Partidul Comunist Internațional

Il Comunista 1922-01-20

Il fronte unico

Molti socialisti – dei quali una parte in buona fede – sono cascati dalle nuvole, quando hanno saputo che la III Internazionale lanciava la parola d’ordine a favore del fronte unico. Per essi la proposta della III Internazionale sarebbe in contraddizione con tutto quanto i Comunisti avrebbero finora sostenuto; implicherebbe il riconoscimento che le scissioni comuniste furono un errore, ed importerebbe l’abbandono della lotta contro le concezioni socialdemocratiche e contro Amsterdam.

Nulla di meno vero. La proposta che la Internazionale comunista ha oggi nuovamente avanzato per il fronte unico, potrà avere una ampiezza maggiore e contorni più precisi, ma in sostanza essa era già contenuta in tutto lo spirito delle deliberazioni, non soltanto del III Congresso tenutosi a Mosca nell’estate decorsa, ma anche del II, che precedette la nostra divisione di Livorno.

Il Partito comunista italiano, appunto perché si conserva fedele allo spirito della III Internazionale ha potuto fare del fronte unico una sua piattaforma, molti mesi prima che l’Esecutivo di Mosca riproponesse la questione su scala internazionale.

I Partiti comunisti e la III Internazionale infatti, si sono ispirati sempre a due criteri altrettanto inseparabili, quanto profondamente unitari:

1. l’unità vera della classe operaia non può essere raggiunta, se non attraverso la propaganda della dottrina comunista e l’esempio dell’azione comunista;

2. il Partito comunista deve perciò diventare un partito di masse.

Le scissioni comuniste non sono state che la premessa per ricostruire l’unità proletaria non più su basi puramente verbali ed illusorie, ma su basi realistiche. Senza la formazione in ogni paese, di un Partito comunista che, staccandosi dalle file del socialismo socialdemocratico, acquistasse in modo più evidente e più libero, una sua fisionomia ed una sua attività, sarebbe stato e sarebbe impossibile raggiungere una unità di ordine superiore. Ciò che sembra paradossale se si consideri un primo momento, il momento della divisione, od i momenti immediatamente successivi, diventa vero se si consideri invece un periodo di tempo sufficientemente lungo. In Italia ad esempio, quando per opera di Turati e di Lazzari sorse il Partito socialista, esso ruppe l’unità delle forze operaie quale era stata costituita dalla democrazia di Cavallotti e di Maffi attraverso specialmente al movimento delle «mutue». Vista in questo primo periodo, l’azione del Partito socialista si presentava come una azione che rompeva l’unità del fronte operaio. Tanto è vero che – per accennare al solo aspetto politico della questione – Cavallotti ed i suoi amici accusarono Lazzari e gli altri, di essere «venduti» ai moderati, cioè di spezzare l’unità della classe operaia a favore della destra. L’esperienza ha poi dimostrato che, solo attraverso quella scissione fu possibile ricostruire un fronte unico proletario molto più vasto, e sopra basi più adatte ai nuovi tempi. Se non si fosse fatta la propaganda socialista, se accanto alle mutue, non si fossero creati i nuovi organismi (leghe, federazioni, ecc.) più rispondenti alle necessità delle nuove lotte, moltissimi strati operai – che non avrebbero potuto essere sensibili alla propaganda e all’azione della democrazia cavallottiana – non avrebbero cercata una propria vita politica.

In Italia, come in tutto il resto del mondo, la scissione comunista è appunto il mezzo con cui preparare un fronte proletario più vasto ed omogeneo di quello di prima, ispirato a concezioni più moderne, e munito di armi che si sostituiscano, ma operino congiuntamente a quelle usate finora, e consentano anche ad esse di continuare a funzionare. Lo sciopero, ad esempio, può ancora servire. Ma nelle nuove condizioni storiche in cui viviamo, nessuno sciopero – tanto più se generale – può riuscire, se non venga fortemente presidiato da squadre che ne tutelino l’effettiva libertà contro le squadre avversarie miranti ad imporre col terrore la continuità del lavoro. Si potrebbe dunque dire che, rispetto al fronte unico proletario, il Partito comunista sta al socialista come quest’ultimo alla democrazia cavallottiana.

