Partidul Comunist Internațional

Il Programma Comunista 1963/12

L'ora è dei baciapile

Roma papalina può ben celebrare un trionfo, oggi che, per la morte di uno dei suoi reggitori, mettono il lutto e levano al cielo le mani angosciate non soltanto i borghesi, che hanno cessato da tempo di proclamarsi nemici implacabili della sua potenza terrena e della sua visione ultramondana della vita: non soltanto le plebi diseredate alle quali più nessuno ricorda nelle parole di Marx che «la religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione senza spirito: l’oppio del popolo»; ma gli stessi partiti che si dicono operai e i dirigenti di Stati che si proclamano sfacciatamente «comunisti». Sul tavolo dei porporati, ai telegrammi dei rappresentanti ufficiali della proprietà e del capitale si mescolano in questi giorni i messaggi di deputati e senatori di «estrema sinistra», di Krusciov e del metropolita di tutte le Russie, di Gomulka e di parlamentari polacchi e cecoslovacchi e bulgari, mentre l’erede della Confederazione Generale del Lavoro di men vile memoria e i bonzi sindacali tanto solleciti della produttività nazionale  invitano gli operai a sospendere per dieci minuti il lavoro perché è morto, oh sciagura, il pontefice!

Suonate, campane di Roma, suonate a distesa! Gli ideologhi della borghesia rivoluzionaria proclamarono «la lotta contro la religione»: i loro nipoti corrono in chiesa e abbracciano l’altare. Il giovane proletariato rivoluzionario dichiarò «lotta al mondo del quale la religione è l’aroma spirituale»: i suoi degeneri partiti di massa si accontentano di rabberciare quel mondo, e trovano compatibili la mitria e la bandiera rossa.

E’ un trionfo tanto più completo, quanto meno sudato. Non la Chiesa è «venuta incontro», come si dice, agli avversari di un tempo; sono questi che si sono ignominiosamente prosternati ai suoi piedi. Non papa Roncalli ha cambiato linguaggio (è questo l’elogio che possiamo fargli noi): sono gli altri che hanno buttato alle ortiche l’ideologia, il programma, le parole d’ordine, che erano la loro forza e la loro ragione d’essere. Egli non ha messo la sua fiaccola sotto il moggio; non ha nascosto che, per lui e per la Chiesa di cui si sapeva e si proclamava l’umile servo, la vera vita comincia dopo la morte e non v’è speranza di salvezza quaggiù – nel piccolo margine di consolazioni riservato ai nipoti di Eva – fuori dalla «Madre comune» e dalle sue immutabili leggi. Ha gettato la sua rete in tutti i mari della terra, è vero; ma era la sua rete, tessuta dei domi e dei riti di sempre. Possono vantare la stessa fedeltà orgogliosa coloro che – essendo in possesso di una dottrina che fin dall’inizio è la negazione di ogni trascendenza, e pretendendo di guidare un proletariato levatosi a distruggere, insieme con la società divisa in classi antagoniste, il suo riflesso nelle coscienze, la «paura che genera gli dei… la paura della cieca potenza del capitale» – hanno fatto propria nella sostanza l’ideologia del pacifismo sociale e di rassegnazione imbelle predicata dalla borghesia laica e dal suo apparato ecclesiastico?

Viene da costoro, al papa defunto, l’elogio: Bandì dalla predicazione della Chiesa ogni «spirito di crociata». E’ facile rispondere: Perché mai avrebbe dovuto mantenerlo, quello spirito, se l’avversario è codardemente scomparso; se più nessuno si leva a contrapporre al vangelo fideista di Roma un messaggio di segno irrevocabilmente opposto? Con l’avversario di ieri si incrociavano e dovevano incrociarsi le spade: che senso farlo oggi, con un «avversario» che predica esso per primo il dialogo, il colloquio? Il campo è aperto: si tratti dei rapporti fra capitale e lavoro o dei rapporti fra Stati, la Chiesa è oggi libera di collocare sul mercato i suoi prodotti teorici in concorrenza con mille altri prodotti intercambiabili, e battere tutti sul prezzo.

