Al regime che licenzia e affama gli operai, protetto da sindacati e partiti traditori, opporre la generalizzazione delle lotte per salario e lavoro contro padroni e stato
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
La crisi economica del capitalismo, già in atto, miete le proprie vittime: i lavoratori edili, di alcune aziende metalmeccaniche, ed ora della «grande» FIAT, Lancia ed altre imprese minori. Domani investirà la grande parte dei lavoratori anche quelli delle altre nazioni.
Il nostro partito lo aveva già preannunciato da anni, cercando di mettervi in guardia dall’inganno, alimentato da partiti traditori e sindacati tricolori, che la democrazia avesse instaurato un regime di latte e miele, in cui, con qualche trattativa col padronato e con lo Stato, con qualche periodica astensione dal lavoro, fosse possibile ottenere per l’eternità ogni «diritto», un salario «giusto», un posto di lavoro. Vi dicemmo in mille modi che il capitalismo dà con una mano dopo avervi derubato con due, che ogni cosiddetta «conquista» è effimera e transitoria, che sarebbe arrivato il giorno in cui il regime borghese vi avrebbe privato di tutto quello che pensavate di aver ottenuto per sempre.
Questo giorno è già spuntato.
Prezzi in continua ascesa sviliscono progressivamente il vostro salario; gli scambi commerciali tra gli Stati diventano sempre più difficili e la produzione diminuisce ovunque, con conseguente riduzione dell’occupazione operaia.
Riduzione del salario e disoccupazione: ecco la conclusione cui perviene il capitalismo per proteggere i suoi interessi. Su di voi si fa gravare il dissesto dell’economia mondiale.
Questa conclusione va respinta, da chiunque vi venga proposta, con qualsiasi pretesto vi sia consigliata.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
IL SALARIO NON SI TOCCA!
Se il capitalismo non ha altre soluzioni – e non le ha – ragione di più perché si abbandoni per sempre ogni illusione di «riformarlo», di renderlo meno aggressivo, di sottometterlo ad un fantastico potere di «nuova democrazia», di contenerlo in un «nuovo modello di sviluppo».
Il capitalismo conosce un solo «modello di sviluppo»: realizzare profitto, cioè lavoro non pagato, e quando non è in grado di ottenerlo, chiude le fabbriche, mette alla fame i lavoratori. Miliardi di uomini sono privi del minimo necessario, e il capitalismo rallenta e poi cessa la produzione, facendo precipitare nella miseria e nella fame gli stessi milioni di operai che avrebbero realizzato la cosiddetta «economia del benessere». Beffarda contraddizione di un sistema economico che periodicamente è costretto a distruggere ricchezza e crea miseria.
IL CAPITALISMO HA FATTO IL SUO TEMPO!
Esso non ha alternativa: Non può mantenere i suoi schiavi e perciò suscita esso stesso le condizioni per cui i lavoratori passeranno sul suo cadavere.
SALARIO INTEGRALE E RIVALUTATO PER TUTTI, OCCUPATI E DISOCCUPATI!
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Non si tratta ormai di mettere qualche toppa, di arrangiare le cose con un ennesimo concordato tra sindacati-padroni-Stato. Sono questi dei palliativi, che servono solo a rinviare il crollo, e, peggio, alimentano l’illusione che il crollo potrà essere evitato se voi starete fermi, cogliendovi impreparati nel momento supremo, e dando allo Stato-padrone tempo e opportunità di predisporre nuove e più agguerrite difese. Dietro questa cortina fumogena, infatti, la borghesia arruola le sue guardie bianche, rafforza la sua politica fascista, per una soluzione di forza, i cui recenti attentati e eccidi sono premonitorie esercitazioni tendenti a terrorizzare la classe operaia.
A questo risultato disastroso ha condotto la politica dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali, perché da sempre legata agli interessi dello Stato capitalista, fondata sul disarmo politico, e fisico dei lavoratori. A maggior ragione questo risultato si realizzerebbe se le cosiddette «sinistre» dovessero entrare nel Governo, che avrebbe l’unica funzione di scoraggiare o reprimere qualsiasi tentativo di spontanea azione difensiva dei lavoratori, come dal 1945 al 1948 i governi a partecipazione comunsocialista svolsero l’infame compito di farvi pagare la ricostruzione economica e la ripresa produttiva, con l’illusione che la repubblica «fondata sul lavoro» avrebbe felicemente instaurato l’eterna pace tra le classi. Un governo di chiara natura padronale non potrebbe ottenere questo scopo essenziale. Solo un governo di partiti, che si spaccino come vostri rappresentanti, potrebbe chiedervi nuovi e più pesanti sacrifici.
In tal modo i sindacalisti ufficiali rifiutano una generale mobilitazione delle masse lavoratrici in difesa del salario e del posto di lavoro, rifiutano di sviluppare ed estendere incisive azioni spontanee come quelle di non pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica da parte dei lavoratori; impediscono l’armamento organizzato del proletariato persino a difesa delle sedi sindacali, degli scioperi e della vita dei lavoratori. Di concerto con P.C.I. e soci, temono che la presente società precipiti nel caos, dimenticano che questa società vive nell’anarchia produttiva e nel dissesto sociale in permanenza, da cui si esce solo con la vittoria completa del proletariato rivoluzionario.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Non crediate che queste siano questioni che interessano solo una parte di lavoratori. Non difendere oggi, con ogni mezzo, il salario e il lavoro dei compagni colpiti per primi, equivale a non difendere il proprio salario e il proprio lavoro di domani. Non prepararsi sin da ora a ribattere colpo su colpo la pretesa dello Stato di disporre della vostra vita secondo i suoi infami interessi, significherebbe abdicare alla vostra emancipazione sociale.
Respingete gli astuti richiami alla calma, al compromesso, all’accordo ruffiano. La solidarietà dei lavoratori non può esprimersi che con una risposta totalitaria delle masse lavoratrici:
ESTENSIONE ED UNIFICAZIONE DELLE LOTTE DI TUTTI I LAVORATORI SINO ALLO SCIOPERO GENERALE
PER L’AUMENTO GENERALE DEI SALARI
PER IL PIENO SALARIO AI DISOCCUPATI E AI PENSIONATI
CONTRO IL PADRONATO E LO STATO CAPITALISTICO
SUPERANDO DI SLANCIO TUTTE LE DIRETTIVE SINDACALI E POLITICHE CHE TENDONO AD ADDOMESTICARE IL VOSTRO SACROSANTO DIRITTO AL PANE E AL LAVORO!
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)
I veri sabotatori della ripresa di classe
La ripresa delle lotte operaie non è certo stata decisa dalle centrali sindacali. Da oltre un anno le condizioni economiche dei salariati si stanno aggravando a causa della crescente svalutazione dei salari, determinata dal galoppante aumento dei prezzi, e dal prelievo fiscale sui salari stessi. Lo spettro di una disoccupazione di massa si profila. È un fenomeno internazionale che colpisce più o meno acutamente, per ora, tutti i paesi. Era inevitabile, quindi, che i lavoratori, sebbene allenati alla sopportazione da un cinquantennio di signoria riformista e pacifista, si scuotessero, premendo sui loro dirigenti, manifestando una progressiva intolleranza verso sindacati e partiti, solerti soltanto nel ricucire la logora e stretta veste della collaborazione tra le forze sociali, vale a dire preoccupati di non infrangere la dipendenza politica del movimento operaio dallo Stato capitalista.
Lo sciopero del 17 ottobre, come ogni manifestazione operaia, va inquadrato in questa politica di dosaggio opportunista delle spinte operaie dal basso. I sindacati tendono ad utilizzare, come nel passato, le lotte operaie come valvole di sfogo della pressione delle masse.
La classe non può sollevarsi dalla soggezione, in cui è tenuta da partiti traditori e sindacati tricolori in combutta con lo Stato, con espedienti. L’opportunismo non può essere svergognato e battuto con manovre da corridoio, con tentativi di blocchi o fronti tra gruppi marginali, sconclusionati e senza seguito tra gli operai. La classe operaia può imboccare la strada della sua liberazione dal soffocamento dei partiti traditori, soltanto spezzando in furibonde lotte economiche i limiti legalitari in cui è costretta a difendere salario e lavoro. Non esistono altre strade, come la storia dimostra e conferma.
Questo è il «sindacato di classe», a scorno dei «pratici»: modi e obiettivi di lotta, per incanalare le battaglie quotidiane per interessi economici immediati verso la superiore lotta per il comunismo. Significa incoraggiamento, estensione e unificazione di ogni lotta che spezzi la infame consegna del «confronto civile» tra operai, padroni, Stato, come hanno tentato i Consigli di fabbrica di alcuni stabilimenti lombardi e piemontesi, quando hanno disposto che gli operai non dovessero pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica; come si sono sforzati di fare i ferrovieri romani organizzati nei C.U.B.
Chi ha represso questi tentativi? Le centrali sindacali. Nel primo caso trasferendo la questione degli aumenti dei prezzi dal terreno della lotta e della mobilitazione operaia a quello dell’ennesima ruffianata con gli enti regionali, provinciali e comunali, organi dello Stato; nel secondo caso, sconfessando lo sciopero dei ferrovieri, organizzando il crumiraggio.
Sindacato di classe è lotta senza quartiere, fuori dagli schemi legalitari, contro chiunque si opponga alla difesa reale delle condizioni economiche della classe operaia.
IL BLOCCO LEGALITARIO
Ma quegli operai, lombardi, piemontesi e romani, non pensavano lontanamente al rispetto della legalità, o più precisamente se esistesse una legalità all’infuori della difesa istintiva dei propri interessi economici. Sono state le centrali sindacali e politiche ad ammonirli che i loro interessi sono difendibili solo nel quadro della legalità costituita, che è quella borghese, chiarendo, per converso, che non tuteleranno gli interessi economici degli operai che dovessero implicare l’uso di mezzi non legali.
