Imperialismo e militarismo
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Lo sviluppo forsennato del militarismo, che non cessa dagli anni ’50 di ampliarsi, e che supera tutto quanto i due anteguerra avevano saputo realizzare, è una delle più clamorose smentite date dai fatti agli apologeti della grande crociata antifascista, agli staliniani e ai democratici difensori del carattere progressista ed anti-imperialista della seconda carneficina mondiale. Secondo costoro, la distruzione degli eserciti hitleriani, eredi del «pangermanesimo prussiano», e dell’«imperialismo giapponese», avrebbero posto fine al «flagello della guerra» e alla corsa agli armamenti che lo precede. I fatti non hanno mantenuto le promesse, e il campione del militarismo d’oggi non è che il campione della democrazia di ieri, questo paese che trent’anni fa non aveva che un insignificante esercito permanente e che oggi, in piena pace, tiene sul piede di guerra più di tre milioni di soldati forniti di un armamento colossale: gli Stati Uniti d’America.
Ma questo è soltanto il principio: il progetto di bilancio presentato al Congresso da Johnson in gennaio fissa in 70 miliardi di dollari l’ammontare delle autorizzazioni di programmi per la difesa nel 1966-67, e prevede che l’anno venturo esso superi i 75 miliardi. È, scrive «Le Monde» del 26 genn., «un bilancio di guerra in economia di pace». Questa somma, che rappresenta il 56% del bilancio preventivo federale, è stata superata due sole volte nella storia degli Stati Uniti, nel 1944 e nel 1945, con 76,8 e 81,3 miliardi di dollari. E «Le Monde» conclude: «Gli Stati Uniti, che avevano cominciato la guerra nel Vietnam con un esercito di una certa importanza, ne usciranno con un superesercito, pronto – o convinto di esserlo – a tutte le forme di combattimento sotto tutte le latitudini, e che si organizza e si equipaggia in conseguenza a un ritmo ben diverso che senza il campo di manovra del Vietnam». Figurarsi poi, se – come si dice e non si dice – le operazioni fossero estese per ottenere infine una «decisione sul campo»…
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L’America del Nord, per essere lo Stato capitalista oggi più potente, offre l’esempio migliore del legame fra la struttura imperialistica dell’economia e il carattere militarista della politica delle grandi potenze moderne. L’Inghilterra, anche tenendo conto dell’importanza della sua flotta, non ha fornito dalla fine del secolo XIX un esempio così luminoso – e ciò a causa della protezione naturale che l’insularità le offriva, dell’impiego (bei tempi, ahimè passati!) di truppe indigene per tenere le colonie – pratica di cui Lenin, citando Hobson nell’Imperialismo, aveva sottolineato il pericolo -, e infine dell’equilibrio relativo delle forze mondiali, che le permetteva di valersi della sua enorme potenza finanziaria per comprare alleati. Fu invece negli Stati meno provvisti di colonie, cioè di sorgenti di materie prime e di aree di investimento per i capitali – la Germania, il Giappone, l’Italia -, che lo sviluppo del capitalismo, più rapido che in Gran Bretagna e in Francia perché iniziatosi in anni più recenti, sfociò nel modo più naturale nel militarismo.
Fin dal 1945, il nostro Partito proclamava non solo che la sconfitta delle potenze dell’Asse non aveva risolto nessuno dei problemi posti dalla sopravvivenza del capitalismo mondiale al terremoto rivoluzionario di Ottobre, ma che l’esito della seconda guerra mondiale li aveva soltanto aggravati. Proprio all’esacerbarsi delle contraddizioni interne della società capitalistica mondiale si deve la crescente militarizzazione dell’economia americana e, al suo seguito, delle economie europea, russa, cinese, indiana e, in genere, dei paesi recentemente promossi all’«indipendenza» come il Marocco o l’Algeria. Non solo gli Stati Uniti devono prepararsi a intervenire con le proprie forze nelle loro riserve di caccia dell’America Latina, come già a Santo Domingo, ma devono far fronte, sul mercato mondiale, da una parte agli ex amici anglo-francesi e agli ex nemici germano-nipponici, dall’altra ad avversari che gli Alleati del 1914 e del 1939 non conoscevano ancora, quei nuovi centri motori del capitalismo che l’insuccesso della rivoluzione proletaria in Europa ha lasciato prosperare: l’URSS dopo il 1927, la Cina dopo il 1945. Come se non bastasse, essi devono prevedere le insurrezioni endemiche dei popoli dipendenti del Sud-est asiatico, di cui la guerra nel Vietnam lascia prevedere la violenza, e che essi solo possono sperare di «contenere».