Invero, alla visione roncalliana di una pace fra gli Stati e di una conciliazione fra le classi raggiungibili attraverso gli appelli alla coscienza, alla buona volontà, al cuore, nessuno – salvo noi, per pochi che siamo e per debole che sia la nostra voce, – ha osato ed osa oggi contrapporre la dottrina che i rapporti fra gli uomini e i rapporti fra gli aggregati sociali sono rapporti di classe e di violenza; e che solo la violenza di classe può capovolgerli. «Alla pace, alla comprensione e collaborazione fra i popoli, – ha scritto Togliatti commemorando Giovanni XXIII – si può e si deve giungere anche quando si parte da posizioni diverse e lontane»; che cos’è questo, se non la proclamazione di aver condannato per sempre e senz’appello l’eresia marxista che affida la pace alla vittoria non di questa o di quella idea o, peggio ancora, di un mosaico di idee, ma di una classe, ed una sola?

Si è detto ancora: ha saputo guardare al di là di «barriere che sembravano invalicabili». Se questo è un «merito storico», non lo si attribuisca né alla Chiesa  né a un suo pastore: esso spetta a coloro che hanno reso valicabili  in ogni senso tutte le antiche barriere. Al quotidiano appello del  «padre» ai «figlioli», chi – salvo noi – ha risposto in questi anni, o risponderà negli anni venturi, che no, non siamo fratelli, fratelli noi e chi ci sfrutta, fratelli noi e chi ci calpesta, fratelli noi e chi manda in guerra: che «non siamo uno» ma due, due classi contrapposte separate da barriere invalicabili, e che ci sarà pace e fratellanza solo allorché questa barriera sarà clamorosamente abbattuta da una ed una sola di queste classi, e sarà pace e fratellanza quaggiù, non nel favoleggiato regno dei cieli; quaggiù, in quella che da secoli gli oppressi sono invitati a ritenere per decreto immutabile una «valle di lacrime» e che per noi deve diventare una valle di delizie sotto un cielo sgombro di incubi, minacce o pie consolazioni religiose? «La fede rende beati», ripeteva e ripeterà la voce di Roma. «Sì, – risponde la voce del „Capitale” di Marx:  è la fede che rende beati; la fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito». Sotto questa fede di millenarie paure, giace in catene il gigante proletario; di questa fede e della sua beatitudine rassegnata abbiamo giurato da oltre un secolo di volerlo sbarazzare per sempre.

Fra queste concezioni, fra queste due voci di classe antagoniste, non può esservi «dialogo», «incontro», «coesistenza pacifica». Ma è necessario e fatale che conviva pacificamente con Roma un regime di mercanti-epigoni che, sulle rovine della gloriosa rivoluzione di Ottobre, ha ristabilito il dominio del feticismo delle merci e della sua proiezione nel cielo; un regime che può installare il filo diretto con Washington, nutrire archimandriti, e mandarli al Concilio Ecumenico di Santa Madre Chiesa. Per loro, la coesistenza è un fatto e un ideale: di più, la comune ancora di salvezza.

Noi plaudiremo al papa che, da una classe proletaria lanciata all’assalto di una terra e di un cielo non più temuti, sarà costretto a lanciarci l’ultima crociata; al papa che avrà dovuto raccogliere la sfida degli umiliati della terra urlanti le rivoluzionarie parole di un cristianesimo di schiavi in rivolta: «Siamo venuti a portare non la pace ma la guerra», e che troverà davanti a sè «barriere invalicabili» erette dalla forza prima che dalla teoria, e dovrà cercare disperatamente di demolirle.

Non ci sarà, allora, il «plebiscito» di cui i porporati oggi hanno tutto il diritto di gongolare; ci sarà lotta senza quartiere, dietro due barricate e con una sola posta – O NOI O LORO; O IL PROLETARIATO RIVOLUZIONARIO O I DETENTORI DELLE CHIAVI DI UNA PINGUE TERRA E DI UN CIELO PIENO SOLTANTO DI TERRORI.

Per adesso, baciapile di tutto il mondo, a raduno!

Pugno proletario e aspersorio pontificio

Tempo prima di morire, Giovanni XXIII rivolse una lettera apostolica ai vescovi delle nazioni slave. Giacché in essa si dice che «la voce del tempo è la voce di Dio», e giacché noi siamo convinti che la voce di QUESTO TEMPO di controrivoluzione totale e di sfruttamento inaudito del proletariato internazionale, non potrebbe essere altro che la «voce di Dio», vogliamo far sentire ai proletari che sudano sudore e sangue sotto la sferza del capitale COME parla questo dio per la bocca della chiesa di Roma.