Che il Partito comunista debba essere l’organo politico per una maggiore unità proletaria, è esplicitamente detto nella tesi votata dal II Congresso della Internazionale comunista (luglio 1920), sui caratteri e gli scopi dei Partito comunisti. Vi si afferma tra l’altro:

«Il Partito comunista non può differire dalla grande massa dei lavoratori se non in questo: che esso considera la missione storica della classe operaia nel suo complesso e si sforza di difendere gli interessi, non già di qualche gruppo, ma di tutta la classe operaia».

Anche i socialisti in astratto dicono di sé la stessa cosa. Ma l’esperienza ha già dimostrato che essi non sono più capaci, nelle nuove condizioni storiche, di realizzare praticamente l’unità proletaria. Durante la occupazione delle fabbriche, essi si sono rifiutati di portare i lavoratori della campagna in aiuto di quelli della industria. E durante l’offensiva fascista, la quale – proprio per le ragioni previste dalla III Internazionale – doveva riuscire tanto più facile e grave nella campagna – essi non hanno saputo mobilizzare gli operai della industria in sollievo dei braccianti e dei contadini.

D’altra parte, che il Partito comunista debba rivolgersi costantemente alle masse e cercare di portarle sopra un fronte unico sempre più compatto e battagliero, era sostenuto egualmente in tutte le deliberazioni del II Congresso della III Internazionale. Basti ricordare che le tesi sull’azione sindacale lamentavano fra l’altro che i sindacati fossero troppe volte l’organizzazione di minoranze privilegiate, anziché delle grandi masse, sconsigliavano qualsiasi divisione nei sindacati, la quale non fosse giustificata da ragioni supreme; e finivano ricordando che gli operai comunisti dovevano lavorare per la creazione di un fronte sindacale unico in tutti i paesi.

Un esempio caratteristico di questa preoccupazione della III Internazionale si ebbe fra l’altro – parlo sempre del Congresso tenutosi a Mosca nel luglio 1920 – nella proposta di Lenin a favore della entrata del Partito Comunista inglese nel Labour Party. Tale proposta si basava in sostanza sul criterio del fronte unico. Poiché il Labour Party non costituisce un partito nel senso preciso della parola, ma una federazione di organizzazioni, la maggior parte delle quali non sono altri che sindacati, Lenin sostenne che i Comunisti inglesi dovessero, sotto certe condizioni, restarvi, appunto per essere più vicini alle grandi masse, ed attirarle a loro più facilmente.

Il direttore dell’Avanti! combatté allora una tale politica, e la denunziò alla profondità marxista dei socialisti italiani per dimostrare che la III Internazionale non era «abbastanza rivoluzionaria». Viceversa i dirigenti del Labour Party capirono così bene il giuoco ed il pericolo che si affrettarono a chiudere la porta in faccia ai comunisti.

La verità è una sola. Il fronte unico rappresenta una condizione che è utile allo sviluppo della propaganda e dell’azione comunista; perciò esso è sostenuto dai comunisti, ed ostacolato, più o meno apertamente, dai controrivoluzionari. In un paese come l’Italia, i socialisti serratiani possono oggi non combattere il fronte unico, ma i dirigenti confederali, che sono più apertamente a destra, lo sabotarono già apertamente a Verona, senza alcuna protesta da parte dell’Avanti! In Germania poi, dove la situazione è più matura, i maggioritari hanno respinta la proposta con tono di disprezzo.

In sintesi, poiché l’intransigenza assoluta è la negazione stessa della azione, poiché per lottare meglio contro qualcuno bisogna collaborare spesso con qualche altro, esiste anche una «collaborazione» comunista. La differenza è una sola: che i riformisti, anche nella situazione creata dalla guerra vogliono collaborare, per spontanea elezione, colla borghesia o con una parte di essa; mentre i comunisti se possono essere costretti, come in Russia, a subire un compromesso momentaneo anche colla borghesia, non accettano liberamente una collaborazione transitoria, se non con altre forze le quali militino nello stesso campo operaio.

