Partidul Comunist Internațional

Battaglia Comunista 1948/II/17

Continuità di un atteggiamento di fronte ai sindacati

È stato più volte messo in rilievo su queste colonne il carattere reazionario dell’attuale movimento sindacale e di fabbrica il quale risulta anche più chiaro se lo si raffronta con la spinta rivoluzionaria delle masse italiane degli anni 1919-1920. Il raffronto che qui si vuol fare non vuol essere però una esaltazione di tutto ciò che fu fatto in campo sindacale nell’altro dopoguerra, ma servirà unicamente a porre in luce la coerente impostazione per la lotta classista e rivoluzionaria delle masse organizzate o no nei sindacati, data dalla sinistra comunista italiana dalla conferenza di Imola e dal Congresso di Livorno fino ad oggi.

Tutto il movimento delle masse nell’altro dopoguerra era caratterizzato da una spinta verso la realizzazione di un Ottobre italiano. Ma, se questo era lo spirito e la volontà delle masse, avevano esse chiara coscienza dei mezzi che sarebbero occorsi per una simile realizzazione? Evidentemente no. A spiegare la sconfitta subita dalle masse operaie italiane nel settembre 1920 non basta il tradimento di Buozzi, dei confederali, dei riformisti e dei massimalisti del partito socialista italiano; occorre mettere in rilievo che anche quella larghissima parte di militanti che ispiravano la loro azione alle teorie dell’Ordine Nuovo e che un anno dopo confluirono nelle file del Partito Comunista d’Italia, vi ebbero la loro parte di responsabilità, e forse la più grave. Nei momenti più difficili della lotta del proletariato, in cui la frazione astensionista poneva concretamente il problema della necessità del partito di classe come condizione primaria e indispensabile per l’esito vittorioso dell’Ottobre rivoluzionario del proletariato, gli «ordinovisti», pur scagliando anatemi contro la direzione del partito socialista e della Confederazione generale del lavoro, che praticamente formavano un’anima e un corpo solo, puntavano su di una impossibile funzione direttiva del moto operaio affidata ai Consigli di fabbrica – che fra l’altro non erano ancora soviet – e, al posto della lotta contro l’impalcatura dello stato, reclamavano da esso l’esercizio del controllo operaio sulla produzione – dimostratosi, come sarà sempre, incompatibile con le leggi e il dominio dello sfruttamento capitalista.

La sinistra comunista fu sola allora a battersi per la costituzione del patito di classe, non solo contro i capi socialdemocratici traditori, ma anche contro la corrente operaista dell’Ordinovismo. I consigli di fabbrica del 1920 avrebbero potuto essere ottimi organi di massa del proletariato in lotta per la sua emancipazione solo alla condizione che avessero superato ogni concezione operaista e corporativa che si fossero trasformati in soviet estesi al di fuori delle fabbriche in tutto il paese, e soprattutto che la loro azione fosse stata guidata e coordinata dal partito di classe in lotta per la rivoluzione comunista.

Per queste nozioni fondamentali si è battuta la sinistra comunista italiana nell’altro dopoguerra, e se la correttezza della sua azione che condusse alla costituzione del partito di classe avvenne troppo tardi, cioè nella situazione di declino della prima ondata rivoluzionaria, non ne porta certamente essa la responsabilità.

Come affrontò la nuova situazione il partito diretto dalla sinistra? Sul piano della lotta sindacale, che è quello che qui ci interessa, l’iniziativa, presa nell’estate 1922, cioè in una particolare situazione di attacco capitalista, per l’unione di tutte le forze organizzate nei tre sindacati allora esistenti sotto la guida unica dell’Alleanza del Lavoro, mirava ad organizzare la resistenza e l’attacco contro l’offensiva borghese scatenatasi violenta contro le istituzioni del proletariato come il preludio al cambio della guardia della marcia su Roma.

