Partidul Comunist Internațional

Il Partito Comunista 9

Per la difesa intransigente del salario e del lavoro, contro i padroni, lo Stato borghese e i loro servitori sindacali e politici, risorga una opposizione sindacale di classe

PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!

A trent’anni dalla fine del secondo massacro mondiale, dalla caduta dei regimi fascisti, dal ripristino delle mascherature democratiche, nulla è cambiato per la classe operaia. Ritorna lo spettro della disoccupazione di massa, i salari vengono falcidiati, le «conquiste» economiche svaniscono, una più profonda e vasta crisi mondiale si sta profilando, e i grandi mostri statali pensano già ad una terza guerra universale, nel supremo tentativo di sopravvivere. Il capitalismo è costretto a potenziare i vecchi e tradizionali sistemi di violenza sociale per difendere i suoi privilegi, diffondendo miseria, fame e morte tra le masse dei lavoratori.

In questi termini ha preso avvio in tutti i paesi l’offensiva capitalistica contro la classe operaia. Ma questa offensiva, se è l’unico strumento del capitalismo internazionale per la sua sopravvivenza, è resa possibile dal rifiuto dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali a mobilitare il colossale esercito proletario in un’azione di difesa globale degli interessi dei lavoratori, svolgentesi nel senso di una vittoriosa controffensiva di classe.

In tal modo, partiti e sindacati, un tempo organi della Rivoluzione sociale e del «riscatto del lavoro», sono passati al servizio del padronato, dello Stato, del nemico di classe, dietro la formula fascista della «difesa dell’economia nazionale».

Se i lavoratori non ritorneranno alla lotta senza quartiere per fronteggiare i disperati attacchi della borghesia, il capitalismo riuscirà, ancora una volta, a superare la crisi presente, facendone gravare tutto il peso sulle spalle dei lavoratori.

L’inganno democratico, il trucco delle promesse, le manovre di gonfiare concessioni insignificanti, l’offa di rinsecchite briciole, in cambio della più completa fedeltà degli operai alla Repubblica borghese, per impantanarli nelle sabbie mobili della difesa della democrazia, della pace sociale, dello Stato, per dissuaderli dall’intraprendere la strada dura ma sicura della lotta senza quartiere, senza esclusione di colpi, organizzata e diretta da autentici organi di classe: ecco la manovra del blocco dei partiti borghesi, sostenuti dall’opportunismo traditore.

In questo senso giocano la cassa integrazione, l’indennità di disoccupazione, il «salario garantito», i referendum passati e futuri, il voto ai diciottenni, e mille espedienti ancora: addormentare i vostri sani istinti di ribellione ad un regime così perfido, per stroncarli nel momento decisivo, quando sarà palese anche ai ciechi che la salvezza dei lavoratori dipenderà soltanto dalle armi che avranno saputo forgiarsi prima dello scontro frontale con le armate bianche e nere della borghesia.

PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Se i padroni e lo Stato vogliono «ristrutturare» le aziende, riorganizzare la produzione, «riformare» la loro economia, lo facciano se ci riusciranno, ma va impedito energicamente, con ogni mezzo, contro padroni e Stato, che siano i lavoratori a pagarne il costo. Un sindacato, che vuol esclusivamente difendere gli interessi operai, non può concedere delle tregue al capitalismo, addomesticare le rivendicazioni elementari dei salariati, tentare al tempo stesso di salvare l’economia delle aziende e quella degli operai: o si sta da una parte o si sta dall’altra.

Oggi, mentre le classi padronali brutalmente dichiarano che i loro affari si possono salvare soltanto riducendo i salari dei lavoratori, comprimendo le condizioni di lavoro e di vita delle grandi masse lavoratrici, è necessità assoluta della classe operaia quella di battersi «senza riserve», per la difesa integrale, assoluta del salario e delle condizioni tutte del proletariato. Chi si rifiuta di operare in questa direzione è un nemico dei lavoratori. È altresì tragico il cullarsi nell’illusione, a bella posta diffusa dalle furfanterie della propaganda ufficiale, che nuovi governi, di «sinistra», popolari, radicali, possano ributtare indietro disoccupazione, inflazione e crisi. Se i partiti credessero veramente a ciò che promettono e propagandano, dovrebbero chiamare il proletariato ad anticipare con la lotta di classe la realizzazione di questi obiettivi, perché è solo con la lotta classista, e non con la pace sociale, che si pongono le premesse per il raggiungimento di tali risultati. Al contrario, è prassi quotidiana la denuncia, da parte dei falsi partiti operai e delle Centrali sindacali affittate allo Stato, di «corporativismo» e di «frazionismo» rivolte ai molteplici tentativi di crescenti gruppi di lavoratori di difendere il salario, il posto di lavoro, il pane, la loro vita di salariati, con la lotta diretta, fino al sabotaggio dell’economia aziendale, contravvenendo apertamente alle direttive pacifiste dei bonzi sindacali. Il padronato, privato o statale, si piega solo con la forza organizzata dei lavoratori, impiegata contro gli interessi delle classi che detengono il potere.

È anche tragico errore ritenere che una serie di atti eroici possa colmare l’assenza di direzione classista delle organizzazioni operaie; ovvero possa essere surrogata tale deficienza da un accordo, patto, blocco di partiti o gruppi che si definiscono «sinistri». Nell’ora presente, in cui la gran parte del proletariato è alla mercé della politica traditrice dell’opportunismo, e solo una infima minoranza si dichiara più o meno chiaramente e apertamente contraria a questa politica, è dovere di questi lavoratori, quale che sia la loro affiliazione politica o sindacale, di stringere le loro forze in una OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE sulla base della più elementare rivendicazione, comune a tutti i lavoratori, della difesa, con tutti i mezzi nessuno escluso, del salario integrale agli operai, occupati e disoccupati e pensionati, per mezzo della lotta di classe.

PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Per bloccare la tracotanza delle classi padronali e del loro Stato, per passare poi alla totale e irreversibile distruzione dei loro interessi, rovesciando sulle loro teste quella stessa violenza che, più o meno occultamente è intessuta dalle trame legali ed illegali della borghesia, occorre l’affasciamento delle vostre mani in un solo pugno rivoluzionario diretto dal Partito Comunista Rivoluzionario. In questa situazione in cui tutto appare sfumato ed ogni sforzo viene fatto per spezzare i reali contorni delle classi, sì che appaia difficile per l’operaio riconoscere il suo nemico e il servo del suo nemico, vi diciamo che, vi piaccia o no, non avete scelta: o ritornare sul fronte del combattimento di classe, o soccombere; o guardare a viso aperto i nemici dei lavoratori e sfidarli allo scontro, o restare disarmati e invischiati nelle trappole del legalitarismo democratico borghese e opportunista alla mercé dei colpi risolutori della reazione statal-fascista.

Per risolvere a vostro favore questa alternativa storica la prima condizione è quella di non subire passivamente i colpi che vengano portati al salario e al posto di lavoro, alla vostra vita, ma di reagire risolutamente, con tutti i mezzi, respingendo quanti vi suggeriscono la calma, il confronto «civile», democratico, legalitario, la difesa dell’economia, della nazione, della civiltà, le alleanze con mezze classi ruffiane.

IL SALARIO NON SI TOCCA! Sia questa la parola d’ordine per tutti i lavoratori.

Risorga una OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE per contrastare e vincere la politica collaborazionista delle centrali sindacali, premessa al risorgere di SINDACATI ROSSI, organi del proletariato combattente per l’emancipazione dei lavoratori, per il comunismo.

1º Maggio 1975

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)

Nova socialdemocrazia

A confermare ancora una volta la natura non rivoluzionaria e non comunista del PCI e quindi la sua volontà decisa di difensore dell’ordine costituito borghese, – in quanto non è possibile stare tra reazione e rivoluzione – è venuta puntuale e infame la «Dichiarazione Berlinguer», apparsa su l’Unità di domenica 20 aprile, a puntualizzare la posizione del partitaccio sui tragici fatti di Milano, dove un giovane è stato ucciso dai fascisti ed un altro dai carabinieri, e di Firenze dove un operaio è stato ucciso dalla Polizia. Nella «Dichiarazione» sono solennemente confermate le posizioni controrivoluzionarie del PCI, espresse in tre punti precisi:

1 – «Gli organi dello Stato vanno energicamente richiamati al loro dovere di mettere subito squadristi e terroristi nell’impossibilità di nuocere»; 2 – «vanno condannate e decisamente evitate, isolandone i promotori, le azioni che in qualsiasi forma – ritorsioni violente, assalti a sedi politiche e a locali pubblici e privati, aggressioni alle persone, ricorso alle armi – contribuiscono a una spirale di provocazioni e di disordini»; 3 – «La mobilitazione di tutte le forze democratiche, al di là delle divergenze su ogni altra questione, deve riportare la lotta politica sul terreno del civile confronto. In questo senso i comunisti fanno appello – nell’interesse della causa antifascista – alla distensione degli animi e alla vigilanza».

Sembra di rivivere il clima sudicio del «patto di pacificazione» lanciato nel 1922 dal PSI, l’allora partitaccio tipo PCI odierno. Anche allora si respingeva la violenza, il terrore in nome del «confronto civile» con cui si dovevano dirimere le questioni politiche e del potere, e si accusava il rivoluzionario Partito Comunista d’Italia di «provocazione». Anche allora si «esigeva» dagli organi dello Stato borghese di tutelare il «libero» e «civile» svolgimento della «lotta politica», di arrestare i «facinorosi», di colpire i «trasgressori» della legalità democratica. I fatti, come tutti dovrebbero sapere e ricordare, ammoniscono che ci fu sostanziale convergenza tra le forze dello Stato democratico e le squadracce fasciste, cosicché, ad ogni scontro, sul selciato rimanevano i lavoratori, in galera andavano gli operai, e i fascisti venivano sistematicamente scagionati, dopo essere stati spalleggiati più o meno apertamente dalla polizia statale, o al massimo venivano temporaneamente fermati per sottrarli alla punizione degli operai delle squadre rosse, per essere subito dopo rilasciati.

La collusione tra Stato e bande fasciste spezzò la resistenza operaia e aprì la strada al ventennio mussoliniano. Il disarmo politico, organizzativo, tattico e morale degli operai da parte del socialdemocratismo e delle direzioni riformiste dei sindacati operai favorì in maniera determinante la reazione statale e fascista, distruggendo il faticoso e continuo lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito Comunista d’Italia. Questa «tattica» controrivoluzionaria si ripete, con la variante che al posto del PSI c’è il PCI, che invece di avere una direzione riformista dei sindacati si ha una direzione tricolore delle organizzazioni dei lavoratori, anziché un forte Partito Comunista Rivoluzionario si ha un debole partito e le masse operaie sono oggi ferme.

Che cosa sia il «dovere» dello Stato, vediamolo nei fatti, e non nelle pie intenzioni. Constatiamo in questi fatti il comportamento «doveroso» dello Stato, cioè dell’esercito, della polizia, della magistratura. In tutte le organizzazioni fasciste sinora venute alla luce, come la «Rosa dei venti», la «Fenice», «Ordine Nuovo», «Ordine Nero», ecc. sono stati implicati alti ufficiali delle forze armate, della polizia, dei carabinieri e persino dei servizi di sicurezza; tutti i processi a carico di esponenti fascisti sono stati insabbiati o resi impossibili da manovre di «competenza» territoriale ed anche dalla materiale distruzione di «prove»; le grandi aziende hanno distolto i loro «fondi neri» per non bene identificate operazioni di sostegno politico; lo Stato ha disposto per legge il finanziamento ai partiti, quindi anche al MSI, che si vorrebbe fuori legge! Questo è il pratico e vero «dovere» degli «organi dello Stato». Tutti coloro che hanno voglia di sapere, sono a conoscenza che nelle Questure, nelle Prefetture, nei Comandi territoriali delle forze armate dello Stato, nelle palestre ginniche, negli aeroclub, si propaganda apertamente l’uso della violenza organizzata, si imbottiscono i crani di antioperaismo e anticomunismo. Ebbene, dinanzi a questa situazione di sempre più estesa organizzazione militare, palese o nascosta, delle forze della reazione capitalistica, che si prepara da decenni e non da ieri, i grandi partiti «operai» e le grandi centrali sindacali italiani, forti di molti milioni di aderenti, sanno solo indignarsi, protestare, «condannare», proporre referendum allo Stato borghese perché metta fuori legge un partito borghese! Mentre fuori dalle sacrestie dei partiti democratici si trama, si complotta, si organizza per schiacciare la classe operaia, per prevenirne la difesa, per impedirle di stringere le fila, i grandi duci del movimento operaio escogitano «petizioni» per un «civile confronto» lanciano appelli per la «distensione degli animi», «al di là delle divergenze».

Quando l’incipiente crisi economica nel mondo, che sta sconvolgendo tutti i paesi, nessuno escluso, sta già colpendo il proletariato con riduzioni salariali, chiusura d’aziende, disoccupazione; quando le «radici reali», le cause profonde dello scontro sociale stanno venendo con prepotenza in superficie e la violenza di una società putrefatta s’intensifica ogni giorno contro le condizioni economiche, materiali, fisiche del proletariato, per perpetuarne lo sfruttamento; queste organizzazioni che si spacciano per comuniste, socialiste, operaie, si affrettano a lanciare appelli di collaborazione con lo Stato, supremo centro organizzatore e stimolatore della violenza delle classi possidenti, con i partiti borghesi per eccellenza, custodi dell’intelligenza storica della borghesia.

C’è un solo modo, appreso dalla esperienza della lotta di classe, per evitare che le «provocazioni», le «ritorsioni violente», le «aggressioni» si rivoltino contro la classe operaia: preparare, organizzare, dirigere rivoluzionariamente le forze del proletariato con un indirizzo unitario, che parta dalla difesa assoluta, intransigente, con ogni mezzo, legale ed illegale, pacifico e violento, del salario, del posto di lavoro, della vita stessa degli operai, sino alla ricostruzione delle organizzazioni rosse dei lavoratori.

Questo, il PCI, PSI e soci, le Centrali dei grandi sindacati non vogliono né possono volere e perseguire, perché sulle loro bandiere sta scritto: difesa dell’«economia nazionale», che è il terreno sul quale le classi borghesi coltivano il loro privilegio e affamano le classi lavoratrici; difesa dello Stato democratico repubblicano, che è lo strumento violento e repressivo della borghesia per difendere questo privilegio contro il proletariato. Siccome è inevitabile che i lavoratori si debbano difendere dall’offensiva capitalistica con tutte le armi, anche quelle apertamente violente, cozzando così contro le indicazioni degli attuali partiti e sindacati ufficiali, sarà ineluttabile che questi partiti in nome della «pace sociale», del «confronto civile», della «democrazia» si schiereranno dalla parte dello Stato repressivo e ne benediranno le armi che sparano contro le folle operaie.

Che gli assassinati dal piombo statal-fascista, di ieri e di oggi, siano per i lavoratori un monito ad abbandonare per sempre i riti ruffiani della democrazia e gli organismi che li celebrano, un monito ad impiegare le loro energie, il loro entusiasmo, la loro intelligenza nella difesa rivoluzionaria dei loro interessi, affinché sia sepolta per sempre questa società infame, e scrivano sulle loro rosse bandiere: Morte al capitalismo, democratico o fascista che sia, e ai suoi lacché!

«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.1

«Il partito comunista è quindi un organismo i cui elementi tendono verso una unica direzione, ma essi non si isolano in questo loro atteggiamento: essi si preoccupano di raggiungere la più grande influenza possibile sulle grandi masse proletarie. Ma nello stesso tempo il partito comunista deve guardarsi dal pericolo di spezzare la sua unità lasciandosi soggiogare dalla illusoria speranza di ottenere miracolosamente e per vie devianti quella fondamentale maggiore influenza…» (Relazione sulla tattica al II congresso del P.C.d’Italia – Roma 1922)

«Il partito comunista sarà lo stato maggiore della rivoluzione se saprà raccogliere intorno a sé l’esercito proletario condotto dagli sviluppi reali della situazione ad una lotta generale contro il regime presente».

(La tattica dell’Internazionale ComunistaOrdine Nuovo 1922)

«Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette bell’e pronte. Per far ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica…».

(Tesi caratteristiche del partito 1952).

I comunisti non sono sostenitori della inflessibilità dottrinaria e politica per ragioni di purezza estetica. Il loro dogmatismo nel campo della difesa della teoria e dei principi, la loro accanita difesa delle basi teoriche e programmatiche del partito contro ogni tentativo di deformazione o di «aggiornamento» non deriva da mania di purezza come miriadi di opportunisti vorrebbero far credere, ma dalla necessità della lotta di classe rivoluzionaria che esige da una parte «maturità dei fatti», cioè spinta del proletariato a muoversi sul terreno della lotta e dall’altra la presenza di un organismo di combattimento, il partito appunto, che deve possedere una teoria ed un indirizzo politico inflessibili.

