Partidul Comunist Internațional

Il Partito Comunista 67

Iran: l’integralismo islamico cemento nazionale contro la lotta di classe

Dal debole ed incerto ing. Bazargan, al più deciso e convinto Bani Sadr, la borghesia iraniana ha cominciato a riprendere in mano le sorti della «sua» rivoluzione, anche se il contrasto con le strutture sociali e politiche feudali è ben lungi dall’essersi concluso definitivamente. E questo è l’apparente paradosso del sommovimento che da due anni ormai scuote una delle più importanti fonti di approvvigionamento petrolifero dell’Europa: classi, interessi economici quindi, contraddittori ed antagonistici si sono trovate in un fronte comune contro una struttura statale assolutistica che figlia essa pure di una rivoluzione nazionale, si era poi piegata all’imperialismo statunitense e nella pretesa di mediare sul piano interno arcaiche strutture feudali e moderne classi sorte dall’introduzione forzata del capitalismo, aveva scontentato tutte le componenti sociali.

La pretesa «rivoluzione di Allah» ha senza dubbio molte caratteristiche comuni con uno schema di rivoluzione nazionale, ed in tale equivoco sono caduti tutti i «commentatori» di sinistra che abbiano scritto sull’argomento affibbiando patenti di progressismo ora ai preti sciiti, ora ad una borghesia finalmente democratica che permetteva il libero sviluppo della forza e creatività delle masse; ma da parte nostra non ci siamo mai affannati a fare distinguo sottili in nome dell’ortodossia del materialismo storico nei confronti di un avvenimento così potente e vasto, cosa che sarebbe da imbecilli se la distinzione non servisse a capire l’effettivo ruolo che sul piano nazionale hanno giocato e giocano le classi che hanno preso parte al rovesciamento del corrotto ed incapace governo dello Scià, che pure si atteggiava a fiero campione del capitalismo.

Abbiamo invece dimostrato in precedenti lavori come proprio il presente sommovimento sia stato la conseguenza dell’ormai lontana nel tempo presa del potere di Reza primo, quella l’effettiva «rivoluzione nazionale», rimasta però a mezzo, non conseguentemente conclusa come ad esempio la rivoluzione turca di Ataturk.

Se quindi abbiamo negato si potesse definire quella dell’Iran una rivoluzione nazionale nel senso che il marxismo dà a questo formidabile processo di emancipazione alla scala storica, liberante forze che distruggono i precedenti rapporti economici e politici, che pone in movimento masse che per la prima volta si rendono coscienti della loro potenza e forza mettendo in crisi gli equilibri degli imperialismi mondiali, e questo ci ha indicato con chiarezza da che parte fossero schierati i vari componenti del fronte anti Scià, non abbiamo mai cessato di sperare che anche da questo scossone all’assetto mondiale, che pure non sta nel campo rivoluzionario, potessero determinarsi conseguenze alla scala generale favorevoli alla rivoluzione mondiale, che potesse il giovane proletariato d’Iran ritrovare la coscienza di sé, del tradimento perpetrato ai suoi danni dai partiti opportunisti; e lo smacco subito dal più formidabile nemico della rivoluzione, gli Stati Uniti d’America, che non sono stati in grado di prevedere e pilotare la crisi del loro fantoccio nel Golfo Persico ha ben indicato la fase critica cui è giunto l’imperialismo.

Nello schieramento politico contro lo Scià, nessuna delle classi nazionali possidenti in campo ha espresso un contenuto rivoluzionario, non si dica nei programmi ma nemmeno nell’azione. Movimento essenzialmente delle città, quello insurrezionale è stato esclusivamente sostenuto dal sottoproletariato, e dalla piccola borghesia, mentre le grosse concentrazioni operaie sono state volutamente tenute lontane dal vivo dello scontro; che per la verità borghesi e preti hanno sempre mantenuto ridottissimo, curando che non si sviluppasse alcuna organizzazione armata al di fuori di quelle che controllavano direttamente, e riducendo al minimo l’attacco violento all’avversario imperiale e lo svilupparsi di strutture di democrazia di base.

La fase di ricostruzione del dopo Scià vede quindi all’opera una borghesia già vecchia e putrida, pronta al compromesso con i conclamati avversari di ieri, pronta a riallacciare i contatti con l’imperialismo statunitense, pronta a vendere al migliore offerente il suo petrolio.