Non è forse questa una esplicita dichiarazione di rifiuto a difendere gli operai, sotto il pretesto della legalità democratica e repubblicana? Non è già questa un’affermazione esplicita che i sindacati si opporranno a che gli operai brandiscano armi nei picchetti e nelle lotte a salvaguardia della loro vita e del movimento di lotta? Non vuol forse dire questo che i sindacati si ritengono parte integrante del regime, osservanti scrupolosi della legalità, e considerano gli operai fuori della legalità e per questo si schiereranno dalla parte della legge, cioè dello Stato, cioè della repressione antiproletaria?
Di contro ciò implica il sostegno dello Stato e di tutto il fronte controrivoluzionario ai sindacati nel caso in cui venissero superati dalla marea montante delle lotte operaie.
È per queste ragioni, quindi, che i bonzi reprimono ogni lotta che sfugga al loro controllo, che sconfini dallo schema democratico, che scacciano dalla organizzazione qualsiasi operaio che si opponga alle loro direttive legalitarie, che inciti la massa alla lotta diretta.
Le centrali sindacali, inoltre, hanno dovuto chiedere l’intervento dei partiti costituzionali, cioè borghesi e opportunisti, in appoggio alla loro azione per strappare di mano ai C.d.f. la direzione della lotta e metterla sotto tutela degli organi costituzionali per farla abortire. Così hanno dovuto chiedere l’appoggio dell’azienda ferroviaria statale per reprimere e scoraggiare i ferrovieri in sciopero non «autorizzato» da loro signori.
Dov’è, allora, questa millantata contrapposizione tra «sinistra» e «destra», tra «progressisti» e «conservatori», tra sindacati e monopoli? Quando si tratta di minacciare, anche senza intenzione e localmente, l’ordine costituito, «sinistra» e «destra» si uniscono in un’unica presa soffocatrice, tutte le forze democratiche si schierano sullo stesso fronte, dal P.C.I. ai liberali, dalle centrali sindacali alla Confindustria, dagli «antifascisti» ai fascisti.
Allora, la commedia delle trattative sindacali, la voce grossa dei bonzi verso i padroni, la tracotanza puramente verbale dei falsi partiti operai verso il Governo e i suoi partiti, non ha altro senso che quello di confondere e stordire i lavoratori.
Ciò vuol dire che l’estendersi, il moltiplicarsi, il potenziarsi di queste lotte, nel mentre cozza contro il fronte costituzionale, costringe le dirigenze sindacali e i partiti opportunisti a spostarsi sempre più a fianco e a protezione dello Stato, a gettare la maschera di «luogotenenti della borghesia nelle file operaie».
Si è ormai consolidato contro la classe operaia il blocco costituzionale-controrivoluzionario dei partiti opportunisti, centrali sindacali tricolori, Stato, partiti borghesi.
LA LOTTA DI CLASSE È ANTILEGALITARIA
Il blocco costituzionale-controrivoluzionario, sentinella democratica della dittatura del capitale sul lavoro, ha definitivamente messo in luce il tema tattico generale della rivoluzione comunista: per spezzare l’influenza traditrice dei falsi partiti opportunisti e del sindacalismo tricolore sulle masse, senza cui è impensabile la ripresa del moto di classe, il proletariato deve scontrarsi con lo Stato.
Ogni lotta, quindi, che esca dai limiti del sindacalismo ufficiale e dell’opportunismo dei falsi partiti operai, non può che infrangere la legalità, la legge, la tutela dello Stato, e della democrazia che ne è la forma.
Non è un caso che si assista da ogni parte al moltiplicarsi di «proposte» di estensione della democrazia, quale il voto ai diciottenni, una serie di referendum sulle questioni più impensabili. Esse servono ad invischiare sempre più il proletariato in pratiche legalitarie, a distoglierlo dalla crisi, a non uscire dall’ambito del controllo statale. Ciò non significa che tutti i mezzi legali siano controproducenti e che si debba invitare il proletariato a respingerli. Significa, invece, che, se alcuni di questi mezzi sono da scartarsi in anticipo, altri, come per esempio lo sciopero economico, addirittura riconosciuto nella legge delle leggi, la Costituzione della Repubblica democratica, devono e possono essere usati in senso anticapitalista, anche se in questo caso lo Stato democratico si affretterà a sospendere le garanzie costituzionali, ritenendo decaduto il «diritto» di sciopero, per evidenti ragioni di «sicurezza nazionale».
Poiché siamo arrivati al punto che lo Stato capitalista ha fatto proprio, per regolamentarlo, cioè spezzarne l’efficacia classista, il tipico strumento della lotta elementare degli operai, solo degli operai, lo sciopero, e in cambio ha «donato» al proletariato la sua «arma» spuntata, che da un pezzo ha ripudiato e gettato nei ferrivecchi, la democrazia, con tutte le sue pratiche di consultazione maggioritaria, voto, ecc. Quando il proletariato viene chiamato alle urne, in regime borghese, è perché lo si vuol asservire al regime. Il vero Partito Comunista lo deve sempre gridare forte, anche quando la posta in gioco sembra assumere le forme di una o più o meno evanescente «conquista», indicando agli operai che mai consultazione democratica gioverà ai fini della loro preparazione rivoluzionaria, se non è sostenuta da una mobilitazione generale di classe tendente a superare i limiti stessi della consultazione, ammesso che possa darsi questa possibilità. Il contrario, se ieri era cretinismo parlamentare e democratico, oggi è tradimento.
In regime borghese il Partito non riconosce nessuna legalità, non si vincola a nessuna pratica legalitaria, nemmeno all’interno dei sindacati. Infatti, il Partito è l’unico che abbia chiamato gli operai ad infrangere la disciplina sindacale, invitandoli a rifiutare la famigerata «delega», mezzo con cui i sindacati si sono legati ancor più strettamente al regime esistente.
Di conseguenza il Partito addita come esempi caratteristici e peculiari per una ripresa di classe gli episodi di Roma e Milano, l’estendersi e l’organizzarsi dei quali altro non è che lo svilupparsi del sindacato rosso, proletario, di classe.
Per questo vero sindacato operaio, autonomo dallo Stato, libero dalle influenze di partiti traditori, non può esservi che una direzione, quella del Partito Comunista rivoluzionario.
Soltanto con questi strumenti, Sindacato di Classe e Partito di classe, potrà esserci difesa del salario e del posto di lavoro.
Contratto sociale e compromesso storico per allontanare la ripresa di classe
Noi preferiamo, derivando dal loro contenuto, dare un’unica formula: tradimento storico-sociale, dei due slogans pubblicitari del «Contratto sociale» tra il Labour Party inglese e il T.U.C. (sindacati inglesi) e il «Compromesso storico» tra il P.C. Italiano e «tutte le forze popolari». Siccome i due ennesimi pateracchi hanno di mira un solo obbiettivo, e cioè di salvataggio degli «interessi nazionali», che stanno andando in malora, la classe operaia viene considerata soltanto come oggetto. A scanso di equivoci, non si tratta di contrattare migliori condizioni economiche e sociali per il proletariato, ma soltanto la sua permanenza in stato di soggezione al capitalismo, in una fase di crisi dell’economia mondiale, in cui le masse dei diseredati potrebbero ritrovare nelle lotte di sopravvivenza il legame col partito rivoluzionario comunista. La posta in gioco è la sopravvivenza o la fine del regime del profitto.
Il proletariato italiano, urbano e rurale, è praticamente monopolizzato dalla politica del P.C.I., P.S.I. e della «sinistra» della D.C., i quali, in unione con P.S.D.I. e P.R.I., influenzano la gran parte del ceto contadino, della piccola borghesia delle città e delle campagne. A questi partiti fanno capo, grosso modo, le tre centrali sindacali della C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L.
In Inghilterra il quadro è assai semplificato. Due partiti principalmente rappresentano gli interessi fondamentali delle classi: il Labour Party e il Partito conservatore. Il primo trae la sua consistenza dai lavoratori. Tutti si contendono le adesioni delle mezze classi.
Il L.P. non ha alcuna tradizione marxista, proletaria. È sempre stato un «partito di governo», cioè abilitato alla pari con gli altri partiti a condividere la direzione dello Stato. Il P.C.I., al contrario, nella pretesa di derivare da Livorno 1921 e di solidarizzare con l’Ottobre e con la Russia, deve faticare non poco per buttare all’ortiche quel manto rosso che alla borghesia ha fatto sinora tanto comodo sia per impedire agli operai di prendere la giusta direzione rivoluzionaria, sia per relegarli ai margini della concorrenza governativa. Come lo attesta la partecipazione del P.C.I. ai governi nazionali del secondo dopoguerra, la borghesia non teme che questo partito possa trasformarsi, una volta al governo, in partito rivoluzionario, di mangia-capitalisti, ma che non sia in grado, una volta al «potere», di tenere a freno le masse lavoratrici.
La storia italiana dimostra che nei momenti di crisi, i partiti opportunisti hanno reso maggiori servigi all’opposizione costituzionale, piuttosto che al governo. Dal 1918 al 1921 il P.S.I., in Parlamento più forte dell’attuale P.C.I., fornisce un esempio di come si possa consegnare il proletariato legato mani e piedi alla reazione fascista, malgrado che esistesse ed operasse egregiamente un sano e compatto partito comunista rivoluzionario. È chiaro che il capitalismo italiano (meglio sarebbe dire: il capitalismo in Italia) oscilla tra la soluzione socialdemocratica per il controllo sugli operai e quella fascista. Se i partiti «popolari» dovessero accogliere il «compromesso storico», significherebbe che non avrebbero ancora ritenuto giunto il momento per far passare il manganello dalle molteplici mani democratiche all’unica mano fascista. Ma non è qui il caso di esaminare la strategia della controrivoluzione. Per il momento ci riproponiamo soltanto di mettere in luce la semplice constatazione che i «patti» inglese e italiano sono della stessa natura, sebbene apparentemente vengano «stipulati» da diversi contraenti.