La teoria del partito non è infatti costituita da un insieme di idee astratte ma è la capacità di lettura e di valutazione dell’esperienza storica delle lotte proletarie. È esperienza storica condensata. I principi del partito non sono elementi «ideali», ma il risultato di questa esperienza storica. Il programma del partito deriva dalla coerente valutazione di questa materiale esperienza della lotta di classe. Si tratta di un bagaglio di armi che sono indispensabili alla conduzione della lotta rivoluzionaria come è indispensabile ad essa il moto delle masse proletarie e l’influenzamento di esso da parte del partito.

COMUNISMO ED OPPORTUNISMO

Quest’arma materiale della lotta, costituita dalla teoria, dai principi, dal programma del partito, i comunisti la difendono e la affilano costantemente opponendosi a qualsiasi tentativo di deformarla magari sotto il pretesto di «arricchirla». E questa attitudine rigida, dogmatica, settaria nel campo dei principi contraddistingue oggi come ieri il partito comunista da tutti gli altri raggruppamenti che si dicono marxisti, comunisti e rivoluzionari ma che sono pronti ad ogni passo a sacrificare la loro fisionomia teorica e programmatica (se mai ne hanno avuta una) sull’altare dell’espediente tattico, del successo immediato. Marx e Lenin non temettero, come non lo temiamo noi oggi, di passare per dogmatici e negatori di qualsiasi «libertà di critica» e fu questo il coefficiente primo della vittoria rivoluzionaria in Russia.

Questi due opposti atteggiamenti sono sufficienti a distinguere nel campo politico la coerente visione comunista dagli indirizzi opportunisti anche quando questi sono mascherati, come avviene oggi con gli innumerevoli gruppuscoli extraparlamentari, da rivoluzionari. È tipica posizione opportunistica infatti l’adesione puramente formale ed ideale alla teoria ed ai principi (tutti oggi si proclamano marxisti ed ancor di più leninisti) unita alla affermazione che però i principi vanno «adattati» alla realtà pratica e che perciò l’azione pratica può essere contraria ai principi stessi purché ci permetta qualche successo. In questo modo i principi e la dottrina del partito divengono una specie di paravento ideale a cui tutti dichiarano di aderire ed ai quali magari ci si genuflette nelle conferenze e negli studi sulle riviste teoriche: la pratica, però è altra cosa e per «riuscire ad incidere» nella realtà è necessario non essere «troppo attaccati» ai principi stessi. Per i comunisti i fattori della vittoria rivoluzionaria sono: la presenza del partito, dotato di salda ed omogenea visione teorica e programmatica, la salda ed estesa organizzazione di combattimento del partito collegata con mille fili agli organismi ed alle lotte del proletariato; la maturità delle situazioni storiche che spinge le masse al combattimento ed all’azione. Questi due fattori non sono separabili e contrapponibili l’uno all’altro; si realizzano e si completano l’uno con l’altro, influiscono dialetticamente l’uno sull’altro.

E, proprio al contrario di quanto ritiene l’opportunismo di sempre, il campo naturale di connessione fra questi vari fattori è l’azione pratica, la «realtà». Fuori dal lurido campo di coloro che ritengono che essere marxisti e leninisti significhi inginocchiarsi tutte le sere davanti alla icona di Marx, di Lenin o di altre barbe, scendendo poi, nella pratica, alle più smaccate manovre opportunistiche, i comunisti hanno sempre sostenuto che la vittoria del proletariato avverrà quando il potente movimento delle masse proletarie, determinato dalle contraddizioni materiali del regime capitalistico, incontrerà sulla sua strada un partito che, nel divenire organizzazione ferrea e centralizzata ed estesa influenzante il movimento del proletariato, avrà saputo rimanere rigidamente e dogmaticamente coerente alle sue basi di teoria e di programma.

PARTITO CHIUSO E PARTITO APERTO

Sappiamo che per vincere la battaglia rivoluzionaria avremo bisogno di un partito organizzativamente potente e collegato con mille fili agli strati più profondi del proletariato, ma sappiamo anche, e la storia ce lo conferma con mille esempi tragici, che il partito comunista nel divenire potente organismo di combattimento deve aver saputo non rigettare non deformare non indebolire le sue basi di dottrina e di indirizzo: altrimenti la rete organizzata potrà anche essere potente e controllare la maggioranza delle masse operaie, ma sarà divenuta incapace di azione rivoluzionaria, sarà passata al servizio di altri scopi e di altri indirizzi non proletari e non comunisti. Ciò significa che il partito deve poggiare il suo inquadramento organizzativo su basi teoriche e programmatiche salde combattendo ogni deviazione ed ogni deformazione di esse.

Ma queste basi non sono un patrimonio che la formazione militante e combattente acquisisce una volta per sempre magari per via intellettuale imparando a memoria dati testi oppure avendo nel suo seno un «trust di cervelli» che «conoscano la teoria» e diano la risposta giusta al momento giusto o, nella peggiore delle ipotesi, attraverso un rigido esame di marxismo da fare ai simpatizzanti. Abbiamo mille volte ripetuto e Marx e Lenin con noi, che la teoria e la coscienza marxista non sono patrimonio dei singoli, neanche dei più preparati, degli «intellettuali», dei «capi», ma del partito come organo collettivo. Ed intendiamo dire che è nello svolgimento della sua azione pratica in tutti i campi della battaglia di classe che l’organo collettivo partito impara a maneggiare la sua teoria, a rimanere aderente al suo indirizzo, ad uniformarsi ai suoi principi. È la capacità di muoversi praticamente, di operare nella realtà, e perciò di impostare un piano tattico conforme alla teoria ed ai principi che abilita il partito al possesso dei principi stessi. È l’abitudine, l’allenamento costante della rete organizzata ad impostare la sua azione pratica in maniera coerente e non contraddittoria con le sue basi teoriche e programmatiche che rende l’organo partito «chiuso» alla influenza di ideologie e di programmi estranei, che potenzia la coscienza del partito. Parlare di «partito chiuso», dunque, intendendo che una formazione organizzata ha dichiarato una volta l’adesione a certe posizioni di principio e vieta l’ingresso nel suo seno a chiunque non condivide quelle posizioni è per noi comunisti ancora troppo poco. Il partito non è chiuso una volta per sempre in virtù della adesione a certi testi e di una rigida delimitazione organizzativa delle sue file. È la sua azione pratica che può indebolire o potenziare la sua stessa coscienza collettiva e, se l’azione pratica contraddice ai principi, prima o poi inevitabilmente il partito è destinato ad «aprirsi». È la storia della degenerazione della III Internazionale. Lo dicemmo nel 1922 avvertendo il movimento comunista internazionale, il centro della Internazionale dei pericoli che il partito avrebbe corso, nonostante la sua rigida inquadratura teorica e programmatica sancita al secondo congresso, e nonostante la sua centralizzazione, «se non si fosse proceduto alla definizione adeguata delle norme tattiche e si fosse persistito nella prassi delle oscillazioni tattiche e delle convergenze temporanee con altri partiti „proletari”. Per noi l’esistenza indipendente del partito comunista è ancora una formula vaga, se non si precisa il valore di quella indipendenza in base alle ragioni che ci hanno imposto di costruirla attraverso la scissione e che la identificano con la coscienza programmatica e la disciplina organizzativa del gruppo. Il contenuto e l’indirizzo programmatico del partito, che nella sua milizia e in quella più vasta che inquadra sindacalmente e in altri campi non è una macchina bruta, ma appunto è un prodotto ed un fattore al tempo stesso del processo storico possono essere influenzati sfavorevolmente da atteggiamenti erronei della tattica…» (Discussioni sulla tatticaIl Comunista, 21 marzo 1922). Ed ancora:

«È indubitato che il partito comunista deve proporsi di utilizzare anche i movimenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi in presenza di tendenze generali ad altre vie di azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e prassi. Ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui si muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario, si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile della esistenza e del progressivo rafforzamento del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che già è stata condotta sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito. Nel giudicare se questo pericolo esista o meno si deve tener presente che, come purtroppo dimostra una lunga e dolorosa esperienza, il partito come organismo ed il grado della sua influenza politica non sono dei risultati intangibili ma subiscono tutti gli influssi dello svolgersi degli avvenimenti…» (La tattica della Internazionale ComunistaOrdine Nuovo 1922). Nel 1926, al congresso di Lione del P.C. d’Italia potemmo, purtroppo, condensare in una regola l’esperienza di cinque anni di oscillazioni errori e deviazioni nel campo tattico che si stavano traducendo nella disgregazione programmatica ed organizzativa dell’Internazionale:

«Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nell’organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe „manovre”, ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative». (Tesi di Lione 1926). Il partito comunista internazionale, risorto nel II dopoguerra, pone a base delle sue norme tattiche questo insegnamento tragico della storia: «I principi e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione; sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente nella lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito. Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo di partito, e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre dell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione» (Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1945).

Si tratta dunque per il partito comunista di impostare in maniera coerente alle sue proposizioni teoriche e programmatiche le norme della sua azione, cioè le sue norme tattiche ed organizzative. Si tratta di riuscire a definire un piano tattico che sia tale da potenziare e non da indebolire la coscienza che il partito ha dei suoi principi e delle sue finalità perché è proprio nel corso dell’azione che il partito si rafforza o, viceversa viene demolito nella sua omogeneità teorica e programmatica che non è un dato scontato una volta per tutte in virtù di una dichiarazione di adesione. E lo stesso processo si ha nei riguardi delle possibilità del partito di influenzare in senso rivoluzionario i movimenti delle masse proletarie.

Se, nel corso della sua azione, il partito adotta atteggiamenti e metodi che indeboliscono ed offuscano la sua fisionomia di unico partito rivoluzionario in opposizione a tutti gli altri partiti ed allo Stato risulta interrotto, nonostante tutti i pii desideri e le enunciazioni teoriche, il processo di aggregazione intorno ad esso della parte più decisa e combattiva del proletariato. L’Internazionale Comunista nacque «chiusa» in una rigida corazza teorica e programmatica e con una inquadratura organizzativa di ferro. Ma nel corso di sei anni, dal 1920 al 1926, tutti i catenacci della fortezza murata saltarono perché nel campo dell’azione non seppe «chiudersi energicamente di fronte le false strade», cioè non fu possibile impostare l’azione del partito (i campi della tattica e della organizzazione) in maniera adeguata e rispondente al «pensiero» del partito, la sua teoria, il suo programma. Il partito è «chiuso» non perché possiede un bagaglio di idee e di nozioni che è esclusivamente suo e distintivo, ma perché la sua azione pratica non contravviene a questo bagaglio. È nel campo del movimento pratico che il partito si distingue da tutti gli altri e dimostra la sua chiusura, il suo essere realmente una fortezza murata.

LE BASI DELL’ESPERIENZA STORICA: LA TATTICA DEL FRONTE UNICO

Le constatazioni che abbiamo enunciato il partito le trae non da elucubrazioni intellettuali, ma dagli insegnamenti della viva esperienza storica del movimento comunista. Sono gli elementi che la Sinistra italiana allora alla testa del P.C. d’Italia ed impegnata in una battaglia pratica contro lo Stato, il fascismo ed il disfattismo socialdemocratico contrappose alla dirigenza dell’Internazionale comunista ed alla impostazione da questa data alla tattica del Fronte unico. Nel 1921, la situazione del movimento proletario, sottoposto ad una offensiva diretta da parte della classe capitalistica che tendeva a schiacciare le condizioni di vita operaia e a distruggere con la violenza legale ed extralegale le stesse organizzazioni di difesa, spingeva le masse proletarie alla azione difensiva e suscitava in esse il bisogno e la tendenza alla unificazione di tutte le forze proletarie per meglio resistere all’offensiva padronale e statale. Questa spinta all’unità andava di pari passo con la convinzione di strati operai sempre più larghi che i metodi riformisti e pacifisti avevano fatto fallimento, che solo la lotta aperta e generale avrebbe potuto salvare il proletariato e che solo i metodi proposti dai comunisti erano in grado di operare una opposizione efficace alla offensiva capitalistica. Gli elementi di questa situazione sono ricordati nelle Tesi della Internazionale adottate dall’Esecutivo nel dicembre 1921.

«Il movimento operaio internazionale attraversa, oggi, una particolare tappa di transizione… Questa tappa è essenzialmente caratterizzata da quanto segue: la crisi economica mondiale si acuisce, la disoccupazione cresce. Il capitale internazionale è passato in quasi tutti i paesi ad un’offensiva sistematica che si manifesta prima di tutto nel tentativo più o meno aperto dei capitalisti di abbassare il salario e l’intero livello di vita dei lavoratori… la rinascita, verificatasi in dipendenza di tutta una serie di circostanze, di illusioni riformistiche fra i larghi strati operai comincia, sotto i colpi della realtà, a cedere il posto ad un altro stato d’animo. Le illusioni democratiche e riformiste risorte fra gli operai dopo la fine del massacro imperialista (da una parte fra gli operai più privilegiati, dall’altra fra i più retrogradi ed i meno politicamente preparati) svaniscono ancor prima di essere completamente fiorite… Se mezzo anno fa si poteva, con una certa ragione, parlare di un generale spostamento a destra delle masse operaie in Europa ed America oggi si può indubbiamente constatare l’inizio di uno spostamento a sinistra… D’altra parte, sotto l’influenza dell’attacco sempre più forte del capitale, si è risvegliata fra gli operai una spontanea tendenza all’unità che va di pari passo con un generale aumento di fiducia delle grandi masse operaie verso i comunisti. Strati operai sempre più vasti cominciano solo ora ad apprezzare al giusto valore il coraggio dell’avanguardia comunista… strati operai sempre più larghi si convincono che solo i comunisti hanno difeso, nelle situazioni più difficili e a volte con i maggiori sacrifici i loro interessi economici e politici. Perciò la stima e la fiducia verso l’indefettibile avanguardia comunista della classe operaia ricomincia a crescere, avendo constatato anche gli strati più retrogradi degli operai la vanità delle speranze riformistiche e capito che, al di fuori della lotta, non v’è salvezza dalla piratesca campagna sferrata dai capitalisti… La fede nel riformismo è sostanzialmente minata. Nella situazione generale in cui il movimento operaio oggi si trova ogni seria azione di massa, anche se parte soltanto da rivendicazioni parziali, porrà inevitabilmente all’ordine del giorno le questioni più generali e più fondamentali della rivoluzione…».

In questa situazione, pienamente condivisa dalla Sinistra italiana, nasceva per l’Internazionale la necessità di impostare una tattica che permettesse ai comunisti di sfruttare questa predisposizione delle masse per volgerla in senso rivoluzionario affrettando la disgregazione dei partiti socialdemocratici, massimalisti e delle forze anarcoidi che avevano fino ad allora impedito l’offensiva vittoriosa del proletariato. La tattica del fronte unico fu la risoluzione data a questo problema: i comunisti prendevano l’iniziativa di lanciare l’appello al proletariato per l’unità delle azioni di difesa contro l’offensiva capitalistica ed indirizzando il proletariato in questo senso dovevano ottenersi vari risultati: potenziare il movimento di lotta contro l’offensiva borghese, rafforzare l’influenza dei metodi e del partito in seno alle masse, demolire l’influenza degli altri partiti sugli operai. Sulla necessità della tattica del fronte unico la Sinistra ed il Partito comunista d’Italia erano talmente concordi che l’iniziativa fu presa dal partito italiano nell’agosto 1921, diversi mesi prima che l’Internazionale adottasse le Tesi sul fronte unico proletario. Le divergenze fra la Sinistra italiana e l’Internazionale non furono dunque fra i difensori della purezza chiusi nella «torre d’avorio» da una parte e i «pratici», i «politici» dall’altra. Niente di tutto questo, perché proprio la Sinistra fu sempre ardente sostenitrice dell’azione comunista in tutti i movimenti anche limitati e parziali delle masse. Quelle divergenze esprimevano, al contrario, il tentativo da parte del movimento comunista mondiale di elaborare un piano tattico coerente alla impostazione teorica e programmatica del partito. Il tentativo fallì, nonostante il contributo teorico e pratico della Sinistra alla impostazione dei problemi tattici. È proprio in virtù del fallimento di allora che oggi il partito comunista non può sopravvivere e lottare se non poggia su quella esperienza.

