Lo stalinismo, argine contro l'avanguardia rivoluzionaria
Il partito nazionalcomunista si presenta sulla scena politica attuale come il più acerrimo nemico della democrazia cristiana e dei partiti minori che con essa si trovano alla direzione dello stato, volendo far credere che alla base dell’avversione ch’esso nutre per i suddetti partiti vi sia un amore sviscerato per la democrazia, che gli altri quotidianamente calpesterebbero. Va subito notato però che dalla palude democristiana e dagli stessi banchi del governo si levano voci concordi a denunciare l’antidemocrazia e il totalitarismo antioperaio che anima la politica dei partiti cosiddetti di sinistra; per cui, se qualcuno dovesse scegliere fra i due blocchi di partiti apparentemente in opposizione, limitatamente al contenuto democratico dell’uno o dell’altro blocco, si troverebbe fortemente imbarazzato soprattutto perché atti di estrema violenza e stupefacenti dichiarazioni democratiche si possono registrare da entrambe le parti. Comunque, non è questo che ci interessa e cioè di sapere se sono più democratici Togliatti e Secchia o De Gasperi e Scelba, ma di indicare che da entrambe le parti si persegue una sola finalità, soggiogare alla ignominiosa catena dello sfruttamento capitalistico le masse operaie e imbavagliare ― assumendo questo infame compito il cosiddetto schieramento di sinistra ― la forza politica per quanto esigua che denuncia la manovra del blocco democratico richiamando i proletari al loro compito di classe sfruttata.
Quanto è avvenuto il 12 c.m. a Sesto San Giovanni rientra nello spirito di detta manovra. Nella mattinata del giorno succitato dovevano aver luogo a Sesto quattro comizi: il più volte rinnegato P. Secchia doveva parlare alla popolazione sulla piazza del Rondò; in tre cinema differenti e alla medesima ora altri tre oratori, uno democristiano, uno socialista e per noi il comp. Damen.
Occorre tener presente che il giorno precedente si erano iniziati alla sede di Sesto i lavori del Congresso giovanile nazionalcomunista e che durante quella giornata la ributtante figura di Pietro Secchia ha avuto modo di cucinare un paio di dozzine di giovani al fuoco delle più infami menzogne preparandoli spiritualmente a eseguire in perfetto stile fascista una azione degna delle più scellerate squadre nere. E l’azione si scatenò non certo contro il comizio democristiano (che del resto era ben protetto dalla polizia) e nemmeno contro quello socialista, ma contro quello internazionalista che venne sciolto colla violenza esercitata soprattutto sul comp. Damen e qualche altro compagno.
In quella surriscaldata mattina, nazionalcomunisti, democristiani e socialisti hanno quindi potuto parlare, ipnotizzare e avvelenare, se ancora ve ne fosse bisogno, la coscienza della popolazione lavoratrice di Sesto, ma a quella forza politica che noi siamo , che si è assunta l’oneroso compito di denunciare i tradimenti a catena che si perpetrano ai danni della classe lavoratrice, e di aiutare i cervelli proletari a liberarsi dall’imbottitura di cui sono vittime, e che si proponeva, mentre Secchia snocciolava le sue menzogne, di dire delle grandi e semplici ed elementari verità mettendo a nudo il contenuto reazionario e capitalista del piano della C.G.L., si doveva impedire di parlare. Una sola, anche se piccola verità contro l’enormità di menzogne dette a Sesto in quel giorno non doveva essere espressa, per cui mentre democristiani e socialisti tenevano tranquillamente i loro tornei, il palcoscenico del cinema Italia veniva invaso da una ventina di giovani politicamente pervertiti che impedirono lo svolgimento dell’iniziato comizio. Quei giovani, indubbiamente ingannati, disonorano il nome e la tradizione della Federazione Giovanile Comunista. Chi scrive, trent’anni fa era un giovane comunista e ne sa qualche cosa.
