Femminilità
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Sono molti coloro che paventano l’emancipazione della donna nella tema che questa venga a perdere la sua femminilità.
Non la femminilità intesa nel senso fisico, perché è ormai assurdo parlare di grazia femminile quando sono a migliaia e migliaia le donne che la necessità spinge ai più duri lavori, lavori che vanno dall’aspra fatica dei campi che indurisce i lineamenti, all’atmosfera malsana e pesante delle filande ove ogni grazia sfiorisce in breve volger di tempo. Ma della femminilità che si compendia nella dolcezza, nella remissività, nello spirito di sacrificio che sono innati nell’animo di ogni donna ancora ligia ai pregiudizi dell’educazione borghese. Qualità che si riducono poi alla più assoluta mancanza di volontà, all’abdicazione completa della propria personalità.
Questa femminilità, che si potrebbe piuttosto chiamare schiavitù morale ed intellettuale, tanto cara agli egoisti incoscienti, tanto sostenuta dai difensori della borghesia, è un buon puntello, anzi, una necessità della società capitalista.
La maggioranza delle donne pensa ancora che sia suo dovere quello di eternamente obbedire, di sempre piegare dinanzi alla volontà di quelli che ella ritiene autorità superiori. In conseguenza di questo, la loro vita non è che una serie di sacrifici, di fatiche, di abnegazioni sopportate con santa rassegnazione, perché d’altronde esse pensano che quella era pure la croce della loro madre, della loro nonna, sanno che per tutte le altre donne è pure così e nella convinzione che debba essere eternamente così si prestano alla perpetuazione di questa mentalità educando le loro figlie pure così.
Questa falsa mentalità è il primo ostacolo della marcia verso l’emancipazione femminile, ed in essa hanno origine tutti i mali che pesano sulle spalle delle donne lavoratrici.
Lo spirito di adattabilità, tanto innato nel temperamento femminile, se fra le pareti domestiche può qualche volta essere un merito, trasportato nella fabbrica e nel laboratorio è pericoloso poiché diventa un’arma potentissima nelle mani del capitalista per sottoporre le donne ad un maggior sfruttamento.
Difatti è in grazia della remissività, della debolezza, chiamiamola pure femminilità, della maggioranza delle donne lavoratrici, se queste sono ancora in condizioni di sotto-salariate.
Le donne lavoratrici danno alla collettività il loro contributo di lavoro e sacrificio e per questo hanno diritto a migliori condizioni di vita, ma ogni miglioramento non si ottiene che attraverso alla lotta e coll’unione delle forze proletarie.
Le donne proletarie devono dare il loro contributo alla lotta che il proletariato conduce per la sua emancipazione, ma per dare un contributo di lotta devono trovare in sé stesse il coraggio d’affermare le proprie aspirazioni e la propria personalità liberandosi da una femminilità stupida e nociva.