La guerra è finita: o ripresa internazionale del proletariato rivoluzionario o stabilizzazione sul piano internazionale del regime capitalistico
Dunque, la guerra è finita. Finita «intelligentemente», e poco per volta con quel tanto di gradualità che doveva permettere ai nuovi reggitori del destino dei popoli di predisporre passo passo, mentre ancora il conflitto durava, i programmi e gli strumenti necessari per una pace sicura e manipolare regimi e governi, per prevenire con la forza, con la minaccia o con la diplomazia l’esplosione di conflitti di classe. Finita com’era cominciata, con l’apocalittica minaccia di un’arma segreta, umanitaria, antibellicista, come le armi il cui spettro amava agitare il nazifascismo. Finita, in barba alle più solenni dichiarazioni programmatiche e alla allo spirito di venerabili carte, con una delle più spregiudicate spartizioni del bottino, con uno dei più ferrei atti d’imperio, che la storia recente della civiltà capitalistica ricordi. Finita, per terminare, con l’istituzione, non propriamente conforme allo spirito della democrazia progressista, di un onnipotente direttorio delle Grandi Potenze.
Ma a noi premono, più che questi effetti evidenti di una pace dichiaratamente imperialistica, i suoi aspetti di classe, la conferma luminosa, fin nei particolari meno appariscenti, delle finalità antiproletarie di questo come di qualunque altro conflitto terminato dal seno della grande crisi borghese. Giacché la verifica è che dalla seconda guerra mondiale è uscito vittorioso, più che questo o quel blocco imperialistico, il regime internazionale della dominazione capitalistica, e ne è uscito sconfitto il proletariato. Il capitalismo ha portato a sé politicamente e militarmente la classe operaia attraverso il [parola illeggibile] compiacente dei partiti di essa. Ha condotto a termine la più spaventosa delle guerre moderne senza che profonde fratture politiche si verificassero nella compagine statale di nessun belligerante,e mobilitato le forze proletarie sul piano della guerra, controllandole strettamente affinché non rompano gli argini della legalità borghese e si spostassero su un terreno classe, è riuscito a ottenere che la solidarietà nazionale costituitasi attorno al vessillo della guerra democratica fra proletariato e borghesia si prolungasse oltre i termini del conflitto nella fase di ricostruzione, in virtù proprio di questo successo ha potuto dettare la pace, attraverso il direttorio supremo delle tre maggiori potenze vincitrici, non preoccupandosi né delle promesse fatte solennemente ai popoli nei duri anni della guerra, né degli interessi reali delle classi che le avevano dato un generoso contributo di sudore e sangue.
In tutti i paesi europei, il trapasso dal regime di guerra al regime di pace è così avvenuto sotto lo stretto controllo militare, politico, economico dei vincitori. Era il momento più delicato della vittoria. Bisognava riassorbire nella legalità quel tanto d’illiberalismo che anche i controllatissimi movimenti partigiani recavano nel suo seno; ci si è riusciti con la maniera forte in Grecia, con metodi più morbidi ma non meno efficaci nel Belgio e in Italia. Bisognava operare una rottura fra il vecchio mondo politico fascista e le forze nuove scaturite dal conflitto e ricche pur sempre di incognite nonostante la direzione il controllo di partiti dimostratisi più che fedeli al gioco democratico; ci si è riusciti in tutti i settori successivamente liberati dall’oppressione nazista, anche al costo di mantenere in piedi le più putride e… fasciste istituzioni monarchiche. Bisognava montare le masse, dopo il fervore della guerra democratica, ad un nuovo compito legale; ci si è riusciti in tutti i paesi con la campagna per la risurrezione e con le variopinte battaglie per la costituente.