La lettera apostolica prendeva occasione dall’undicesimo centenario dei santi Cirillo e Metodio, e iniziava con una ditirambica esaltazione dei POPOLI SLAVI, che si potrebbe ritrovare tale e quale sulle labbra di Krusciov, L’AMICO DEL POPOLO. Ecco le DOTI DEI POPOLI SLAVI, nelle parole del Papa: «Il senso vivo delle cose di Dio, l’indole generosa, la versatilità dell’ingegno, la inclinazione al vivere cortese, una ricca attitudine alle arti, la liberalità ospitale ed altre ottime qualità che giustificano ogni più bella speranza a loro riguardo». In verità, non pare di vedere Nikita Krusciov in mezzo ai kolkosiani, raccontare la parabola del pane, del sale, della liberalità ospitale? Non pare di vedere la santa Russia del popolo e tutti i suoi sacri ingredienti: le betulle, la balalaika, l’isba, e i rubli nascosti sotto la pietra del focolare o dietro l’icona?

La lettera continuava ricordando il concilio vaticano II  «al quale con nostra grande soddisfazione e lietissimo auspicio furono presentati anche osservatori delegati delle chiese separate», ed afferma, a ragione, che «nell’una e nell’altra parte CIO’ CHE UNISCE E’ BEN MAGGIORE DI CIO’ CHE DIVIDE» (Il corsivo è PROFANO , ma corrisponde alle sacre intenzioni papali).

«Io maledissi al papa or son dieci anni / oggi col papa mi concilierei».

Nikita Serghievic, voi non avete mai «maledetto al papa», come i borghesi massoni di cent’anni or sono: conciliatevi dunque con Roma! Avanti, Nikita, in Vaticano: non voi piglierete a braccio il pontefice, ma egli abbraccerà voi! Giovanni XXIII aveva idealmente proteso la mitria e il pastorale oltre i confini della santa Russia di Cirillo e Metodio (del che gli ha fatto merito Togliatti): il giorno forse non lontano in cui secondo l’auspicio papale, «mutate in meglio le idee dei governanti, come vogliamo sperare, la procella si converta in brezza leggera», non solo Agiubei e Nikita si inginocchieranno in Vaticano, ma soprattutto il sommo moderatore della chiesa romana, chiunque egli sia, percorrerà trionfalmente le contrade della santa Russia e pontificherà nella cattedrale di San Basilio. Già, gli occhi inumiditi, Giovanni XXIII antivedeva questo grande trionfo: «Il Signore… a coloro che confidano  nel suo aiuto e nella sua protezione preparerà UN CONFORTO TANTO PIU’ LIETO QUANTO MENO ATTESO».

Che coloro i quali confidano nell’aiuto del Signore NON ABBIANO ATTESO E NON ATTENDANO QUESTO CONFORTO, è dubbio a dir poco. Ma noi, che NON confidiamo nell’aiuto del Signore, abbiamo lungamente atteso e attendiamo con fiducia e certezza il GRANDE CONFORTO dell’abbraccio fra Mosca e Roma. Ma i proletari, che NON confidano nell’aiuto del Signore e nella sua protezione bensì SOLTANTO NEL LORO PROPRIO AIUTO E NELLA LORO PROPRIA PROTEZIONE : ma i proletari, che sanno di potersi aiutare soltanto con l’aperta e violenta lotta di classe e di potersi proteggere soltanto con la loro propria forza; i proletari da lungo tempo attendono questo conforto, i proletari da lungo tempo attendono questa gioia; la grande gioia di vedere i bonzi sindacali che definiscono «teppisti» gli operai in sciopero, di vedere gli esaltatori della patria, di vedere i deputati e i senatori vincitori di battaglie elettorali e costituiti a difesa dell’ eternità del parlamento, di vedere i massacratori del proletariato a Varsavia e a Berlino, a Poznam e a Budapest, in una parola di vedere tutti coloro che quotidianamente li tradiscono abbracciati e benedetti dal papa.