In Inghilterra la funzione di tenere a bada la classe operaia l’hanno svolta egregiamente le Trade Unions con o senza «contratto» ufficiale col Labour Party. In Italia, oggi, i sindacati unificati e le «sinistre popolari» (chiamiamoli così i partiti dell’area del «compromesso storico») hanno viaggiato in reciproco appoggio.
POLITICA BORGHESE
Il compromesso sembrerebbe un’eccezione, una condizione di necessità. In realtà è il leit motiv della politica borghese, la ricerca perenne di un punto di incontro tra i diversi interessi delle classi del regime capitalistico. Anche il partito comunista rivoluzionario usa il compromesso come mezzo tattico, ma non ne fa una «politica». Quando un partito che si richiama alla classe operaia fa del compromesso un metodo di azione, significa che si considera un partito borghese tra i partiti borghesi. Giustamente il L.P. parla di «contratto», cioè di stipulazione di accordi tra rappresentanti di interessi conciliabili, quali quelli non anarchici degli operai. In questo senso il L.P. si riconosce partito borghese, e non lo nasconde. Il P.C.I., invece, parlando di «compromesso» farebbe intendere di transigere dalle sue basi di classe, quando, al contrario, il P.C.I. è campato sinora su una politica di permanente compromesso, come si conviene ad un autentico partito borghese. E «l’autonomia sindacale» è invocata sinceramente da tutti, compresi i picisti, per avere una maggiore «libertà» di azione, una condizione in più per bloccare gli operai. Se non riuscissero i governanti picisti a contenere la collera operaia, potrebbero provarci i sindacati, «autonomi» dal P.C.I.
IL PROGRAMMA
Meglio ancora delle considerazioni politiche, valgano i programmi del L.P. e del P.C.I., obbiettivo dei rispettivi «contratti» e «compromessi».
Sebbene più volte rappresentanti delle Trade Unions abbiano partecipato a governi laburisti, nel «contratto» si enuncia la «cogestione dell’economia nazionale» tra TUC (centrale sindacale inglese delle Trade Unions) e L.P.; mentre nel «compromesso» si parla di «collaborazione tra tutte le forze popolari» in un «governo di svolta democratica». In Inghilterra le uniche «forze popolari» organizzate sono appunto il TUC e il L.P.: il «contratto» assicura quindi la «collaborazione». In Italia, come abbiamo brevemente accennato sopra, sono ripartite tra diversi partiti e frazioni di partiti e sindacato: la «collaborazione», quindi, garantisce il «contratto».
Nel campo economico e sociale, i due programmi, tenuto conto del diverso grado di sviluppo economico e sociale dei due paesi, si possono dire identici.
Il P.C.I. promette: controllo pubblico dei prezzi principali, piano degli investimenti secondo una scala di priorità, loro massima stimolazione, intervento nel Mezzogiorno, riforma del credito, lotta alle spese improduttive, controlli fiscali contro le evasioni, ecc.
Il L.P. propone nuove nazionalizzazioni, controllo sulle società multinazionali, maggiori tasse sui ricchi, riduzione dei prezzi di largo consumo, nuovi investimenti, rapido sviluppo tecnologico, ecc.
In ambedue si ritrova l’affermazione che «non si può chiedere sacrifici soltanto ai lavoratori», il che significa la disponibilità dei sindacati, laburisti e picisti, a «convincere» gli operai ad accettare riduzioni salariali di fatto, alla condizione che riprenda lo sviluppo produttivo, ecc. quando tutto il mondo sa, anche gli scemi, che in clima di crisi per sovrapproduzione relativa la produzione prima tende a stagnare e poi crolla. È certo che il capitalismo, in tali frangenti storici, ha più probabilità di ottenere «sacrifici soltanto dai lavoratori» se glieli chiedono i loro sindacati e partiti, piuttosto che i partiti conservatori, dei padroni. D’altronde, questa vecchia politica ha già superato, felicemente per il capitalismo, prove quasi secolari.
VERIFICA STORICA
Alcune date del passato per stabilire che ogni volta i partiti opportunisti hanno creato un blocco «popolare», è suonato a morto per la classe operaia, ha significato crudele sottomissione dei proletari allo Stato capitalista, ha segnato una recrudescenza della dominazione capitalistica sul mondo, l’opposto, cioè, di quello che si era dato ad intendere ai lavoratori.
Il L.P., dopo aver avversato a parole la prima guerra imperialistica, entra nel governo di «unione nazionale» con i «nemici» conservatori. I Sindacati si mobilitano per sostenere la guerra: niente scioperi ed agitazioni; tutto per la difesa della patria e dell’economia nazionale contro la «barbarie tedesca».
Nel 1923 il primo governo laburista, di brevissima durata, in una fase di ripresa delle lotte operaie. 1928, secondo governo laburista, dopo il terribile inganno del patto anglo-russo con cui viene spezzato il formidabile sciopero dei minatori del 1926, in combutta con le Trade Unions, e il conseguente Trade Disputes Act, la legge antisciopero varata nel 1927.
Maggio 1940: governo di coalizione laburisti-conservatori. È la seconda guerra mondiale. Le Trade Unions bloccano col governo nazionale di guerra.
Quattro date, quattro tappe di miseria e di fame per la classe operaia, di tradimento di partiti e sindacati sedicenti operai, in virtù di un permanente «contratto» tra sindacati, padroni e opportunisti.
Sul fronte italiano. PSI e CGL non aderiscono alla guerra del 1914, nemmeno la avversano, timorosi dell’intransigenza di una solida sinistra socialista. Ma si rifanno nel ’19, deviando la poderosa spinta operaia dalla mobilitazione rivoluzionaria all’ubriachezza elettorale. In Italia tra PSI e CGL vige un patto di collaborazione costituzionale, addirittura. Il Patto, dopo la famigerata «pacificazione» tra fascisti e socialisti, permette la vittoria fascista e logicamente continua la sua ignobile esistenza nelle corporazioni, patto di collaborazione per eccellenza tra il partito unico fascista, lo Stato, i sindacati e i capitalisti. Bisogna arrivare alla fine della seconda guerra capitalistica per veder coronate da successo le non represse aspirazioni del «socialismo italiano». Tutti nella barca governativa. La CGIL a puntello della baracca per proseguire la guerra sul fronte «alleato» e per dar corso al contenimento delle immancabili lotte operaie per il pane e il lavoro, e ricostruire, senza violente scosse, la macchina stritolatrice della produzione capitalistica e quella repressiva del suo Stato totalitario.
La breve storia potrebbe estendersi, senza variazioni sostanziali, ad altri paesi, tra cui Germania, Francia, per non parlare di Russia. Il risultato sarebbe lo stesso: quando si propone un blocco, un patto, un compromesso tra partiti, sindacati, governo, Stato, più gravi lutti per le sorti della classe operaia si devono attendere.
È da questa sanguinosa e dolorosa esperienza storica della classe che la Sinistra Comunista ha tratto la lezione della sua intransigenza anche nel campo tattico, respingendo blocchi e fronti tra partiti e ali di partiti, esigendo la subordinazione dei sindacati alla direttiva comunista (cinghia di trasmissione): e non il frutto di un idiota dottrinarismo o di un fariseo moralismo.
PREPARARSI ALLO SCONTRO
Come si vede tutto questo non è nuovo. Non è una «svolta».
Vent’anni fa lo Scià di Persia dichiarò che nel suo paese se non ci fosse stato un partito socialista si sarebbe dovuto inventarlo. È una considerazione materialista. Lenin sosteneva che la verità era più facile sentirsela dire dai nemici che dagli opportunisti.
Nei paesi capitalistici il «programma» delle «sinistre» è una frode e si contrappone solo formalmente a quello delle «destre», per meglio ingannare le masse proletarie. Era questo il pensiero della Sinistra Comunista nel 1921. Lo è a più forte ragione oggi.
I patteggiamenti sono il pane quotidiano dei partiti «popolari», riformisti, opportunisti, da sempre e non una scoperta odierna. Sono il mezzo con cui si sono legate allo Stato le sorti della classe operaia. Questi piani di collaborazione tra le classi sono una volgare scimmiottatura di quelli fascisti di collaborazione tra «capitale e lavoro», peraltro contenuto della democrazia liberale.
Quando la classe operaia spezzerà questa solidarietà sottraendosi alla tutela di «contratti sociali» e di «compromessi storici», oppure sarà la borghesia stessa a spezzarla, ritenendola inadeguata e insufficiente per la conservazione del suo regime, allora, gettata la maschera dell’uguaglianza tra «contraenti», tra «collaboratori», il capitalismo sarà costretto a scoprirsi e si avventerà sulle masse proletarie. La Sinistra Comunista ricorda ai proletari che, dovendo crollare ogni compromesso, lo scontro violento con le forze regolari e irregolari dello Stato sarà ineluttabile e indifferibile. Arrivare allo scontro invischiati e disarmati dall’opportunismo traditore e dall’inganno democratico, significa perdere in anticipo la partita.
Le braccia della provvidenza
La provvidenza sindacale ha larghe braccia: nei sindacati tricolori accanto a preti progressisti e commercianti onesti, possono trovare posto anche i poliziotti.