E mentre si controllava questo graduale trapasso mantenuto nel ritmo lento e metodico di un’operazione di riassetto finanziario, si predicevano quegli strumenti di coercizione che ben più efficacemente di qualsiasi controllo politico avrebbero permesso alle assisi internazionali del capitalismo di mantenersi intatte. Si procedeva all’occupazione militare totale del continente, s’istituiva sulle singole economie nazionali un potente controllo finanziario, si gettavano a San Francisco le basi di una organizzazione internazionale di sicurezza, si affidava il supremo controllo di quest’organizzazione coercitiva a un nucleo ristretto di grandi potenze, e si dava così facoltà a quest’ultime di dettare a loro arbitrio le condizioni non tanto di pace, quanto di vita del travagliato continente europeo. La pace è nata così, pace di classe. E poiché il punto dolente, dal punto di vista di questi interessi storici di classe, era la Germania, non solo perché la più direttamente colpita dalla sconfitta e quindi la più suscettibile di profonde crisi sociali, ma perché strutturalmente destinata a dare un’ossatura alla rivoluzione proletaria europea, la pace ha voluto distruggere in Germania le basi sociali di una seria vittoriosa ripresa operaia; ne ha smembrato, insieme con la grande industria, le masse lavoratrici; ne ha fatto (o voluto farne) una nazione di poveri contadini e di straccioni, fatalmente costretti ad emigrare, a mendicare le briciole del banchetto altrui. Un rigido sistema di tutela si è così venuto costituendo su tutto il mondo in particolare sull’Europa – regime di tutela che ha la sua giustificazione di classe, ma, come abbiamo indicato nell’articolo di fondo del precedente numero, reca in sé delle premesse di nuove, profonde crisi sociali, di nuove, ancor più spaventevoli guerre.
II capitalismo ha cosi cercato di vincere, dopo la guerra, anche la pace. II suo successo immediate è indiscutibile. Ma ogni giorno che passa dimostra come non bastino, superata la crisi profonda generata dalla stessa guerra mondiale, né il controllo politico, né l’occupazione militare, né la supremazia finanziaria. Giganteschi problemi si pongono a questa classe che pretende di stabilizzare il suo dominio sul mondo con mezzi che sono obbiettivamente di guerra. Il dilemma che la pace ha posto è chiaro: o ripresa rivoluzionaria del proletariato su scala internazionale o stabilizzazione internazionale del capitalismo. Ma è altrettanto chiaro che il secondo corno del dilemma significa, a scadenza forse non lontana, una nuova crisi e un nuovo, ancor più sanguinoso macello nella sua brutale crudezza, il dato più certo della «pace».
I sindacati nell’epoca della decadenza imperialistica
E’ ricorso in questo mese il quinto anniversario dell’efferato assassinio di Leone Trotzky, di questo grande rivoluzionario che ha improntato di sé tanta parte della storia della rivoluzione russa (nel 1905 come nel 1917), dei primi anni di vita dello stato proletario e, infine, della lotta internazionale contro le degenerazioni dell’opportunismo funzionaristico e per la ripresa classista e rivoluzionaria della classe operaia. Noi, che non abbiamo mai esitato ad assumere un atteggiamento apertamente critico di fronte alla tesi più caratteristica del trotzkismo, ci inchiniamo oggi davanti a questa grande figura di combattente della battaglia proletaria, e la iscriviamo tra le vittime più deprecate della controrivoluzione centrista, fra i grandi Caduti della rivoluzione comunista.
L’articolo che riproduciamo a commemorazione di Leone Trotzky è stato trovato, in forma di abbozzo incompleto, su suo luogo di lavoro1 e, come tutti gli scritti suoi, offre a chi legge una ricca messa di acute e penetranti riflessioni su uno dei problemi più attuali della tattica rivoluzionaria: l’evoluzione e il moderno significato dei sindacati in regime di decadenza capitalistica. Ma non è su questo terreno che i nostri lettori potranno avvertire il profondo divario fra il pensiero della Sinistra italiana e quello del trotzkismo. Esso va cercato nel problema centrale della tattica del partito comunista, nell’accettazione da parte di Trotzky delle parole d’ordine del fronte unico politico in determinate circostanze (che vanno, come nel ‘21, dalla conclamata necessità di estendere l’influenza del partito sulle grandi masse alla conclamata necessità di far blocco con qualunque formazione politica a base operaia contro la minaccia di moti reazionari di destra, come nel ‘32-33 tedesco) e nel rifiuto da parte della Sinistra italiana di accettarla in qualsiasi contingenza., fosse pure all’estrema contingenza della difesa degli organismi autonomi della classe dai colpi bestiali della reazione.