Naturalmente anche la politica del fronte unico ha i suoi pericoli e può produrre le sue delusioni. Per ridurle al minimo occorrono tre condizioni: 1) che il Partito comunista, oltre al conservare la propria fisionomia resti in ogni caso libero di continuare a svolgere anche la propria azione specifica; 2) che la piattaforma dei transitori accordi riguardi questioni nelle quali i Partiti socialisti, anarchici, o semplicemente operai, possano portare con convinzione il proprio contributo, e quindi questioni per le quali il dissenso non esista, o sia minimo; 3) che la piattaforma stessa si riferisca ad una azione la quale non solo non sia in contrasto coi principii e la tattica comunista, ma sia anzi tale da favorirne, direttamente o indirettamente, l’ulteriore sviluppo.

ANTONIO GRAZIADEI

Preparando il congresso comunista

Il nostro Partito, in questo primo anno di vita, ha avuta una organizzazione che può dirsi «sperimentale». Del resto, la organizzazione di un partito comunista, basata sopra principi fondamentali teorici e tattici, non è né può essere «definitiva». Essa si sforza di perfezionarsi perseguendo un’opera continua di polizia interna, di autopurificazione, nello stesso momento in cui tende a rendersi più snella ed agile, più accentrata ed omogenea.

Il primo Congresso di Livorno dette una «carta» alla nostra organizzazione di partito, una «legge disciplinare». Lo svilupparsi della attività comunista in Italia nel campo politico e sindacale, mise in luce le imperfezioni e le deficienze della nostra «legge»; e gli organi centrali del partito dovettero colmare con proprie disposizioni le lacune dello statuto. Alcune di tali disposizioni avevano carattere transitorio, altre avevano carattere di massima, e di queste si proporrà al Congresso la inclusione nel nuovo statuto.

L’accentramento

Uno dei caratteri fondamentali della organizzazione dei partiti comunisti è quello dell’accentramento. Noi siamo ancora lontani dall’affermare che il nostro partito abbia raggiunta la perfezione nella sua centralizzazione; ma possiamo dire che passi notevoli sono stati fatti sulla via che deve rendere il partito simile ad un organismo saldo e ben costituito, che agisca obbedendo ad un organo centrale, e sul quale l’organo centrale possa contare in qualunque momento. Abbiamo dovuto vincere radicate tradizioni democratiche, piccolo-borghesi ed individualistiche ereditate dal partito socialdemocratico; e la esperienza di questi primi dodici mesi di vita del nostro partito dimostra che i comunisti italiani si avviano a costituire un formidabile organo di avanguardia rivoluzionaria. La capacità accentratrice dei partiti comunisti non deve trovare ostacoli nelle norme statutarie che essi stessi hanno fissate.

Lo «statuto» non può mai contemplare tutti i casi della vita del partito e fissare per ciascuno l’atteggiamento che il Partito deve tenere. Esso deve, necessariamente, lasciare una certa libertà di movimento agli organi centrali, altrimenti lo sviluppo della attività del Partito rimarrebbe irretita in una inintelligente e pericolosa fissità.

Si comprende come l’obbedienza ad un corpo di norme statutarie accentratrici abbia spaventato parecchi di coloro che a Livorno vennero al nostro Partito per ragioni estetico-sentimentali, o per ragioni inconfessabili, o per rancori contro individui o gruppi rimasti nel Partito socialista. Il relatore sulla attività svolta dal Partito nel suo primo anno di vita dirà che parecchi aderenti del gennaio scorso, al neo Partito comunista, si allontanarono dalle nostre file nelle quali invece, affluirono operai e contadini in numero notevole e che oggi formano la quasi totalità (97 o 98 per cento) dei componenti del nostro Partito.

Il nostro Partito, oggi, si avvia sollecitamente ad essere un partito fortemente centralizzato. L’esperienza delle elezioni politiche – che sorpresero il nostro partito in un momento gravissimo per la sua costituzione e per la situazione generale del proletariato italiano – sono una prova magnifica di disciplina che il Partito impose coscientemente a sé stesso ed allo stesso corpo elettorale.

Le circoscrizioni federali

La struttura delle circoscrizioni federali ha una importanza eccezionale nella nostra organizzazione. Bisogna considerare in essa due elementi: quello degli organismi dirigenti federali e quello delle delimitazioni geografiche.