Non a caso Lama, Storti e Vanni, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio Rumor, hanno comunicato la propria intenzione di farsi portavoce delle rivendicazioni di questi «umili servitori dello Stato, perché molto spesso il Governo considera questi lavoratori come strumenti di parte»: essi chiedono di «assumere concrete e sollecite iniziative a tutela dei principi di socialità che permeano l’istituto di polizia e, nello stesso tempo, a tutela degli interessi e dei diritti di una benemerita categoria di lavoratori».
Dopo aver rilevato che i principi legislativi e regolamentari su cui si regge l’istituto di polizia non sono «coerenti nella sostanza con le intenzioni e lo spirito della Costituzione repubblicana», i tre segretari illustrano le richieste e le iniziative che il movimento sindacale intende assumere in questo settore, cioè il diritto ai rappresentanti sindacali della polizia di far parte delle commissioni relative allo stato ed all’avanzamento del personale e di contribuire alle riforme dell’istituto, «tenendo presente che occorrerà affidare le direzioni generali della Pubblica Sicurezza a funzionari responsabili e capaci». I bonzi sindacali sono favorevoli anche a rivendicazioni di carattere economico e normativo e al riconoscimento di «adeguate indennità in corrispettivo delle prestazioni di carattere straordinario».
«La federazione CGIL-CISL-UIL – conclude la lettera – si propone fin da ora di avviare un dibattito su tale argomento, con la partecipazione diretta dei dipendenti della polizia».
Avanti, dunque, proletari, aiutateli ad ottenere un… premio di produzione: magari perdonandoli quando dovranno andare contro di voi che siete «i loro fratelli»; le braccia della «provvidenza» sono infinite, ma non stupiamoci se domani, alla prima sparatoria, avremo la gioia di sentire come fischiano le pallottole della «polizia democratica»!
Teze Suplimentare Privind Sarcina Istorică, Acțiunea și Structura Partidului Comunist Mondial („Tezele de la Milano”)
1. Tezele de la Napoli revendică continuitatea pozițiilor care, de mai bine de o jumătate de secol încoace, sunt patrimoniul Stângii Comuniste. Atât înțelegerea lor, cât și aplicarea lor naturală și spontană nu vor proveni niciodată din consultarea unor reguli scrise în articole sau regulamente; și nici măcar nu vor fi asigurate – conform praxisului pe care l-am avut ca obiectiv și pe care l-am adoptat în cele din urmă – prin referendumuri numerice ale unor adunări sau, și mai rău, prin grupuri sau instanțe de judecată care disipă toate îndoielile indivizilor mai puțin luminați. Munca pe care o desfășurăm, în vederea atingerii unor obiective atât de dificile, nu poate da roade dacă nu utilizăm abundentul material istoric rezultat din experiență vie, realizat de mișcarea revoluționară în cicluri istorice lungi; pe care, de fapt, l-am pregătit și l-am făcut cunoscut, printr-o muncă asiduă, comună, înainte și după publicarea tezelor.
2. Mica mișcare existentă realizează pe deplin că faza istorică dezolantă pe care a traversat-o face foarte dificilă, la o distanță istorică atât de mare, utilizarea experiențelor marilor lupte din trecut, și nu numai a celor cu victorii răsunătoare, ci și a celor rezultate din înfrângeri sângeroase și retrageri fără glorie. Forjarea programului revoluționar, modelat de perspectiva corectă și nedeformată a curentului nostru, nu se limitează la rigoarea doctrinară și la critica istorică profundă; are nevoie, de asemenea, ca forță vitală, să se conecteze cu masele rebele în acele momente în care, împinse la limită, acestea sunt forțate să lupte. O astfel de legătură dialectică este deosebit de improbabilă astăzi, când impulsul maselor este atenuat și calmat, atât din cauza flacidităţii crizei capitalismului senil, cât și a ignominiei crescânde a curentelor oportuniste. Acceptând dimensiunile restrânse ale partidului, trebuie să ne dăm seama că pregătim adevăratul partid, sănătos și eficient în același timp, pentru perioada critică în care infamia structurii sociale contemporane va obliga masele insurgente să se întoarcă spre avangarda istoriei; o revenire ce ar putea eșua din nou dacă nu există un partid compact și puternic, în locul unuia umflat în număr – organul indispensabil al revoluției.
Oricât de dureroase ar fi contradicțiile din această perioadă, ele pot fi depășite învăţând din lecțiile dialectice concluzionate din dezamăgirile amare ale vremurilor trecute și semnalând cu îndrăzneală pericolele despre care Stânga a avertizat și pe care le-a denunțat pe măsură ce au apărut, împreună cu toate formele insidioase în care infecția oportunistă amenințătoare se dezvăluie mereu.
3. Având în vedere acest obiectiv, activitatea de prezentare critică a luptelor din trecut și a reacțiilor repetate ale Stângii marxiste și revoluționare la valurile istorice de deviații și nedumeriri care au blocat calea revoluției proletare timp de mai bine de un secol va fi dezvoltată și mai profund. Referindu-ne la momentele în care s-au prezentat condițiile unei lupte arzătoare între clase, dar a lipsit coeficientul de teorie și strategie revoluționară și, mai presus de toate, referindu-ne la istoria evenimentelor care au nulificat Internaționala a III-a (atunci când părea că punctul crucial a fost depășit definitiv) și la pozițiile critice pe care Stânga le-a adoptat pentru a îndepărta pericolul uriaş și ruina care, din păcate, au urmat, se pot consacra lecții care nu pot și nici nu vor să fie rețete de succes, ci avertismente severe pentru a ne apăra de acele pericole și slăbiciuni, împreună cu piedicile şi capcanele la care au dat naștere, într-o perioadă în care istoria a provocat adesea prăbușirea forțelor ce păreau devotate cauzei progresului revoluționar.
4. Punctele scurte și exemplificate care urmează nu fac aluzie directă la erorile sau dificultățile ce ar putea amenința activitatea de astăzi; ele doresc doar să fie o altă contribuție la transmiterea experienței generațiilor trecute, construită într-o perioadă în care exista deja o foarte bună restaurare a doctrinei corecte (dictatura proletară în Rusia; munca lui Lenin și a urmașilor săi în domeniul teoretic; fondarea Internaționalei a III-a în domeniul practic), iar lupta revoluționară a partidelor comuniste era în deplină desfășurare, cu o largă participare a maselor în întreaga lume, ca și în Italia. Aceste rezultate se află astăzi într-un moment puternic de cotitură în sens istoric și cronologic, dar utilizarea lor corectă rămâne încă o condiție vitală, atât astăzi, cât și în viitorul sigur și mai fertil.
5. O trăsătură fundamentală a fenomenului pe care Lenin l-a denumit- marcându-l cu un fier încins, folosind termenul care se regăsește și la Marx și Engels: oportunism- este preferința pentru o cale mai scurtă, mai comodă și mai puțin anevoioasă, în detrimentul uneia mai lungi, mai aspre și pline de dificultăți; numai pe cea din urmă poate exista în situaţia reală actuală concordanţa dintre afirmaţia principiilor și programelor noastre, adică a scopurilor noastre supreme, şi dezvoltarea acțiunii practice imediate și directe. Lenin avea dreptate când spunea că propunerea tactică de a renunța din acel moment (sfârșitul primului război) la acțiunea electorală și parlamentară nu trebuia susținută cu argumentul că acțiunea comunistă și revoluționară în parlament era extrem de dificilă, pe măsură ce mult mai dificile erau atât insurecția armată, cât și controlul ulterior, de lungă durată, al transformărilor economice complexe ale lumii sociale, smulsă violent de la capitalism. Noi am susținut că preferința pentru utilizarea metodei democratice derivă în mod vădit din tendința de a alege ritualurile confortabile ale acțiunii legalitare în detrimentul dificultăţii tragice a acțiunii ilegale; și că un astfel de praxis nu ar fi eșuat din a conduce întreaga mișcare înapoi în fatala eroare social-democrată din care tocmai ce ieșisem prin eforturi eroice. Știam, la fel ca Lenin, că oportunismul nu este de natură morală sau etică, ci indică prevalența în rândul muncitorilor (așa cum au observat Marx și Engels în Anglia secolului al XIX-lea) a pozițiilor caracteristice straturilor mic-burgheze, și care sunt inspirate mai mult sau mai puțin conștient de ideile-mamă, adică de interesele sociale, ale clasei conducătoare. Poziția puternică și generoasă a lui Lenin privind acțiunea în parlament de a colabora la distrugerea violentă a sistemului burghez și a eșafodajului democratic însuși, înlocuindu-l cu dictatura de clasă, a rezultat în schimb, sub ochii noștri, la subjugarea deputaților proletari la cele mai rele sugestii ale slăbiciunilor mic-burgheze, ducând la negarea comunismului și chiar la trădarea venală în serviciul inamicului.
Această verificare istorică, desfășurată pe o scară istorică imensă (deşi, fiind o generalizare atât de amplă, poate părea că nu se regăsește în învățătura lui Lenin, un student al istoriei la fel ca noi) ne conduce la avertismentul că partidul trebuie să evite orice decizie care poate fi dictată de dorința de a obține rezultate bune cu mai puțin efort sau sacrificii. Un astfel de impuls poate părea inocent, dar acesta reprezintă de fapt mentalitatea mic-burgheză și se supune sugestiei normei capitaliste de bază de a obține profit maxim cu cele mai mici costuri.