Qui però occorre mettere in tutta evidenza che la gravità dell’episodio non risiede nel fatto che tre o quattro persone siano state oggetto della violenza di una ventina di analfabeti politici, cosa che ha un’importanza affatto secondaria, ma in ciò che l’avvenimento chiaramente indica, cioè che il compito di tappare la bocca ai rivoluzionari per ora è affidato non alla polizia ma ad una forza ausiliaria dello stato stesso, il partito dei rinnegati Togliatti, Secchia, Longo e consorti.. Il gioco delle parti va rispettato, e in ciò i succitati messeri sono maestri per tradizione. Longo in Spagna ha fatto un tirocinio di cui ora sa trarre tutto il profitto. Ed il gioco è presto spiegato. Se Scelba è il boia, i farisaici capi nazionalcomunisti sono i suoi aiutanti: le agitazioni di cui di volta in volta sono protagonisti determinati contingenti di proletari ne sono la più chiara dimostrazione. Ma se nel compito di sviare, frenare ed in ultimo uccidere i proletari occorrono oltre al boia anche gli aiutanti, nella lotta contro di noi gli assistenti si trasformano in boia poiché ad essi, ai nazionalcomunisti, è riservato l’onore di denigrare e diffamare i rivoluzionari e usare contro di essi la violenza. Questo compito nella storia è sempre stato riservato ai socialtraditori.
Carlo Liebknecht prima di essere imprigionato dalla polizia di Guglielmo fu sputacchiato al Reichstag dai socialisti divenuti socialtraditori.
Lenin fu considerato dai menscevichi di tutta Europa un agente dell’imperialismo tedesco solo perché proclamava che gli operai russi non dovessero risparmiare nella rivoluzione coloro che li avevano traditi per molti anni.
Noi siamo considerati dai giovani pervertiti di domenica 12 c.m. e dai loro ispiratori dei venduti perché affermiamo che il piano d’investimenti propugnato dalla CGIL serve solo al consolidamento del regime capitalistico, e come tale fu combattuto da Carlo Marx nientemeno che nel 1848.
Sono queste, evidentemente, ironie della storia, ma questa stessa storia sprizzerà ironia da tutti i pori il giorno in cui i giovani di Sesto, allora forse un pochino più adulti anche da un punto di vista marxista daranno la meritata lezione al Signor Pietro Secchia, traditori di tutti i tempi, sotto la guida di coloro e di quel partito che è oggi bersaglio prediletto della burocrazia staliniana.
Sarà, quello, il giorno in cui, come disse Marx, le masse operaie marceranno all’assalto del cielo e le serpi tipo Secchia sprofonderanno nelle paludi.
Far investire gli ignudi
Crisi, miseria, disoccupazione.
Colpa del governo, che ha a sua disposizione una ricetta tanto semplice e non la vuole applicare: l’investimento.
Qui, tutta la politica e l’economia politica dei formidabili partiti che in Italia „rappresentano le classi operaie”.
Investi, governo ladro! Ma quale governo? Quello che essi stessi hanno portato al potere nell’orgia antifascista e nel tripudio di benvenuto alle armate occidentali. E perché tal governo non vorrebbe investire? Semplice: per far piacere alle classi proletarie e monopolistiche! E come si può dare a tali classi il dispiacere di un investimento su larga scala, di una aumentata produttività e ricchezza nazionale? Ancora più semplice: votando contro i democristiani e mandando al governo socialisti dell’Avanti! e comunisti dell’Unità.
Le classi dominanti italiane e i loro signori di oltre frontiera possono sul serio gioire, se la preparazione politica della classe proletaria si è disciolta nel basso bigottismo e nella vieta superstizione che da quei partiti e giornali viene diffusa. Addosso a chi si permetta di dubitare che azione operaia e socialismo non consistano nelle consegne di costoro: Democrazia! Popolo! Unità! Pace! Produzione! Investimento di capitale!
