I dibattiti fra il Partito Comunista Unitario di Germania ed il Comitato Esecutivo della III Internazionale
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di a. b.
LA SCISSIONE DEL PARTITO ITALIANO
Ha avuto una certa eco sulla stampa italiana socialista e comunista la discussione aperta tra il Partito Comunista Tedesco e il Comitato Esecutivo della Internazionale Comunista, ma questa importante e molto istruttiva discussione è stata invocata dall’organo socialista più che altro allo scopo tendenzioso di far credere che il partito tedesco, uno dei più importanti senza dubbio dell’intera Internazionale, si fosse schierato contro l’atteggiamento preso dal Comitato Esecutivo di Mosca nei riguardi della situazione del partito italiano, e contro la soluzione data nel congresso di Livorno al dibattito tra le tendenze, colla uscita dei comunisti dal Partito Socialista Italiano.
Noi abbiamo svolta in altre sede la polemica corrente colle tante adulterazioni compiute in materia internazionale dai nostri avversari ieri di frazione, oggi di partito. Vogliamo qui con altri intendimenti dare una più completa illustrazione del problema, riportando documenti noti finora solo in parte, e aggiungendo inoltre brevi osservazioni, salvo a dire in appresso ed in maniera sistematica il pensiero del partito nostro sugli importanti argomenti che sono all’ordine del giorno in questo notevole dibattito internazionale, al di fuori e al disopra delle ridicole asserzioni secondo cui nelle file della Internazionale Comunista non sarebbe lecito pensare, vagliare, criticare, discutere. Passeremo dunque in rassegna i punti principali che formano in questo momento oggetto di appassionata ma serena e profonda disamina sulla stampa comunista tedesca.
Pochi giorni dopo la chiusura dei dibattiti di Livorno, ai quali aveva in principio assistito il compagno Paul Levi, recando col suo discorso il saluto dei comunisti tedeschi e sostenendo le richieste di Mosca per la integrale applicazione dei ventuno punti, scoppiava sulla scena politica tedesca una bomba: la lettera Levi, venuta in possesso e resa pubblica dalla Freiheit, l’organo degli Indipendenti di destra, nella quale si rifletteva un contrasto tra il pensiero del Compagno Levi (che è uno dei Presidenti del Partito Comunista) ed un compagno rappresentante a Berlino il Comitato Esecutivo di Mosca.
Ecco il testo integrale della lettera famosa:
Berlino, 27 gennaio 1921.
Egregio Compagno,
Non potrei confermare la Sua lettera del 27 corr. senza accennare contemporaneamente alle inesattezze di fatto che si riscontrano in essa specialmente al punto 3°.
- È inesatto che io nella Centrale neghi continuamente la possibilità di influire sull’Esecutivo nel senso del partito tedesco, che io neghi la possibilità che possano venir corretti eventuali errori dell’Esecutivo. Astraendo completamente dall’esagerazione retorica di queste affermazioni, Le preciso nel modo seguente il mio punto di vista: La correzione degli errori dell’Esecutivo avverrà. Essa può avvenire soltanto dalla Russia. In questo momento, proposte concrete o critiche da parte nostra non muterebbero la situazione, ma turberebbero inutilmente i nostri rapporti con l’Esecutivo. Ho i miei motivi per pensare così.
- Come pertanto nego la premessa, così nego la conseguenza che il mio «articolo sulla scissione italiana sia il coronamento di questo mio contegno verso l’Esecutivo».
In quest’articolo io mi presi la libertà di esprimere dei desideri circa la condotta dell’Esecutivo in una questione concreta. Astraendo dal fatto che con ciò resta contraddetta la Sua affermazione, che io «faccia delle critiche senza però fare una qualsiasi proposta di miglioramento e di correzione», certamente il successo che coi miei desideri ho riportato presso il rappresentante tedesco dell’Esecutivo non ha accresciuto la mia voglia di far nuovi tentativi.
Io mi ritengo in diritto di esprimere tali desideri politici e ritengo che il Suo contegno di ieri sia un abuso dei diritti conferitile dall’Esecutivo e un’invasione nel diritto mio e dei miei compagni di partito.- Io difendo il mio articolo sull’Italia non perché «io non sia in grado e non tenti di dire pubblicamente la verità sull’Esecutivo». Io difendo quest’articolo richiamandomi ai reali interessi dell’Internazionale Comunista.