6. Un alt aspect constant și recurent al fenomenului oportunist, așa cum a apărut în cadrul Internaționalei a II-a și așa cum triumfă astăzi după ruina și mai gravă a Internaționalei a III-a, este acela de a prezenta, în același timp, atât abateri serioase de la principiile partidului, cât și o admirație prefăcută pentru textele clasice, pentru cuvintele și operele marilor conducători şi maeștri. Un caracter constant al ipocriziei mic-burgheze este lauda servilă a puterii liderului victorios, a măreției textelor autorilor celebri, a fluenței vorbitorului elocvent; în timp ce în practică sunt afișate cele mai josnice și contradictorii degenerări. Prin urmare, un corp de teze este lipsit de valoare, dacă cei care îl îmbrăţişează cu un entuziasm de tip literar, nu sunt capabili ulterior, în acțiunea practică, să îi înțeleagă spiritul și să îl respecte și încearcă să își mascheze abaterea de la acesta printr-o aderență accentuată, dar platonică, la textul teoretic.
7. O altă lecție care reiese din evenimentele Internaționalei a III-a (reamintite în mod repetat în scrierile noastre prin denunțările contemporane ale Stângii), este aceea a vanității „terorii ideologice”, o metodă repugnantă prin care s-a încercat înlocuirea procesului natural de difuzare a doctrinei noastre prin intrarea în contact cu realitatea dură a unui cadru social, cu îndoctrinarea forțată a elementelor recalcitrante și confuze, fie din motive mai puternice decât partidul și oamenii, fie din cauza unei evoluții defectuoase a partidului însuși, prin umilirea și mortificarea lor în congrese publice deschise chiar și inamicului, chiar dacă fuseseră lideri și exponenți ai acțiunii partidului în timpul unor episoade politice și istorice importante. A devenit recurentă obligarea acestor membri (de cele mai multe ori sub amenințarea retrogradării în funcții mai puțin importante în aparatul organizației) să își mărturisească public erorile, imitând astfel metodele fideiste și pietiste de penitență și mea culpa. Prin astfel de mijloace total filistine, care miros a moralitate burgheză, niciun membru de partid nu s-a îmbunătățit vreodată și nici nu s-a găsit vreun leac pentru decadența iminentă a partidului.
În cadrul partidului revoluționar, pe măsură ce acesta se îndreaptă inexorabil spre victorie, ascultarea de ordine este spontană și completă, dar nu oarbă sau obligatorie. De fapt, disciplina centralizată, așa cum este ilustrată în tezele noastre și în documentele justificative asociate, este echivalentă cu o armonie perfectă între îndatoririle și acțiunile membrilor „de rând” și cele ale centrului, iar practicile birocratice ale unui voluntarism anti-marxist nu pot înlocui acest lucru.
Importanța acestui punct în înțelegerea corectă a centralismului organic poate fi văzută în amintirea îngrozitoare a mărturisirilor la care au fost obligați marii lideri revoluționari- fiind mai apoi uciși în epurările lui Stalin- și a autocriticii inutile la care au fost supuși sub șantajul de a fi expulzați din partid și defăimați ca aliaţi ai dușmanilor; astfel de infamii și absurdități nu au fost niciodată vindecate prin metoda nu mai puțin sfântă și burgheză a “reabilitărilor”. Abuzul sporit de astfel de metode doar marchează triumful dezastruos al ultimului val de oportunism.
8. Prin însăși necesitatea acțiunii sale organice și pentru a reuși să aibă o funcție colectivă care depășește și abandonează orice personalism și individualism, partidul trebuie să-și distribuie membrii între diferitele funcții și activități care alcătuiesc viața sa. Rotația tovarășilor în astfel de funcții este un fapt natural, care nu poate fi reglementat prin reguli analoge celor privind carierele în cadrul birocrațiilor burgheze. În cadrul partidului nu există examinări competitive în care membrii săi să concureze pentru poziții din ce în ce mai prestigioase și pentru un profil public mai înalt; în schimb, avem ca scop realizarea obiectivelor noastre în mod organic. Acest lucru nu are nimic de-a face cu imitarea diviziunii burgheze a muncii, ci este o adaptare naturală a organului de partid complex și articulat la funcția sa.
Știm bine că dialectica istorică determină toate organismele combatante să-și îmbunătățească mijloacele ofensive, prin utilizarea tehnicilor inamicului. În faza luptei armate, comuniștii vor avea deci o organizare militară, cu scheme ierarhice precise, care să asigure cel mai bun rezultat al acțiunii comune. Acest adevăr nu va fi imitat în mod inutil în fiecare activitate a partidului, adică şi în cele nemilitare. Transmiterea ordinelor trebuie să fie univocă, dar această lecție a birocrației burgheze nu trebuie să ne facă să uităm cum poate să corupă și să ducă la degenerare, chiar și atunci când este adoptată în cadrul organismelor muncitorești. Organicitatea partidului nu impune în niciun caz ca fiecare tovarăș să vadă într-un alt tovarăș, desemnat special să transmită instrucțiunile venite de sus, personificarea formei partidului. O astfel de transmitere între moleculele care compun partidul are întotdeauna în același timp o dublă direcție; iar dinamica fiecărei unități în parte este integrată în dinamica istorică a întregului. Abuzul de formalismele organizatorice fără un motiv vital a fost și va fi întotdeauna un defect și un pericol suspect și stupid.
9. Capitalismul, în actuala sa formă istorică de producție, cu mitul său al proprietății private ca drept al oamenilor, care mistifică și deghizează monopolul unei clase minoritare, cerea marcarea nodurilor structurilor sale și etapelor evoluției sale – și ale involuției de astăzi – cu nume mari, de notorietate crescândă. În lunga epocă a burgheziei, a cărei istorie nefastă apasă greu ca un jug pe umerii noștri rebeli, la început cel mai viteaz și cel mai puternic om obișnuia să câștige o mare faimă și să aspire la puteri maxime; astăzi, în acest filistinism mic-burghez predominant, cei care devin importanți sunt poate cei mai lași și mai slabi, datorită metodei murdare a publicisticii.
Printre numeroasele sarcini din dificila misiune a partidului se numără efortul său actual de a se elibera, odată pentru totdeauna, de impulsul trădător care pare să emane de la persoane binecunoscute, și de funcția josnică de a fabrica, pentru a-și atinge scopurile și victoriile, o faimă și o publicitate stupidă prin alte nume mari. Partidul, în fiecare dintre diferitele sale întorsături, nu trebuie să ezite niciodată în decizia sa de a lupta cu hotărâre și curaj pentru un astfel de rezultat, considerându-l adevărata anticipare a societății viitorului.
Studiu asupra activității organice a partidului când situația generală e nefavorabilă din punct de vedere istoric
1.Așa zisa problemă a organizației interne a partidului a reprezentat dintotdeauna un subiect principal pentru Marxiștii tradiționali și pentru Stânga Comunistă, născută ca o opoziție față de erorile Internaționalei de la Moscova. Firește, un subiect de asemenea importanță nu ar trebui să fie luat izolat, ci în schimb ar trebui să fie considerat ca fiind inseparabil de cadrul general al pozițiilor noastre.
2.Doctrina și teoria generală ale partidului pot fi găsite în textele noastre clasice; de asemenea, ele sunt rezumate exhaustiv în lucrări mai recente, în textele italiene, cum ar fi tezele de la Roma și Lyon, precum și în multe altele prin care stânga și-a expus considerațiile asupra degenerării Internaționalei a III-a; fenomenele care au apărut ca efect al acestei degenerări au fost cel puțin la fel de grave precum cele legate de falimentul Internaționalei a II-a. Această literatură o folosim și azi, în studiul organizării (în sensul de organizare de partid și nu în sensul larg de organizare proletară, în diferitele sale forme istorice și sociale) și nu vom încerca să le rezumăm aici. În schimb, trimitem cititorul la textele menționate mai sus și la vasta lucrare „Storia della Sinistra” care e încă neterminată, al doilea volum fiind în curs de pregătire.
3.Orice fapt legat de ideologia partidului și natura sa, constituind un lucru comun pentru noi toți, este derivat din pură teorie, iar asta se aplică și relațiilor dintre partid și clasa proletară, care pot fi sintetizate în ideea că doar în cadrul partidului și prin munca de partid va putea clasa proletară să devină o clasă pentru sine și pentru revoluție.
4.Suntem deprinși cu a considera drept chestiuni de tactică – deși repetăm faptul că nu există secțiuni autonome – relațiile dintre proletariat și alte clase, între partidul proletar și alte organizații proletare, și între partid și alte partide burgheze și non-proletare.
5.Relația care există între soluțiile tactice, astfel încât să nu fie condamnate de principiile doctrinare și teoretice, și dezvoltarea multilaterală a situațiilor obiective, care sunt, într-un anumit sens externe partidului, este, fără îndoială, foarte variabilă; dar Stânga a afirmat că partidul trebuie să stăpânească și să anticipeze aceste relații în avans, așa cum au fost dezvoltate în Tezele de la Roma privind tactica, care au fost concepute ca o propunere pentru tactici care să fie aplicate la nivel internațional. Există perioade în care condițiile au fost obiectiv favorabile, dar nefavorabile pentru partid ca subiect; poate apărea și cazul contrar. În istorie au existat și exemple rare în care partidul a fost pregătit, iar situația socială a împins masele la revoluție și le-a apropiat de partid, care a prevăzut și a descris situația în avans, ca în cazul lui Lenin și al Bolșevicilor.
6.Renunțând la distincții pedante, ne putem întreba în ce situație obiectivă se află societatea în ziua de azi. Cu siguranță, răspunsul corect e că se află în cea mai proastă situație cu putință, și că o mare parte a proletariatului e controlată de partide, în solda burgheziei, care privează muncitorii de participarea la orice mișcare revoluționară, lucru care e chiar mai rău decât dacă burghezia ar fi strivit în mod direct mișcarea. Din acest motiv, nu este posibil să prevedem cât va mai dura această situație de stagnare până când procesul pe care noi îl numim “polarizarea” sau “ionizarea” moleculelor sociale, va avea loc, precedând exploziei marilor antagonisme de clase.