I TERMINI DELLA DIVERGENZA

Le tesi dell’Internazionale, nell’impostare la questione del fronte unico non fanno alcuna distinzione fra fronte unico delle organizzazioni politiche e delle organizzazioni economiche del proletariato. Non fanno neppure alcuna distinzione tra rivendicazioni di difesa immediata e rivendicazioni riguardanti il problema del potere politico. Al punto 18 esse ricordano l’esperienza dei bolscevichi di Russia i quali avevano tracciato una prospettiva non solo di convergenza nell’azione con altri partiti e forze politiche «affini», ma perfino un piano di «governo operaio e contadino» che comprendesse diversi partiti rivoluzionari. La Sinistra italiana non fu affatto d’accordo con questa impostazione della tattica del fronte unico: affermò apertamente, in mille occasioni, che l’esperienza del partito bolscevico agente in un’area di rivoluzione antifeuduale, non poteva fornire la base della tattica ai partiti che agivano nell’Occidente europeo in paesi di vecchio e stabile dominio della democrazia borghese. Sostenne che nelle aree di rivoluzione non «doppia» era da farsi netta distinzione fra l’unità di azione o convergenza anche temporanea, l’approccio, l’appello fra forze ed organismi politici richiamantisi al proletariato ed aventi su di esso un’influenza e l’unità delle organizzazioni economiche del proletariato, dei sindacati di classe. Sostenne che l’appello al proletariato per l’unione delle proprie forze doveva farsi sul terreno delle rivendicazioni difensive contro l’offensiva capitalistica invitando i proletari ad unificare gli sforzi sul terreno della azione diretta difensiva e non su quello del potere politico e della sua conquista. Non si dovevano per la Sinistra lanciare appelli alle altre forze politiche, né accettare alcuna convergenza con esse neanche sul terreno di pretese rivendicazioni comuni, ma spingere il proletariato ad unificare tutte le vertenze e le azioni difensive sollevate dalla offensiva capitalistica realizzando l’unificazione delle organizzazioni immediate di difesa economica e la loro convergenza in una azione comune. Fronte unico del proletariato sul terreno sindacale, cioè fronte unico dei sindacati di classe per ottenere un efficace movimento d’insieme del proletariato contro l’offensiva borghese. Non fronte unico di organismi politici pretesi proletari convergenti intorno ad un preteso programma «minimo comune». Né tanto meno convergenza dei vari partiti proletari in vista della formazione di un «governo operaio». Fronte unico sindacale contro fronte unico politico. Questi i termini reali della divergenza. Facciamo seguire ampia messe di citazioni sui problemi di allora perché troppo spesso capitano casi di amnesia perniciosa anche da parte di forze che dicono di stare sulla nostra stessa trincea.

IL PENSIERO DELLA SINISTRA SUL PROBLEMA DEL FRONTE UNICO

In una serie di articoli intitolati «La tattica dell’Internazionale Comunista» apparsi sull’Ordine Nuovo dei primi mesi del 1922 scrivemmo:

«Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso modo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro partito con la sua campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali nazionali del proletariato, e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici si accompagna alla più efficace conquista delle masse al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista… Sotto questo aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale comunista, non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato ed il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura. Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali… Per tutte queste ragioni il nostro partito sostiene che non è da parlarsi di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono proletari, né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del Partito comunista alla conquista democratica dello Stato. Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato, anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto… L’azione delle grandi masse sul fronte unico non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali di ogni categoria, località e tendenza, e l’iniziativa di questa agitazione spetta al partito comunista…».

Al II congresso del Partito comunista d’Italia, Roma 1922, la Sinistra presentò le famose Tesi sulla tattica che furono approvate dalla stragrande maggioranza di tutto il partito, ma ricevettero un duro attacco dalla dirigenza dell’Internazionale. In esse si afferma:

«Le rivendicazioni affacciate dai partiti di sinistra e specie dai socialdemocratici sono spesso di tal natura che è utile sollecitare il proletariato a muoversi direttamente per conseguirle; in quanto se la lotta fosse ingaggiata risalterebbe subito la insufficienza dei mezzi coi quali i socialdemocratici si propongono di arrivare ad un programma di benefizi per il proletariato. Il partito comunista agiterà allora sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato, spingendo questo avanti per forzare i partiti che ne parlano solo per opportunismo ad ingaggiarsi ed impegnarsi sulla via della conquista di essi. Sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il partito comunista le proporrà come obbiettivi di una coalizione degli organismi sindacali, evitando la costituzione di comitati dirigenti di lotta e di agitazione nei quali tra altri partiti politici sia rappresentato e impegnato quello comunista… Il fronte unico sindacale così inteso offre la possibilità di azioni d’insieme di tutta la classe lavoratrice dalle quali non potrà che uscire vittorioso il metodo comunista, il solo suscettibile di dare un contenuto al movimento unitario del proletariato, e libero da ogni corresponsabilità con l’opera dei partiti che esibiscono per opportunismo e con intenti controrivoluzionari il loro appoggio verbale alla causa del proletariato…» (Tesi di Roma 1922 – parte VI – Azione tattica indiretta del partito comunista).

Al IV congresso dell’Internazionale nel novembre 1922 la Sinistra presentò un corpo di tesi in cui veniva chiaramente ribadita la stessa impostazione:

«.. Il partito comunista non accetterà di far parte di organismi comuni a vari organismi politici, che agiscano con continuità e con responsabilità collettiva, alla direzione del movimento generale del proletariato. Il partito comunista eviterà anche di apparire compartecipe a dichiarazioni comuni con partiti politici, quando queste dichiarazioni contraddicano in parte al suo programma e siano portate al proletariato come risultato di negoziati per trovare una linea di azione comune. Specialmente nei casi in cui non si tratti di una breve polemica pubblica con la quale si invitano altri organismi all’azione, prevedendo con sicurezza che essi si rifiuteranno, ma vi è invece la possibilità di giungere ad una lotta in comune, si dovrà realizzare il centro dirigente della coalizione in un’alleanza di organismi proletari a carattere sindacale od affini. In tal guisa questo centro si presenterà alle masse come conquistabile da parte dei vari partiti che agiscono in seno agli organismi operai».

Ed infine nel 1926 la Sinistra poté fare il bilancio della tattica della Internazionale o meglio delle sue oscillazioni e dei suoi errori tattici e codificò l’esperienza mondiale del lungo e disastroso periodo con queste parole:

«La tattica del fronte unico non va intesa come una coalizione politica con altri partiti cosiddetti operai, ma come una utilizzazione delle rivendicazioni immediate sollevate dalle situazioni allo scopo di estendere l’influenza del partito comunista sulle masse senza compromettere la sua autonomia di posizioni. Vanno dunque scelti a base del fronte unico quegli organismi proletari in cui i lavoratori entrano per la loro posizione sociale ed indipendentemente dalla loro fede politica e dal loro inquadramento al seguito di un partito organizzato… L’esperienza ha dimostrato molte volte come il solo modo di assicurare l’applicazione rivoluzionaria del fronte unico stia nel respingere il metodo delle coalizioni politiche permanenti o transitorie e dei comitati di direzione della lotta che comprendono rappresentanti inviati dai vari partiti politici, ed anche quella di negoziati, proposte e lettere aperte agli altri partiti da parte del partito comunista. La pratica ha dimostrato sterile questo metodo e ne ha sfatato ogni effetto anche iniziale dopo l’abuso che se ne è fatto. Il fronte unico politico che prende a base una rivendicazione centrale posta nei confronti del problema dello Stato diviene la tattica del governo operaio. Qui non abbiamo solo una tattica erronea, ma una stridente contraddizione coi principi del comunismo… In ordine al problema centrale dello Stato il partito può solo dare la parola di dittatura del proletariato, non essendovi altro „governo operaio”…» (Tesi di Lione 6 – Questioni di tattica fino al V congresso).

Questa rimessa a punto, tramite citazioni dai nostri testi di allora che potrebbero moltiplicarsi, nell’ambito reale delle divergenze fra la Sinistra e l’Internazionale costituisce la necessaria premessa per affrontare in maniera corretta i problemi di movimento e di azione che si pongono oggi e soprattutto si porranno domani al partito il quale si trova ad agire in una situazione e con rapporti di forza del tutto ribaltati rispetto all’epoca 1920-1926, ma non può pensare di stabilire una linea di azione coerente senza aver compreso e fatte proprie le tragiche lezioni di allora. Messo il movimento comunista internazionale di fronte alla necessità di unificare e potenziare la lotta difensiva del proletariato mondiale, perciò di fronte ad un problema contingente e pratico, il centro della Internazionale impostò la tattica comunista chiamando all’unità di azione intorno a questo problema pratico e contingente i vari partiti e raggruppamenti politici «proletari» ed intavolando con essi tutta una serie di approcci per concordare con essi un fronte non certo sui principi e sul programma che esso continuava a dichiarare intangibile e che difendeva nella propaganda e nella polemica teorica, ma sul piano pratico immediato costituito dalla necessità per il proletariato di difendere il suo pane quotidiano. La Sinistra comunista rispose e difese la tesi che l’appello all’unione sul terreno pratico e per la difesa della classe doveva essere lanciato non agli altri partiti proletari, ma agli operai militanti nei sindacati qualunque fosse la loro affiliazione politica nei ranghi di un partito, agli operai degli altri partiti militanti nel campo sindacale. Questo in primo luogo. In secondo luogo, almeno in un primo tempo, fu scopo dichiarato della tattica del fronte unico sia per noi che per l’Internazionale la distruzione dell’influenza degli altri partiti sul proletariato accompagnando l’opera di spietata demolizione teorica delle loro posizioni con l’azione pratica intesa a strappar loro posizioni in seno alle masse. Non si intese mai, almeno all’inizio della manovra, mettere in dubbio che solo il partito comunista è il partito rivoluzionario di classe e non ne esistono altri né affini, né vicini. Solo nel seguito, quando gli errori tattici iniziali cominciavano già a stravolgere l’indirizzo stesso del partito, si cominciò ad andare alla ricerca, con clamorosi fallimenti, delle forze politiche che potevano grosso modo essere definite ‘rivoluzionarie’ e con le quali esistevano, si diceva, qualche affinità e possibilità di convergenza «sul piano pratico immediato» ben s’intende senza impegnare i principi o, come si diceva allora, l’esistenza indipendente del partito. Sono occorsi cinquanta anni di sconfitte perché il partito comunista mondiale potesse apprendere e far sua la lezione che «l’esistenza indipendente del partito» non basta dichiararla nella propaganda e nelle riunioni teoriche: è necessario mantenerla e potenziarla attraverso la rigida coerenza della azione pratica. La Sinistra italiana fu la sola forza della internazionale che poté intravedere il pericolo e denunciarlo, perché il significato reale della polemica sul fronte unico è appunto questo: che l’esistenza indipendente e le caratteristiche di «chiusura» del partito possono essere influenzate negativamente da atteggiamenti erronei nel campo della tattica.

In un prossimo articolo riprenderemo la questione del fronte unico e mostreremo come la Sinistra sia stata in grado di impostare coerentemente alla dottrina marxista i problemi dell’azione del partito nei vari campi, cercheremo di definire le modificazioni ed i cambiamenti sopravvenuti nei rapporti di forza fra le classi in questi cinquanta anni di controrivoluzione per chiarire e ribadire i compiti che si pongono al partito. Compiti che non abbiamo bisogno di inventare perché sono il risultato della esperienza storica del proletariato e sono scritti da 25 anni nelle Tesi caratteristiche ed in tutti gli altri testi del partito. Ci preme intanto enunciare uno di questi compiti, regola fondamentale che deve informare di sé tutta l’azione del partito: «Dalle pratiche esperienze delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionismi della II Internazionale e contro la deviazione progressiva della III Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunisti. Similmente ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso in una tattica ed in un’azione opportunistica. Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti» (Natura, funzione e tattica del partito – 1945).

Il corpo delle tesi caratteristiche del nostro Partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti

Nel 1952, di fronte a tentennamenti e deviazioni interne, il partito si trovò nella necessità di ribadire in un corpo di tesi le posizioni che lo contraddistinguono da tutte le altre formazioni politiche anche sedicentemente marxiste e rivoluzionarie, in quanto costituiscono il risultato necessario della lettura in chiave marxista di tutto il pratico e materiale percorso della lotta mondiale del proletariato rivoluzionario.

Si trattava di demarcare nettamente l’indirizzo e, di conseguenza, l’organizzazione comunista rivoluzionaria da tutte le altre anche apparentemente affini o vicine. Questo fu fatto, come sempre nella tradizione del partito marxista, esponendo in un corpo organico di tesi quelli che il partito considera, traendo le lezioni dell’esperienza storica, i suoi capisaldi di teoria, di programma, di azione pratica e di organizzazione. Esse costituirono perciò «la base per l’adesione all’organizzazione nel senso che tutti i membri del partito le accettarono tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori dal partito stesso». Il testo delle tesi, che servì ottimamente alla selezione interna dell’organizzazione, non fu integralmente pubblicato fino al 1962 quando apparve nel n. 16 (Settembre 1962) de Il programma comunista preceduto da una breve introduzione che ne mise in rilievo le enunciazioni caratteristiche ed irrinunciabili. La pubblicazione del testo esteso delle tesi non fu casuale, ma fu determinata dall’apparire all’orizzonte della miriade di false sinistre, di falsi gruppuscoli rivoluzionari di fronte ai quali il partito aveva allora come ha oggi, non il compito di tentare di stabilire approcci e confluenze misurando la percentuale del loro rivoluzionarismo ed il loro grado di adesione al marxismo, perché è tesi fondamentale che le posizioni del partito si accettano in blocco ed integralmente o se ne è fuori sempre al cento per cento e su tutto il fronte, ma quello di delimitarsi e di distinguersi da esse, in teoria ed in pratica. Neanche la ripubblicazione odierna delle Tesi e della introduzione del 1962 è casuale. Si tratta non solo di delimitare il partito nei confronti di altre forze sedicentemente rivoluzionarie che pullulano oggi più di ieri e sono oggi più che ieri lontane dal partito ed opposte ad esso ma di ribadire che l’adesione al partito è subordinata all’accettazione completa di tutte le sue posizioni nessuna esclusa.

La ripubblicazione delle Tesi costituisce perciò una riconferma che il Partito Comunista Internazionale si riconosce da quelle integrali posizioni che non c’è nessuna ragione di cambiare o di aggiornare; costituisce un monito ed una delimitazione, l’unica possibile, poiché non crediamo alle etichette ed alle diffide, rispetto a tutti coloro che pretenderebbero di contrabbandare sotto la bandiera della Sinistra comunista e del partito Comunista Internazionale posizioni, prospettive ed atteggiamenti che nulla hanno a che fare con la nostra tradizione; costituisce infine un appello a riorganizzare non su basi nuove, ma sulle vecchie basi dettate dall’esperienza storica e compendiate nelle «Tesi caratteristiche» le forze del partito comunista internazionale che solo su questa base deve e può vivere allontanando da sé tutti i tentativi di deformare la sua fisionomia, le sue concezioni, la sua prospettiva.

L’opera che andiamo svolgendo, attraverso la pubblicazione del giornale Il partito comunista è in perfetta continuità di posizione e di atteggiamenti pratici con ciò che il partito ha sempre sostenuto, è l’opera di organizzazione del partito comunista mondiale che solo la sua rigidità ed inflessibilità dottrinaria e politica renderà atto a condurre la lotta rivoluzionaria quando si incontrerà con la maturità dei fatti sociali e con il movimento della classe proletaria, spinta di nuovo alla battaglia dalle determinazioni irresistibili del sottofondo economico. Non deformare questo inflessibile indirizzo teorico e pratico, significa lavorare a preparare le condizioni e le forze che potranno utilmente condurre le battaglie future. È l’unico modo: su altre strade, apparentemente più agevoli e di più immediata risonanza, si smarrisce inevitabilmente l’indirizzo del partito, se ne deforma la fisionomia, infine se ne disgrega l’organizzazione.

Per questo riteniamo sia necessario rimettere sotto gli occhi dei militanti nostri e di tutti coloro che seguono la nostra opera «Il corpo delle tesi caratteristiche del nostro partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti», intendendo oggi come allora che queste tesi, con le implicazioni che ne derivano nel campo della pratica attività ed organizzazione «hanno il carattere di necessaria base di appartenenza al movimento, nel senso che tutti i membri del partito le accettano tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori del partito stesso». Sulla base di questo corpo di tesi, che è quello del partito del 1952, del 1962 e del 1975 deve essere, come sempre, organicamente decisa la questione di chi «sta dentro» e di chi «sta fuori», di chi «è con noi» e di chi «è contro di noi».