- Tutta l’affermazione ricordata sotto è un’ingiustizia. Non ci mancano né il coraggio né la materia per scrivere intorno all’Esecutivo. Io non lo ritengo opportuno per i motivi esposti in a) e ancora per il motivo dell’effetto che una divergenza in serio all’organizzazione avrebbe su altri paesi, dove il pensiero dell’Internazionale Comunista deve ancora affermarsi, sarebbe assai deplorevole e dannoso.
- Non posso ammettere che il mio «contegno» di ieri Le abbia fornito motivo per una decisione qualsiasi, e tanto meno che ve lo abbia «obbligato». Io mi permetto fino a nuovo ordine di credere che il Suo «contegno» di ieri rispondesse ad un piano recato già pronto all’adunanza. Con ciò ammetto una circostanza che parla a di Lei favore.
- La Sua lettera non contiene alcuna risposta all’interrogazione da me formulata, cioè come debbano interpretarsi le Sue parole:
«Prima che Ella ci aggredisca, noi provvederemo e rivolgeremo la spada contro di Lei».
Io so apprezzare i motivi di tale silenzio.- L’affermazione contenuta nel punto 3° della Sua lettera non fa che condannare il lato formale della Sua condotta di ieri. Pertanto io debbo rinnovare la parte materiale della mia domanda.
«L’Esecutivo e il suo rappresentante tedesco ritengono necessario e anche soltanto desiderabile il mio allontanamento dal posto di Presidente del Partito?»
Prego di rispondere a questa domanda non alla Serrati, ma apertamente. Essa è formulata in modo tale, da doversi rispondere con un si o con un no.- Non posso fare a meno di cogliere quest’occasione per stabilire per iscritto quanto segue:
«La sera precedente alla mia partenza per l’Italia io mi trovai insieme con Lei fino alla una. Allora noi eravamo d’accordo circa il modo di considerare la situazione italiana, e precisamente d’accordo nel punto diu vista da me sostenuto prima come dopo il Congresso italiano. Io credo che Ella ricorderà tale circostanza, ma per il caso che ciò non dovesse verificarsi, dovrei fin d’ora accennare al fatto che Ella, appunto perché il nostro ultimo colloquio non stava in accordo con le informazioni giunte da Mosca, solo dopo la mia partenza mi comunicò telegraficamente il nuovo punto di vista.»Con saluti comunista
P. Levi
La «Rote Fahne», organo centrale del Partito Comunista Unificato di Germania (V. K. P. D.) la mattina del 1° febbraio recava la seguente nota ufficiale della Centrale del Partito.
DICHIARAZIONE
A proposito di una lettera trafugata dalla Freiheit dichiariamo quanto segue.
- Come mostra lo stesso contenuto della lettera, questa è stata scritta nello sviluppo di una divergenza personale sorta intorno a certe idee di un rappresentante dell’Esecutivo. Pertanto questa lettera è personale; la Centrale ne ha avuto conoscenza sola dalla pubblicazione fattane dalla Freiheit.
- Le questioni controverse tra la V.K.P.D. e l’Esecutivo del. l’Internazionale Comunista, cioè la questione del K.A.P.D., quella dell’Arbeiter Union e dei sindacalisti, come pure quella della scissione italiana, sono state trattate in contraddittorio nella stampa della V.K.P.D.: i punti di controversia, come pure le ragioni pro e contro, sono a tutti palesi, e la Centrale questi giorni prenderà posizione formale circa tutti questi punti.
- Né l’estensore della lettera, né la Centrale della V.K.P.D., l’Esecutivo dell’Internazionale Comunista, né il rappresentante di questa pensano a far dipendere la composizione della Centrale di un Partito Comunista dal consenso dell’Esecutivo. Su ciò decide soltanto il Congresso del Partito. La questione sollevata nella lettera aveva il solo scopo di stabilire se tra le idee dell’estensore e quelle del rappresentante dell’Esecutivo vi fosse divergenza tale da esigere una decisione da parte del Partito Comunista tedesco.
Che in un organizzazione centralista, com’è l’Internazionale Comunista, una divergenza tra il presidente d’un partito e l’organo centrale non possa rimanere insoluta, è cosa che può sembrare meravigliosa solo a chi, come la Freiheit, scambia un partito con una banda di zingari.