Non si intende affermare che sia cosa ormai definitivamente scontata una nuova stretta alleanza tra USA ed Iran; ben memore la borghesia del peso economico e politico sofferto sotto la monarchia ad opera dell’Occidente, essa cercherà di vendersi al prezzo più alto all’imperialismo. È del resto il fatto che i più accaniti antiamericani siano proprio le gerarchie religiose e gli strati sottoproletari delle città, mentre la borghesia che faticosamente tenta di ricostruire un apparato economico dissanguato dalla corrotta corte dei Pahlavi e dissestato da un anno di scioperi durissimi, ha ripreso concreti contatti con gli Stati Uniti, i quali dal canto loro tollerano che da mesi una loro ambasciata sia in ostaggio nelle mani dell’ala più estremista islamica, mostra chiaramente la tendenza politica in atto; una delle componenti fondamentali del fronte di lotta che ha liquidato lo Scià, la borghesia industriale, insieme ai grandi commercianti del Bazar, ha già raggiunto l’obiettivo della sua emancipazione politica e sta cercando, con sorte per ora favorevole, di prendere politicamente le distanze dal suo scomodo alleato in sottana nera, tanto più pericoloso quanto più alla testa di masse di diseredati senza speranze se non quelle di un posto nel paradiso del Corano, ma tanto più debole quanto più incapace di offrire una prospettiva economica di minima sussistenza alle plebi delle città ed ai contadini poveri delle campagne, timoroso quant’altri mai di innescare veramente quello scontro sociale che i poderosi scioperi del proletariato del petrolio ad Abadan — per buona sorte di tutti ben lontano dalle grandi città, e quindi incapace di saldarsi al movimento dei sottoproletari, grazie anche all’intervento dell’opportunismo, Tudeh in testa — avevano fatto balenare.

In tale duplice squilibrio, interno ed esterno, si sta dunque sviluppando il faticoso prendere, ed il pesante mantenere il potere. Squilibrio interno perché nemmeno con ogni sua forza la borghesia potrà fare a meno dei preti musulmani, che sono stati e continueranno ad essere il cemento ideologico dello stato iraniano, i garanti, almeno finché si manterranno alleati, della pace sociale; e ciò imporrà che continueranno ad esser fatte alcune concessioni sul piano economico e politico pesanti; ed esterno perché in ogni modo le poderose spinte nazionalistiche affermatesi con la «rivoluzione», che erano una bandiera del suo porsi come classe nazionale, urtano contro le necessità geopolitiche dell’imperialismo americano, che non ha mai cessato di considerare quello dell’Iran un caposaldo irrinunciabile del proprio assetto mondiale, e la pressione esercitata dalla URSS, che con l’invasione dell’Afghanistan si affaccia minacciosa anche sul fianco orientale ancora di più spinge in tal senso.

Il mito della repubblica islamica che il borghese Bani Sadr di turno si affanna a propagandare, in un finto unisono con le gerarchie religiose, è il cencio che copre la volontà di riorganizzare una salda compagine statale, eliminando o privando progressivamente di potere tutte quelle organizzazioni, come gli studenti islamici, che si richiamano all’ortodossia dei preti, e che in questa fase, sono gli elementi che più ostacolano tale riorganizzazione. Ciò segna l’inizio del termidoro della rivoluzione islamica, che si concluderà con un nuovo blocco reazionario simile a quello dello Scià perché l’islamica non è stata una rivoluzione.

E’ il senso dell’atteggiamento tenuto dalla parte progressista del clero quello di non giungere ad una rottura aperta, ma di sconfessare gli eccessi, e di lasciare gradatamente nelle mani dei «civili» buona parte delle conduzioni del governo dello stato sicuri comunque che la forza morale posseduta, avrebbe consentito che il rapporto di forza politico non si arrovesciasse a loro sfavore, mentre la diretta responsabilità della terribile situazione economica gravava tutta sulle spalle dei laici, eliminati i vaneggiamenti komeinisti dell’economia «islamica» e effettive stupidaggini commesse nel periodo «eroico», buone forse per una brevissima fase di emergenza, ma assolutamente inadatte per il periodo di ricostruzione economica. E del resto l’amaro, per le masse popolari, riavvicinarsi all’imperialismo del dollaro, è cosa che possono meglio fare i borghesi che non i preti.

I Bani Sadr e compagnia non hanno dunque alcuna alternativa da seguire; dal punto di vista della borghesia, soltanto un accomodamento con le classi reazionarie può consentire il rafforzamento del suo dominio, la sua prevalenza come classe ai vertici dello stato in ricostruzione accelerata. Tutte le altre classi «popolari» dovranno essere di necessità escluse, anche se formalmente potrà permanere un’apparenza democratica.