Ieri
Investimento… chi era costui? Ne avevamo sentito parlare ai tempi in cui i partiti non erano tanto grandi e potenti, ovvero si tratta di una novità in esclusiva, come resistenzialismo o la samba?
Si investe quando si trasforma danaro in capitale. Nel roseo mondo borghese chi ha ricchezza di troppo, chi ha accumulato tanto denaro che non riesce a consumarlo, per formidabile che sia il suo appetito e la sua capacità di assoldare mammiferi di lusso pagandosi l’uso di quelle „forze di lavoro le quali non possono essere impiegate affatto, oppure soltanto in prestazioni personali mercenarie, spesso anche infami”, che fa? Investe!
Compra macchine, compra uno stabilimento, compra materie prime, compra forze di lavoro operaie adoperabili e produttive, vende i nuovi prodotti, realizza altri profitti, forma altro capitale, che investirà ulteriormente. Passa con ciò dalla bolgia dei peccatori al rango dei benemeriti della società e della produzione nazionale. Non sapevamo tuttavia che ricevesse un diploma dalla confederazione del lavoro. Nella nostra semplicità di un tempo arrivavamo a capire questo: sei troppo ricco? investi. Oggi insegnano nelle università economiche, di cui Magnifico Rettore è Di Vittorio: sei troppo povero? Non guadagni nulla? Investi, pezzo di fesso.
Abbiamo già cominciato a virgolare parole di don Carlo; seguitiamo a spigolare quel capitolino sulla trasformazione del plusvalore in capitale. Più su delle classi elementari non ci fu dato di andare, signor Rettore.
„In precedenza, si è dovuto considerare come il plusvalore nasce dal capitale; ora bisogna considerare come il capitale nasce dal plusvalore”. Quando invece di consumare il plusvalore nell’appagamento dei propri bisogni, lo si investe come capitale, si forma un nuovo capitale che si aggiunge all’antico. „Dire impiego del plusvalore come capitale, ossia riconversione del plusvalore in capitale, è dire accumulazione del capitale”.
Investimento vale accumulazione, dunque.
Accumulazione, accumulazione, ci siamo, sempre con queste scoperte di Marx, oggi che disponiamo dell’alta scuola confederale! Timidamente proviamo a scusarci con i grossi calibri dell’economia divittoriesca: scusate professò ma stammatina me sento un pochettino bass’ì voce… Non era nemmeno una scoperta di don Carlo, che cita il suo cordiale nemico Malthus – Definitions in Political Economy. London 1827 (puah…)-: Accumulazione del capitale: impiego di una parte del reddito come capitale… Conversione di reddito in capitale.
Investire significa dunque aggiungere alla facoltà che hanno i borghesi di un paese di sfruttare la classe operaia, una ulteriore facoltà di farlo. Marx nelle pagine cui ci riferiamo imposta il trapasso, seguito dalle storiche polemiche sull’accumulazione e circolazione generale dei capitali, tra il guadagno in un certo ciclo di produzione capitalistica, e la organizzazione di un ciclo ulteriore e allargato. Dalla vendita dei suoi prodotti sul mercato il capitalista ha ricavato un margine, oltre quanto aveva anticipato in macchine e materie da un lato, e in salari dall’altro. Tale margine, il plusvalore, sta nel suo pugno prima come parte di prodotti, poi come danaro ricavato in più. Per farne nuovo capitale produttivo bisogna che sul mercato si possa trasformarlo in mezzi di produzione: operai salariabili, sussistenze per gli stessi, macchine e materie prime; bisogna che il mercato assorba i nuovi prodotti.
Mussolini pretendeva di avere il tutto tra il Carnaro e il Lilibeo; Di Vittorio non dispone che di un solo elemento: due milioni di disoccupati.