- L’esistenza di questa lettera e la discussione pubblica fatta e da farsi delle questioni controverse ci sembrano costituire la prova più esauriente dell’indipendenza di giudizio della V.K.P.D.
Berlino 31 gennaio 1921
La CENTRALE DELLA V.K.P.D.
Si svolgeva intanto la riunione della Centrale del Partito Comunista, radunata appunto per discutere le questioni controverse coll’Internazionale, e venivano prese una serie di risoluzioni, il cui testo è pubblicato nella «Rote Fahne» del 2 febbraio. Quella che riguarda la scissione italiana è già nota in Italia per la pubblicazione fattane sull’Ordine Nuovo. Da esso risulta come le obiezioni del Levi non fossero condivise dalla Centrale del Partito, ed avessero quindi il valore di un punto di vista personale.
Vi è però ancora qualche riserva nella politica dell’Internazionale in Italia: ed è espressa nei punti che riportiamo:
4. II gruppo Serrati ha preferito scindere il Partito e separarsi dalla Internazionale Comunista, anziché decidersi a staccarsi dai riformisti. Con ciò esso ha dimostrato che non è ancora un gruppo di combattimento unito e compatto, ma contiene elementi centristi che oscillano tra il comunismo e il riformismo. Tuttavia la Centrale della V.K.P.D. riconosce che una parte considerevole del gruppo Serrati è animato da seria ed onesta volontà di mettersi sul terreno dei principi e delle condizioni d’organizzazione dell’Internazionale Comunista. II Partito Comunista d’Italia (gruppo Bordiga-Bombacci) si è messo conseguentemente e decisamente su questo terreno, e quindi esso è l’unico partito italiano, che anche dagli altri partiti fratelli degli altri paesi deve esser considerato, e appoggiato con ogni forza, come membro legale e di pieno diritto dell’Internazionale Comunista.
5. La Centrale della V.K.P.D. ritiene possibile l’unificazione tra il Partito Comunista Italiano e quella parte del gruppo secessionista di Serrati, che è seriamente risoluta a costituire un gruppo di combatti- mento dell’Internazionale Comunista, staccandosi nettamente da tutti gli elementi e tendenze del riformismo e del centrismo. La Centrale della V.K.P.D. pertanto aspetta che l’Esecutivo dell’Internazionale Comunista influirà nel senso di un intesa e di una unificazione tra i due gruppi, per la quale unificazione naturalmente deve essere fondamentale premessa l’attuazione delle deliberazioni del 2° Congresso dell’Internazionale Comunista.
Certamente rimane però la differenza esistente tra la valutazione che veniva data dalla Centrale alla scissione italiana e quella che invece appare nella lettera personale del Levi.
La lettera di questi è stata definita, con alquanta esagerazione, dall’organo del Partito Comunista del Lavoro, la Kommunistische Arbeiter Zeitung, come Il suicidio politico di Levi. Il giornale del K.A.P.D. rileva che nella «Rote Fahne», dopo l’articolo di Levi sul Congresso italiano, seguirono tre articoli di altra intonazione nei quali si sosteneva che Levi si era lasciato menare per il naso dal suo «collega meridionale di affari direttivi, il centrista Serrati». Benchè queste espressioni siano attribuite alla stessa «Rote Fahne», giova notare che la polemica dei comunisti del K.A.P.D. contro i loro cugini è in questo momento giunta ad un grado estremo di tensione, e che essi ce l’hanno particolarmente col Levi per la questione dei rapporti tra il loro partito e l’Internazionale di Mosca.