Il C.E. federale deve rappresentare un organo di attività organizzativa e propagandatrice al quale è affidata la cura di diffondere i principi teorici comunisti nelle masse lavoratrici, di organizzare queste sindacalmente ed in sezioni comuniste. Gli organi centrali del Partito fissano le linee della attività politica e sindacale del Partito, fissano le norme tattiche alle quali in una determinata circostanza, il Partito deve attenersi. È cura degli Esecutivi federali di volgarizzare e di attuare le disposizioni degli organi centrali. È perciò evidente che i segretari federali debbano essere compagni di fiducia dell’Esecutivo Centrale, del quale interpretano in ogni momento le disposizioni e le fanno eseguire.

Fino ad oggi noi abbiamo divise le Federazioni per province, tessendo la nostra organizzazione federale sul canovaccio delle circoscrizioni amministrative dello Stato italiano attuale. Le nostre attuali circoscrizioni federali si sono dimostrate spesso inadatte alla funzione che esse debbono svolgere, per la loro delimitazione provinciale o per gruppi di province. Una organizzazione politica comunista non può essere divisa artificialmente nelle sue Federazioni da linee arbitrarie quali sono assai spesso quelle che delimitano le province italiane, ma deve preoccuparsi delle vie di lavoro, di commercio e di traffico presso le quali sorgono i grandi o piccoli agglomerati umani. D’altro canto lo sviluppo notevole preso dalla nostra organizzazione politica in talune zone renderà forse necessario lo spezzettamento di alcune federazioni in federazioni di minore estensione territoriale, per rendere agevole la direzione ed il controllo del lavoro del Partito da parte degli Esecutivi federali. È opportuno abolire il criterio obbligatorio delle federazioni provinciali, e dare possibilmente alle nostre federazioni limiti naturali, qualora non possano prendersi in considerazione i più importanti segni delle strade di comunicazione, dei centri di lavoro industriali ed agricoli.

Sezioni e gruppi

Per necessità amministrative lo statuto provvisorio di Livorno disponeva che non si potesse costituire una sezione del Partito comunista se il numero dei soci fondatori fosse inferiore a 10. Tale disposizione ha tenuto lontani dal nostro Partito un notevole numero di lavoratori, specialmente contadini. È vero che lo stesso statuto invero avvertiva che i comunisti isolati, e che comunque non raggiungessero il numero di dieci in una stessa località, potevano inscriversi alla sezione esistente nella più prossima località, ma questa norma assai semplicistica non teneva calcolo di molte condizioni. Infatti in molte Federazioni il nostro movimento è arretrato, e la diffusione delle sezioni assai rarefatta. In questi casi la sezione comunista più vicina esistente in rapporto ai gruppi comunisti può essere distante parecchi chilometri, il che rende impossibile ai gruppi di frequentare le sezioni del Partito, e, quindi, di inscriversi al nostro Partito. Ciò porta ad un pericolo non insignificante. I gruppi di tre o quattro o sei lavoratori simpatizzanti, allo scopo di potersi costituire in sezione e di essere riconosciuti dal Partito, si danno alla ricerca di persone di buona volontà che vogliano, senza preoccupazioni, avere la tessera del Partito comunista ed allorché in tal modo il numero di dieci soci è raggiunto essi chiedono ai Comitati Esecutivi federali di essere riconosciuti quel sezione. Il Partito non deve in alcun modo agevolare la immissione di elementi inutili e dannosi nelle sue file contro i quali procede con tanta severità nella revisione degli inscritti. D’altro canto il Partito non può abbandonare quei proletari isolati che sono materialmente impossibilitati di seguire la vita del Partito fuori della loro abituale residenza. Il Partito deve, perciò, avere una organizzazione cellulare politica che vada oltre le sezioni, ai gruppi. Poiché il gruppo non può funzionare come sezione, mancando ad esso la possibilità di crearsi quegli organi necessari al suo funzionamento, esso si nominerà un «capo gruppo» il quale sarà direttamente responsabile verso il C.E. federale della attività dei membri alle sue dipendenze.