Del grande problema del „quadro economico” capitalistico che abbraccia tutto il mondo moderno, ci bastano qui i dati fondamentali. Tutti gli scambi del complesso ciclo rispettano le leggi della equa circolazione mercantile, e tuttavia tutto il capitale nella sua massa vi si genera come lavoro rubato.
La campagna per l’accumulazione e l’investimento è campagna per lo sfruttamento del lavoratore. Di qui non si scappa (neanche con una laurea di quella tal facoltà).
„Se il capitale addizionale occupa il suo stesso produttore, bisogna che questi, primo, continui a valorizzare il capitale originario e, secondo, riacquisti il frutto del suo lavoro precedente con più lavoro di quanto sia costato. Considerata come transazione fra la classe dei capitalista e la classe degli operai, la cosa non cambia per nulla se, col lavoro non retribuito degli operai finora occupati, si impiegano operai addizionali. Il capitalista può anche convertire il capitale addizionale in una macchina che getterà sul lastrico il produttore del capitale addizionale e lo sostituirà con un paio di fanciulli”.
Marx applica qui la teoria del plusvalore a svelare l’inganno della scuola economica borghese, secondo cui il capitalista „investendo” compie una funzione sociale utile poiché, secondo la espressione volgare, dà damangiare ad altri lavoratori senza impiego.
„La proprietà di lavoro passato non retribuito appare ora come l’unica condizione dell’appropriazione presente di lavoro vivo non retribuito in misura sempre crescente. Più il capitalista accumula, più è in grado di accumulare”.
La confutazione delle teorie degli economisti del capitale sulla „astinenza” e sul „fondo salari” si possono bene leggere oggi come confutazione dei piani produttivisti degli organizzatori (!!) operai di oggi, anno giubilare 1950.
Smith e Ricardo vollero far credere che tutta la parte del reddito che il capitalista si „astiene” dal consumare di persona, e che „aggiunge al capitale” ossia che investe, viene consumata da lavoratori produttivi, ossia viene tutta trasformata in salari. Il capitalista, quelli argomentano, che accumula investendo tutto quel che guadagna – facendo una vita austera, oggi si direbbe alla Cripps – compra materie prime e sussistenze che hanno dovuto essere prodotte da altri operai e quindi tutto il suo profitto alla fine del giro è divenuto reddito di operai. Marx distrugge questo sofisma dalle radici. Col guadagno investito non si compra che in parte forza di lavoro, il resto è maggiore capitale costante, stabilimenti officine macchine e materie da lavorare, che non entrano nel consumo degli operai né del capitalista, benvero aumentano la dotazione il privilegio e la forza di dominio della classe capitalistica, che ne ha il monopolio.
„Del resto, si capisce da sé che l’economia politica non si sia peritata di sfruttare nell’interesse della classe capitalistica la tesi di A. Smith che l’intera parte del prodotto netto convertita in capitale viene consumata dalla classe lavoratrice”.
E si capisce facilmente perché la Confederazione trova i professori.
Marx dice di più. Nel corso dell’accumulazione il capitale costante si rinnova in nuove forme tecniche più progredite, con maggior impiego di forza motrice e rendimento di processi industriali. Cresce la massa del capitale, cresce quella del plusvalore, ma a dati svolti l’impiego di personale può non crescere, e diminuire, poiché la quota del capitale variabile diminuisce rispetto a quella del moderno capitale costante, formato da impianti e stocks formidabili di materiali.
Investire vuoi dire in tutti i casi crescere la potenza di classe del capitale. Ma non in tutti i casi vuoi dire sicuramente crescere l’impiego di manodopera e lottare contro la disoccupazione. Questo è uno degli aspetti delle crisi economiche e dei loro ritorni; si lotta contro di essa preparando la gestione sociale del capitale accumulato dai borghesi non al fine di „dare più lavoro” ma a quello di imporre sempre meno lavoro per ottenere maggiori consumi, per il qual fine deve cadere il sistema del salariato, con la caduta del potere capitalistico.
