione coloniale che consiste nel fornire, sulla base della monocoltura obbligatoria là dove il mercantilismo non ha ancora penetrato le campagne, e in ogni modo sulla base dell’imposta, le merci necessarie alle metropoli.
Basti ricordare che appunto “per non pagare mai più imposte” i ribelli del Ciad sono caduti sotto i colpi dell’esercito francese, e che proprio le esazioni fiscali ancora quest’anno hanno sollevato un vento di fronda nel Sud del Madagascar. Così nell’insieme è più corretto dire che lo Stato non tanto si appoggia su settori interessati allo sviluppo del mercantilismo e del capitalismo, quanto li riunisce attorno a sé.
Lo Stato è semplicemente una succursale dell’imperialismo, anche se gli si riconosce formalmente la personalità giuridica.
Così l’imperialismo francese tiene ancora sotto il suo diretto dominio nell’Africa nera e nel Madagascar, senza parlare delle Antille, di Réunion e di altri brandelli di colonie, una popolazione di 50 milioni d’abitanti, l’equivalente di quella metropolitana. Se una parte della borghesia francese si è decisa all’“indipendenza” dell’Africa nera solo con molte reticenze e al prezzo di qualche sacrificio economico, sotto la pressione delle grandi potenze americana e russa, il vantaggio politico che ne ha ricavato la borghesia nel suo insieme è immenso, perché il mito della decolonizzazione dell’Africa nera ha potuto ridare una verginità “democratica” al capitalismo francese e così rafforzare il suo dominio politico sulla classe operaia
In realtà questo mito permette alla borghesia e al suo Stato di lavarsi le mani del sangue versato dai popoli dell’Africa nera. Il passato è cancellato e la borghesia trova addirittura nelle parole alate dei capi di Stato africani la remissione di tutti i suoi peccati. È con queste parole che Houphouët-Boigny (Presidente della Costa d’Avorio) ricevette il capo di Stato francese nel febbraio del 1971: «Noi siamo una vecchia coppia d’amici fedeli e senza drammi e la nostra storia è bella perché essa si è nutrita di comprensione e stima reciproche» (Le Monde del 10 febbraio 1971).
Questo mito permette egualmente di far passare senza danni gli interventi militari, l’altro ieri nel Camerun, ieri nel Gabon, oggi nel Ciad, poiché si tratta di un aiuto generosamente concesso in virtù degli accordi di cooperazione militare, conclusi su “un piano di eguaglianza”. In tal modo Tombalbaye, capo dello Stato del Ciad, può chiudere il becco ai politici che protestano contro l’intervento militare, pur difendendo il mito della decolonizzazione: «Noi neghiamo categoricamente al deputato della Nièvre (si tratta di Mitterand, interlocutore scelto per il PCF, spinto da un impeto di solidarietà internazionalista a porre una… interrogazione parlamentare) il diritto di chiedere al governo francese di fornirgli spiegazioni sulla situazione interna di un Paese straniero e sovrano» (Le Monde del 4 novembre 1969).
Questo mito è diffuso da tutti i difensori dell’imperialismo francese, non soltanto dal liberalismo della grande borghesia, al governo o all’opposizione, ma anche dalla democrazia piccolo-borghese e dalla sua variante “operaia”. L’opportunismo ufficiale denuncia a parole il neocolonialismo, ma in nome dei “veri interessi della Francia”, il che significa che l’accetta nei fatti. Un esempio ne è dato da l’Humanité del 13 settembre del 1970 che si domanda ipocritamente se non si tratti nel Ciad di una “riconquista coloniale”, diffondendo così la menzogna borghese secondo la quale la conquista e il dominio coloniali sarebbero finiti.
Il proletariato deve sapere che le masse africane non potranno anche in futuro non sollevarsi contro l’oppressione coloniale e non vibrare duri colpi allo Stato francese, questo nemico il cui abbattimento è il compito storico del proletariato della metropoli. È perciò che la denuncia del mito della decolonizzazione dell’Africa nera è indispensabile per preparare il terreno politico della lotta della classe operaia contro l’oppressione coloniale perpetrata dal suo proprio Stato. Questa lotta è una delle condizioni per l’emancipazione del proletariato dal giogo del capitale (Marx diceva che “un popolo che ne opprime un altro non può essere libero”), così com’è una delle condizioni per l’unificazione internazionale della forza di classe dei proletari di pelle bianca e nera sul programma del comunismo. Essa è infine la condizione sine qua nondel convergere della lotta del proletariato comunista con quella delle masse lavoratrici dei Paesi oppressi, convergenza che sola può fare della lotta delle masse colonizzate una leva per la distruzione del capitale.