* * *

Come tutti i compagni sanno nel 1951 vi fu una divisione tra le forze del nostro movimento e questo suo organo mutò il suo nome da Battaglia Comunista a Programma Comunista mentre la rivista Prometeo veniva fatta propria da altro raggruppamento politico.

A Firenze in una riunione nazionale tenuta l’8 e 9 dicembre 1951 si dovette provvedere con tutta chiarezza alla organizzazione del nostro partito quanto a direttive di programma e di azione.

La riunione vi provvide adottando un corpo di tesi che per varie ragioni pratiche non è stato mai tutto pubblicato.

Queste tesi ebbero il carattere di necessaria base di appartenenza al movimento, nel senso che tutti i membri del partito le accettano tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori del partito stesso.

Lo scopo fu in effetti raggiunto con buon esito, e non solo in quel momento ma in qualche rarissimo episodio successivo in cui ha avuto gioco la vitale selezione che consente di liberarsi delle scorie.

Per unirsi, disse Lenin, occorre dividersi, e la sinistra italiana ha avuto sempre, come lo andiamo mostrando colla sua storia, il metodo di eliminare dalle file del movimento tutti gli elementi spurii e dannosi.

Tuttavia questo testo di vitale uso interno non fu potuto pubblicare che in una forma riassuntiva e molto abbreviata, sebbene inequivoca su tutti i punti cruciali, nel fascicoletto di rivista rimasto poi unico che si intitola: Il filo del tempo e che uscì nel Maggio del 1953.

Se decidiamo oggi di dare il notevole testo esteso, è perché da molte parti, non tanto forse del classico opportunismo marca Stalin – Krusciov, quanto da molti gruppetti che piano piano si portano sui margini di questo senza tuttavia osare di prenderlo di fronte, e delle tante scuoline e ganghine che soliamo indicare come false sinistre ed immediatiste, e che del partitaccione criminoso imitano la peste peggiore, ossia l’«attivismo», sono sparsi apprezzamenti errati, provocati dal fatto che il nostro movimento, classificato da tutte le parti come passivo, inerte e dormiente, ha ottenuto – senza menarne vanti inopportuni – alcuni successi nel pratico movimento proletario, in cui quei gruppettini non hanno saputo conseguire eco alcuna.

Si insinua da certi foglietti e scrittorelli che noi avremmo effettuata una «svolta» e aggiustata la nostra rotta, per consiglio forse non si sa di chi, del grande attivismo dei partitoni, o delle baggianate dei partitelli.

Tutto questo non avrebbe per noi alcuna importanza, se non si avesse sempre il dovere di difendere il partito da influenze ed equivoci. Evidentemente non dobbiamo rendere conto fuori delle file del fatto che non abbiamo dato nessun colpo allo sterzo o al timone, ma ai nostri iscritti e ai giovani e ai proletari che guardano più di prima verso di noi, importa mostrarlo. Nel fare questo sarà ben chiaro che non avevamo da fare correzioni, che non ne abbiamo fatto, e che nessuno dobbiamo ringraziare e a nessuno abbiamo da chiedere aiuto.

Il testo di undici anni fa risolve bene tutte le questioni di oggi, e vogliano i compagni riflettere su questo risultato. Esso è dovuto al non aver mai voluto fare blocchetti e pasticcetti, come nella linea della sinistra, e nell’andare diritti sul filo del tempo, fedeli alla consegna: la sinistra rivoluzionaria non svolta mai. E risolve i quesiti dell’oggi e del domani, coi dati di uno ieri, che è andato sempre diritto contro ogni adescamento.

Perché i nostri compagni traggano da queste pagine gli insegnamenti che dimostrano tutto questo, segnaliamo in breve premessa i punti più notevoli.

Il testo che ora seguirà si divide in quattro parti. La prima: TEORIA, si limita ad una enunciazione, che tuttavia qui completiamo con il testo del programma del Partito, che è quello di Livorno 1921 integrato da alcuni punti inseriti da noi nel secondo dopoguerra, senza nulla mutare.

Segue la Parte Seconda: COMPITO GENERALE DEL PARTITO DI CLASSE, che svolge punti di principio comuni a tutti i tempi e a tutti i paesi.

La parte Terza, nella rivistina Tattica ed Azione del Partito, qui: LE ONDATE STORICHE DI DEGENERAZIONE OPPORTUNISTA, discute le deviazioni dalla linea rivoluzionaria fino a quelle rovinose della Terza Internazionale.

La parte Quarta: AZIONE DEL PARTITO IN ITALIA E ALTRI PAESI AL 1951, si riferiva e si riferisce bene dopo undici anni – e di qui tutto il significato potente del raffronto odierno – alla pratica nostra attività, tanto seria e tenace quanto poco chiassosa e pubblicitaria, mentre a pochi sciocchi pare che con le grandi tradizioni della sinistra italiana andrebbe fatto PIÙ RUMORE.

I desiderosi di far rumore si arrangino, o si affittino dove vogliono.

Noi procediamo per la ben chiara via.

I compagni usino questo testo tanto nel lavoro interno nella propaganda e nel proselitismo, quanto nella lotta con gli avversari, per i quali la sinistra considera da lunghe esperienze tanto più pericolosi quelli che si vantano di esserci più vicini. E si fermino su questi temi.

Al punto 3 è ribadita la nostra tesi base che la dittatura rivoluzionaria è dittatura del partito politico comunista. Chi di questo si vergogna già si è messo da parte. (Per la discussione di ogni tema si rilegga il punto e si trovino nei nostri testi gli sviluppi molteplici, usando lo schema delle riunioni).

Al punto 4 non solo è rivendicata l’invarianza dottrinale, ma affermato il nostro intervento in tutte le lotte proletarie per interessi immediati.

Al punto 6 mentre è condannata ogni teoria sindacalista, è affermata la necessità di presenza e penetrazione del partito nei sindacati con uno strato organizzativo generale sindacale comunista come condizione non solo della vittoria finale ma di ogni avanzata e successo.

Al punto 7 tanto è ribadito, ed è condannata la concezione limitata e locale delle lotte economiche cara ai traditori.

Nella Parte Terza:

Ai punti 9 e 10 è affermata la visione leninista della azione dei popoli di colore e dell’appoggio ad ogni moto violento ed armato contro i poteri arretrati locali ed i coloni bianchi. Tale punto fu svolto a fondo nella riunione a Trieste su Razza e nazione nella teoria marxista e in altre note riunioni come quella di Firenze 25-26-1-1958. (Questo fu un punto chiave della piccola scissione 1951).

Al punto 18 è affermata per l’Italia non solo la condanna del blocco antifascista ma anche quella del movimento partigiano armato antitedesco.

Al punto 20 è stabilita la nostra tesi centrale che la terza ondata di opportunismo (l’ultima) fu più rovinosa delle precedenti.

Al punto 21 è condannata la occupazione dei paesi vinti di tutti, russi compresi (Berlino).

Al punto 22 è condannata la convivenza ed emulazione con stati capitalistici, che pure solo nel 1956 fu proclamata da Krusciov, in modo esoso. Nel 1951 c’era ancora Baffone!

Al punto 33 è svergognata ancora la terza ondata di tradimento; è condannato l’ignobile pacifismo, che anche dopo Stalin e sotto Krusciov fu agitato più spudoratamente.

Nella Parte quarta:

Al punto 4 si dice che il partito non rinuncia a nessuna occasione anche modesta di avvicinarsi alle masse, anche in tempo nero.

Al punto 5 si riafferma l’invarianza della dottrina.

Al punto 6 si condanna ogni visione scolastica o accademica del partito.

Al punto 10 si condanna ogni risorsa «manovriera» per superare la fase contraria (applicato poi nella lotta Antiquadrifoglio).

Al punto 11 si ridisegna la immancabile ripresa di azione sindacale.

Al punto 12 dopo aver ripetuto che la questione è tattica, si volge le terga ad ogni sogno morboso di elezionismo.

Al punto 13 si lancia un appello ai giovani, che in parte ha avuto qualche effetto, ma che deve averne di molto maggiori. Passaggio di servizio tra generazioni! È l’ora, perché sempre è tale ora!

Tezele Caracteristice ale Partidului

Întocmite la o întâlnire de Partid ținută la Florența între 8-9 decembrie 1951.

I. TEORIE

Doctrina partidului este fondată pe principiile materialismului istoric al comunismului critic prezentat de Marx și Engels în Manifestul Comunist, în Capital și în celelalte lucrări fundamentale ale acestora, ce au format baza Internaționalei Comuniste constituite în 1919 și a Partidului Comunist Italian fondat la Livorno în 1921 (secțiune a Internaționalei Comuniste).

  1. În actualul regim social capitalist se dezvoltă un contrast crescând între forțele productive și relațiile de producție. Acest contrast se dezvăluie în interesele contradictorii și în lupta de clasă dintre proletariat și burghezia conducătoare.
  1. Relațiile de producție actuale sunt protejate de către Statul burghez. Chiar și când sunt folosite alegerile democratice, și oricare ar fi forma sistemului reprezentativ, statul este întotdeauna organul exclusiv al clasei capitaliste.
  1. Proletariatul nu poate distruge sau modifica mecanismul relațiilor de producție capitaliste – sursă a exploatării sale – fără a zdrobi puterea burgheză prin violență.
  1. Partidul de clasă este organul indispensabil al luptei revoluționare proletare. Partidul Comunist constă din cea mai avansată și fermă parte a proletariatului, unește forțele maselor muncitoare, transformând luptele lor pentru interese de grup și probleme contingente în lupta generală pentru emanciparea revoluționară a proletariatului. Propagarea teoriei revoluționare în mijlocul maselor, organizarea mijloacelor materiale pentru acțiune, conducerea clasei muncitoare pe tot parcursul luptei sale, protejarea continuității istorice și a unității internaționale a mișcării sunt toate datorii ale Partidului.
  1. După ce a doborât puterea Statului capitalist, proletariatul trebuie să distrugă complet vechiul aparat de stat, pentru a se organiza pe sine drept clasă conducătoare și a-și stabili propria dictatură. Acesta va refuza orice funcție și drept politic oricărui individ din clasa burgheză, atât timp cât aceasta mai supraviețuiește social, bazând organele noului regim în mod exclusiv pe clasa productivă. Acesta este programul pe care Partidul Comunist și-l setează și care-i este caracteristic. Numai Partidul este deci cel care reprezintă, organizează și dirijează dictatura proletară. Defensiva necesară a statului proletar împotriva tuturor încercărilor contrarevoluționare poate fi asigurată numai luând de la burghezie și de la toate celelalte partide, dușmani ai dictaturii proletariatului, orice mijloace de agitație și propagandă politică și prin organizarea armată a proletariatului, capabilă să îndepărteze toate atacurile interne și externe.
  1. Numai forța Statului proletar va fi capabilă să pună în practică sistematic măsurile necesare pentru a interveni în relațiile economiei sociale, prin care gestionarea colectivă a producției și a distribuției va lua locul sistemului capitalist.
  1. Această transformare a economiei și, în consecință, a întregii vieți sociale, va duce la eliminarea graduală a necesității unui stat politic, ce va deveni în mod progresiv un aparat pentru administrarea rațională a activităților umane.

* * *

În fața lumii capitaliste și a mișcării muncitorești de după Al Doilea Război Mondial, poziția Partidului este fondată pe următoarele puncte:

  1. În cursul primei jumătăți a secolului al XX-lea, sistemul social capitalist s-a dezvoltat, pe plan economic, prin crearea de trusturi monopoliste ale patronilor și prin încercarea de a controla și gestiona producția și schimburile conform unor planuri de control prin gestionarea de către Stat a unor întregi sectoare ale producției. Pe plan politic, a existat o creștere a potențialului militar și polițienesc al Statului, toate guvernele adoptând o formă mai totalitară. Toate acestea nu sunt nici noi tipuri de organizare sociale ca tranziție de la capitalism la socialism, nici readucerea la viață a unor regimuri politice pre-burgheze. Din contră, ele sunt forme bine definite ale unei gestionări din ce în ce mai directe și mai exclusive a puterii și a statului de către cele mai dezvoltate forțe ale capitalului.

Acest curs exclude interpretările progresiste, pacifiste și evoluționiste ale transformării regimului burghez și confirmă previziunea concentrării și a aranjamentului antagonist al forțelor de clasă. Proletariatul, pentru a confrunta potențialul crescând al inamicilor săi cu o energie revoluționară întărită, trebuie să respingă reînvierea iluzorie a liberalismului democratic și a garanțiilor constituționale. Partidul nu trebuie să le accepte nici măcar ca mijloace de agitație: trebuie să se lepede istoricește, odată pentru totdeauna, de practica alianțelor, chiar și în chestiunile tranzitorii, cu clasa mijlocie și cu partidele pseudo-proletare și reformiste.

  1. Războaiele imperialiste mondiale arată că este inevitabilă criza dezintegrării capitalismului, dat fiind faptul că acesta a intrat în faza în care expansiunea sa, în loc să însemne o continuă dezvoltare a forțelor productive, este, din contră, condiționată de repetate și tot mai multe distrugeri. Aceste războaie au cauzat repetate crize adânci în organizația mondială a muncitorilor, deoarece clasele dominante puteau impune asupra lor solidaritate militară și națională cu unul sau altul dintre beligeranți. Singura alternativă istorică ce poate înfrunta o astfel de situație este trezirea luptei de clasă interne, până la războiul civil al maselor muncitoare cu scopul de a răsturna puterea tuturor statelor burgheze și a coalițiilor mondiale, prin reconstituirea Partidului Comunist Internațional ca forță autonomă, independentă de orice putere politică sau militară organizată.
  1. Statul proletar, fiind aparatul, instrumentul și o armă a proletariatului pentru luptă într-o perioadă istorică de tranziție, nu își trage puterea din canoane constituționale și sisteme reprezentative. Cel mai complet exemplu istoric al unui astfel de Stat este până în prezent cel al Sovietelor (consilii muncitorești) ce au fost create în timpul Revoluției Ruse din Octombrie 1917, când clasa muncitoare s-a înarmat sub singura conducere a Partidului Bolșevic; în timpul acaparării totalitare a puterii, destrămând Ansamblul Constituant, luptând pentru a respinge atacurile externe ale guvernelor burgheze și pentru a zdrobi rebeliunea internă a claselor învinse, a stratelor mijlocii și mic-burgheze și a partidelor oportuniste, aliați inevitabili ai contrarevoluției în momentul decisiv.
  1. Realizarea integrală a socialismului în limitele unei singure țări este de neconceput, iar transformarea socialistă nu ar putea fi purtată fără eșecuri și piedici de moment. Apărarea regimului proletar împotriva pericolelor ubicue ale degenerării este posibilă numai dacă Statul proletar este în continuă coordonare cu lupta internațională a clasei muncitoare a fiecărei țări împotriva propriei sale burghezii, a statului și a armatei sale; această luptă nu lasă timp de răgaz nici în război. Această coordonare poate fi protejată numai dacă Partidul comunist mondial controlează politicile și programul statelor unde clasa muncitoare a învins.

II. SARCINILE PARTIDULUI COMUNIST

  1. Proletariatul se poate elibera de exploatarea capitalistă numai dacă luptă sub stindardul unui organ politic revoluționar: Partidul Comunist.
  1. Aspectul principal al luptei politice în sens marxist este războiul civil și revolta armată prin care o clasă răstoarnă puterenea clasei dominante opozante și își stabilește propria putere. O astfel de luptă poate reuși numai dacă este condusă de organizația de partid.
  1. Nici lupta împotriva puterii clasei exploatatoare și nici ulterioara dezrădăcinare a structurilor economice capitaliste nu pot fi realizate în lipsa partidului politic revoluționar: dictatura proletară este indispensabilă pe tot parcursul perioadei istorice în care asemenea schimbări enorme vor avea loc, exercitate deschis de către Partid.
  1. Partidul apără și propagă teoria mișcării pentru revoluția socialistă; acesta își apără și își întărește organizarea internă propagând teoria și programul comunist și fiind constant activ în cadrul proletariatului orișicând acesta este forțat să lupte pentru interesele sale economice; acestea sunt sarcinile sale înainte, în timpul și după lupta proletariatului înarmat pentru puterea de Stat.
  1. Partidul nu este alcătuit din toți membrii proletariatului, nici măcar din majoritatea lor. El este organizația minorității care a atins și și-a însușit, colectiv, tacticile revoluționare în teorie și în practică; cu alte cuvinte, care vede limpede obiectivele generale ale mișcării istorice a proletariatului din toată lumea și pentru întregul drum istoric ce separă perioada formării sale de victoria sa finală.