Gli Stati Uniti accumulano dunque le ragioni di alimentare il militarismo più aggressivo che il mondo abbia mai conosciuto: colonie domestiche da conservare, come ieri Inghilterra e Francia; zone d’influenza da conquistare in ragione di uno sviluppo economico intenso, come ieri Germania e Giappone; una missione di gendarmeria mondiale da condurre a termine. A questi compiti provvedono le forze americane in tutto il mondo, e il loro raddoppiamento mira ad assolverli in modo ancor migliore.
Mai l’esercito di uno Stato imperialista ha avuto tanto il carattere di forza di spedizione; su tre milioni di soldati, più di un milione si trova fuori del territorio nazionale, il 45% delle unità operative classiche è stanziato in permanenza all’estero occupando un centinaio di grandi basi, di cui 50 in Asia, 40 in Europa, 10 in Africa. Sottomarini nucleari solcano gli oceani, alimentati da navi-officina di stanza nell’Atlantico e nel Pacifico.
Fuori dalle basi fisse, la strategia americana poggia sull’impiego di forze d’intervento di stanza negli stessi Stati Uniti, e in grado di essere rapidamente trasportate in un punto qualsiasi del globo da una flotta di 600 quadrimotori C-124 e C-141, che rappresentano una capacità di involo istantaneo di 23.000 soldati e 5.000 tonn. di materiale. Per trasportare una divisione di 25 mila uomini con tutto il suo equipaggiamento, più di 35.000 tonnellate, occorrono oggi 13 giorni verso l’Europa e 30 giorni verso il Sud-est asiatico con i C-141 completati da mezzi marittimi. Resi consapevoli dalla caparbia resistenza del Vietnam del pericolo che rappresenterebbe lo scoppio di focolai di insurrezione in altri paesi coloniali, e della necessità di rispondervi con una rapidità fulminea, i dirigenti degli USA e del Pentagono cercano di rivedere il sistema delle basi fisse e delle forze trasportate a mezzo C-141. Il piano è di abbandonare, se non tutte, almeno un gran numero di basi fisse e, per dare alle forze armate una mobilità strategica molto superiore, di concentrarle sulla «fortezza America» prevedendo dispositivi di intervento all’esterno molto più rapidi.
La mobilità aerea sarebbe assicurata dalla costruzione di una flotta di 100 aerei a grande portata C5A, capaci di trasferire 110 tonn., ivi compreso il materiale pesante, carri M-60 o elicotteri, a 5.000 km. La durata di trasporto di una divisione scenderebbe così, nel 1975, a 3 giorni per l’Europa e a 7 giorni per il Sud-est asiatico.
La mobilità logistica sarebbe assicurata dal programma «F.D.L.»: costruzione di cargos rapidi e specializzati di stanza al largo delle zone di tensione possibile, e assicuranti l’appoggio logistico immediato alle unità sbarcate, riparazioni, rifornimento, energia. Vera fabbrica galleggiante, un solo cargo dotato di una centrale nucleare può fornire un’energia equivalente al consumo di elettricità di una cittadina di 50.000 abitanti.
Si capisce il doppio vantaggio che l’adozione di un simile programma rappresenta per l’imperialismo americano. Sul piano economico, sommandosi alla corsa agli armamenti terrestri, aerei e navali classici, e alla corsa ai razzi e alle armi nucleari, esso apre ricche prospettive all’accumulazione di capitale in un sistema in cui l’accelerarsi dell’automazione e l’impiego dei computers spingono ineluttabilmente alla saturazione del mercato. Sul piano politico, esso tende a evitare gli svantaggi esterni ed interni dello stazionamento di truppe numerose all’estero, dando insieme una maggiore elasticità ed efficacia all’intrapresa sistematica di dominazione mondiale, essendo effettivamente probabile che le insurrezioni armate dei popoli coloniali si verifichino in ordine sparso e quindi si presenti per le forze americane la necessità di schiacciarle separatamente con un intervento immediato.
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La critica marxista trae da questo insieme di fatti le conclusioni (o meglio le conferme) seguenti: Sul piano teorico, non vi sarà disarmo finché sussisterà l’imperialismo. E finché durerà il capitalismo, la specie umana sarà minacciata dall’inevitabilità della guerra (del resto la borghesia non parla neppur più di disarmo, smentendosi così con la propria bocca). Solo il proletariato può, con la distruzione dello Stato borghese seguita dall’eliminazione del capitalismo, salvare la specie dagli armamenti e dalle guerre.
Sul piano politico, la via che porta alla presa d’assalto dello Stato passa per la lotta congiunta dei proletari bianchi e dei popoli di colore. Se l’imperialismo americano, malgrado la mobilità strategica dei suoi eserciti, non riuscirà mai a schiacciare definitivamente la rivolta degli schiavi coloniali, questi, malgrado tutto il loro eroismo, non riusciranno da soli a inaridire la sorgente di tutti i loro mali, che diverrà sempre più la «fortezza America». Le più solide fortezze si conquistano dall’interno. È al proletariato americano unito agli altri distaccamenti del proletariato mondiale che toccherà questo compito.