* * *

Di fronte a così meraviglioso spettacolo, di fronte alla benedizione pontificia, gli operai di tutto il mondo non possono rispondere che con la bocca del proletariato russo sul quale questa benedizione, nelle intenzioni di Krusciov e di chiunque salga alla cattedra di Pietro, dovrebbe cadere. La risposta del proletariato internazionale per la bocca degli operai russi, non può dunque essere che questa:

«IL PROLETARIATO RUSSO non fa parte dei POPOLI SLAVI, né di alcun altro popolo. IL PROLETARIATO E’ UNO SOLO nel mondo intero, al di sopra di ogni confine di razza e di nazione, unito dal suo comune sfruttamento, dalla sua lotta comune, e dal suo unico fine: LA DISTRUZIONE DEL CAPITALISMO.

L’acqua benedetta dell’aspersorio papale può dunque ben raggiungere Nikita Krusciov e IL SUO POPOLO SLAVO, costituito di preti, intellettuali, avvocati, affaristi, contadini arricchiti, politicanti e sfruttatori. Quest’acqua benedetta non può invece raggiungere in alcun modo il PROLETARIATO RUSSO.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «il senso vivo delle cose di Dio» ma possiede al contrario il senso vivo dei prodotti del proprio lavoro, che gli vengono quotidianamente estorti da quei governanti che la Chiesa benedice.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «la versatilità dell’ingegno», perché il proprio sviluppo intellettuale gli viene impedito da coloro che in Russia come altrove detengono il privilegio della cultura e ne fanno un  MONOPOLIO DEL CAPITALE: possiede al contrario LA FORZA DELLE PROPRIE BRACCIA con le quali intende appunto spezzare il MONOPOLIO DELL’INGEGNO BORGHESE.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «l’inclinazione al vivere cortese» ma è costretto a vivere in modo tanto inumano da manifestare oggi la propria inclinazione alla scortesia ala durezza e alla violenza nei confronti dei propri sfruttatori, e da manifestare domani la ferma intenzione di esercitare la dittatura e il terrore più spietati nei confronti di coloro che VIVONO CORTESEMENTE sulle loro spalle.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «una ricca attitudine alle arti» ma vede al contrario mutilata la propria natura umana dalla divisione sociale del lavoro esasperata dal capitalismo, così che è costretto ad avvitare bulloni da mane a sera nella galera della fabbrica; ritiene quindi che l’affermazione secondo la quale esso «possiede una ricca attitudine alle arti» sia una beffa atroce, e manifesta la propria intenzione di far cadere un giorno su chiunque abbia il coraggio di irridere gli schiavi del capitale e di benedire i loro sfruttatori la più implacabile delle vendette.

IL PROLETARIATO RUSSO NON può essere né «liberale» né «ospitale», dal momento che con la propria prole e con le proprie donne deve vivere ammassato nella misura di cinque famiglie per alloggio.

PER TUTTE QUESTE RAGIONI, IL PROLETARIATO RUSSO NON possiede «altre ottime qualità che giustificano ogni più bella speranza a suo riguardo», ma riconosce apertamente di essere dotato di «pessime qualità» e avverte i propri sfruttatori, e i preti che li benedicono, di volerle fermamente usare per la propria rivoluzione.

IL PROLETARIATO RUSSO NEGA inoltre che il «conforto» della riconciliazione con la chiesa di Roma sia per la cricca capitalista del Cremlino «tanto più lieto quanto meno atteso». IL PROLETARIATO RUSSO sopporta ormai da troppo tempo gli effetti della riconciliazione del Cremlino con la chiesa ortodossa, effetti nei quali la sferza del capitale si unisce alla preghiera del pope; e ricorda troppo bene l’opera svolta nella II guerra imperialista dalla chiesa ortodossa, quando d’accordo con tutte le altre chiese, incitò gli operai a massacrarsi sui fronti della patria, per credere che l’incontro del Cremlino con il vaticano sia «un conforto tanto più lieto quanto meno atteso».

IL PROLETARIATO RUSSO afferma al contrario che «il Signore ha preparato a coloro che confidano nel suo aiuto e nella sua protezione», vale a dire a Krusciov e compagni, «UN CONFORTO TANTO PIU’ LIETO QUANTO PIU’ ATTESO».

A coloro che «confidano nell’aiuto e nella protezione del Signore» si servono in realtà dell’aiuto e della protezione degli operai per poterli meglio sfruttare, vale a dire ai sedicenti comunisti falsi e bugiardi del Cremlino, e ai preti che li benedicono, IL PROLETARIATO RUSSO ANNUCIA DAL PROPRIO CANTO DI PREPARARE LORO UNA FINE TANTO PIU’ MALINCONICA QUANTO MENO ATTESA.