7.Care sunt consecințele acestei perioade nefavorabile asupra dinamicii interne a partidului? Mereu am susținut, în toatea textele menționate anterior, că partidul nu poate să nu fie influențat de condițiile situației în care se află. De aceea, marile partide proletare existente sunt, în mod necesar, oportuniste. Este o teză fundamentală a stângii că partidul nostru ar trebui să se mențină ferm pe poziții într-o asemenea situație și să supraviețuiască pentru a da mai departe “flacăra”, împreună cu tradiția și experiența sa. O să fie un partid mic, nu din pricina dorinței noastre, ci din necesitate. Când vine vorba de structura partidului, chiar și în epoca decadentă a Internaționalei a III-a, precum și în numeroase polemici, am respins, cu argumente a căror invocare în acest text este de prisos, multiple acuzații. Nu vrem o sectă secretă sau un partid elitist, care refuză orice contact extern, dintr-o manie a purității. Ne împotrivim oricărei formule ale partidelor muncitorești care cer excluderea tuturor non-proletarilor, formulă care le aparține tuturor oportuniștilor istorici. Nu vrem să reducem partidul la o organizație de tip cultural, intelectual sau academic, precum cele care au constituit obiectul polemicilor de acum o jumătate de secol, nu vrem nici să credem, cum fac anumiți anarhiști și blanchiști, că poate fi conceput un partid care se ocupă strict cu acțiuni conspirative armate și lovituri de stat.
8.Din moment ce complexul social degenerat se concentrează pe a falsifica și distruge teoria și doctrina, obiectivul micului nostru partid constă în a readuce principiile cu valoare doctrinală, deși, din păcate, situația favorabilă de după Primul Război Mondial, în care se afla Lenin, lipsește. Dar asta nu înseamnă că ar trebui să ridicăm o barieră între teorie și acțiune, lucru care ne-ar distruge în totalitate împreună cu principiile noastre de bază. Vom face uz de orice formă de activitate caracteristică situațiilor favorabile în măsura posibilităților oferite de condițiile materiale.
9.Ar trebui să dezvoltăm mai mult această discuție dar putem să ajungem la o concluzie legată de structura organizațională a partidului în timpul acestei tranziții dificile. Ar fi o greșeală fatală să considerăm partidul ca fiind divizibil în 2 grupuri diferite, unul dedicat studiului iar celălalt acțiunii, pentru că o asemenea distincție ar fi teribilă nu doar pentru întregul nostru partid, dar și pentru militanți individuali. Definiția de bază a centralismului organic e faptul că partidul își dezvoltă organele necesare pentru diferite funcții, pe care noi le-am numit: propagandă, organizare proletară, muncă sindicalistă, etc. până în viitor când va fi nevoie de o organizație armată, dar nimic nu poate fi decis de numărul de tovarăși desemnați fiecărei funcții, deoarece fiecare militant, din principiu, ar trebui să fie implicat în toate activitățile. Faptul că în prezent, numărul de membri devotați teoriei și istoriei mișcării ar putea părea relativ excesiv de mare, iar cei gata de acțiune relativ prea puțini, e un lucru determinat de contextul istoric care nu poate fi schimbat voluntar. Ar fi extrem de nefolositor să investigăm câți dintre militanți sunt implicați în fiecare din aceste manifestări de energie revoluționară. Cum știm cu toții, când situația va deveni suficient de radicalizată, mase mari de persoane, acționând în mod instinctiv, fără a avea nevoie de studii și calificări, ni se vor alătura instant.
10.Știm foarte bine că pericolul oportunist, de când Marx se lupta cu Bakunin, Proudhon, Lassalle, și chiar și în stagiile mai înaintate ale bolii oportuniste, a fost mereu legat de influența aliaților falși mic burghezi asupra proletariatului. Neîncrederea noastră față de contribuțiile acestor pături sociale nu poate – și nu ar trebui – să ne oprească din a utiliza, în conformitate cu lecțiile istoriei, elemente excepționale care fac parte din acestea. Partidul va trebui să impună acestor elemente sarcina de a-și pune la punct teoria. De nu am face acest lucru, partidului i-ar fi asigurată moartea, iar în viitor acesta va trebui să-și adapteze planul de propagare în funcție de nivelul maselor revoluționare avântate în luptă.
11.Studiul dialecticii făcut de tovarășii noștri ne-a arătat că un comunist revoluționar militant e acela care a reușit să uite, să se lepede de prejudecățile cu care a fost înzestrat de această societate putredă, acela care se poate vedea și simți ca o parte din întreaga traiectorie milenară care îl leagă pe omul tribal antic, care se luptă cu bestii sălbatice, cu membrul societății următoare, fratern cu armonia omului social.
12.Partidul istoric și cel formal. Lui Marx și Engels, concentrându-se asupra creării partidului istoric, le-a repugnat ideea de a face parte dintr-un partid formal, însă nici unul dintre militanții din ziua de azi nu are dreptul la această alegere – aceea de a fi în partidul istoric, nepăsându-le de cel formal. Marx când vorbește despre partid se referă la el în două feluri, în sensul său istoric și cel formal sau efemer. În primul concept rezidă continuitatea istorică, și din acesta am derivat teza noastră caracteristică a invariabilității doctrinei de la formulările lui Marx și până acum, care nu este o invenție a unui geniu, ci o descoperire rezultată din evoluția umană. Dar cele două concepte nu sunt opuse unul altuia în sens metafizic, ba chiar ar fi caraghios să fie prezentate în felul următor: „Întorc spatele partidului formal și mă îndrept către cel istoric”. Când deducem din doctrina invariantă că victoria revoluționară a clasei muncitoare poate fi atinsă doar de către partidul de clasă și dictatura sa, iar apoi afirmăm, găsind sprijin în învățăturile lui Marx, că proletariatul partidului pre-comunist și pre-revoluționar ar putea fi considerat o clasă de sine stătătoare doar din perspectiva burgheză, dar nu de către noi sau Marx, deducem faptul că pentru a atinge victoria pe care ne-o dorim, avem nevoie de un partid care să fie simultan formal și istoric, adică, un partid care a rezolvat în realitatea istorică activă aparenta contradicție, cauză a atât de multe probleme din trecut, dintre partidul istoric, conținutul său, importanța lui istorică și al programului său, și partidul contingent, formal, care acționează ca forța și practica fizică a unei părți decisive în lupta proletariatului. Clarificarea sintetică a chestiunii doctrinale trebuie să fie adusă, cât mai repede, în legătură cu tranzițiile istorice din trecutul nostru.
13.Prima tranziție de la grupuri și cluburi mici- din care au apărut luptele muncitorilor- la partidul internațional la care țintea doctrina, s-a manifestat pentru prima dată sub forma Primei Internaționale, fondată în 1864. Nu e cazul să recapitulăm aici procesul care a dus la criza acestei organizații, care sub Marx a fost apărată de influențe și programe mic-burgheze, precum cele ale liberalilor. În 1889, A Doua Internațională a fost fondată, după moartea lui Marx, sub îndrumarea lui Engels, deși ordinele acestuia erau deseori ignorate. Pentru un moment a existat tendința de a restabili continuitatea de la partidul formal la cel istoric, dar aceasta a fost distrusă de influențe federaliste și non-centraliste, parlamentare, de cultul democrației și de perspectiva naționalistă a diferitelor secțiuni, care au încetat a mai fi armate proletare aflate în război cu propriile state. Revizionismul a ajuns la putere și a eliminat continuitatea istorică, ridicând în slăvi partidul formal. Dezvoltarea celei de-a III-a Internaționale de după eșecul dezastruos din 1914 care a cuprins aproape toate secțiunile, infectate cu boala naționalismului și a democratismului pur, a fost văzută de noi, în primii ani de după 1919, ca restabilirea completă a legăturii dintre partidul istoric și cel formal. Noua Internațională s-a declarat din capul locului ca fiind centralistă și anti-democratică, dar, practica istorică a intrării vechilor secțiuni ale Internaționalei precedente, falimentare, a fost dificilă și făcută mult prea în grabă, din speranța cum că tranziția de la luarea puterii în Rusia la revoluția în celelalte țări europene va fi una imediată. Faptul că secțiunea italiană, care s-a ridicat din ruinele vechiului partid al Internaționalei a II-a a fost capabilă, nu mulțumită unor persoane excepționale, ci din pricina unor factori istorici, să simtă necesitatea de a aduce mișcarea istorică la forma ei actuală (Internaționala Comunistă), se datorează luptelor grele pe care le dusese împotriva formelor degenerate și a refuzului său consecutiv de a tolera infiltrațiile în partid. Încercările de infiltrare au fost întreprinse de forțe în cadrul cărora dominau nu numai poziții de tipul naționalist, democratic, dar și de tipul mic-burghez, anarho-sindicalist (precum maximaliștii din Italia). Curentul de stânga a luptat din greu pentru a stabili condiții mai rigide pentru apartenența la partid, pe care le-a aplicat cu succes în Italia. Atunci când, în Franța și Germania, tacticile nu au dat rezultate favorabile, curentul de stânga a fost primul care să prevadă pericolul care amenința întreaga Internațională.
Situația istorică caracterizată prin formarea statului Proletar într-o singură țară și eșecul cuceririi puterii în celelalte țări a dus la soluția organică, dar foarte problematică, a înmânării secției rusești a organizării mondiale a proletariatului.
Stânga a fost prima care a observat că, oricând avea loc deviație a politicii statului rusesc, în relațiile sale internaționale sau politica sa economică, apărea o discrepanță între politicile partidului istoric, care urmăreau interesele comuniștilor revoluționari din întreaga lume, și cele ale partidului formal, care apăra interesele statului rus.