Partidul nu este format pe baza conștiinței individuale: nu doar că nu este posibil ca fiecare proletar să devină conștient, și cu atât mai puțin să stăpânească doctrina de clasă într-un mod cultural, dar nu este posibil nici pentru fiecare militant individual, nici măcar pentru liderii Partidului. Conștiința constă numai din unitatea organică a Partidului.

În același fel, deci, în care respingem noțiuni bazate pe acțiuni individuale sau chiar de masă – când nu sunt legate de cadrul partidului -, trebuie să respingem și orice concepție a partidului drept un grup de academicieni iluminați și indivizi conștienți. Din contră, Partidul este țesutul organic al cărei funcție în mijlocul clasei muncitoare este de a purta sarcina sa revoluționară în toate aspectele sale și în toate stadiile sale complexe.

  1. Marxismul a respins din totdeauna energic teoria care propune proletariatului numai asociații de fabrică, de meserie sau de industrie, teorie ce consideră că aceste asociații pot, prin ele însele, să ducă lupta de clasă la țelul său istoric: cucerirea puterii și transformarea societății. Incapabil de a înfrunta sarcina imensă a revoluției sociale de unul singur, sindicatul este, însă, indispensabil pentru mobilizarea proletariatului la un nivel politic și revoluționar. Acest lucru este posibil, totuși, numai dacă Partidul Comunist este prezent și influența sa în cadrul sindicatului crește. Partidul poate lucra numai în cadrul sindicatelor exclusiv proletare, unde apartenența este voluntară și unde nu există anumite opinii politice, religioase sau sociale forțate asupra membrilor săi. Acesta nu e cazul cu sindicatele confesionale, cu cele unde apartenența este obligatorie și cu cele ce au devenit parte integrantă a sistemului de stat.
  1. Partidul nu va înființa niciodată asociații economice care să excludă pe acei muncitori care nu îi acceptă principiile și conducerea. Dar Partidul recunoaște fără rezerve că nu doar situația ce precede lupta insurecțională, ci toate fazele de creștere substanțială a influenței Partidului în mijlocul maselor, nu pot apărea fără extinderea între Partid și clasa muncitoare a unei serii de organizații cu obiective economice de scurtă durată și cu un număr mare de participanți. În interiorul unor asemenea organizații partidul va pregăti o rețea de celule și grupuri comuniste, cât și o facțiune comunistă a sindicatului. 

În perioadele în care clasa muncitoare este pasivă, Partidul trebuie să anticipeze formele de organizare adecvate și să promoveze constituirea organizațiilor cu scopuri economice imediate. Acestea pot fi sindicate grupate pe bază de comitete de fabrică, meserie, industrie sau orice alt tip de grupare cunoscut sau chiar unul nou. Partidul încurajează întotdeauna organizații ce favorizează contactul dintre muncitorii din diferite localități și de diferite meserii și acțiunea lor comună. Respinge orice formă de organizații închise.

  1. În orice situație, Partidul refuză în același timp punctul de vedere idealist și utopic ce face transformarea socială dependentă de un cerc de apostoli și eroi “aleși”, punctul de vedere libertarian conform căruia aceasta e dependentă de revolta indivizilor și a maselor neorganizate, punctul de vedere sindicalist sau economist care încredințează transformarea socială unor organizații apolitice, fie că predică folosirea violenței sau nu, și punctul de vedere voluntarist și sectant care nu conștientizează că rebeliunea de clasă reiese dintr-o serie de acțiuni colective mult înaintea unei conștiințe teoretice clare sau chiar a unei acțiuni hotărâte și care, drept consecință, recomandă formarea unei mici “elite” izolate de clasa muncitoare și de sindicate sau, ceea ce duce la același lucru, bazându-se pe sindicate ce exclud non-comuniștii. Această ultimă greșeală, ce a caracterizat istoric K.A.P.D.-ul german și Tribuniștii olandezi [Membrii partidului K.A.P.D. – Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands din Germania și a grupului ziarului “Tribuna”, condus de Gorter și Pannekoek, care au abandonat definitiv Internaționala Comunistă în 1921], a fost mereu combătută de către stânga marxistă italiană.

Diferențele din motive de strategie și tactică ce au dus curentul nostru la ruptura față de Internaționala a III-a nu pot fi discutate fără referirea la diferitele faze istorice ale mișcării proletare.

III. VALURILE ISTORICE ALE DEGENERĂRII OPORTUNISTE

  1. Dacă nu dorim să facem loc idealismului sau considerațiilor mistice, etice sau estetice, ce sunt în completă opoziție cu marxismul, este imposibil să afirmăm că în toate fazele istorice ale mișcării proletare este necesară aceeași intransigență, că orice alianță, orice front unit, orice compromis trebuie refuzat din principiu. Din contră, chestiunile strategiei și tacticilor de clasă și de partid pot fi rezolvate numai pe o bază istorică. Din acest motiv, trebuie luată în considerare dezvoltarea clasei proletare din întreaga lume în perioada dintre revoluțiile burgheze și cele socialiste, și nu particularitățile de timp sau spațiu ce nutresc politici cazuistice și care lasă chestiunile practice la latitudinea toanelor grupurilor sau a comitetelor conducătoare. 
  1. Proletariatul însuși este înainte de toate produsul economiei capitaliste și al industrializării. Așa cum comunismul nu se poate naște din inspirația unor indivizi, a unor frății sau cluburi politice, ci numai din lupta proletarilor înșiși, tot așa, victoria irevocabilă a capitalismului asupra acelor forme ce l-au precedat istoric, adică victoria burgheziei asupra aristocrației feudale și latifundiare și asupra celorlalte clase caracteristice vechiului regim, fie asiatice, europene sau a celorlalte continente, este o condiție pentru comunism.

La vremea Manifestului Comunist, dezvoltarea industrială modernă era încă la începuturile sale, prezentă numai în câteva țări. Pentru a grăbi explozia luptei de clasă moderne, proletariatul trebuia să fie încurajat să lupte, înarmat, alături de burgheziile revoluționare în timpul insurecțiilor antifeudale și  de eliberare națională. În acest fel, participarea muncitorilor la marea Revoluție Franceză și la apărarea sa împotriva coalițiilor europene până în timpurile napoleoniene, este parte a istoriei luptei muncitorești, aceasta în ciuda faptului că de la bun început dictatura burgheză a înăbușit feroce primele lupte sociale de inspirație comunistă.

Din cauza înfrângerii revoluțiilor burgheze din 1848, această strategie a alianței dintre proletariat și burghezie împotriva claselor vechiului regim rămâne validă, în ochii marxiștilor, până în 1871, prin prisma faptului că acest regim feudal încă persista în Rusia, în Austria și în Germania și acela că unitatea națională a Italiei, Germaniei și a țărilor Europei de Est este o condiție necesară pentru dezvoltarea industrială a Europei.

  1. Anul 1871 este un punct de cotitură clar în istorie. Lupta împotriva lui Napoleon III și a dictaturii sale este în fapt direcționată împotriva unei forme capitaliste, și nu feudale; este în același timp produsul și dovada mobilizării celor două clase inamice fundamentale ale societății moderne.  Cu toate că vede în Napoleon un obstacol pentru dezvoltarea burgheză a Germaniei, marxismul revoluționar trece imediat de partea luptei anti-burgheze, care va fi lupta tuturor partidelor Comunei – prima dictatură a muncitorilor din lume. După această dată, proletariatul nu mai poate alege între partide sau arme naționale rivale, în măsura în care orice restaurare a formelor pre-burgheze a devenit social imposibilă în cele două mari areale: Europa – până la limitele Imperiilor Otoman și Țarist – pe de o parte și Anglia și America de Nord de cealaltă parte.

Oportunismul la finalul secolului XIX

    4. Dacă ignorăm Bakuninismul din perioada Primei Internaționale și Sorelianismul din timpul celei de-A Doua, din moment ce nu au nimic de-a face cu marxismul, revizionismul social-democrat reprezintă primul val de oportunism din cadrul mișcării proletare marxiste. Viziunea sa era următoarea: de îndată ce victoria burgheziei asupra vechiului regim a fost universal asigurată, o fază istorică lipsită de insurecții și de războaie se deschide înainte umanității; socialismul devine posibil prin evoluție graduală, fără violență, pe baza extinderii industriei moderne și datorită creșterii numerice a muncitorilor înarmați cu sufragiul universal. În acest fel a încercat (Bernstein) să golească marxismul de conținutul revoluționar, pretinzând că spiritul său de rebeliune fusese moștenit de la burghezia revoluționară și nu îi aparține clasei proletare însăși. În acest timp, chestiunea tactică a alianței dintre partidele burgheze avansate și partidul proletar preia un aspect diferit de acela al fazei precedente; nu mai este o chestiune de a ajuta capitalismul să câștige, ci de a face socialismul să derive din el, cu ajutorul legilor și al reformelor, nu de a lupta pe baricadele satelor și orașelor împotriva amenințărilor restaurației, ci numai de a vota împreună în ansamblurile parlamentare. Din această cauză propunerea alianțelor și coalițiilor și chiar acceptarea de posturi ministeriale de către reprezentanții muncitorilor este încă de pe atunci o deviație de la direcția revoluționară. Din această cauză marxiștii radicali dezmint orice coaliție electorală.

Oportunismul în 1914

5. Al doilea uriaș val de oportunism lovește mișcarea proletară în momentul în care izbucnește războiul, în 1914. Majoritatea liderilor parlamentari și sindicali, cât și puternice grupuri militante, iar în unele țări între partide, prezintă conflictul între state naționale drept o luptă ce ar putea aduce înapoi absolutismul sistemului feudal și care ar putea duce la distrugerea cuceririlor civilizației burgheze și ale sistemului de producție modern. Aceștia predică solidaritate cu statul național în război, rezultatul fiind alianța dintre Rusia Țaristă și burgheziile avansate ale Franței și Angliei.

Majoritatea Internaționalei a Doua cade deci în oportunismul de război de care numai foarte puține partide, printre care și partidul socialist italian, scapă. Mai rău, numai grupuri și facțiuni avansate acceptă poziția lui Lenin care, definind războiul drept un produs al capitalismului și nu un conflict dintre capitalism și forme socio-politice mai puțin avansate, trage concluzia că “Sfânta Alianță” trebuie condamnată și că partidul proletar trebuie să practice politica defetismului revoluționar în fiecare țară, împotriva statului și armatei beligerante. 

6. Internaționala A Treia este ridicată pe o bază ce este atât anti social-democrată, cât și anti social-patriotică. 

Nu doar că în întreaga Internațională proletară nu există alianțe făcute cu alte partide pentru a exercita putere parlamentară, ci chiar mai mult, este negat faptul că puterea poate fi cucerită, fie și într-un mod “intransigent”, de către partidul proletar doar prin mijloace legale, fiind reafirmată nevoia, în mijlocul ruinei fazei pașnice a capitalismului, de violență armată și dictatură.

Nu doar că nu se intră în nicio alianță cu guverne beligerante, nici în cazul războaielor “defensive”, iar antagonismul de clasă este păstrat chiar și în timpul războiului, ci și mai mult, sunt făcute toate eforturile, prin propagandă defetistă pe front, de a transforma războiul imperialist dintre state într-un război civil dintre clase. 

7. Răspunsul la primul val de oportunism a fost formula: nicio alianță electorală, parlamentară sau ministerială pentru a obține reforme.

Răspunsul la al doilea val a fost o altă formulă tactică: nicio alianță de război (după 1871) cu Statul și burghezia.

Reacțiile întârziate ar opri punctul de cotitură critic al perioadei 1914-1918 din a fi transformat într-un avantaj prin angrenarea într-o luptă la scară largă pentru defetism în război și pentru distrugerea statului burghez.

8. O mare excepție este victoria din Rusia din Octombrie 1917. Rusia era singurul stat major european care încă era condus de o putere feudală, unde penetrarea de către formele capitaliste de producție era slabă. În Rusia exista un partid care, deși nu mare, avea o tradiție ferm ancorată în marxism, care nu numai că s-a împotrivit celor două valuri consecutive de oportunism din Internaționala a Doua, dar în același timp, după grozavele încercări din 1905, era apt să-și pună problemele despre cum să unească două revoluții, cea burgheză și ce proletară. 

În februarie 1917 acest partid luptă alături de celelalte împotriva Țarismului, iar imediat după aceea nu doar împotriva partidelor burgheze liberale, ci și împotriva partidelor proletare oportuniste, învingându-le pe toate. Mai mult, el devine apoi centrul reconstituirii Internaționalei revoluționare.

9. Efectul acestui eveniment formidabil poate fi regăsit în rezultatele sale istorice irevocabile. În ultima țară europeană plasată în afara zonei geo-politice a Occidentului, o luptă neîntreruptă conduce un proletariat, a cărui dezvoltare socială e departe de a fi completă la preluarea puterii. Formele liberal-democratice de tip vestic, înființate în prima fază a revoluțiilor, sunt date la o parte iar dictatura proletară înfruntă sarcina imensă de a accelara dezvoltarea economică. Aceasta înseamnă că formele feudale încă rămase trebuie răsturnate, iar formele capitaliste recente trebuie să fie depășite. Realizarea acestei misiuni cheamă înainte de toate la victoria asupra bandelor de insurgenți contrarevoluționari și a intervenției capitalismului străin. Ea cere nu numai mobilizarea proletariatului mondial pentru apărarea puterii sovietice și pentru dirijarea atacului spre puterile vestice burgheze, ci și extinderea luptei revoluționare spre continentele locuite de oameni de culoare, pe scurt, mobilizarea tuturor forțelor capabile de a purta o luptă armată împotriva metropolei capitaliste albe.

10. În Europa și în America, alianța strategică cu mișcările burgheze de stânga împotriva formelor feudale de putere nu mai este posibilă, ci a făcut loc luptei directe a proletariatului pentru putere. În țările subdezvoltate însă, partidele proletare și comuniste emergente nu desconsideră participarea la insurecțiile celorlalte clase anti-feudale, fie împtriva dominațiilor despotice locale, fie împotriva colonizatorilor albi.

Pe vremea lui Lenin existau două alternative istorice: fie lupta mondială se termină în victorie, aceasta prin prăbușirea puterii capitaliste cel puțin într-o parte extinsă și avansată a Europei, ceea ce ar permite transformarea economiei Rusiei într-un ritm alert, “sărind” stadiul capitalist și prinzând rapid din urmă industria occidentală, deja coaptă pentru socialism, fie marile centre imperialiste rămân pe loc, caz în care puterea revoluționară rusească este forțată să se restrângă la sarcina economică a revoluției burgheze, făcând efortul unei dezvoltări productive imense, dar cu caracter capitalist, și nu socialist.

11. Dovada nevoii urgente de a accelera preluarea puterii în Europa, de a preveni colapsul violent al Statului Sovietic, altminteri urmând involuția sa într-un stat de natură capitalistă în cel mult câțiva ani, a apărut de îndată ce societatea burgheză s-a consolidat după marele șoc al Primului Război Mondial. Dar partidele comuniste nu au reușit să preia puterea, cu excepția câtorva încercări care au fost zdrobite rapid, iar aceasta le-a condus la a se întreba ce ar putea face pentru a contracara faptul că largi secțiuni ale proletariatului cădeau încă pradă influențelor oportuniste și social-democrate.

Existau două metode contrarii: una ce considera partidele Internaționalei a Doua ce purtau o luptă neobosită fățișă atât împotriva programului comunist, cât și împotriva Rusiei revoluționare, drept inamici deschiși, și luptau împotriva acestora, vâzându-le drept cea mai periculoasă parte a frontului burghez și cealaltă, care se baza pe soluții rapide pentru a reduce influența partidelor social-democrate asupra maselor spre avantajul partidului comunist, folosind “manevre” tactice și strategice.

12. Pentru a justifica metoda din urmă, experiențele politicii bolșevice din Rusia au fost aplicate greșit, îndepărtându-se de la linia istorică corectă.  Oferta de alianțe cu partide mic-burgheze și chiar burgheze a fost justificată istoric prin faptul că puterea țaristă, interzicând toate aceste mișcări, le-a forțat să se angajeze în luptă insurecțională. În Europa, pe de altă parte, singurele acțiuni comune ce au fost propuse, chiar și ca manevră, respectau legalitatea, atât în cadrul sindicatelor cât și al parlamentului. În Rusia faza parlamentarismului liberal fusese foarte scurtă (în 1905 și câteva luni în 1917), la fel și în privința recunoașterii legale a mișcării sindicale. În restul Europei, între timp, jumătate de secol de degenerare a mișcării proletare prefăcuseră aceste două câmpuri de acțiune în terenuri propice pentru reducerea energiilor revoluționare și pentru coruperea liderilor muncitorilor. Garanția ce stătea în soliditatea organizației și principiilor Partidului Bolșevic nu era aceeași cu garanția oferită de existența puterii de stat din Moscova, care,  din cauza condițiilor sociale și a relațiilor internaționale, era, după cum a arătat-o istoria, mai susceptibilă să cedeze, renunțând la principiile și politica revoluționară.