Infine: mentre i capitalisti i preti e i governanti di tutto il mondo si rallegrano per il fatto che «la procella si converte in una brezza leggera», IL PROLETARIATO RUSSO GRIDA LA PROPRIA CERTEZZA di potersi riunire in un giorno non lontano al proletariato internazionale, al fine di convertire la brezza leggera della coesistenza pacifica dei preti dei capitalisti e dei governanti  NELLA VIOLENTA BUFERA DELLA RIVOLUZIONE COMUNISTA.

[RG-35] La questione militare Pt.1

Il proletariato nella fase della sua prima esistenza

Dopo una parte generale sul tema della questione militare vista secondo il marxismo, che è stata trattata nella riunione di Genova, abbiamo iniziato la parte storica esaminando il ruolo della violenza nei vari modi di produzione per trovare conferma dei fondamenti teorici esposti nella parte generale alla riunione di Firenze.

Esaminati il comunismo primitivo, lo schiavismo e la società feudale, ci si dovrebbe attendere un esposto relativo al capitalismo. Ma, a parte il fatto che si è già parlato abbastanza della violenza borghese nella sua fase rivoluzionaria e fino al crollo della società feudale in Europa, la lotta di classe che si svolge dopo il trionfo delle rivoluzioni borghesi d’Inghilterra e di Francia per l’ulteriore espansione della forma capitalistica di produzione ha come protagonista il proletariato già cosciente della sua forza di classe e della sua missione storica. E’ quindi impossibile parlare della ulteriore evoluzione della violenza borghese senza prima aver detto qualcosa sulle lotte che il proletariato sostenne entro la stessa società feudale a fianco della borghesia e per affermare la sua esistenza fisica prima che politica. Di qui la necessità di fare un passo indietro a ripercorrere tappe storiche già tratteggiate dal punto di vista essenzialmente della borghesia e delle sue lotte.

Tracciamo fin da adesso lo schema secondo cui tratteremo la questione militare del proletariato. Premesso che la violenza di ogni società divisa i classi trova la sua più alta espressione nel capitalismo perché esso eredita tutte le contraddizioni della società di classe fin dal loro nascere storico; e che tale violenza sarà risolta dal proletariato sia sul piano teorico che sul terreno pratico; osserviamo che le lotte della classe proletaria, la più rivoluzionaria della storia, si svolgono in tre fasi successive:

1) A fianco della borghesia rivoluzionaria.

Il proletariato comincia a lottare già molto tempo prima d’essere diventato un classe: quando è una forza ancora popolare, uno “stato”, un “ordine” della società. Durante questa fase, la sua lotta si confonde con quella di altri gruppi sociali: i contadini, gli artigiani ed altri strati borghesi e piccolo borghesi. E’ il periodo in cui per la prima volta si distacca completamente dalla terra il lavoro, e da tutti gli altri mezzi di produzione. Questo fatto di enorme importanza non poteva verificarsi senza l’agente risolutivo della violenza, cioè senza lotte lunghe ed accanite.

2) Contro la borghesia dominante.

Con l’aprirsi dell’epoca capitalistica, cioè da quando la borghesia si è installata al potere nei paesi più progrediti d’Europa, la lotta che il proletariato conduce assume nuove forme: oltre a delimitarsi ed ampliarsi, assume un carattere eminentemente internazionale, politico, frontale. Il proletariato riceve le sue armi dalla borghesia, e gliele rivolge contro.

3) Durante la dittatura proletaria.

Quando, a sua volta, il proletariato si è impossessato del potere politico ed ha spezzato con la violenza la vecchia macchina dello Stato oppressore borghese, si entra in una nuova ed ultima fase della violenza proletaria. Contrariamente ai falsi socialisti ed agli anarchici, il marxismo rivoluzionario prevede (e l’esperienza storica lo ha già confermato) la necessità di non allentare né arrestare la lotta, che invece dovrà impegnare tutti i diversi organi dello Stato della dittatura proletaria.

Solo dopo la vittoria sulla grande borghesia e, cosa ancora più importante, sulle forze piccolo borghesi dell’economia e sugli impersonali rapporti di produzione capitalistici che ancora resistono, lo Stato proletario disarmerà: l’umanità esce allora dalla preistoria delle società di classe.