Questa nostra posizione, già netta nei primi anni di vita del Partito, è stata vieppiù avvalorata e irrigidita dall’esperienza delle sconfitte proletarie, del ruolo sempre più decisamente opportunistico dei partiti di collaborazione, e della sperimentata abilità dei governi borghesi a irretire nelle maglie del compromesso qualunque partito e movimento proletario sacrifichi a presente “opportunità tattiche” la sostanza profonda della sua ideologia. I fatti hanno dimostrato che i partiti opportunisti non solo inceppano la marcia ascendente del proletariato rivoluzionario, ma ne pregiudicano anche la difesa, agendo da freno e da elemento di confusione ideologica nella fase più delicata della resistenza operaia all’offensiva capitalistica. Perciò l’esperienza Korniloff è per noi superata quand’anche non l’avesse resa inattuale la profonda diversità della situazione storica della Russia del 1917 e dell’occidente europeo ai nostri giorni.
La tendenza bloccarda doveva riaffiorare d’altronde, in Trotzky, anche nella teoria e nella parola d’ordine della difesa della patria socialista – teoria e parola d’ordine che implicavano un giudizio troppo incerto sullo stato attuale dell’URSS e un pericoloso sdrucciolamento verso quella posizione del “salvare il salvabile” ch’è una delle matrici dell’opportunismo: teoria e parola d’ordine che venivano praticamente a giustificare, prima ancora dello scoppio del conflitto mondiale, il passaggio del proletariato rivoluzionario all’accettazione della guerra, sia pure della guerra democratica a rincalzo e protezione del cosiddetto stato operaio, e l’abbandono delle posizione di classe in nome dei presunti interessi superiori.
Non diversa fu l’origine di tutto ciò che ci ha diviso da Trotzky: la tattica dell’ingresso dei militanti della IV internazionale nei partiti socialisti, la stessa costituzione della IV Internazionale su basi ideologiche non sufficientemente chiare e attraverso combinazioni fallaci di gruppi eterogenei, la rapidità degli spostamenti da sinistra e destra e viceversa sotto l’impero dei fatti più che di una salda impostazione teorica, la funzione di centro – insomma – del trotzkismo in questa fase storica che esige dal partito di classe la più energica e rigorosa autonomia di fronte alle manovre della conservazione borghese.
Per tutto questo noi abbiamo respinto e respingiamo la qualifica di trotzkisti, mentre, contro la delittuosa campagna di denigrazione condotta dal centrismo e il complice silenzio dei socialisti di tutto il mondo, rivendichiamo a Leone Trotzky il grande posto che merita nella storia della lotta del proletariato russo e mondiale sulla via seminata di triboli della conquista rivoluzionaria del potere.
Vi è una linea comune nello sviluppo, o più esattamente nella degenerazione, delle moderne organizzazioni sindacali in tutto il mondo: e consiste nel loro tendere nascostamente verso lo Stato ed unirsi ad esso. Il processo è egualmente caratteristico dei sindacati neutrali, socialdemocratici,comunisti ed «anarchici». Questo fatto mostra soltanto che la tendenza verso la «unione allo Stato» è intrinseca non di questa o quella dottrina come tale, ma deriva dalle condizioni sociali comuni a tutti i tipi di sindacati.