13. Stânga Internaționalei (căreia majoritatea covârșitoare a Partidului Comunist din Italia îi aparținea înainte de a fi mai mult sau mai puțin distrus de contrarevoluția fascistă ce a fost favorizată în primul rând de greșeala strategiei istorice) susținea că în Occident toate alianțele și propunerile de alianțe cu partidele socialiste sau mic-burgheze trebuie refuzate cu orice preț; cu alte cuvinte, nu trebuie să existe un front unit politic. Aceasta afirma că, comuniștii ar trebui să își lărgească influența în mijlocul maselor prin participarea în toate luptele locale și economice, încurajând muncitorii din toate organizațiile și de toate credințele la a le dezvolta la maximum, dar respingea faptul că acțiunea partidului ar trebui subordonată celei a comitetelor politice ale fronturilor, coalițiilor sau alianțelor, chiar și dacă această subordonare s-ar fi limitat la declarații publice și s-ar fi compensat prin instrucții interne ale militanților sau ale partidului și prin intențiile subiective ale liderilor. Și mai puternic a respins așa-numitele tactici “bolșevice” atunci când luau forma unui “guvern muncitoresc”,  adică lansarea sloganului (devenit în anumite instanțe un experiment practic, cu consecințe dezastruoase) de a ajunge la putere parlamentară prin majorități amestecate de comuniști și socialiști de diverse forme. Dacă partidul bolșevic putea elabora fără pericole planul guvernelor provizionale ale unor partide multiple în faza revoluționară, și dacă aceasta i-a permis să ajungă la cea mai fermă autonomie de acțiune și chiar să respingă foștii aliați, toate acestea au fost posibile numai din cauza diversității situației forțelor istorice: nevoia urgentă de două revoluții și atitudinea distructivă a statului de la putere împotriva oricui care ajungea la putere pe cale parlamentară. Ar fi fost absurd să transpui o asemenea strategie la o situație în care statul burghez avea o tradiție democratică veche de jumătate de secol, iar partidele îi acceptă constituționalismul. 

14. Între 1921 și 1926, versiuni din ce în ce mai oportuniste ale metodei tactice ale Internaționalei au fost impuse la congresele sale (al treilea, al patrulea, al cincilea și la Comitetul Executiv Lărgit din 1926). La baza metodei era formula simplă: alterează tacticile potrivit circumstanțelor. Prin prisma unor așa-numite analize, cam la fiecare șase luni noi stadii ale capitalismului erau identificate și noi manevre erau propuse pentru a le adresa. Acesta este în esență revizionism, care a fost întotdeauna “voluntarist”; cu alte cuvinte, când a realizat că predicțiile sale despre venirea socialismului nu s-au adeverit, a decis să forțeze ritmul istoriei cu o practică nouă, dar, făcând aceasta, a încetat să lupte pentru obiectivele proletare și socialiste ale programului nostru maximal. În 1900 reformiștii spuneau că circumstanțele au eliminat orice posibilitate de insurecție. Nu ne putem aștepta la imposibil, au spus, haide să muncim deci pentru a câștiga alegeri și pentru a schimba legi, pentru a realiza câștiguri economice prin sindicate. Iar când această metodă a eșuat, a provocat o reacție din partea curentului esențialmente voluntarist al anarho-sindicalismului, ce învinovățea politica de partid și politica în general, prezicând că schimbarea va veni prin efortul minorităților hotărâte în grevă generală, conduse exclusiv de către sindicate. Asemănător, Internaționala Comunistă, de îndată ce a văzut că proletariatul vest-european nu avea să lupte pentru dictatură, a preferat să se bazeze pe înlocuitori pentru a ieși din impas. Și ce a ieșit din toate aceste lucruri, odată ce echilibrul capitalist a fost restabilit, este că nu au modificat nici situația obiectivă, nici echilibrul de forțe, dar au corupt mișcarea muncitorească, la fel cum se întâmplase când revizioniștii nerăbdători de dreapta și de stânga au ajuns în serviciul burgheziei în cadrul coalițiilor de război. Toată pregătirea teoretică și restaurarea principiilor revoluționare a fost sabotată, confundând programul comunist de preluare a puterii prin mijloace revoluționare cu aderarea comuniștilor la așa-numitele guverne ‘înrudite’ prin intermediul susținerii și participării în parlament și în cabinetele burgheze;  în Saxonia și Turingia această metodă s-a sfârșit într-o comedie, unde doi polițiști au fost suficienți pentru a răsturna liderul comunist al guvernului.

15. Organizarea internă a fost supusă unei confuzii asemănătoare, compromițând misiunea dificilă de a separa membrii revoluționari de cei oportuniști în diferitele țări și partide. Se credea că membrii noi de partid, mai susceptibili la a colabora cu centrul, puteau fi procurați prin smulgerea unor întregi aripi stângi ale vechilor partide social-democrate, pe când, de fapt, după ce noua Internațională a trecut prin perioada sa inițială de formare, aceasta trebuia să funcționeze permanent drept partid mondial, primind noi convertiți numai pe bază individuală în secțiunile sale naționale. Vrând să câștige de partea sa grupuri largi de muncitori, au încheiat în schimb înțelegeri cu liderii acestora, aruncând în dezordine cadrele mișcării, dizolvând-o și regrupând-o apoi în perioade de luptă activă. Considerând fracțiuni și grupuri din cadrul partidelor oportuniste drept “comuniste”, ele erau absorbite prin fuziuni organizatorice; astfel, aproape toate partidele, în loc de a se pregăti de luptă, erau ținute într-o stare de criză permanentă. Ducând lipsă de continuitate a acțiunii și fără limite clare între prieteni și inamici, înregistrau un eșec după altul pe scară internațională. Stânga pretinde unicitate și continuitate organizațională.

Răsturnarea structurii partidelor sub pretextul “bolșevizării” a fost un alt motiv de diferențiere al Stângii față de conducerea Internaționalei. Organizarea teritorială a partidului a fost înlocuită cu o rețea de celule de fabrică. Aceasta a îngustat orizontul politic al membrilor ce aveau aceeași meserie și, astfel, aceleași interese economice imediate. În acest fel, sinteza naturală a diferitelor impulsuri sociale ce ar fi ajutat la a face lupta una generală, comună tuturor categoriilor, nu a fost realizată. De vreme ce această sinteză lipsea, singurul factor al unității a fost exprimat doar de sloganurile purtate de reprezentanții centrelor superioare, care au devenit în mare parte funcționari și care au început să aibă toate caracteristicile negative ale oficialismului politic și sindical al vechii mișcări. 

Critica pe care pe care Stânga Marxistă Italiană le-a făcute acestei organizări nu trebuie să fie confundată cu o chemare la întoarcerea la “democrație internă” și “alegeri libere” ale liderilor de partid. Nici democrația internă, nici alegerile libere nu dau Partidului natura sa de a fi cea mai conștientă facțiune a proletariatului și funcția sa de ghid revoluționar. Este, în schimb, o chestiune de discrepanță largă între concepțiile despre organicitatea deterministică a partidului ca organ istoric, existând în realitatea luptei de clasă; este o deviație fundamentală în principii ce a făcut partidele incapabile să prezică și să confrunte pericolul oportunist.

16. Deviații analoge au avut loc în Rusia, unde a apărut pentru prima oară în istorie problema dificilă a organizării și a disciplinei interne a partidului comunist ajuns la putere și al cărui număr de membri crescuse enorm. Dificultățile întâlnite în lupta socială internă pentru o nouă economie și cele ale luptei politice din afara Rusiei au provocat opinii contrastante între bolșevicii gardei vechi și membrii noi. 

Grupul de la conducerea Partidului avea în mâinile sale nu numai aparatul partidului, ci întregul aparat de Stat. Opiniile acestui grup sau ale unei majorități a lui erau trecute drept bune, nu în lumina doctrinei de partid, a tradiției sale naționale și internaționale de luptă, ci prin represiunea opoziției prin mijloace ale aparatului de stat și prin sugrumarea partidului într-o manieră polițienească. Orice neascultare față de organul central al partidului era judecată drept o acțiune contrarevoluționară, justificând, pe lângă expulzare, măsuri punitive. Relația dintre Partid și Stat a fost astfel complet distorsionată, iar grupul ce le controla pe ambele a fost astfel capabil să impună o abandonarea principiilor și ale linii istorice a partidului și a mișcării revoluționare globale. În realitate, partidul este un organism unitar în doctrina și acțiunea sa. Alăturarea la partid impune obligații asupra liderilor și aderenților, însă alăturarea și părăsirea sunt voluntare, fără niciun fel de constrângere fizică, și așa trebuie să fie în aceeași măsură înainte, în timpul și după cucerirea puterii. Partidul conduce singur și în mod autonom lupta clasei exploatate de a distruge statul capitalist. În același fel, Partidul, singur și autonom, conduce statul revoluționar proletar și, dat fiind că statul este un organ doar tranzitoriu din punct de vedere istoric, intervenția legală împotriva membrilor sau grupurilor din partid indică o criză serioasă. De îndată ce asemenea intervenții au devenit o practică în Rusia, partidul s-a umplut de membri oportuniști ce nu urmăreau nimic altceva decât să procure avantaje personale sau cel puțin să beneficieze de protecția Partidului. Și totuși erau acceptați fără ezitare și, în loc ca Statul să slăbească, a avut loc o umflare periculoasă a Partidului de la putere. 

Această inversare a influențelor a dus la rezultatul în care oportuniști au ajuns într-o poziție avantajoasă față de ortodocși; trădătorii principiilor revoluționare i-au paralizat, imobilizat, acuzat și, în cele din urmă, condamnat, pe cei ce apărau aceste principii într-un mod coerent, dintre care unii au înțeles prea târziu că partidul nu va mai deveni niciodată unul revoluționar.

De fapt, guvernul era cel care, luptându-se cu realitatea grea a treburilor interne și externe, rezolva probleme și impunea soluții Partidului. Partidul, în schimb, impunea cu ușurință aceste soluții celorlaltor partide, pe care le domina și mânuia după plac, în congresele internaționale. În acest mod, directivele Cominternului au devenit din ce în ce mai eclectice și mai conciliatoare cu privire la capitalismul global. 

Stânga Italiană nu a pus niciodată la îndoială meritele revoluționare ale partidului care a condus prima revoluție proletară spre victorie, dar a susținut că și contribuțiile partidelor încă în luptă deschisă împotriva propriului regim burghez erau indispensabile. Ierarhia ce putea rezolva problemele acțiunii revoluționare în lume și în Rusia trebuia deci să fie următoarea: Internaționala partidelor comuniste mondiale, diferitele sale secțiuni – inclusiv cea rusească – și, în final, guvernul comunist pentru politica internă rusească, dar exclusiv în liniile partidului. În caz contrar, caracterul internaționalist al mișcării și eficiența sa revoluționară nu aveau decât să fie compromise. Numai respectând această regulă putea fi evitată divergența de interese și obiective dintre Statul Rus și Revoluția Mondială. Lenin însuși a recunoscut că dacă revoluția ar izbucni în Europa sau în restul lumii, Partidul din Rusia ar lua nu locul al doilea, ci cel puțin al patrulea, în conducerea politică și socială generală a revoluției comuniste.

17. Nu putem spune cu exactitate când a început valul oportunist ce avea să poarte Internaționala Comunistă. Acesta era al treilea val, primul paralizând Internaționala fondată de Marx, iar al doilea fiind cel ce a adus căderea Internaționalei a Doua. Deviațiile și erorile politice discutate în paragrafele 11, 12, 13, 14, 15 și 16 de mai sus, au aruncat mișcarea comunistă globală într-un deplin oportunism, ceea ce se putea observa din atitudinea sa față de fascism și față de guvernele totalitare. Aceste forme apăruseră după perioada marilor atacuri proletare care în Germania, Italia, Ungaria, Bavaria și în Balcani urmaseră Primului Război Mondial. Internaționala Comunistă le-a definit drept ofensive ale patronilor, cu tendința de a coborî standardul de trai al claselor muncitoare din punct de vedere economic, iar din punct vedere politic drept inițiative de suprimare a liberalismului democratic, pe care îl prezentau, într-o expresie îndoielnică pentru marxişti, ca fiind un mediu favorabil al unei ofensive proletare, în timp ce comunismul, în schimb, l-a considerat întotdeauna drept cea mai nocivă atmosferă posibilă de corupţie revoluţionară la nivel politic. În realitate, fascismul a fost demonstrația completă a viziunii marxiste asupra istoriei; concentrarea economică nu era numai o dovadă a caracterului social și internațional al producției capitaliste, ci ea a forțat producția capitalistă să se unească și burghezia să declare război social împotriva proletariatului, a cărui presiune era încă mult mai slabă decât capacitatea de apărare a statului capitalist. 

Liderii Internaționalei, pe de altă parte, au creat o serioasă confuzie istorică cu perioada lui Kerensky din Rusia, ducând nu doar la o greșeală gravă de interpretare teoretică, ci și la o inevitabilă răsturnare a tacticilor. O strategie de protejare și conservare a condițiilor existente a fost trasată pentru proletariat și pentru partidele comuniste, sfătuindu-le să formeze un front unit cu toate grupurile burgheze ce susțineau că anumite avantaje imediate trebuiau garantate muncitorilor și că oamenii nu trebuiau să fie privați de drepturile lor democratice. Grupurile erau în acest fel mult mai puțin ferme și perspicace decât fasciștii și astfel niște aliați foarte slabi.

Internaționala nu a înțeles că Fascismul sau Național Socialismul nu aveau nimic de a face cu o încercare de întoarcere la forme de guvernământ despotice și feudale, nici cu victoria așa-numitei aripi drepte a burgheziei în opoziție cu clasa capitalistă mai avansată a marilor industrii, nici cu o încercare de a forma un guvern autonom al claselor intermediare dintre angajatori și proletari. Ea nu înțelesese nici că, eliberându-se de parlamentarismul ipocrit, fascismul a moștenit pe de altă parte pe deplin reformismul pseudo-marxist, asigurând pentru clasele cele mai năpăstuite nu doar un salariu decent, ci și o serie de îmbunătățiri ale bunăstării lor printr-un număr de măsuri și intervenții întreprinse de stat  făcute, desigur, în interesul Statului. Internaționala Comunistă a lansat astfel sloganul “luptă pentru libertate”, ce a fost impus Partidului Comunist din Italia de către președintele Internaționalei, începând cu 1926. Și totuși aproape toți militanții partidului doreau de patru ani să conducă o politică de clasă autonomă împotriva fascismului, refuzând coalițiile cu orice partide democratice, monarhiste sau catolice care erau în favoarea garanțiilor parlamentare și constituționale. În zadar i-a avertizat Stânga italiană pe liderii Internaționalei de faptul că drumul pe care aceasta l-a ales (și care a ajuns în final la Comitetele pentru Eliberare Națională!) va duce la pierderea tuturor energiilor revoluționare, în zadar a cerut ca adevărata semnificație a antifascismului partidelor burgheze și mic-burgheze, cât și al celor pseudo-proletare să fie denunțată deschis.

Linia partidului comunist este prin natura ei una ofensivă și în niciun caz nu poate lupta pentru conservarea iluzorie a condițiilor specifice capitalismului. Dacă, înainte de 1871, clasa muncitoare trebuia să lupte alături de forțele burgheze, aceasta nu era pentru a se agăța de anumite avantaje, nici pentru a evita o întoarcere imposibilă la vremurile vechi, ci pentru a ajuta la distrugerea totală a tuturor forme politice și sociale depășite. În politica economică de zi cu zi, ca și în politică în general, clasa muncitoare nu avea nimic de pierdut și deci nimic de apărat. Atacul și cucerirea, acestea sunt singurele sale tactici. 

În consecință, partidul revoluționar trebuie să interpreteze venirea formelor totalitare ale capitalismului ca pe confirmarea doctrinei sale și deci deplina sa victorie ideologică. El trebuie să se intereseze de puterea efectivă a clasei proletare în relație cu opresorul său pentru a se pregăti de războiul civil revoluționar. Partidul revoluționar trebuie să facă tot ce îi stă în putință pentru a stârni atacul final, iar atunci când aceasta este imposibil, să rămână cu capul sus, fără a arunca vreodată un “Vade retro Satana” (Piei, Satano!) pe atât de defetist, pe atât de stupid, căci asta se rezumă la implorarea prostească pentru toleranță și iertare din partea clasei inamice.