La natura e la funzione storica della violenza quale potente leva di trasformazione economica e sociale della società appare anzi in tutta la sua chiarezza proprio nella fase di lotta in cui il proletariato adopera la sua macchina statale per liberare il comunismo dagli ostacoli capitalistici. Il carattere totalitario e radicale della violenza è messo in altrettanta evidenza perché essa è posta al servizio degli interessi più generali della umanità intera. Appunto in ciò il proletariato è la classe più rivoluzionaria della storia; la sua lotta, riallacciandosi a forme antichissime della storia sociale, si conclude con la sua autodistruzione rivoluzionaria; in esso ogni violenza si risolve.

Sguardi alla Germania Est: il «la cooperazione aziendale»

Completiamo con questo articolo lo studio del «Codice del Lavoro» della Repubblica Democratica Tedesca (DDR, o «Germania Est») come riflesso della sua struttura economica e sociale, per i cui precedenti rinviamo ai numeri 8, 9 e 11 di quest’anno.

Un altro fattore determinante del carattere «socialista» della struttura sociale sarebbe la «compartecipazione» dei lavoratori alla direzione economica della società, conquista decantata come il vero successo del socialismo ultimissima versione e universalmente apprezzata per la sua natura democratica sia dai social-riformisti europei, sia dai «comunisti» d’oltre cortina, con codazzo di affiliati d’Occidente. Essi vedono l’avvio al socialismo non nell’organizzazione politica della classe proletaria che distrugge dittatorialmente le vecchie istituzioni sociali, ma nel fatto che strati di lavoratori si inseriscano nella direzione economica della società oggi esistente e stabiliscano entro le singole fabbriche le entità produttive (con la necessità al solito, d’intensificare la produzione per ottenere un maggior profitto sul mercato). In tal modo, a poco a poco la classe operaia permeerebbe di «socialismo» la società borghese attuando pacificamente le note riforme di struttura: «costruirebbe» socialismo senza distruggere capitalismo. Si elimina così la parte distruttrice, che è la più importante anche se rappresenta uno scandalo per la democrazia, e il vero contenuto della dittatura proletaria.

Se in un caso eccezionale la dittatura sarà instaurata senza distruggere uomini, cosa certo augurabile ma da escludere tuttavia nel mondo attuale di sbirri e leccapiedi, essa non potrà mai fare a meno di distruggere istituzioni e violentare vecchie impalcature sociali, alcune delle quali verranno sostituite con strutture opposte, altre semplicemente eliminate.

Ecco perché il passaggio attraverso la dittatura (l’intervento dispotico del «Manifesto» ) è obbligatorio anche se – per ipotesi assurda – fosse attuabile una via pacifica al socialismo. L’inserimento dei collaboratori operai nella direzione delle imprese non ha in sé alcun carattere socialista; è, finché sussiste il capitalismo, il prolungamento di quello spersonalizzarsi del capitale che già avviene nelle società per azioni. È il capitale che diviene sempre più un potere al di fuori dell’individuo singolo e che domina dall’alto della sua potenza sociale. Del resto, la figura del collaboratore operaio è diffusissima nell’industria occidentale, dove egli diviene il confidente numero uno del padrone e ne è ricompensato generosamente.

Inoltre, instaurato il socialismo, la collaborazione non può essere aziendale. L’impresa più socialista (se così possiamo esprimerci) che vi si realizzerà non sarà certo la collaborazione entro le aziende, ma la distruzione delle aziende come principio produttivo.

A questo il «socialismo tedesco» si guarda bene di tendere.

Esso ha invece trasformato il socialismo in una questione di buona direzione di aziende! Sembra incredibile, ma è così. A pag. 27 del «Codice del Lavoro» della RDT, nel capitolo intitolato «La direzione delle aziende e la compartecipazione dei lavoratori» , si spiega che «in regime capitalistico l’operaio non ha interesse alcuno a migliorare il sistema di direzione che egli identifica con lo sfruttamento padronale. Il suo interesse non mira dunque al perfezionamento dei metodi di direzione, che porterebbe non ad un aumento detto sfruttamento, ma alla diminuzione dello sfruttamento e successivamente alla sua completa liquidazione».