Il capitalismo monopolistico poggia non sulla concorrenza o sulla libera iniziativa privata, sulla centralizzazione. Le cricche capitalistiche alla testa di potenti trusts, sindacati industriali, consorzi bancari ecc., guardano alla vita economica da altezze molto simili a quelle dalle quali la guarda lo Stato, e ad ogni passo hanno bisogno della sua collaborazione. A loro volta i sindacati operai nelle più importanti branche dell’industria si trovano privati della possibilità di profittare della concorrenza tra differenti imprese. Essi debbono affrontare un nemico capitalista centralizzato, intimamente legato con lo Stato. Di qui deriva l’esigenza per i sindacati operai – nella misura in cui poggiano su una posizione riformistica e cioè su una posizione di adattamento al regime della proprietà privata – adattarsi allo Stato capitalistico di lottare per cooperezione. Agli occhi della burocrazia movimento sindacale il compito principale consiste nel «liberare» lo Stato dall’abbraccio del capitalismo, nell’indebolire la sua dipendenza dai trusts nello spingerlo dalla loro parte. Questa posizione è in completa armonia con la posizione sociale dell’aristocrazia del lavoro e della burocrazia del lavoro, che lottano per le briciole nella spartizione dei sopraprofitti del capitalismo imperialistico. I burocrati del lavoro si agitano in parole ed in azioni per dimostrare allo State «democratico» quanto essi siano utili e indispensabili in tempo di pace e specialmente in tempo di guerra. Nel trasformare i sindacati in organi dello Stato, il fascismo non inventa nulla di nuovo; esso spinge semplicemente elle sue estreme conclusioni le tendenze implicite nell’imperialismo..
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Da quanto precede, sembra a prima vista facile trarre la conclusione che i sindacati cessino di essere sindacati operai nell’epoca imperialistica. Essi non lasciano quasi alcun luogo per la democrazia operaia, che, nel buon tempo passato, quando sindacati liberi governavano il campo economico, costituiva il contenuto della vita interna delle organizzazioni del lavoro. In assenza della democrazia operaia non vi può essere nessun libero sforzo per influenzare la massa dei membri dei sindacati. Ed a causa do ciò scompare il principale campo di lavoro per i rivoluzionari all’interno dei sindacati.
Una simile posizione, tuttavia, sarebbe intimamente falsa.
Noi non possiamo scegliere il campo e le condizioni della nostra attività seguendo i nostri personali gusti e avversioni. Lottare per l’influenza sulle masse lavoratrici è infinitamente più difficile in uno Stato totalitario o semi-totalitario che in un ordinamento democratico. Una osservazione quasi identica si adatta anche ai sindacati, la cui sorte riflette i cambiamenti verificatisi nel destino degli Stati capitalistici. Noi non possiamo rinunciare allo sforzo per acquistare influenza sugli operai in Germania semplicemente perché il regime totalitario rende questo lavoro estremamente difficile in quel paese.
In maniera tutt’affatto identica, noi non possiamo rinunciare allo sforzo nell’interno delle organizzazioni coatte del lavoro create dal fascismo. Meno ancora noi possiamo rinunziare a un sistematico lavoro interno nei sindacati di tipo totalitario o semi-totalitario semplicemente perché essi dipendono direttamente o indirettamente dallo Stato degli operai o perché la burocrazia priva i rivoluzionari della possibilità di lavorare direttamente all’interno di quei sindacati.
Uno sforzo deve essere condotto in tutte quelle concrete condizioni che sono state create dai precedenti sviluppi, compresi gli errori della classe operaia e i tradimenti dei suoi capi.
Nei paesi fascisti o semi-fascisti è impossibile condurre un lavoro rivoluzionario che non sia sotterraneo, illegale, cospirativo. All’interno dei sindacati totalitari è impossibile o press’a poco impossibile condurre un lavoro che non sia cospirativo. E’ necessario adattare noi stessi alle concrete condizioni esistenti nei sindacati di ogni dato paese allo scopo di mobilitare le masse non soltanto contro la borghesia, ma anche contro il regime totalitario all’interno degli stessi sindacati e contro i capi che rafforzano questo regime. La prima parola d’ordine per questa lotta è: COMPLETA INCONDIZIONATA INDIPENDENZA SINDACATI NEI CONFRONTI DELLO STATO CAPITALISTICO. Ciò significa sforzo di far diventare i sindacati organi delle larghe masse sfruttate non organi di una aristocrazia operaia.