14.De atunci, prăpastia a devenit din ce în ce mai adâncă, până în punctul în care “secțiuni”, care sunt dependente de partidul-lider rusesc, adoptaseră o politică vulgară de colaborare cu burghezia care nu e în niciun fel superioară tradiției colaborării cu partidele corupte a Internaționalei a II-a.
Acest lucru a dus la situația în care grupuri derivate din lupta Stângii Italiene împotriva degenerării Moscovei au avut șansa să înțeleagă mai bine drumul pe care partidul real, activ (și deci formal) trebuie să îl urmeze pentru a rămâne pe linia partidului istoric, revoluționar, care a existat, cel puțin în sensul potențial până din anul 1847, iar în sensul practic a existat ca participant în punctele cele mai importante din jurul marilor, tragicelor învingeri ale proletariatului.
Transmiterea în stare intactă a acestei tradiții prin intermediul eforturilor în direcția formării unui nou partid internațional, fidel partidului istoric, s-ar putea să nu fie, într-un sens organizatoric, bazată pe oameni aleși pentru că ar fi cei mai buni sau cei mai cunoscători în ale doctrinei istorice, și totuși, într-un sens organic, o asemenea transmitere trebuie să rămână total loială liniei care conectează acțiunile grupului care i-a dat pentru prima dată viață acum 40 de ani în forma în care există acum. Noua mișcare nu va trebuie să aștepte eroi sau vreun Messia, ci va trebui să fie bazată pe readucerea la viață la tot ce a fost posibil să fie conservat până acum, iar această conservare nu trebuie limitată doar la teze și documente, ci trebuie să includă și garda veche, încredințându-i slujba de a da mai departe tradiția partidului, puternică și necoruptă, gărzii tinere, care va păși pe calea revoluției și care s-ar putea să nu fie nevoită să aștepte mai mult de un deceniu până la acțiunile revoluționare care vor avea loc pe scena istoriei. Partidul și revoluția rămân nepăsători față de numele participanților, fie că fac parte din garda veche sau din cea tânără.
Transmiterea corectă a tradiției, care transcende generații și indivizi, morți sau în viață, nu poate fi limitată doar la texte critice, nici la metoda de utilizare a doctrinei partidului comunist rămânând fideli textelor clasice. Trebuie ca transmiterea tradiției să fie legată lupta de clasă pe care Stânga Marxistă a dus-o în cele mai aprige bătălii prin anii de după 1919, și care a fost stinsă, nu numai din pricina raporturilor de forță între noi și inamicul de clasă, ci și de dependența față de centru, degenerând și fiind redus din centru al partidului istoric mondial la un partid efemer, distrus de patologia oportunistă, până când această dependență a fost distrusă.
Stânga chiar a încercat, fără să se rupă de principiul disciplinei centralizate globale, să lupte într-un război revoluționar defensiv, menținând avangarda proletară imună în fața influenței exercitate de clasele mijlocii, de partidele lor, precum și de ideologiile lor condamnate înfrângerii. Din moment ce șansa istorică de a salva, dacă nu revoluția, atunci măcar nucleul partidului istoric a fost și ea ratată, astăzi Stânga a pornit iar, în o situație care e obiectiv nefavorabilă, cu un proletariat infectat cu iluziile democratismului mic-burghez; dar organizația nou-născută, folosindu-se de întreaga tradiție doctrinară și practică, verificată de însuși mersul istoriei, o aplică în activitatea sa de zi cu zi prin eforturile sale de a reface legăturile cu masele exploatate. De asemenea, ea trebuie să se lepede de una din marile erori ale Internaționalei de la Moscova, renunțând la tezele centralismului democratic și la aplicarea oricărui mecanism de votare, la fel cum a eliminat din procesele sale toate concesiile democratice, pacifiste, autonomiste sau liberale.
În acest sens, încercăm să avansăm pe drumul, presărat cu mulți ani de experiențe crunte, spre a evita atacuri ulterioare împotriva liniei partidului istoric, obliterând toate mizeriile pe care le-am văzut în partide formale care au dispărut cu aceeași viteză cu care au apărut. Urmând această cale, noi ținem minte avertizările primilor mari maeștri legate de dificultățile combaterii acelor influențe emanate din mediul burghez comercial, precum culturile personale și fuga după supremație și popularitate, care ne aduc aminte de cei care au fost dați la o parte de Marx și Engels pentru a îi opri din a ne îngreuna drumul.
Crisi: attacco a salari e occupazione
Sul fronte capitale-lavoro vediamo da una parte la diminuzione del salario effettivo (aumento dei prezzi, aumento dell’intensità del lavoro), dall’altra l’aumento costante della disoccupazione in seguito alla smobilitazione parziale delle grandi industrie e al crollo delle piccole per la non competitività sul mercato internazionale.
Nella Repubblica Federale il numero dei disoccupati è aumentato nel solo mese di settembre da 527 mila a 557.000 unità, venendo a rappresentare i disoccupati sulla popolazione attiva il 2,4% per i lavoratori tedeschi e il 2,6% per gli immigrati che ne vengono a sopportare le maggiori spese. Il governo prevede per la fine dell’anno un raddoppiamento della disoccupazione. Sempre da agosto a settembre i «disoccupati parziali» (parziale anche il salario!) sono raddoppiati, da 105 a 265 mila.
Indicativo che i 43.000 operai della Volkswagen e i 18.000 dell’AUDI-NSU hanno cominciato da oggi turni di lavoro ad orario ridotto.
Da ottimi difensori del regime del capitale, i sindacati (DGB), insieme a padroni e dirigenti della banca centrale e governo, hanno sottoscritto il «patto sociale» e approvato la linea governativa che vede nell’aumento dei salari la causa dell’inflazione e della disoccupazione.
Quindi, logica conclusione, nessuna rivendicazione, nessun aumento dei salari, sennò, ahimè, disoccupazione. Per i 200 mila metallurgici della Renania-Vestfalia il sindacato è riuscito a imporre agli operai, che ne richiedevano il 20%, l’aumento del solo 14%, come base per le trattative.
Fino a quando ancora il regime capitalistico, grazie al tradimento dei «rappresentanti operai», riuscirà a scaricare le sue inevitabili crisi sul sangue proletario?
Senza questa domanda i ministri, socialdemocratici o no, industriali, banchieri, «rappresentanti degli operai», dormirebbero anche nelle «crisi» i loro sonni tranquilli.
In Francia il ritmo di aumento dei prezzi al dettaglio è stato negli ultimi tre mesi del 13,4%; considerando nel 1970 base 100 il prezzo dei prodotti alimentari ha raggiunto, nell’agosto 1974, quota 142; 135,8 quello dei prodotti manifatturieri e 138,5 quello dei servizi.
La situazione si fa via via più tesa, licenziamenti e chiusure delle fabbriche si susseguono: 841 operai licenziati nella Titan Coder di Mauberger, altri a Samer, a Cannes, a Marsiglia, nelle miniere di carbone della Mosella. Gli operai occupano le fabbriche, proclamano lo sciopero per difendere il posto di lavoro. Purtroppo queste manifestazioni di difesa operaia rimangono isolate, disperse, fiaccate in partenza dalle centrali sindacali che non collegano gli scioperi e cercano invece di fiaccare con sterili manifestazioni cittadine la combattività operaia.
Accanto a queste manifestazioni di strenua e impotente difesa per salvare i posti di lavoro, troviamo tutta una serie di scioperi per aumenti salariali, come quello dei 7000 operai del ferro del bacino della Lorena.
I 1500 operai del centro di smistamento Paris-Brune hanno scioperato senza preavviso contro «i miglioramenti delle condizioni di lavoro» che aumentavano invece lo sfruttamento operaio senza rispondere alle rivendicazioni degli operai di un aumento degli effettivi. Da notare che questi «miglioramenti» erano stati decisi fra i rappresentanti operai e la direzione.
I sussulti di classe non risparmiano nemmeno la Spagna «fascista» e il «socialista» Egitto. In Spagna sciopero alle officine Fasa-Renault dove gli operai rivendicavano 44 ore lavorative settimanali. La manifestazione ha provocato parecchi feriti in scontri con la polizia e 8 arresti. In Egitto scioperi per aumenti salariali a Heluan (i salari degli operai privilegiati rispetto al resto della popolazione, non raggiungono le 50 mila lire mensili). Giustamente preoccupato il governo dall’incitamento alla lotta che questa manifestazione poteva costituire per tutti gli altri salariati, ha subito concesso un «anticipo» di L. 50 mila per il mese di Ramadan a tutti i salariati del paese.
Per concludere negli Stati Uniti la disoccupazione ha raggiunto il 5,8% in seguito a numerosi licenziamenti nell’industria, nelle costruzioni, nel commercio. Si prevede per la fine d’anno più del 6%. In Inghilterra 674.000 disoccupati per la fine del ’74, 900 mila per l’anno prossimo mentre l’aumento dei prezzi dal 16,7% per il ’74 passerà nel ’75 al 17,6%.
La paura dei bonzi
Da qualche tempo il sentimento più diffuso fra i sindacalisti sembra essere la paura. Paura di quello che succederà nell’autunno, paura di non dominare la situazione, paura di lasciarsi sfuggire il controllo delle masse.