Un buon uomo non può che stropicciarsi gli occhi incredulo. Il miglioramento della direzione aziendale (anche capitalistica!) porterebbe alla diminuzione ed all’eliminazione (culmine della perfezione direttiva) dello sfruttamento. Non è più una questione di rapporti produttivi; il senso della realtà capitalistica starebbe tutto li, nella cattiva direzione delle imprese: non nella fabbrica che produce, per mezzo del lavoro salariato, merci da piazzare sul mercato, ma nella stanza del direttore che organizza «male» il lavoro alle sue dipendenze. Migliorate la direzione, e a poco a poco si spanderà sulle merci che usciranno a ritmo continuo dalla fabbrica un alone «socialistico». Migliore sarà la direzione, più il lavoro sarà produttivo, più merci nasceranno nella unità di tempo di lavoro, tanto più lo sfruttamento… si sgonfierà. Questo il socialismo alla rovescia «lanciato» sui mercati della povera opinione pubblica.

La realtà è ben diversa; altrimenti noi, invece di dedicarci alla rinascite mondiale del partito di classe, ci dedicheremmo con tutte le nostre forze agli studi atti a perfezionare la direzione economica aziendale. Quanto meglio il lavoro salariato è organizzato e diretto, tanto più il lavoro rende, tanto meno il proletariato riceve, perché, anche se il suo salario aumenta, maggiormente cresce la massa di merci prodotta; tanto più esso viene sfruttato: questa la realtà non capovolta. Realtà che non abbiamo scoperta noi, ma indagata da un certo Carlo Marx cent’anni fa. Ne avete sentito parlare, in Germania Est?

Il ruolo del sindacato

Ecco a che cosa si riduce dunque la «compartecipazione creativa» dei lavoratori alla direzione economica: essa ha l’unico compito creativo di «creare» accumulazione di capitale, di produrre sempre più merci. Il lavoratore può fare proposte, certo; ma solo in senso «creativo», cioè a condizione che la proposta riguardi l’utilizzazione più intensa del lavoro, lasciandone intatta la durata. Se poi egli propone di prolungare la giornata lavorativa, ancora meglio. Tutto per il socialismo! E tutto con l’appoggio, non sappiamo se «creativo», dei sindacati, i quali esistono proprio a tale scopo. Le direzioni sindacali aziendali hanno infatti il diritto (Pag. 33):

1) di organizzare l’emulazione socialista, il lavoro collettivo socialista, le conferenze permanenti di produzione e le discussioni sui piani, di partecipare all’elaborazione dei piani aziendali e di controllarne la realizzazione;

2) di introdurre i metodi degli innovatori, di sostenere le proposte dei lavoratori, come pure di partecipare all’istruzione professionale degli apprendisti ed alla riqualificazione dei lavoratori;

3) di partecipare all’elaborazione, di stipulare e di controllare l’applicazione dei contratti collettivi d’azienda e di reparto come tutti gli altri contratti collettivi di azienda previsti dalle leggi;

4) di partecipare all’esecuzione del principio socialista delle prestazioni (?] ed alla conseguente formazione dei rapporti di lavoro e di salario e di contribuire con voto deliberante alle decisioni circa l’utilizzazione dei mezzi finanziari per i fondi premi, culturali e sociali;

5) di partecipare alla trattazione degli affari del personale conformemente alle disposizioni di legge;

6) di controllare l’assistenza agli operai (se si ammalano producono di meno], la costruzione di case e di installazioni sociali e culturali, di partecipare con voto deliberante alla distribuzione delle case di abitazione e di sviluppare l’attività culturale e sportiva nell’azienda;

7) di controllare la realizzazione dette misure di prevenzione contro malattie ed infortuni e di adempiere alle funzioni dette assicurazioni sociali della azienda;

8) di pretendere l’eliminazione di deficienze nell’azienda e di contribuirvi.

È con tutta questa sequela di diritti (un vero spreco) che si «costruisce» creativamente il «socialismo» nella Repubblica Democratica Tedesca. Il socialismo è la vera realizzazione dei «diritti dell’uomo»! Questa frase scherzosa sarebbe presa con la massima serietà da quei pagliacci. Tutto ruota qui su un perno unico, l’aumento della produzione (di merci) senza il minimo accenno alla diminuzione della giornata lavorativa.