Oggi
Il „piano confederale” non vuole soltanto astringere gli industriali italiani a consumare di meno e a vivere francescanamente, per ottenere che con una parte del loro reddito padronale aprano nuove aziende di loro proprietà. Oh, vi è ben altro. Non si arriverebbe che in un tempo molto lungo ad investire i tremila miliardi progettati. Si vuole trarre finanziamento da altre fonti. Tra queste sono i risparmi che i piccoli depositanti hanno nelle casse statali o nei conti delle banche; non si esclude di spendere rendendola così liquida la riserva della Banca d’Italia in oro e monete pregiate; ed infine si accettano senza esitazione i ben noti dollari ERP e Marshall. E il vero caso del tutto fa brodo, e qui siamo nel campo dell’economia trascendentale: stiamo a Marx e allo stesso Ricardo come il jazzband sta a Beethoven.
Non è a temersi la inflazione della lira poiché meglio dell’oro garantiranno la valuta i valori nazionali dati da nuovi impianti generali e produttivi e il gettito della potenziata industria! Pura teoria Hitler-Schacht, autentico Nationalsozialismus, riforma monetaria della renten-lira. E che diversa teoria si segue in Russia colla rivalutazione del rublo? Laggiù però, conveniamone, non si tratta di marionette: l’oro se del caso e in ogni altro caso il ferro e il carbone stanno in riserva sotto terra, nonché l’uranio. Anche per la Germania era una cosa seria. Stringete in un solido organismo sociale e politico la forza dei borghesi, e per gli scambi fra loro non occorrerà più la liberista garanzia della moneta permutabile in metallo, ma basteranno gli ordini del centro.
Comunque, la finanza così mobilitata non può per la massima parte che trovare all’estero i mercati su cui acquistare tutto quanto occorre, meno il lavoro. E all’estero, se accetteranno quelle riserve auree, non calcoleranno per nulla tutta l’altra ricchezza apparente e fittizia data da risparmi e depositi, la quale, appunto per le stesse ragioni, nulla significa quando la macchina generale è scassata, ma soltanto dice che gli affamati hanno impegni reciproci tra loro da mantenere con una „astinenza” sul loro depresso tenore di vita; e quindi in questo paese di cuccagna sono austeri i disgraziati e i lavoratori, mentre consumano a occhi chiusi i padroni e il loro vasto, complesso servidorame.
Gli industriali nostrani tempestano da anni per acquistare all’estero nuovi macchinari, perché i loro, tecnicamente superati, non rendono abbastanza. Questa è una buona balla per rosicchiare sui fondi collettivi nazionali ed esteri. Come va che in Germania non si sono costruite nuove macchine, ma distrutte parte delle esistenti, e la produzione aumenta? Comunque, avranno i soldi del piano confederale: se la storia del rinnovo degli impianti è falsa, saranno soldi buttati; se è vera verranno macchine più efficienti. Macchine e impianti di più alta resa importano meno operai adoperati a pari prodotto, e il miraggio bagolone del „pieno impiego” sarà lo stesso svanito. E i tremila miliardi urgono, a sentir le cattedre ambulanti di scienze economiche, per dare immediata occupazione a novecentomila lavoratori, ossia per assicurare un gettito annuo in salari di oltre duecento miliardi a dir poco, pur non avendo assorbito metà dei disoccupati attuali…
Ma lasciamo la discussione sul piano generale della economia italiana, che al più si potrebbe impiantare in contrasto a Sturzo o Tremelloni.
Fermiamoci sul fatto storicamente rilevante che il soggetto di tutte queste proposte pianificatrici, rivolte allo Stato italiano borghese, costituzionale, alleato del Vaticano e delle grandi potenze capitalistiche, è il sindacato operaio. Anche i tradimenti formano storia.