Infatti, il cigiellino Benvenuto intervistato dal settimanale «Espresso» del primo settembre a proposito degli «errori» commessi dai sindacati negli ultimi tempi così ha risposto: «Nel 1974, per la prima volta dal ’69 in poi, il sindacato s’è fatto condizionare dal quadro politico, ha temuto che un’azione troppo energica avrebbe provocato la caduta del governo Rumor e per evitarla ha adottato un atteggiamento incoerente. Chiedevamo molto, tutto, la nuova „Città del sole”, ma non ottenevamo niente e facevamo poco per ottenerlo. In queste nostre incertezze ha pesato molto l’operazione Fanfani-Scalia: la minaccia di una scissione nella CISL ha prodotto effetti estremamente negativi su tutto il movimento, le Confederazioni si sono sfiancate in un’opera di mediazione al vertice e gran parte della dialettica sindacale si è ridotta ai dialoghi tra Lama e Storti. In queste condizioni non si può dirigere con efficacia un movimento di massa. Infatti le conseguenze si sono viste presto: la credibilità del sindacato è diminuita, ci sono stati fenomeni di distacco e di sbandamento».
Non ne dubitiamo affatto, egregio pompiere confederale. La paura è l’ingrediente fondamentale della psicologia del bonzo: non «paura di sbagliare le scelte strategiche e tattiche» (quelle resteranno sempre le stesse: non sono «scelte», sono «subite» per la difesa degli interessi del capitale), ma paura del sano istinto di classe proletario! Buon segno: indizio che il «controllo» non funziona più così bene per gli illustrissimi mandarini delle «riforme di struttura» e del «sindacalismo responsabile».
Etiopia: La borghesia salva il Re ma spara su operai e contadini
Una delle più tragiche conseguenze del crollo della III Internazionale, e della degenerazione dei partiti legati a Mosca è costituita dal fatto che il proletariato delle aree sottosviluppate è stato praticamente abbandonato a se stesso, ed ha dovuto sottostare alle esigenze delle varie borghesie nazionali. Una riprova di questo fatto la troviamo nell’esame di tutte le lotte di liberazione nazionale che si sono svolte dal 1945 ad oggi. In Cina, in Algeria, in Egitto, in Congo; in ogni paese, il proletariato è stato soggiogato dalla propria borghesia, la quale, dopo aver realizzato la propria indipendenza nazionale (e in molti casi prima ancora), ha ferocemente represso ogni sussulto di classe dei proletari, dei semiproletari, e dei contadini poveri.
I fatti di Etiopia, non sono che una nuova conferma di questo svolgimento. La borghesia etiopica rappresentata da ufficiali dell’esercito (come in molti altri paesi, vedi ad esempio Egitto e Algeria), sta procedendo allo smantellamento delle vecchie strutture feudali di un impero millenario, ma lo fa solo dopo aver schiacciato i proletari.
Ecco i fatti: Tra il 26 e il 29 febbraio all’Asmara, a Massaua e nella base aerea di Debre Zeit, le truppe, guidate da giovani ufficiali, si ammutinano. I militari ribelli reclamano la riforma della costituzione e la realizzazione di riforme sociali.
L’imperatore in difficoltà, cerca di temporeggiare con un cambiamento di governo e con la promessa di rivedere la costituzione e di realizzare la riforma agraria. Ma il «comitato di coordinamento militare» alla fine di marzo depone il nuovo governo e inizia ad arrestare i personaggi più in vista del vecchio regime accusandoli di «corruzione». Il 12 settembre i militari depongono lo stesso Haile Selassie e chiedono ad uno dei suoi innumerevoli figli, il principe Asfa Wossen (residente in Svizzera) di divenire re costituzionale. Il principe dieci giorni dopo, graziosamente dichiara di accettare.
La borghesia etiope (molto più «pratica» della borghesia francese del ’89) non taglia la testa al vecchio re. In compenso cerca però di tagliargli la borsa. Pare infatti che il «leone dominatore della tribù di Giuda», «eletto da Dio» fosse interessato non solo alle sue prerogative divine ma si sia compiaciuto nel corso del suo lungo regno, di accumulare un certo numero di miliardi prudentemente depositati in banche svizzere. Ma l’ex-imperatore, che non ha opposto resistenza quando gli hanno tolto la corona, è molto più ostinato quando tentano di soffiargli i quattrini e si è energicamente rifiutato di cedere i suoi «risparmi».
Il 26 settembre il comitato militare abolisce le prerogative «divine» dell’imperatore, stabilendo che esso non sarà più «eletto da Dio», ma «eletto dal popolo».
Così la borghesia ha proceduto allo smantellamento del regime feudale. I giornali borghesi occidentali, commentando questi avvenimenti, si compiacciono del fatto che «senza spargimento di sangue» si sia pervenuti all’abbattimento di un regime arcaico, fondato su una spietata oppressione e su privilegi di casta. In effetti, nei confronti dei rappresentanti del vecchio regime, la borghesia etiope ha proceduto con molta cautela. Poche decine di personaggi più in vista sono stati arrestati (molti si sono presentati spontaneamente) nessuno è stato fucilato. I borghesi occidentali che osservano con apprensione gli avvenimenti, possono respirare di sollievo, non vedremo le teste dei nobili rotolare dalla ghigliottina.
Con molta maggiore decisione, con grande ferocia, la borghesia etiope si è comportata nei confronti dei proletari e dei contadini poveri. Di fronte all’agitarsi minaccioso delle masse proletarie e semiproletarie, si è verificato quello che tante volte abbiamo osservato nella storia. La borghesia non esita ad allearsi con gli oppressori di ieri, con gli arnesi del vecchio regime feudale.
Su questo fronte i morti ci sono stati e a centinaia:
25 febbraio: sciopero ad Addis Abeba; la polizia spara: 3 morti e 20 feriti;
28 marzo: l’esercito spara sui contadini che protestavano contro lo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari;
1 aprile: nuovi scontri fra polizia e contadini poveri;
17 aprile: la polizia spara sui ferrovieri in sciopero e studenti a Dire Doua;
24 aprile: la polizia spara contro gli scioperanti ad Addis Abeba;
3 maggio: l’esercito stronca uno sciopero delle poste e arresta i capi sindacali;
12 settembre: il comitato militare sopprime il diritto di sciopero;
20 settembre: i sindacati reclamano l’aumento dei salari; il diritto di sciopero e di associazione minacciando lo sciopero generale;
23 settembre: i militari arrestano i capi della CELU (Confederation Ethiopian Labour Unions) la confederazione proclama lo sciopero generale, ma gli operai sono ormai terrorizzati e impossibilitati a difendersi. Lo sciopero generale fallisce e viene revocato il 25/9.
È una nuova sanguinosa sconfitta del proletariato, ma è anche una nuova conferma delle lezioni che noi abbiamo tratto dagli avvenimenti degli ultimi 50 anni. I proletari etiopi non sono stati in grado di difendere nemmeno le proprie condizioni di vita, e non certo per mancanza di coraggio o di combattività. Abbandonati a se stessi, privi della guida del partito comunista rivoluzionario, sono passati dalla oppressione feudale alla oppressione borghese, subendo gli avvenimenti, senza poterli volgere a loro favore.
L’epilogo non poteva né potrà mai essere diverso, finché non risorgerà di nuovo il Partito Comunista Internazionale, che dichiarerà guerra ad ogni forma di oppressione, unificando le lotte del proletariato occidentale e delle masse sfruttate dell’Asia e dell’Africa.
Il turpe mito della resistenza
A trent’anni di distanza vogliamo commemorare anche noi la «Resistenza», nel modo che si confà al vero Partito Comunista: gloria ai compagni Atti ed Acquaviva, uccisi proditoriamente dai partigiani, sicari dei partiti traditori. Essi caddero in nome della guerra alla guerra, della trasformazione leninista della guerra tra gli stati in guerra tra le classi, come Rosa e Carlo, come infinite schiere di proletari di tutto il mondo.
A Firenze si è celebrato il trentennale della «Liberazione», ovvero del salto della quaglia della ciabattona borghesia italiana dal fronte nippo-tedesco, ormai agonizzante, a quello del dollaro all’atomo e al cacao; auspice quel tal Palmiro che di salti sommo maestro fu: dal fronte di Beppe il calzolaio, collezionatore di teste rivoluzionarie, a quello di Nikita, affossatore di staliniani. Per cui il proletariato fu «liberato» dal padrone tedesco per cadere sotto il tallone del più spregiudicato padrone americano. Viva la «Liberazione»!
Le cronache hanno riferito di una brillante parata «popolare». E popolare è stata. A plotoni affiancati sono sfilati in obbrobrioso gomito a gomito i reparti della repressione statale, polizia, carabinieri, truppe speciali, reparti dell’esercito, ex-partigiani, rappresentanze sindacali, politiche, dei partiti, delle associazioni patriottiche, ecc. ecc. Su tutti vegliava l’anima del «grande assente», che dall’alto della sua quadrata mandibola cristianamente perdonava coloro che non si sapevano quello che facevano quel giorno sulla strada di Dongo. Ma in quella variopinta rassegna non poteva mancare il «sinistro» alla moda, il «cinese», a contestare, lui medaglia al valore partigiano, la tradita Resistenza, la incompiuta democrazia. Lui è ancora lì a far credere che in fondo i cannoni potrebbero sparare marmellata.
Rinverdire la «Resistenza»! Motivo democratico per rinsaldare la pace tra operaio e padrone, tra oppressi e Stato oppressore, tra proletari ingannati e filibustieri di professione, in vista del potente terremoto, i cui sordi brontolii preannunciano una marcia funebre per l’ingorda borghesia e i suoi ruffiani. «Resista» la borghesia, il suo Stato, i suoi corifei, se potranno, all’assalto dell’unitaria armata internazionale del proletariato. La Resistenza è del capitalismo. L’offensiva è della classe operaia mondiale.
Contro le acrobazie della manovra politica
dalle tesi di Lione I e II
Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché l’evoluzione storica presenta – è marxismo – diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il voler avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa. Su tale terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo gli effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi alle false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.