Se quell’iniziativa non assolse totalmente al suo compito lo si deve al fatto che la situazione era già gravemente pregiudicata, e soprattutto alla influenza nefasta che malgrado tutto ancora esercitava la socialdemocrazia riformista. Ciò non toglie che in quella situazione ai compiti che si ponevano alla classe il partito comunista seppe dare la giusta soluzione consistente nel rigettare ogni compromesso con le forze democratiche che si sforzavano (e purtroppo ci riuscirono) di deviare il proletariato dal cammino di classe e condurlo alla lotta per la difesa della democrazia «minacciata» dal fascismo, proprio nel momento in cui questo poteva essere battuto solo nella misura che la classe operaia, sotto la guida del suo partito, avesse impegnato la lotta per l’abbattimento della democrazia e del capitalismo.

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Il partito comunista internazionalista, erede e continuatore del partito uscito da Livorno, facendo suo lo spirito di quella esperienza, come non partecipò con le sue forze alla cosidetta guerra di liberazione nazionale, rifiutò di riconoscere nella Confederazione generale del Lavoro ricostituitosi nel corso della guerra, l’organo di difesa degli interessi operai non solo in quanto uno dei pilastri maggiori a sostegno della stessa guerra ma anche perché strumento di ricostruzione e consolidamento dell’economia e dello stato capitalista.

Le esperienze da essa promosse sorpassano di mille lunghezze le manovre ritardatarie riformistiche di tutti gli organismi di massa dell’altro dopo guerra. Commissioni interne, Consigli di Gestione ed ogni altro Comitato di fabbrica, non solo non sono oggi organi di difesa e attacco del proletariato contro il suo nemico di classe, ma, per l’ideologia ricostruzionistica che li domina, si sono dimostrati essere validissimi organi di ricostruzione borghese.

Il nostro partito, che ripudia la posizione per cui sia possibile conquistare la cittadella nemica operando dal suo interno, non si è posto, né si pone il problema di conquistare maggioranze nelle Commissioni e nei sindacati per ricordarli a specifiche funzioni di classe. Né il partito si batte nelle fabbriche e nei sindacati per una ipotetica quanto impossibile ricostruzione di un sindacato di classe; il sindacato è storicamente conservatore. Il partito, come si è battuto nella fase più acuta della guerra per di liberazione al fine di suscitare nelle fabbriche e fuori di esse, comitati di lotta contro la guerra comunque essa si manifestasse, come si è battuto contro ogni politica di rinunce, oggi si batte nelle fabbriche e nei sindacati e fuori di entrambi, nelle strade, per la costruzione e il potenziamento di una frazione che solo per facilità di espressione chiameremo sindacale, allo scopo di suscitare negli operai la coscienza della necessità di un ritorno alla lotta di classe estendendo questa nozione fino alla distruzione di tutti i cardini della economia e dello stato capitalista, tra i quali vanno annoverati commissioni interne, consigli di gestione e l’organo che li controlla, il sindacato della confederazione del lavoro.

Nello sviluppare e potenziare questo lavoro di propaganda e di costruzione, il partito non fa ricorso ad ibride alleanze con correnti di pseudo-opposizione alla politica sindacale dei grandi partiti di massa, né propugna il sorgere di comitati d’agitazione che in nessun modo possono sostituire il ruolo del partito di classe. Il partito interviene a mezzo della sua frazione nelle lotte del proletariato con piena autonomia di mezzi e di parole d’ordine là dove le masse sfuggono – come recenti esperienze lo dimostrano – al controllo delle organizzazioni sindacali e intende la direzione del movimento inquadrandolo unicamente sul binario che conduce verso la distruzione del sistema della guerra e della ricostruzione nazionale.

In situazioni nuove ove i rapporti di forze sul piano nazionale e internazionale sono profondamente mutati, e la concentrazione capitalistica getta i suoi tentacoli da piovra sulle coscienze degli individui e delle organizzazioni, il congresso nazionale del nostro partito riafferma, traducendoli in nozioni di indirizzo pratico, i principi essenziali di Imola e Livorno.

M. L.