Nella corsa del capitale alla accumulazione la classe borghese ha sempre premuto su due leve: la propria astinenza dal consumo improduttivo, di cui con Marx sappiamo che pensare („Se il mondo sta ancora in piedi, è solo grazie all’automortificazione di quel moderno penitente di Visnù, che il capitalista sarebbe!”) e l’astinenza della classe operaia, ossia la bassa remunerazione del lavoro. Questa seconda strada è stata tagliata dal diffondersi in tutto il mondo delle organizzazioni economiche dei lavoratori salariati. I marxisti rivoluzionari sanno che l’accumulazione è la condizione base per la rivoluzione socialista, sanno che il capitalista
„Fanatico della valorizzazione del valore, egli non ha scrupoli nel pungolare l’umanità a produrre per amore del produrre, e quindi allo sviluppo delle forze produttive sociali e alla creazione delle condizioni materiali della produzione che sole possono costituire la base reale di una forma di società superiore, il cui principio fondamentale sia il pieno e libero sviluppo di ogni individuo”.
Nello stesso tempo e allo stesso fine rivoluzionario mai sottaciuto, Marx ed i marxisti hanno seguito con tutte le loro forze le lotte sindacali per le più alte remunerazioni e l’elevamento del salario. Ma più alti salari vuol dire minor plusvalore, minor profitto, minor possibile investimento di nuovo capitale.
Il marxismo non può essere in settori separati sola economia e sola politica e mentre vede i capitalisti costruire, accumulando, le condizioni della loro rovina, vede i lavoratori costruire, associandosi, quelle della loro forza di classe e della loro vittoria.
Tutta la gloriosa lotta dei sindacati in tutto il mondo, spiegabile solo in quanto è e diviene una base della lotta squisitamente politica, non ha avuto non può avere e non ha, anche quando si tratti perdio di un Rigola di ieri e perfino di un Lewis di oggi, che il significato di una spinta in senso frontalmente contrario alla frenetica corsa dei borghesi per fomentare sulla fame dei lavoratori la massa dei loro investimenti.
Se il sindacato è battuto e lo sciopero spezzato, i salari sono bassi e il capitale profitta e investe.
Ma quando il sindacato vince, allo sciopero arride il successo, e i salari salgono allora l’alterigia del capitale vede depresso il margine e l’investimento rincula.
Nella battaglia vinta o perduta lavoratori impiegati e disoccupati sono stati fianco a fianco, hanno capito che vero campo di essa non è la fabbrica ma la piazza il paese il mondo, vero obiettivo di essa è il potere politico, per il socialismo. Hanno imparato che la riserva sociale nella produzione moderna deve ingigantire, ma il privilegio su di essa della borghese banda di predatori deve al tempo stesso venire combattuto e stritolato.
La lotta è per una economia in cui non vi saranno più investimenti e redditi, ma solo organizzazione sociale del lavoro e del consumo; è contro la economia di oggi, in cui solo i professori dalla faccia tagliata parlano di reddito di lavoro e di investimento produttivo, mentre ogni investimento ha per scopo non la produzione ma lo sfruttamento, ed ogni reddito è incameramento di lavoro altrui rubato. I lavoratori non hanno reddito, impiegati o meno. Il sindacato operaio è il nemico e il sabotatore dell’investimento borghese.
Eppure non sono i sindacati retti da preti o massoni, ma quelli che si pretendono rossi e classisti a leggere alla rovescia i testi del sindacalismo, fosse anche quello non marxista di Sorel, magari di Cabrini.
Dove leggono questi signori? Citiamo anche per essi. „Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale: i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nella potenza nazionale”. „Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione”.
Siamo al sindacato organo legalmente riconosciuto dallo Stato borghese; siamo, se non si è capito, al testo della fascista Carta del lavoro.
Nel nostro linguaggio marxista siamo a questo punto: sulle orme di Mussolini, e sulla eterna via del tradimento, hanno fatto del sindacato operaio uno dei fattori dell’accumulazione del capitale.