Per proseguire in una precisa documentazione citeremo anche una parte della relazione fatta dal Levi ad una riunione di funzionari del V.K.P.D. tenuta il 6 febbraio a Berlino, sempre attingendo ai resoconti della «Rote Fahne». Ecco quanto il compagno Levi ha detto ancora una volta sull’argomento italiano:
Tutti noi sappiamo che le scissioni sono necessarie, e che esse possono recar giovamento alla causa. Ma non si deve assumer su di se senz’altro l’odiosità di chi crea lo scisma. Certamente nella classe lavoratrice vi è un vivo sentimento di unità, contrario alle scissioni. Il Partito italiano fu il primo a capire il grandioso significato della Russia soviettista e della Terza Internazionale. Se un Partito con un passato simile si scinde, e solo un quinto di esso è dalla nostra parte, l’operazione allora può non essere giustificata. Ancora nel luglio 1920 Serrati faceva parte della presidenza della Terza Internazionale e tre mesi dopo le masse avrebbero dovuto abbandonarlo. I lavoratori italiani non poterono compiere un mutamento così repentino. Come sarebbe andata la scissione degli Indipendenti tedeschi, se Dittmann e Crispien tre mesi prima avessero fatto parte della presidenza della Terza Internazionale? O Serrati era già allora, ciò che lo dicono le affermazioni del Comitato Esecutivo, cioè un Hilferding, e allora non avrebbe dovuto far parte della presidenza; o egli non era tale, e allora è sbagliata la scissione del Partito. E’ significativo che a Livorno non sia stata quasi pronunciata parola contro riformisti, ma invece tutto il fronte si sia rivolto contro Serrati. Il Comitato Esecutivo ha fatto in Italia una cosa che le masse non comprenderanno. Esse vedono solo la scissione, e l’odiosità di averla provocata ricade sulla Terza Internazionale. Dovrà esser compito del Comitato Esecutivo quello di dare ogni possibilità ai serratiani di sinistra, che a nostro avviso corrispondono agli Indipendenti di sinistra in Germania, di ritornare nella Terza Internazionale.
Le affermazioni del Levi non sono rimaste senza risposta. A lui ha replicato la compagna Ruth Fischer. la quale sulla questione italiana si è così espressa:
Levi ha detto la cosa più importante in tutti i paesi dell’Europa Occidentale è create un Partito Comunista. Ma ciò si applica anche all’Italia. Il Partito italiano aveva aderito alla Internazionale senza essere un Partito Comunista. Ciò apparve chiaro in occasione della occupazione delle fabbriche. Già da mezz’anno Serrati non avrebbe dovuto far parte della presidenza della Internazionale Comunista. Gli errori sono stati ripetuti colla richiesta di esclusione dei riformisti. Doveva essere escluso anche Serrati che aveva preso sotto tutela i riformisti. Nella stampa del nostro partito la questione è stata trattala in modo dannosissimo sia al partito italiano che al partito tedesco. Prima ancora che la Centrale del partito avesse parlato; il compagno Levi pubblico un articolo in cui raffigurava il nuovo partito italiano come un qualsiasi K.P.D.
E anche interessante citare quanto scriveva nella Rote Fahne del 20 il compagno A. Thalheimer circa la questione italiana:
Questo, a mio avviso è l’unico punto in cui la posizione presa dalla Centrale ha bisogno di correzione.
II gruppo di Serrati rassomiglia, come un uovo a un altro, agli Indipendenti tedeschi, e ciò si dimostrerà anche nei particolari. Ulteriori informazioni sugli antecedenti del congresso di Livorno mi hanno convinto che non rimaneva altra via cosi all’Esecutivo come ai comunisti italiani, per epurare il Partito Comunista italiano dagli elementi dirigenti opportunisti, che quella che venne seguita, e che la decisione non poteva essere rinviata.
Ormai è già visibile il consolidarsi del Partito Comunista d’Italia. L’adesione della gioventù è un sintomo eloquente.
Oggi l’unica attitudine possibile così per l’Internazionale Comunista come per la V.K.P.D., a fine di conquistar le masse proletarie che stanno ancora col gruppo serratiano, è quella di combattere con ogni possibile asprezza i capi di tale gruppo.
Serrati e il suo gruppo cercano ancora di sostenersi, facendo credere alle masse operaie esser possibile un accordo con l’Internazionale Comunista. Essi tentano di coprire finché sarà possibile la loro politica opportunista, a cui essi rimangono fedeli in ogni mossa tattica, con la bandiera dell’Internazionale Comunista.
Tali manovre vanno troncate al più presto possibile.
La vertenza è stata poi risoluta definitivamente da un adunanza tenuta alla fine di febbraio dal Comitato Centrale del Partito.
Questo, che è altra cosa dalla Centrale, e che noi chiameremmo Comitato Nazionale, costituisce la più alta rappresentanza del partito dopo il congresso. Nell’adunanza del Comitato Centrale non soltanto non ha avuto fortuna la tesi Levi, ma neppure quella compendiata nella dichiarazione della Centrale sopra riportata.