L’obiettivo dei sindacati viene apertamente ridotto a quello d’un buon funzionario col compito di far svolgere i rapporti di lavoro (i rapporti nell’ambito della azienda tra la classe dominante e quella dominata), senza impacci e interruzioni. Certo, l’obiettivo dei sindacati è la «costruzione della società socialista». Questo scrive il codice del lavoro, ma se noi esaminiamo i punti succitati, la collaborazione sindacale alla costruzione del socialismo si riduce ad una insana spinta produttivistica e all’eliminazione di tutti gli elementi che potrebbero creare attrito tra i lavoratori e la direzione aziendale. Insomma, si tratta semplicemente di un subdolo prolungamento della direzione aziendale stessa all’interno della fabbrica, che con i mezzi della persuasione e della retorica nazional-fascista mira a mantenere costante il ciclo produttivo. Si tratta proprio di un miglioramento nella direzione aziendale, dell’introduzione di una polizia fidatissima al servizio della produzione di plusvalore!

Il compito dei sindacati è invece, sempre, quello di salvaguardare gli interessi dei proletari; quando lo Stato è capitalista, opponendosi con tutte le forze dell’interesse del capitalismo; quando lo Stato è proletario, non riducendo certo tutta la sua attività alla frase, cucinata in mille salse: massima produzione di merci per la costruzione del socialismo.

I lavoratori (cioè i salariati) vogliono collaborare al «socialismo»? Producano di più. Vogliono «innovare»? Trovino un sistema per produrre più intensamente, come il fabbro H. Richter (cfr. pag. 46 del «Codice»), il quale guidato dalla «coscienza socialista legata ad uno spirito di inventore, ha realizzato importanti innovazioni. Ha presentato 122 proposte di miglioramento della produzione e della tecnologia, delle quali 118 sono state accolte ed applicate con un utile di oltre 64 mila marchi» (questo l’importante!).
[Dalle proposte del Richter è stato tratto anche un brevetto, indubbiamente «socialista» anch’esso. Noi chiediamo al fabbro Richter, il quale è ormai senza dubbio rimbecillito dai premi riservati agli «innovatori» (che, «oltre alla retribuzione dovuta loro per legge», ricevono premi e decorazioni statali: il decorato del premio «Inventore emerito» riceve una medaglia e un premio fino a 5 mila marchi): le tue utili invenzioni sono servite a diminuire con la maggiore produttività il tempo di lavoro, o il loro pregio è di sfruttare maggiormente il lavoro stesso? Povero fabbro Richter: sappiamo che cosa risponderai: esse servono alla «costruzione del socialismo»!]

Gli innovatori vogliono innovare? Innovino sull’intensità del lavoro, rendendola più frenetica. I sindacati vogliono collaborare? Collaborino ad accrescere la produzione: organizzino «l’emulazione socialista» che è «la forma più vasta di iniziativa di massa per l’incremento detta produttività del lavoro» (pag. 39, § 15).
Per converso, puniscano chi produce poco o male. Nella vicina Cecoslovacchia, l’insuccesso registrato nell’ultimo piano ha provocato la seguente disposizione:
«I lavoratori che dimostreranno indifferenza per le lacune della produzione saranno tolti dai posti chiave». («Il Giorno» , del 7.4.1963).

Avevamo già spiegato come l’importante per il «socialismo creativo» fosse la massima produzione.

Questi stralci ci danno la conferma che in tale mania produttivistica s’identifica la forma sociale della Germania Orientale. Essa ce ne richiama irresistibilmente un’altra. I titoli di «emerito inventore», le medaglie, i premi per la produttività, per le innovazioni, per le invenzioni, le «brigate del lavoro» alcune delle quali giungono a conquistarsi il titolo di «brigata del lavoro socialista» lottando – oh, novità –
«per il massimo incremento detta produttività» (pag. 43), non possono non rievocarci alla memoria il fascismo italiano o tedesco. Proviamo a sostituire l’aggettivo «socialista» con «fascista» e il gioco è fatto. La fraseologia è la stessa, il contenuto identico: produrre, produrre, produrre, sempre di più, senza diminuzione delle ore di lavoro, per il «popolo», per la Nazione; dare sangue e sudore per questo dio immondo che noi identifichiamo con il capitale, lo sfruttare ormai ipertrofico che dovunque si compiace, dopo secoli di succhiamento, di concedere ai propri servi qualche inutile «diritto» nella sua vecchiaia godereccia.