La crisi francese è cronica
Categorias: France
Este artigo foi publicado em:
Da mesi e mesi, una fila di presunti medici si avvicenda al capezzale della gran dama ammalata.
In verità, Marianna ha sempre dichiarato di possedere una salute di ferro, fisica e morale. Depositaria degli eterni principii, fiera della sua missione europea, orgogliosa della sua tradizione imperiale, essa non ha mai confessato quello che nessuna grande dama vorrà mai confessare: d’essere decrepita. E ha preferito far recitare, ai suoi fedeli, i partiti politici della costellazione parlamentare, la commedia dell’intrigo, delle lotte di fazione, della comparsa e rapida sparizione dalla scena di gruppi e uomini politici, delle sporche manovre di corridoio, piuttosto che denunciare apertamente l’impossibilità di risanare un corpo che non solo è decrepito, ma va già putrefacendosi.
Incapacità ad attuare i piani di risanamento economico promessi, paralisi nel rinnovo dell’attrezzatura produttiva, passivo cronico della bilancia commerciale e del bilancio statale, sperpero di miliardi nella guerra d’Indocina e nelle altre avventure coloniali: in questa situazione confusa, i partiti borghesi non riescono nemmeno più a definirsi, a differenziarsi, a darsi un volto, perché nessuno può andar oltre l’opera tutta esteriore e provvisoria di difesa di una società e di una classe che non hanno più nulla da offrire all’infuori della propria brutale e cieca dominazione. È chiaro: i problemi da cui è agitata la Francia sono problemi di classe, problemi di forza, che richiedono una trasformazione radicale della struttura economica e sociale del Paese: e a questi problemi non c’è, nella rosa dei partiti e del personale, politico ed amministrativo della Francia ufficiale, né uomo né gruppo di uomini che possa rimediare. La classe capitalista non può guarire se stessa dei propri mali congeniti.
D’altronde, questi problemi, in forma più o meno acuta e più o meno simile, travagliano allo stesso grado gli altri Paesi capitalistici del mondo. Li abbiamo sentiti elencare tutti, in questo mese di conciliaboli pietosi, dalle labbra del personale dirigente della borghesia francese. Necessità di aumentare la produzione per aumentare il benessere generale: come se il capitalismo avesse di mira la produzione per il soddisfacimento di bisogni reali e non per la realizzazione del profitto; come se il problema non fosse, per converso, quello di eliminare radicalmente una produzione antisociale, parassitaria, non solo inutile ma dannosa. Aumentare la produttività, aumentare lo sforzo di lavoro dell’operaio: e intanto, pesano sulla Francia tre milioni di funzionari statali che non producono nulla, senza contare il numero incalcolabile di fannulloni, mangioni e ruffiani del capitalismo. Si legge sulla stampa che un agricoltore francese nutre col suo lavoro 6 persone mentre un agricoltore americano, a parità di sforzo lavorativo, ne nutre 19; che la produttività nell’industria è 100 contro 180 in Inghilterra e 310 negli S.U.; ma come realizzare il rinnovo degli impianti e dell’attrezzatura industriale e agricola, come aumentare gli investimenti, se la guerra in Indocina e l’amministrazione e la difesa di un impero in sfacelo assorbono ogni giorno miliardi e miliardi? Pieno impiego. Lo si dice nell’atto stesso in cui si propone uno sviluppo della meccanizzazione, che significa immediatamente – ammesso che si faccia (e, come si è visto, non si potrà fare se non in misura ridottissima) – disoccupazione. O che forse il capitalismo francese vorrà tornare al piccone e alla pala invece della spalatrice meccanica, alla sega e alla lima invece della fresatrice?
Alti salari: non è una novità che l’aumento del rendimento del lavoro nell’unità di tempo è, grazie alla meccanizzazione più sopra auspicata, più rapido dell’aumento di salario. Grandi lavori pubblici per migliorare e sviluppare il potenziale del Paese: è una vecchia storia che la politica dei lavori pubblici dà agli operai, al momento della loro esecuzione, un modesto supplemento di potere di acquisto, ma questo è a breve distanza divorato e dall’inflazione e dal ritorno alla disoccupazione, mentre da altra parte le dighe e le centrali elettriche che si vanno costruendo sostituiscono le ore lavorative degli operai con kilowatt-ore e ripropongono il problema dei riflessi della meccanizzazione sul lavoro vivo in regime capitalista. Esportare. È il solito slogan dei governi capitalisti: vendere per procurarsi divise e far fronte ai necessari acquisti di prodotti finiti o di materie prime. Il guaio è che tutti i Paesi vogliono esportare più di quanto importino, mantenere in attivo la bilancia commerciale, e i prodotti francesi non riescono a tenere il passo con la concorrenza di concentrazioni industriali ben più potenti e moderne. Pace e federazione europea. Già, ma come soddisfare gli interessi di settori industriali e commerciali in concorrenza? come conciliare la sopravvivenza dell’arretrata economia francese con la creazione di mercati unici che la più moderna e agguerrita industria tedesca invaderebbe? come eliminare le contraddizioni immanenti nel regime capitalista europeo che impediscono il cosiddetto espandersi liberale delle correnti commerciali? E che fare delle industrie di guerra e dei milioni di operai che ora fabbricano armamenti, o dove impiegare gli altri milioni di proletari che vivacchiano nelle caserme? Liquidazione degli oneri della guerra in Indocina. Ottimo: ma come farlo senza abbandonare quella classica riserva della pirateria colonialista francese, senza per giunta perdere la faccia, senza tirarsi nell’Impero gli Stati Uniti ai quali si vanno mendicando aiuti? Come farlo, proprio ora che il «piano Navarre», tanto solleticante per l’orgoglio militare francese, prevede azioni offensive contro i «ribelli», e quindi una riattivazione della guerra?
Il caos completo, la paralisi totale, il… buio a mezzogiorno. Ma, periodicamente, Marianna scova un geniale ministro – ieri Pinay, oggi Laniel – che promette di risolvere tutto. Non importa che, a distanza di due mesi, si rivelerà, chiaro come il sole, che non risolve e non può risolvere nulla. La barcaccia del regime avrà coperto qualche altro nodo della sua difficile navigazione; l’ordine avrà regnato a Parigi, in attesa che qualche santo – magari Santa Guerra – venga a salvare i naufraghi dal pericolo estremo. La ruota gira, e si è ogni volta al punto di prima.
Il viaggiatore