Si è invece approvato un deliberato, del quale già ha parlato la nostra stampa, ma di cui con dispiacere non possediamo il testo completo, il quale scarta anche le ultime riserve sul conto della politica dell’Internazionale e dei comunisti italiani e dichiara senz’altro che i sedicenti comunisti della frazione Serrati vanno considerati come i peggiori avversari, riaffermando la completa solidarietà del Partito Comunista tedesco con quello italiano.
E anche noto come questa decisione abbia determinate le dimissioni di Levi e di altri quattro compagni che ne condividevano l’opinione in merito alla scissione italiana.
Nel chiudere questa esposizione dei veri termini della controversia non vogliamo replicare alle opinioni del compagno Levi che sul terreno dei fatti, sul quale non si mantiene il suo exposé – mentre rimandiamo ai numeri seguenti della rivista la trattazione delle altre questioni che si dibattono tra Mosca ed i comunisti tedeschi, e che, se ci riguardano meno da vicino, non sono per questo meno interessanti per tutto il movimento comunista internazionale.
L’opinione del compagno Levi circa la impressione che in generale fanno le scissioni sulle masse operaie non ci pare molto profonda. Egli dà, a nostro credere, un valore eccessivo alla valutazione di un fattore di ordine psicologico, che può anche agire nel senso opposto a quello da lui considerato. A noi pare che una pregiudiziale contro le scissioni e una ripugnanza per l’odiosità di chi se ne fa banditore sia propria piuttosto della parte più tradizionalmente pigra ed inetta dei capi e dei semicapi militanti nei partiti.
Andremmo troppo lungi se volessimo spiegare il punto di vista dei comunisti italiani sul valore del passato del vecchio partito, e sugli insegnamenti interessanti che scaturiscono dalla scarsissima efficacia rivoluzionaria che il continuo vantare questo passato ha dimostrato di avere. Ma altre asserzioni non possono essere lasciate passare senza replica, e tra esse quella che appena un quinto del partito sia passato dalla nostra parte, ossia, e ci rallegriamo di questo riconoscimento, dalla parte del compagno Levi. Al Congresso, nella votazione il cui esito numerico pure accettammo con riserva, i nostri voti furono 58783 su 172487 votanti, ciò che vuol dire più di un terzo e non già un quinto, come il compagno Levi, reduce dall’Italia, riferisce ai compagni tedeschi.
I Levi confronta la posizione di Serrati che tre mesi prima di essere messo all’indice era Presidente di un Congresso Internazionale con quella degli indipendenti tedeschi, e si domanda come si sarebbe fatto a disfarsi di Ditmann se questi fosse stato a Mosca Presidente del Congresso. Ecco in verità un ragionamento specioso! Non è possibile un confronto tra la scissione del partito indipendente tedesco e quella del partito italiano: in Germania vi era stata già la scissione e ad Halle dal punto di vista della organizzazione della Internazionale non vi fu scissione, ma aggregazione di un gruppo affine, il quale si staccava dagli altri che mai erano stati nella organizzazione internazionale. Il paragone non può e non deve nemmeno continuare nel prevedere una aggregazione al nostro partito comunista di un blocco della sinistra serratiana, a meno che non si voglia ridurre la compattezza e il disciplinamento della Internazionale che il compagno Levi desidera quanto noi, ad uno stato di cose per cui si rabbercerebbe e si rafforzerebbe di continuo l’organizzazione, riducendovi giunte… di un altro colore, come fanno i rigattieri cogli abiti frusti.
Altra affermazione che non può passare è quella che a Livorno «non sia stata quasi pronunciata parola contro i riformisti, e tutto il fronte sia stato volto contro Serrati». Il compagno Levi ha ascoltato il discorso del nostro relatore Terracini, che per quattro ore ha sviscerato i caratteri e la funzione della frazione di destra del partito italiano, mentre il discorso rivolto contro i serratiani è stato, e in parte, quello molto più breve di Bordiga. Noi facciamo appello alla obbiettività del compagno Paul Levi e gli chiediamo se non trovi, all’opposto, molto significativo che da parte del centro serratiano, che si diceva rivoluzionario e comunista, non sia stata pronunziala (senza quasi) una sola parola contro i riformisti, e tutto il fronte sia stato rivolto contro i comunisti, contro la Terza Internazionale e, se la memoria assiste bene il compagno Levi, contro lui stesso, quando era lui che parlava per la tesi comunista.