Il lavoro nei Sindacati

Ma dove l’attività del Partito trova una delle sue ragioni d’essere è nel campo sindacale. Il Partito non ha mancato di dare le norme sulla organizzazione del lavoro sindacale, ed a tal proposito creò un Comitato esecutivo sindacale a fianco del C.E. del Partito. Nessuna organizzazione comunista può dirsi viva e feconda se rimane come schema, come disegno, e non sviluppa una attività tra le masse lavoratrici. Il Partito ha creato i suoi Comitati sindacali federali e sezionali, i Comitati sindacali comunisti professionali, i gruppi comunisti nei sindacati e nelle aziende. Questo scheletro non è completo, né è dappertutto saldo, ma l’esperienza di questo anno trascorso ci dice che dove i Comitati sindacali lavorarono senza tregua tra le masse operaie e contadine, ivi il Partito raccolse frutti nel campo della organizzazione sindacale.

L’attività del Partito comunista deve particolarmente essere volta all’assorbimento delle masse organizzate, alla conquista delle grandi organizzazioni sindacali. Non basta creare un «gruppo» comunista in una fabbrica od in una lega, composto dei compagni comunisti che lavorano in quella fabbrica o sono inscritti in questa lega. Tale lavoro comincia con la costituzione del «gruppo comunista» e non già termina con questa costituzione. Il lavoro dei gruppi comunisti in seno alla fabbrica o nella organizzazione economica è il più difficile lavoro che è affidato ai comunisti, ma è quello che costituisce la base della loro attività. Migliaia di gruppi comunisti debbono costituirsi ovunque, disciplinati nel loro lavoro dal Partito, per mezzo delle sezioni e dei loro Comitati sindacali, ed obbedienti alle direttive che vengono trasmesse dal Comitato sindacale esecutivo.

L’inquadramento delle forze comuniste

Il nostro Partito, nato in ritardo, si è trovato nella condizione di dover darsi una organizzazione nello stesso momento in cui era costretto dagli avvenimenti a difendersi dalla reazione della classe borghese. La organizzazione dei primi mesi fu tumultuaria, affannosa, con caratteri di provvisorietà. Oggi, ai compagni che convengono al secondo Congresso del Partito possiamo dire che il Partito ha una struttura pressoché forte e salda, in moltissime parti già provata all’urto nemico, in altre parti nata dall’urto avversario. Non sappiamo, oggi, sino a quando al nostro Partito sarà concesso di vivere legalmente. Ma la vita stessa che noi conduciamo ci dimostra chiaramente che la legalità di cui disponiamo non ci dà nessuna garanzia per la sicurezza del nostro lavoro. Appena trascorso il periodo elettorale del maggio scorso il C.E. sentì la necessità di anticipare la organizzazione dell’inquadramento militare del Partito che già in alcune parti d’Italia era stato iniziato per suo conto dalla nostra Federazione giovanile e dettò le norme di esso, e spiegò gli scopi e le specifiche attività dei tre inquadramenti del Partito. Non ci occupiamo dell’inquadramento militare, del quale – per la sua stessa natura – tacerà lo statuto del Partito.

Lo statuto può chiamarsi la raccolta delle norme che disciplinano l’inquadramento politico del Partito nostro. Ma furono date a suo tempo le disposizioni per l’inquadramento che – certo imperfettamente – chiamammo civile e che tende a disciplinare l’attività di propaganda del Partito, intesa nei suoi molteplici aspetti. Non tutti i compagni, per condizioni di età, di sesso e fisiche, possono essere militarmente inquadrati per il combattimento. Ma tutti i compagni, di ogni condizione e di ogni sesso e di qualunque età debbono dare la loro attività per le cento altre forme di lavoro che costituiscono nel loro complesso l’attività generale di tutto il Partito, nel campo della propaganda e della sua sempre più forte organizzazione e dell’azione che esso svolge nel campo avversario. Tutti gli inscritti al Partito (adulti e giovani) debbono creare questo inquadramento.

«Esso – dicemmo – si realizza raggruppando i compagni che abitano lo stesso villaggio, lo stesso sobborgo, lo stesso rione o lo stesso gruppo di case, in numero variabile e che sono a disposizione del Partito per il lavoro di propaganda, di diffusione della stampa e di manifesti del Partito, per l’azione di proselitismo e per l’attività elettorale, per informazioni e per la preparazione di manifestazioni di Partito, ecc.». Questo inquadramento di tutte le forze del Partito, mette alla prova lo spirito di fedeltà e di attaccamento al Partito di tutti i compagni e non di quella parte sola di essi che è in grado di addestrarsi a combattere nella guerra civile. L’utilità di questo inquadramento – come avvertono le tesi sull’organizzazione approvate al terzo Congresso di Mosca – «deriva dal presupposto che un Partito comunista deve avere nelle sue file solamente dei membri attivi e deve esigere che ogni membro dedichi veramente la sua capacità ed il suo tempo alla vita del Partito».