Oportunismul după 1926

18. În a Doua Internațională, oportunismul a luat forma umanitariansimului, a filantropiei și a pacifismului, culminând cu renegarea luptei armate și a insurecției și, cu atât mai mult, găsind justificări pentru violența legală dintre state pe timp de război.

În timpul celui de-al treilea val oportunist deviația și trădarea liniei revoluționare au ajuns până la luptă armată și război civil. Dar chiar și atunci când oportunismul vrea să impună un anume guvern împotriva altuia într-o țară, prin luptă armată în vederea cuceririlor teritoriale și a pozițiilor strategice, critica revoluționară rămâne aceeași ca atunci când organizează fronturi, blocuri și alianțe cu aranjamente pur electorale și parlamentare. De exemplu, alianța Războiului Civil Spaniol și a mișcării partizane împotriva germanilor și fasciștilor în timpul celui de-Al Doilea Război Mondial a fost fără niciun dubiu o trădare a clasei muncitoare și o formă de colaborare cu capitalismul, în ciuda violenței care a fost folosită. În astfel de cazuri, refuzul partidului comunist de a se subordona comitetelor formate din partide eterogene ar trebuie să fie chiar și mai ferm: atunci când acțiunea trece de la agitația legală la conspirație și luptă este cu atât mai criminal să ai vreun lucru în comun cu mișcările non-proletare. Nu mai este nevoie să reamintim că în caz de înfrângere, astfel de înțelegeri s-au încheiat prin concentrarea tuturor forțelor inamice asupra comuniștilor, în timp ce în cazul unui succes aparent, aripa revoluționară a fost complet dezarmată și ordinea burgheză a fost consolidată.

19. Toate demonstrațiile de oportunism în tacticile impuse de partidele europene și executate în Rusia au fost încununate în timpul celui de-Al Doilea Război Mondial de atitudinea Statului Sovietic față de celelalte state beligerante și de către instrucțiunile pe care Moscova le-a dat partidelor comuniste. Aceste partide nu și-au negat aprobarea față de război și nici nu au încercat să o exploateze în scopul organizării unei acțiuni de clasă țintind la distrugerea statului capitalist. Din contră, în primă fază Rusia a încheiat un acord cu Germania: în timp ce a prevăzut că secțiunea germană nu ar trebui să facă nimic împotriva puterii hitleriste, a îndrăznit să dicteze auto-intitulatele tactici “marxiste” comuniștilor francezi, ce aveau să declare războiul dintre burghezia franceză și engleză drept unul agresiv imperialist, făcând aceste partide să întreprindă acțiuni ilegale împotriva statului și armatei lor. Însă, de îndată ce Statul Rus a intrat în conflict militar cu Germania, iar interesul său era în puterea opozanților Statului Rus, partidele franceze, engleze și altele implicate, au primit instrucțiuni politice contrarii și comanda de a se muta pe frontul apărării naționale, la fel ca socialiștii denunțați de Lenin în 1914. Mai mult, toate pozițiile teoretice și istorice ale comunismului au fost falsificate atunci când a fost declarat că războiul dintre puterile vestice și Germania nu era unul imperialist, ci o cruciada pentru libertate și democrație și că a fost așa de la bun început, din 1939, pe când propaganda pseudo-comunistă era direcționată în totalitate împotriva francezilor și englezilor.

Astfel, este clar că Internaționala Comunistă, care la un moment dat a fost desființată, pentru a da garanții în plus puterilor imperialiste, nu a fost nicicând folosită pentru a provoca prăbușirea vreunei puteri capitaliste și nici măcar pentru a grăbi apariția condițiilor necesare pentru captarea puterii de către proletariat. Singura sa întrebuințare a fost să colaboreze deschis cu blocul imperialist german, blocul opus preferând să se descurce fără ajutorul său atunci când Rusia a venit de partea sa. 

Nu este deci o simplă chestiune de oportunism, ci mai degrabă de abandonare totală a comunismului, dovedită de graba cu care definiția structurii de clasă a puterilor burgheze s-a schimbat în tandem cu schimbarea de aliați a Rusiei. Imperialiste și plutocrate în 1939-40, Franța, Anglia și Statele Unite ale Americii au devenit mai târziu reprezentanți ai progresului, libertății și civilizației, având un program comun cu Rusia pentru reorganizarea lumii. Acest punct de cotitură extraordinar nu a oprit Rusia din a arunca cele mai arzătoare acuzații la adresa acelorași state din momentul primelor dezacorduri din 1946 și de la începutul Războiului Rece.

Nu este de mirare deci că, începând cu simple contacte cu social-trădătorii și social-patrioții respinși cu o zi mai înainte, continuând cu fronturile unite, guvernele muncitorești (renunțând la dictatura de clasă) și chiar cu blocurile cu partidele mic-burgheze, mișcarea de la Moscova a căzut, în timpul războiului, în aservire totală față de politica “puterilor democratice”. Mai târziu, a trebuit să admită că aceste puteri erau nu doar imperialiste, ci și la fel de fasciste pe cât fuseseră Germania și Italia înainte. Nu este de mirare deci nici faptul că partidele revoluționare care se întruniseră la Moscova în 1919-1920 și-au pierdut orice urmă de natură comunistă și proletară.

20. Al treilea val istoric al oportunismului unește toate caracteristicile celor două valuri precedente, în aceeași măsură în care capitalismul actual include toate formele diferitelor sale stadii de dezvoltare.

După al doilea război imperialist, partidele oportuniste, unite cu toate partidele burgheze în Comitetele pentru Eliberarea Națională, iau parte la guvernare cu acestea. În Italia, iau parte chiar la cabinetele monarhiste, amânând chestiunea Republicii pentru vremuri mai “potrivite”. Astfel, reneagă utilizarea metodei revoluționare a cuceririi puterii politice de către proletariat, consfințind o luptă pur legală și parlamentară, pentru care orice presiune proletară trebuie sacrificată în vederea acaparării puterii publice prin mijloace pacifiste. La fel ca în primul an al conflictului, nu au sabotat guvernele fasciste, hrănindu-le forța militară cu aprovizionarea de primă necesitate, ele postulează participarea la guvernele naționale de apărare, scutind de toate problemele guvernele de război.

Oportunismul își continuă evoluția fatală, sacrificând până și formal A Treia Internațională inamicului clasei muncitoare, imperialismul, în favoarea ulterioarei “consolidări a Frontului Unit al aliaților și a altor Națiuni Unite”. În acest fel, anticiparea istorică a Stângii Italiene făcută în primii ani ai Internaționalei a Treia s-a adeverit. Era inevitabil ca uriașul oportunism ce câștigase mișcarea muncitorească va conduce la lichidarea tuturor instanțelor revoluționare. În consecință, reconstituirea puterii de clasă a proletariatului mondial a fost foarte mult întârziată, a fost făcută mai dificilă și va necesita un efort mult mai mare.

21. În același fel în care Rusia, susținută de către partidele comuniste oportuniste ale celorlalte țări, a luptat de partea imperialiștilor, ea li s-a alăturat și în ocuparea țărilor învinse, pentru a preveni masele exploatate din a se revolta, iar aceasta fără a pierde susținerea partidelor. Din contră, această ocupație cu scop contrarevoluționar a fost complet justificată de către așa-numiții socialiști și comuniști în cadrul conferințelor de la Yalta și Teheran. Orice posibilitate a unui atac revoluționar asupra puterilor burgheze a fost redusă la zero, atât în țările ce au câștigat războiul, cât și în cele care l-au pierdut. Aceasta confirmă poziția Stângii Italiene ce a văzut Al Doilea Război Mondial drept imperialist și ocuparea țărilor învinse drept contrarevoluționară, prevăzând că acest război nu putea fi urmat de o relansare revoluționară.

22. În acord cu trecutul contrarevoluționar, partidul rus și cele afiliate au modernizat teoria colaborării permanente dintre clase, proclamând coexistența și competiția pașnice dintre statele capitaliste și cele socialiste. Această poziție, în urma celei dintâi care reducea lupta de clasă la o așa-numită luptă între statele capitaliste și cele socialiste, este insulta lor finală la adresa marxismului revoluționar. Dacă un stat socialist nu declară război sfânt asupra statelor capitaliste, trebuie cel puțin să declare și să mențină războiul de clasă în interiorul țărilor burgheze, al căror proletariat se pregătește teoretic și practic pentru insurecție. Aceasta este singura poziție ce confirmă programul partidelor comuniste cărora nu le repugnă să își arate opiniile și intențiile (Manifestul din 1848) și care instigă deschis la distrugerea violentă a puterii  burgheze.

De aceea, statele și partidele ce recunosc sau chiar presupun ipotetic coexistența și competiția pașnică dintre state, în loc să propage absoluta incompatibilitate dintre clase și lupta armată pentru emanciparea proletariatului, sunt state capitaliste și partide contrarevoluționare, iar frazeologia lor nu face decât să le mascheze caracterul non-proletar.

Persistența unor astfel de ideologii în mijlocul clasei muncitoare este un obstacol tragic în calea oricărei revitalizări de clasă, iar proletariatul trebuie să îl depășească înainte ca lupta să poată avea loc.

23. Un alt aspect care a făcut oportunismul politic al valului al treilea încă și mai condamnabil decât cele precedente a fost atitudinea sa rușinoasă față de pacifism, urmată de apărarea războiului de gherilă și iarăși de pacifism, dar condimentat cu frazeologia anticapitalistă a războiului rece și, în fine, pacifismul total insipid al coexistenței. Toate aceste puncte de cotitură au mers mână în mână cu cele mai schimbătoare definiții ale puterilor engleze și americane: imperialiste în 1939, “eliberatoare” democratice ale proletariatului european în 1942, iarăși imperialiste după război, și astăzi rivale pacifiste în competiția între capitalism și “socialism”. Marxiștii adevărați știu că imperialismul american a preluat încă din Primul Război Mondial de la “despotul” englez rolul principal de Armată Albă a lumii, precum au subliniat de numeroase ori Lenin și Internaționala a Treia în timpul perioadei glorioase a luptei revoluționare.

Inseparabil față de pacifismul social, pacifismul în sine profită din plin de ura muncitorilor față de războaiele imperialiste. Apărarea păcii, care este un punct de propagandă comun al tuturor partidelor și statelor, fie ele burgheze sau pseudo-proletare, este însă la fel de oportunistă precum apărarea patriei. Revoluționarii ar trebui să o lase pe una ca și pe cealaltă în seama ONU, care este cuprinsă de groază la mențiunea luptei de clasă, dar care este ea însăși, la fel ca Liga Națiunilor, o Ligă a Jefuitorilor.

Punând pacifismul mai presus de orice altă revendicare, oportuniștii de astăzi arată nu doar că se află în afara procesului revoluționar și că au căzut într-o utopie totală, ci și că nici măcar nu se apropie de utopicii precum Saint-Simon, Owen, Fourier sau chiar Proudhon.

Marxismul revoluționar respinge pacifismul ca teorie și mijloc de propagandă și subordonează pacea distrugerii violente a imperialismului global; nu va exista pace atât timp cât proletariatul mondial nu este liber față de exploatarea burgheză. De asemnea, denunță pacifismul ca armă a inamicului de clasă în scopul dezarmării proletariatului și reținerii acestuia de la influența revoluționară.

24. Stabilirea de conexiuni cu partidele imperialiste pentru a forma guverne de “unitate națională” a devenit o practică cutumiară a oportuniștilor care o exercită la o scară internațională într-un organism suprastatal gigantic – ONU. Marea minciună constă în a face lumea să creadă că dacă războiul dintre state este evitat, colaborarea de clasă poate nu numai să devină realitate, ci chiar să aducă roade sentimentaliste clasei muncitoare, statul imperialist de clasă devenind un instrument democratic al avuției sociale.

Astfel, în Democrațiile Populare, oportuniștii au înființat sisteme naționale în cadrul cărora toate clasele sunt reprezentate, cu pretenția că în acest fel interesele lor opuse pot fi armonizate. În China, de pildă, unde blocul celor patru clase este la putere, proletariatul, departe de a-și fi asumat puterea politică, este supus presiunii neîncetate a tânărului capitalism industrial, suportând costurile “Reconstrucției Naționale” la fel ca proletariatele celorlaltor țări. Dezarmarea forțelor revoluționare, ce a fost oferită de către social-patrioții lui 1914 și de către ministerialiștii precum Millerand, Bissolati, Vandervelde, MacDonald & Co, care au fost învinși și eliminați de către Lenin și Internaționala Comunistă, se estompează în fața colaborării scandaloase și nerușinate a actualilor social-patrioți și ministerialiști. Stânga Italiană, care încă din 1922 se împotrivea “guvernului muncitorilor și țăranilor” (sintagmă căreia i s-a dat semnificația de “dictatură a proletariatului”, dar care a favorizat o ambiguitate fatală sau, mai rău, însemna de fapt ceva destul de diferit), respinge cu atât mai mult colaborarea de clasă deschisă pe care actualii oportuniști nu ezită să o susțină. Stânga Italiană pretinde pentru proletariat și pentru partidul său monopolul necondiționat asupra statului, dictatura unitară și nedivizată a clasei proletare.

IV. ACȚIUNEA DE PARTID

1.  Încă de la apariția sa, capitalismul a avut o dezvoltare istorică neregulată, cu perioade alternante de criză și de expansiune economică intensă. 

Crizele sunt inseparabile de capitalism, care însă nu va înceta să crească și să se extindă atât timp cât forțele revoluționare nu îi dau ultima lovitură. În mod paralel, istoria mișcării proletare prezintă faze de obstacole impetuoase și faze de retragere provocate de înfrângeri brutale sau de degenerare lentă, în timpul cărora reînnoirea activității revoluționare poate fi la zeci de ani distanță.  Comuna din Paris a fost pusă la pământ în mod violent, iar înfrângerea sa a deschis o perioadă de dezvoltare relativ pacifistă a capitalismului, ceea ce a dat naștere teoriilor oportuniste sau revizioniste, a căror existență în sine a dovedit decăderea revoluției. Revoluția din Octombrie a fost învinsă lent pe parcursul unei perioade de regresiune, culminând cu suprimarea violentă a celor ce luptaseră pentru ea și supraviețuiseră. De la 1917, revoluția este cu totul absentă, iar astăzi nu pare că am fi în pragul unei reînnoiri revoluționare.

2. În ciuda unor astfel de recurențe, modul de producție capitalist se extinde și triumfă în toate țările, sub aspectele sale tehnice și sociale, într-un mod mai mult sau mai puțin continuu. Alternativele forțelor de clasă contradictorii sunt, în schimb, legate de evenimentele luptei istorice generale, de contrastul care exista deja de când burghezia și-a început dominația asupra claselor feudale și precapitaliste și de procesul politic evolutiv al celor două clase istoric rivale: burghezia și proletariatul, un proces marcat de victorii și înfrângeri, de greșeli în metoda tactică și strategică. Primele lupte datează din 1789, ajungând, prin 1848, 1871, 1905 și 1917 la ziua de astăzi. Ele au dat burgheziei șansa de a-și rafina armele împotriva proletariatului, în aceeași măsură în care economia s-a dezvoltat.

Din contră, proletariatul, în fața expansiunii uriașe a capitalismului, nu a știut întotdeauna cum să își folosească energia de clasă cu succes, căzând, după fiecare înfrângere, în plasa oportunismului și a trădării, stând apoi departe de revoluție pentru perioade din ce în ce mai lungi.

3. Ciclul diferitelor lupte și înfrângeri, chiar și al celor mai drastice, cât și valurile oportuniste în timpul cărora mișcarea revoluționară este supusă influenței clasei inamice, toate acestea constituie un câmp larg de experiențe pozitive în cadrul cărora revoluția se maturizează. 

În urma înfrângerilor, revenirea revoluționară este dificilă și anevoioasă, dar mișcarea, deși nu este vizibilă la suprafață, nu este întreruptă; ea menține cristalizate, într-o avangardă limitată, revendicările de clasă revoluționare.

Perioadele de depresiune politică ale mișcării revoluționare sunt numeroase. Din 1848 în 1867, de la a doua revoluție de la Paris până la zorii războiului franco-prusac, mișcarea revoluționară este aproape exclusiv întrupată de Marx, Engels și un cerc mic de tovarăși. Din 1872 în 1879, de la înfrângerea Comunei la începutul războaielor coloniale și la întoarcerea crizei capitaliste, ce conduce la războiul ruso-japonez din 1905, și apoi la războiul din 1914, conștiința revoluționară este reprezentată în continuare de Marx și Engels. Din 1914 în 1918, în timpul Primului Război Mondial în care A Doua Internațională se destramă, Lenin alături de câțiva tovarăși din alte câteva țări sunt cei care reprezintă continuitatea și progresul victorios al mișcării.