La seconda parola d’ordine è: DEMOCRAZIA SINDACALE. Questa seconda parola d’ordine deriva direttamente dalla prima e presuppone per la sua realizzazione la completa libertà dei sindacati dallo Stato imperialistico e coloniale.
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In altre parole, sindacati nell’epoca presente non possono essere semplicemente gli organi della democrazia come erano nell’epoca del capitalismo liberale, e non possono più a lungo rimanere politicamente neutrali, cioè limitarsi a servire i quotidiani bisogni della classe lavoratrice. Non possono più a lungo essere anarchici, e cioè ignorare la decisiva influenza dello Stato sulla vita dei popoli e delle classi. Non possono più a lungo essere riformisti, perché le condizioni obbiettive non lasciano più luogo per riforme serie e durevoli. I sindacati del nostro tempo possono o servire come strumenti secondari del capitalismo imperialistico per subordinare e disciplinare i lavoratori e per impedire la rivoluzione, ovvero, al contrario, diventare gli strumenti del movimento rivoluzionario del proletariato.
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La neutralità dei sindacati è completamente e irrimediabilmente una cosa del passato, morta insieme alla libera democrazia borghese.
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Da quel che si è detto, risulta in maniera tutt’affatto chiara che, nonostante la progressiva degenerazione dei sindacati ed il loro fondersi con lo Stato imperialistico, il lavoro all’interno dei sindacati non soltanto non perde nulla della sua importanza, ma rimane come prima e diventa in certo senso ancor più un lavoro importante per ogni partito rivoluzionario. II compito specifico è in definitiva essenzialmente la lotta per guadagnare influenza sulla classe lavoratrice. Ogni organizzazione, ogni partito, ogni frazione che si permetta una posizione ultimatistica nei confronti dei sindacati, e che cioè, a ben vedere, volti le spalle alla classe lavoratrice, semplicemente a causa dello scontento che suscitano le sue organizzazioni, ogni simile organizzazione è destinata a perire. E bisogna ben dire che merita di perire..
Il capitalismo monopolistico e i sindacati
Il capitalismo monopolistico è destinato a sempre meno conciliarsi con l’indipendenza dei sindacati. Esso si aspetta dalla burocrazia riformista e dalla aristocrazia operaia, le quali raccolgono le briciole dei suoi banchetti, che si vadano trasformando nella sua polizia politica davanti agli occhi della classe lavoratrice. Se non si ottiene ciò, la burocrazia del lavoro è cacciata via e sostituita con i fascisti. Incidentalmente, tutti gli sforzi della aristocrazia del lavoro a servizio dell’imperialismo, non possono alla lunga salvarla dalla distruzione.
L’intensificazione del contrasto delle classi all’interno di ciascun paese, l’intensificazione degli antagonismi tra un paese e l’altro, producono una situazione in cui il capitalismo imperialistico può tollerare, naturalmente per un certo tempo, una burocrazia riformista solo se questa serve direttamente quale piccola ma attiva azionista delle sue imprese imperialistiche, dei suoi piani e programmi sia all’interno del paese che sull’arena mondiale. Il social-riformismo deve via via trasformarsi in social-imperialismo per prolungare la sua esistenza, ma soltanto per prolungarla, e nulla più. Perché questa è una strada senza uscita.
Significa questo che nell’epoca dell’imperialismo sono generalmente impossibili sindacati indipendenti? Sarebbe fondamentalmente scorretto porre la questione in questi termini. Sono impossibili i sindacati rivoluzionari, che non solo non sono azionisti della politica imperialistica, ma che pongono come loro obiettivo diretto il rovesciamento dell’ordine capitalistico. Nell’epoca della decadenza i sindacati possono essere realmente indipendenti soltanto a condizione che siano consci di essere, in azione, gli organi della rivoluzione proletaria.