Controllo e disciplina

Chi voglia tendere, come noi tendiamo, a rendere sempre più agile la organizzazione nostra deve mirare a rendere sempre più facili le funzioni del controllo evitando, per quanto sia possibile, il costituirsi in seno al Partito di una catena burocratica che a lungo andare intralcerebbe nei suoi movimenti il cammino del Partito. La semplificazione del controllo nei diversi organi si raggiunge concedendo libertà e fiducia ai C.E. e predisponendo una serie di severe sanzioni applicabili sollecitamente contro coloro che manchino ai doveri del Partito, od infrangano, comunque, la sua disciplina. La sanzione deve essere sollecita. Non si debbono nominare – salvo casi speciali – Commissioni di inchiesta, esistendo le Commissioni di controllo, in seno alle sezioni, le quali sono competenti, per le loro stesse funzioni, a giudicare il compagno che offese comunque la disciplina del Partito. Molte volte la punizione esemplare e rapida ha dei riflessi notevoli nella massa, non solo degli inscritti al Partito, ma di quei lavoratori che seguono le nostre direttive. Non siamo ancora giunti a tal grado di maturità, né ad avere una tale influenza sulle masse da poter eseguire la revisione dei nostri inscritti come avvenne quest’anno in taluni grandi centri della Russia: gridando i nomi dei comunisti al proletariato riunito ed accettando il voto di questo. Ma il reato contro la disciplina e contro i principi, punito tempestivamente impone al Partito il rispetto delle masse, ed a questo rispetto il Partito tiene in modo particolare.

Noi abbiamo il compito di dare alle masse lavoratrici il senso della disciplina. Contro la socialdemocrazia e l’anarchismo eclettici, il Partito comunista rappresenta anche una disciplina etica. Noi lottiamo contro una lunga tradizione di indisciplina, e non dobbiamo meravigliarci se nel nostro lavoro ci creeremo antipatie fra le stesse masse lavoratrici più arretrate, e ci sarà rivolta la beffa da coloro che per lungo tempo simularono di possedere una dottrina.

Ma perché il Partito comunista, che ha la fobia del demagogismo, possa imprimere con la sua propaganda e con la sua tattica una disciplina alle masse lavoratrici è necessario che esso abbia fra i suoi militi un culto intelligente (apparentemente dogmatico, sia pure) della disciplina. La «legge» scritta che il Partito deve rivedere in questo Congresso per migliorarla, e renderla più idonea alla situazione del Partito che si presenta dopo un anno di battaglie e di profonda elaborazione interiore con lo stesso numero, quasi, di membri che si staccarono l’anno scorso a Livorno dal vecchio ceppo socialista, deve dare maggiori garanzie che il Partito non subirà mai la immigrazione nelle sue file di elementi che ne attentino con la inazione o con la corruzione o con il loro piatto egoismo piccolo-borghese, la saldezza e la omogeneità.

Su questi caposaldi di centralizzazione, di disciplina, di sfruttamento al massimo grado di tutte le attività dei suoi membri, di tenacia nel lavoro e di fedeltà assoluta, di spirito di sacrificio e di disinteresse personale, il Partito comunista costituisce la sua organizzazione. Questi caposaldi sono, altresì, la base sulla quale furono preparate le tesi sulla struttura e la organizzazione dei partiti comunisti dai compagni Kuusinen e Koenen al terzo Congresso di Mosca, le quali già vennero pubblicate sull’Ordine Nuovo e che i compagni debbono riprodurre e diffondere. Le modificazioni allo statuto che il Comitato Centrale proporrà al secondo Congresso del Partito saranno ispirate a quelle tesi.

Nessuna azione può compiere il Partito comunista se la sua organizzazione non sia salda, se la disciplina dei suoi membri non sia ferrea, se ciascuno di noi non sia capace di uccidere in se stesso i reliquati della perniciosa educazione piccolo-borghese e socialdemocratica, e tendere, nella organizzazione del Partito, a foggiarsi una coscienza schiettamente comunista.

r.g.