Quanto poi alla abilissima – e verrà il momento anche per la teoria dell‘abilismo – accettazione dei capitali e degli investimenti americani, basterebbero le parole recentissime del „commissario politico”, più che delegato economico, Zellerbach a definire la cosa.
Riferendo ai suoi mandatari questi ha sostenuto appunto che le somministrazioni, gli investimenti ERP e Marshall in Italia debbono continuare, poiché quelli fin qui fatti sono risultati „produttivi”. Ed infatti il governo democristiano tiene saldamente il potere, il partito comunista ha visto diminuiti i suoi effettivi del 20 %, un fiero colpo ha avuto la Confederazione staliniana col distacco di democristiani e socialdemocratici. Ed è con questo indirizzo che Zellerbach passerà i miliardi che chiede Di Vittorio, li investirà a tasso di favore, che dire? li regalerà per le aree depresse. E’ solo con questo metro politico che si capisce come il dono diventi investimento, e l’elemosina sia produttiva, anche fuori della Valle di Giosafat.
Non che osino i mediatori di mutui di comodo al capitale italiano, negare la definizione di donatore a chi ha saccheggiata l’economia locale con miliardi (quanti?) di moneta di occupazione. Non possono ribattere questo ai vari Zellerbach, perché le stesse amlire false che hanno causato il dissesto della macchina industriale locale, comprando senza pagare „prestazioni di natura personale anche infami”, sono state parimenti elargite per la ricostituzione dei partiti e della confederazione, degni portabandiera della politica nazionale e produttiva, giunta alla fase suprema di politica di investimenti.
Che poi tutto questo si risolva in una riuscita manovra di quinta colonna per sabotare l’imperialismo d’America a vantaggio di Stalin, sia pure in barba ai disoccupati italiani, lo si potrebbe credere ammettendo che i capitalisti americani, vivi e vitali, fossero più fessi dei capi confederali nostri. Ma più fessi di così, si muore.
Rinfrescare la memoria Pt.6
Siamo arrivati al luglio 1947, e per caratterizzarlo non consulteremo il bollettino meteorologico ma i mirabolanti discorsi tenuti da Togliatti alla riunione del C.C. del P.C.I. (1 luglio: Unità del giorno successivo) e a Padova (Unità del 17). Sarà bene che i nostri lettori imparino a memoria queste perle di dottrina… marxista.
Volete sapere qual’era, infatti, il segreto tormento dei «comunisti»? Quello che il nostro carissimo stato italiano andasse a catafascio (che peccato, un gioiello simile!) : «Le forze popolari hanno dovuto condurre la loro lotta sotto questa continua minaccia di rottura dell’unità nazionale… rottura che poteva mettere in pericolo l’esistenza stessa dello Stato italiano… L’esser riusciti a mantenere unita la compagine nazionale e l’aver salvato questa grande conquista del Risorgimento che è la condizione fondamentale per lo sviluppo e l’avanzata delle classi operaie e dei lavoratori, ecc.», ecco il loro merito. E la prospettiva? Lottare per una «trasformazione democratica» dell’Italia, il che «significava in sostanza trovare una nuova strada per l’avvento del socialismo» (questo si chiama parlar chiaro: hanno trovato una «nuova strada»; dove ci ha condotto lo sa il lettore): per il futuro, «la nostra opposizione deve mantenere un compito unitario, nazionale, costruttivo… e portare in ogni momento della sua battaglia un respiro nazionale (autentica!)».
Ma a Padova, Togliatti elevava il «respiro nazionale» addirittura a base dell’unità europea: a caratteri cubitali, «unità democratica in ogni Nazione, prima condizione dell’ Unità europea». E avanti con le confessioni preziose, di cui noi gli siamo tanto grati: «Siamo diventati un movimento nazionale, un movimento di carattere costruttivo, non siamo più quel movimento socialista che esisteva in Italia prima del fascismo e dell’altra guerra mondiale… Abbiamo acquistato una profonda e viva coscienza nazionale ed abbiamo manifestato di averla più di altre correnti politiche del nostro Paese».