Nel movimento sindacale in tutto il mondo vi è da osservare nell’utimo periodo una tendenza a destra e la soppressione della democrazia interna. Nell’Inghilterra il movimento di minoranza nei sindacati è stato schiacciato (non senza l’assistenza di Mosca): i capi del movimento sindacale sono oggi, specialmente nel campo della politica estera, gli agenti obbedienti del partito conservatore. In Francia non vi era luogo per una esistenza indipendente per i sindacati stalinisti; essi si unirono con i sindacati cosiddetti anarco-sindacalisti sotto la guida di Jouhaux e come risultato di questa unificazione vi fu una generale scivolata del movimento sindacale non a sinistra ma a destra. La direzione della CGT è la più aperta e diretta agenzia del capitalismo imperialistico francese.
Negli Stati Uniti movimento sindacale è passato attraverso la più tempestosa storia nei recenti anni. La nascita del CIO, è una incontrovertibile prova delle tendenze rivoluzionarie nelle masse lavoratrici. Significativo e degno di nota al più alto grado è, tuttavia, il fatto che la nuova organizzazione sindacale «di sinistra» era appena stata fondata che cadde nel ferreo abbraccio dello Stato imperialistico. La lotta nelle alte sfere fra la vecchia Federazione e la nuova è riducibile in larga misura alla lotta per la simpatia e l’appoggio di Roosevelt e del suo gabinetto.
Negli Stati Uniti, il Dipartimento del Lavoro con la sua burocrazia di sinistra ha come compito la subordinazione del movimento sindacale allo Stato democratico: bisogna dire che questo compito è stato sinora assolto con un certo successo.
La nazionalizzazione delle ferrovie e dei giacimenti petroliferi nel Messico certamente non ha nulla in comune col socialismo. Essa rappresenta, in un paese arretrato, una misura del capitalismo, che, in questo modo, cerca di difendere se stesso, da una parte contro l’imperialismo straniero, e dall’altra contro il suo stesso proletariato. La gestione delle ferrovie, giacimenti petroliferi ecc. attraverso le organizzazioni del lavoro non ha nulla in comune con il controllo operaio sulle industrie, perché, a considerare l’essenza dei fatti, la gestione viene effettuata attraverso la burocrazia del lavoro, che mentre è indipendente dagli operai, è al contrario completamente soggetta alla borghesia.
Questa manovra della classe al potere ha l’intento di disciplinare la classe lavoratrice, rendendola più produttiva a vantaggio dei comuni interessi dello Stato, interessi che, superficialmente, sembrano confondersi con quelli della stessa classe operala. In linea di fatto, il proposito della borghesia consiste nel liquidare i sindacati quali organi della lotta di classe, e nel sostituire ad essi la burocrazia sindacale come organo del comando dello Stato borghese sugli operai. In queste condizioni, il compito dell’avanguardia rivoluzionaria è quello di condurre una lotta per la completa indipendenza dei sindacati e per l’introduzione di un effettivo controllo operaio sulla attuale burocrazia sindacale, che è stata trasformata nell’amministrazione delle ferrovie, imprese petrolifere e così via…
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I sindacati democratici nel vecchio senso della parola, corpi in cui nell’ossatura di una medesima organizzazione di massa lottavano più o meno liberamente tendenze differenti, non possono ulteriormente esistere.
Proprio come è impossibile ripristinare lo Stato democratico-borghese, così è impossibile ripristinare la vecchia democrazia operaia. Il destino dell’una riflette il destino dell’altro. In linea di fatto, l’indipendenza dei sindacati in senso classista, nelle loro relazioni con lo Stato borghese, può, nelle attuali condizioni, esser assicurata soltanto da una guida completamente rivoluzionaria, e cioè, dalla guida della IV Internazionale. Questa guida, naturalmente, deve e può essere razionale e assicurare ai sindacati il massimo di democrazia concepibile nelle attuali effettive condizioni. Ma senza la guida politica della IV Internazionale l’indipendenza dei sindacati è impossibile.
Leone Trotzky