Dopo tali solenni proclamazioni, spettava ai grammofoni minori di commentarle e amplificarle. La gerarchia è quella; prima parla Togliatti: poi l’enciclica è tradotta in soldoni da Longo e Secchia. Siamo nazionali, unitari, costruttivi, salvatori dello Stato? Dunque tuteliamo il «decoro delle nostre navi». Unità del 12.8: «Nessun italiano e in particolare nessun lavoratore se ne può disinteressare, perché le forze armate rappresentano la salvaguardia della libertà e della indipendenza del paese, perchè raccolgono i nostri figli nel fiore degli anni e li addestrano per le più dure eventualità in cui la loro vita e il nostro stesso avvenire possono essere posti in gioco» (Longo). Per i nazionalcomunisti, «l’avvenire» riposa su otto milioni di baionette…» (fra parentesi, la stessa Unità versa la crime di coccodrillo su trentotto ferrovieri francesi uccisi dalle forze armate protettrici della «libertà» e dell’ «avvenire!»).
Ma in pentola bolliva dell’altro. In data 7 agosto 1947, pubblicato sul bollettino ufficiale della C.d.L. di Milano in data 25 agosto, esce, a Dio piacendo, l’accordo fra C.G.L. e Confindustria sulle commissioni interne e la disciplina dei licenziamenti. Sarà bene rinfrescarne il ricordo, visto che tanti se lo sono dimenticato e qualcuno, se ne parliamo, ci accusa di esagerare o deformare i fatti. Art. 2: «Compito fondamentale della C.I. e del delegato d’impresa è quello di concorrere a mantenere normali rapporti tra i lavoratori e la direzione dell’azienda in uno spirito di collaborazione e di reciproca comprensione per il regolare svolgimento dell’attività produttiva». Avevamo sempre creduto che i rapporti «normali» fra lavoratori e datori di lavoro fossero di urto: Di Vittorio ha scoperto che sono di collaborazione. Avevamo sempre creduto che gli organi sindacali dovessero tutelare l’operaio contro le ferree leggi del meccanismo produttivo: no, per Di Vittorio devono tutelare il regolare svolgimento di quello.
Art. 3; Licenziamenti: a) «Allorquando la direzione dell’azienda dovesse ravvisare la necessità di attuare una riduzione del numero del personale per riduzione o per trasformazione di attività o di lavoro, ne informerà la commissione interna comunicandole i motivi del divisato provvedimento, lo stato di attuazione e l’entità numerica» (tante grazie per la finezza); b) «la direzione dell’azienda e la C.I., su richiesta di quest’ultima, esamineranno con spirito di mutua comprensione i motivi di licenziamento e le possibilità concrete ed attuali di evitarlo senza costituire un carico improduttivo per l’azienda. Qualora l’esame suddetto realizzasse un accordo fra C.I. e direzione, i licenziamenti saranno effettuati in base a criteri obiettivi concordati. A tal fine si terrà conto di elementi obiettivi in concorso tra loro, fra cui la anzianità, i carichi di famiglia, la situazione economica familiare particolare, le capacità tecniche di rendimento». Carino, no? Attenti a non imporre all’industriale un «carico improduttivo»; faremo noi i conti in tasca ai «carichi improduttivi» da mettere sul lastrico. Solidarietà operaia, che diamine!
Art 3 del par. B: «In caso di scarso rendimento l’azienda farà ammonizione al lavoratore e lo segnalerà alla C.I. che inviterà il,lavoratore a migliorare il proprio rendimento». La C.I. trasformata in aguzzino: «non produci abbastanza! suda un altro po’! Lo vuole il tuo sindacato, protettore dei tuoi interessi di classe e di categoria!».