Anul 1926 a introdus o nouă perioadă nefavorabilă pentru revoluție, ce a văzut lichidarea victoriei din Octombrie. Numai Mișcarea Stângii Italiene Comuniste a menținut intactă teoria marxismului revoluționar, iar promisiunea unei reveniri revoluționare s-ar fi putut realiza numai în cadrul acestei mișcări. În timpul celui de-al Doilea Război Mondial, condițiile au devenit încă și mai rele, întregul proletariat aderând la războiul imperialist și la falsul socialism stalinist.

Astăzi ne aflăm în cel mai adânc punct al depresiunii și o revenire revoluționară nu poate fi prevăzută în viitorul apropiat. Durata perioadei depresiunii la care ne așteptăm corespunde gravității degenerării cât și concentrării mai mari a forțelor capitaliste. Al treilea val oportunist unește caracteristicile celor două valuri precedente în același timp în care procesul concentrării capitaliste în care constă puterea inamicilor este mult mai puternic decât după Primul Război Mondial.

4. Astăzi ne aflăm în abisul depresiunii politice și, deși posibilitățile de acțiune sunt considerabil reduse, partidul, urmând tradiția revoluționară, nu are nicio intenție de a întrerupe linia istorică a pregătirii pentru o viitoare resurgență la scară largă a luptei de clasă, ce va integra toate rezultatele experiențelor trecute. Limitarea în activitatea practică nu implică renunțarea la obiectivele revoluționare. Partidul recunoaște că în anumite sectoare activitatea sa este redusă cantitativ, dar aceasta nu înseamnă că totalitatea multilaterală a activității sale este alterată, partidul nu renunță în mod expres la nici o latură a activității sale.

5. Astăzi, principala activitate este restabilirea teoriei comunismului marxist. În prezent, arma noastră este încă cea a criticii: de aceea partidul nu va prezenta nicio doctrină nouă și, în schimb, va reafirma validitatea deplină a tezelor fundamentale ale marxismului revoluționar, care sunt amplu confirmate de către fapte și falsificate și trădate de oportunism pentru a acoperi retragerile și înfrângerile. Stânga marxistă combate și denunță staliniștii drept revizioniști și oportuniști, la fel cum a condamnat întotdeauna toate formele de influență burgheză asupra proletariatului. Partidul își bazează acțiunea pe poziții anti-revizioniste. Din primul moment al apariției sale pe scena politică, Lenin s-a luptat împotriva revizionismului lui Bernstein și a restaurat linia originală, demolând elementele celor două revizionisme: cel social-democrat și cel social-patriotic.

 Stânga Italiană a denunțat de la bun început primele deviații tactice din cadrul Internaționalei a Treia ca fiind primele simptome ale unui al treilea revizionism, ce a fost astăzi complet realizat, reunind erorile primelor două.

Dat fiind că proletariatul este ultima clasă ce va fi fost exploatată și, în consecință, nu va exploata la rândul său pe nimeni, doctrina ce a apărut alături de clasa proletară nu poate fi nici schimbată, nici reformată. Dezvoltarea capitalismului, de la începuturile sale până acum, a confirmat și continuă să confirme teoremele marxiste prezentate în textele fundamentale. Presupusele “inovații” și “învățături” ale ultimilor 30 de ani nu au făcut decât să confirme că încă trăiește capitalismul iar acesta trebuie să fie răsturnat. Punctul focal central al poziției doctrinare actuale a mișcării noastre este deci următorul: nicio revizuire a principiilor primare ale revoluției proletare.

6. Astăzi, partidul înregistrează fenomenele sociale în mod științific pentru a confirma tezele fundamentale ale marxismului. Analizează, confruntă și comentează faptele recente și contemporane, negând elaborarea doctrinară ce tinde să creeze noi teorii sau să indice insuficiența marxismului ca explicație a fenomenelor.

Aceeași muncă – distrugerea oportunismului și deviaționismului – așa cum a fost ea realizată de Lenin (și definită în Ce-i de făcut?) este în continuare baza activității noastre de partid, astfel urmând exemplul militanților din perioadele cu obstacole pentru mișcarea proletară din trecut, în care erau fortificate teoriile oportuniste, care au găsit în Marx, Engels, Lenin și Stânga Italiană inamici violenți și inflexibili.

7. Deși mic din punct de vedere numeric și cu puține legături cu masele proletare, partidul este atașat cu gelozie de sarcinile sale teoretice care sunt de importanță primordială și, din cauza acestei aprecieri adevărate cu privire la datoriile sale revoluționare în perioada prezentă, refuză în mod absolut să fie considerat drept un cerc de gânditori în căutare de noi adevăruri sau drept “inovatori” ce consideră adevărurile trecute ca fiind insuficiente. Nicio mișcare nu poate triumfa în realitatea istorică fără continuitatea teoretică care este constituită din condensarea experienței luptelor trecute. În consecință, membrilor de partid nu le este garantată libertate personală de a elabora și invoca noi scheme și explicații ale lumii sociale contemporane. Ei nu sunt liberi ca indivizi să analizeze, să critice și să facă pronosticuri, oricare ar fi nivelul lor de competență intelectuală. Partidul apără integritatea unei teorii ce nu este produsul credinței oarbe, ci al cărei conținut este știința clasei proletare, dezvoltată de-a lungul a secole de material istoric, nu de către gânditori, ci prin impulsurile evenimentelor istorice, reflectate în conștiința istorică a unei clase revoluționare și cristalizată în partidul său. Evenimentele materiale nu au făcut decât să confirme doctrina marxismului revoluționar.

8. În ciuda numărului mic de membri, ce corespunde condițiilor contrarevoluționare, Partidul continuă munca sa de prozelitism și de propagandă orală și scrisă. Acesta consideră scrierea și distribuirea presei sale drept activitatea sa principală în stadiul curent, fiind una dintre cele mai eficiente metode (într-o situație în care acestea sunt puține și rare) de a arăta maselor linia politică pe care să o urmeze și de a difuza sistematic și mai amplu principiile mișcării revoluționare.

9. Evenimentele, și nu dorința sau decizia militanților, determină profunzimea contactului Partidului cu masele, limitându-l astăzi la a fi o parte mică a activității sale. În orice caz, Partidul nu ratează nicio ocazie de a interveni în ciocnirile și vicisitudinile luptei de clasă, fiind pe deplin conștient că nu poate avea loc o revitalizare a mișcării cât timp această intervenție nu se va dezvolta mult mai mult, devenind aria principală a activității Partidului.

10. Accelerarea procesului depinde nu doar de cauzele sociale profunde ale crizelor istorice, ci și de prozelitismul și propaganda partidului, chiar și mijloacele reduse pe care le are la dispoziție. Partidul nu ia deloc în considerare posibilitatea de a stimula acest proces prin intermediul strategramelor și manevrelor îndreptate spre grupurile, liderii și partidele ce au uzurpat denumirea de “proletar”, “socialist”, “comunist”. Aceste manevre, ce au pătruns în tacticile Internaționalei a Treia de îndată ce Lenin s-a retras din viața politică, nu au făcut decât să rezulte în dezintegrarea Cominternului în calitate de forță teoretică și organizațională a mișcării, acesta fiind mereu gata să se descotorosească de fragmente ale partidului pe calea “oportunității tactice”. Aceste metode au fost reamintite și reevaluate de către mișcarea troțkistă a Internaționalei a Patra, ce le-a considerat în mod eronat ca fiind metode comuniste.

Nu există rețete gata făcute ce vor accelera resurgența luptei de clasă. Nu există manevre și expediente ce vor face proletarii să asculte vocea clasei, astfel de manevre ar face partidul să pară ceea ce nu este de fapt, fiind o reprezentare greșită a funcției sale, în detrimentul și prejudiciul adevăratei reînvieri a mișcării revoluționare ce este bazată pe o situație care să se fi maturizat în mod real, alături de abilitatea partidului de a răspunde, fiind potrivit pentru acest scop numai datorită inflexibiltății sale doctrinare și politice.

Stânga Italiană a luptat întotdeauna împotriva recurgerii la soluții rapide ca metodă de a rămâne pe linia de plutire, denunțând aceasta ca deviație de la principii ce nu aderă nicidecum la determinismul marxist.

În linie cu experiențele trecutului, Partidul se abține de la a face sau accepta invitații, scrisori deschise sau sloganuri de agitație cu scopul formării de comitete, fronturi și acorduri cu alte organizații politice, oricare ar fi natura lor.

11. Partidul nu ascunde faptul că atunci când lucrurile vor începe să se miște din nou aceasta nu se va resimți doar în dezvoltarea sa autonomă, ci și în cea a organizațiilor de masă. Cu toate că nu poate fi niciodată lipsită de influențele dușmane și adesea a acționat ca vehicul al unor deviații profunde și cu toate că nu este în mod specific un instrument revoluționar, sindicatul nu poate să rămână indiferent partidului, care nu abandonează niciodată de bună voie munca în cadrul acestuia – lucru care îl diferențiază clar de orice alte grupuri politice care pretind să fie în “opoziție”. Partidul recunoaște faptul că astăzi munca sa în sindicate nu poate fi făcută decât sporadic, însă nu renunță la alăturarea la organizațiile economice sau chiar căpătarea conducerii de îndată ce relația numerică dintre membrii și simpatizanții săi pe de o parte, și membrii de sindicat dintr-o ramură dată pe de altă parte, sunt potrivite, atât timp cât sindicatul în cauză nu exclude posibilitatea acțiunii de clasă autonome.

12. Curentul internațional de care aparținem nu poate fi caracterizat prin abstenționismul său de la vot, cu toate că “facțiunea astenționistă” a partidului socialist italian a jucat un rol preponderent în formarea secțiunii italiene a Internaționalei a Treia, de la care revendicăm lupta și opoziția față de Comintern asupra unor chestiuni mult mai fundamentale.

Statul capitalist, luând o formă din ce în ce mai evidentă a dictaturii de clasă, pe care marxismul a denunțat-o de la bun început, face ca parlamentarismul să piardă în mod necesar orice importanță. Organele alese și parlamentul vechii tradiții burgheze nu sunt altceva decât rămășițe. Ele nu mai au niciun conținut, subzistă numai frazeologia democratică, care nu poate ascunde faptul că în momentul crizelor sociale, dictatura de stat este resursa supremă a capitalismului și că violența revoluționară proletară trebuie direcționată împotriva acestui stat. În aceste condiții, Partidul renunță la orice interes față de orice fel de alegeri și nu dezvoltă nicio activitate în acest sens.

13. Cultul individului este un aspect foarte periculos al oportunismului. Este natural ca liderii care au îmbătrânit ar putea trece de partea inamicului și să devină conformiști, numai puțini au făcut excepție de la această regulă. Experiența a arătat că generațiile revoluționare se succed rapid. De aceea, Partidul acordă atenție maximă tinerilor și face cele mai mari eforturi posibile pentru a recruta militanți tineri și a-i pregăti pentru activitatea politică, fără ambiții personale și fără un cult al personalității. În acest moment istoric, profund contrarevoluționar, formarea de lideri tineri, capabili să susțină continuitatea tradiției revoluționare multă vreme, este necesară. Fără ajutorul unei noi generații revoluționare, repornirea mișcării este imposibilă.

ETIOPIA: premesse storiche della rivoluzione democratica

Costituito da un agglomerato di nazionalità, dominate per secoli da una razza di fierissimi guerrieri, l’Etiopia è l’unico stato Africano che sia riuscito a mantenersi indipendente anche di fronte al colonialismo europeo. Le potenze occidentali hanno dovuto trattare con rispetto questo antichissimo Stato, e qualcuna, battendoci il capo, ci ha rimesso le corna. Ma se la forza militare e la posizione geografica hanno consentito all’Etiopia di evitare per molto tempo gli orrori della colonizzazione, d’altra parte hanno anche fatto sì che la barbarie del feudalesimo si tramandasse fino ai nostri giorni, frenando le forze produttive e impedendo la formazione di una vera e propria borghesia imprenditoriale e di un forte proletariato urbano.

La sua posizione geografica è il motivo determinante dell’isolamento in cui questa regione si è trovata per secoli, e della sua particolare storia. Le montagne dell’Etiopia si elevano con ripidissime pareti fino a duemila, tremila metri; sulla sommità di queste formidabili fortezze naturali, si stende l’altipiano che è la zona più fertile e più popolata. Proprio nel centro di questo altipiano si trovano le sorgenti di grandi fiumi come il Nilo Azzurro, il Giuba, l’Uebi Scebeli, l’Omo, ecc.

Nel corso dei secoli, parecchie popolazioni si sono contese il dominio di questa fertilissima regione; d’altra parte era relativamente facile per gli abitanti difendersi e assoggettare le popolazioni sottostanti più primitive. Fino all’invasione italiana del 1936, nessuno era mai riuscito a conquistare completamente questa regione (ciò non va certo «a maggior gloria delle armi italiane», ma è una vittoria della tecnica moderna contro un modo di produzione superato). Persiani, Arabi, Turchi, hanno in epoche successive minacciato questa regione, ma sono riusciti al massimo a spingersi ai piedi dell’altipiano, mai a conquistarlo. Infatti, la religione musulmana, si è diffusa in Eritrea e nel bassopiano, mentre le popolazioni dell’interno hanno sempre conservato la religione cristiano-copta.

I primi europei a visitare l’Etiopia, furono i navigatori portoghesi. Le notizie che essi riportarono su questo leggendario impero, «baluardo della cristianità in Africa», fecero sì che si stabilissero tenui relazioni diplomatiche tra il papato e l’imperatore d’Etiopia, le quali però non ebbero alcun effetto.

L’introduzione del cristianesimo in Etiopia risale al 320; essa coincide con un accentramento dell’autorità imperiale; fu infatti lo stesso imperatore Ezana che, dopo aver sottomesso tutta la regione sotto la sua autorità, favorì l’introduzione della nuova religione, la quale si prestava bene allo scopo, perché sanciva e giustificava l’autorità imperiale, proclamando che questa derivava da Dio.

La fine dell’isolamento dell’Etiopia si ha con la penetrazione degli Stati capitalistici europei nel Mar Rosso, il cui inizio è segnato dall’apertura del canale di Suez e dallo stabilirsi degli inglesi ad Aden. Le potenze imperialistiche si gettano come avvoltoi alla conquista dell’Africa e del Medio Oriente; anche la borghesia italiana, fresca fresca dall’aver raggiunto, nel modo che sappiamo, la sua indipendenza nazionale, vuole partecipare al banchetto; ma essa è arrivata in ritardo e deve rosicchiare l’osso più duro; tanto duro che nel morderlo si romperà i denti.

Per sottomettere l’Etiopia, le potenze occidentali cercano di far leva su una perenne situazione di instabilità politica, cioè sulle lotte intestine dovute al fatto che il potere statale dell’imperatore non è solido e accentrato. L’Etiopia è infatti divisa in grandi regioni, a capo di ognuna delle quali sta un governatore ereditario; il Negus (Re). Ogni Negus aveva sotto di sé vari Ras; ogni Ras comandava vari Deggiacc. L’imperatore era chiamato Negus Neghesti (re dei re). La sua autorità gli derivava dal fatto di essere il Capo militare e religioso della nazione, e soprattutto dal fatto di essere il feudatario più forte. Ogni Negus, ogni Ras, ecc. svolgeva nella zona affidatagli, le funzioni statali per conto dell’Imperatore, padrone assoluto della terra; riscuoteva le imposte, giudicava, organizzava e comandava i soldati. Ognuno di essi aveva perciò un piccolo esercito più o meno consistente a seconda della ricchezza della regione (cioè a seconda del numero di persone che un dato territorio poteva mantenere). La Nazione dominante, gli Amhara, era esclusivamente dedita all’uso delle armi, e solo ad essa erano riservati i posti di questa complessa gerarchia militare che dall’Imperatore arrivava fino ai soldati semplici.

Il peso di tutta questa impalcatura sociale, gravava unicamente sulle spalle di chi coltivava la terra: le popolazioni sottomesse, gli schiavi catturati nelle guerre o nelle razzie.

Teoricamente ogni nomina di un governatore era esclusivo attributo dell’Imperatore, ma in pratica, se un Ras veniva destituito, egli si difendeva con le armi perché la perdita del posto nella gerarchia militare significava la perdita di tutti i mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia. Infatti, tutti i capi militari, vivevano per mezzo delle tasse che essi riuscivano a riscuotere nelle zone assegnate. Perciò ad ogni livello della gerarchia, un capo destituito, poteva passare improvvisamente dalla agiatezza alla miseria. Alla morte di un imperatore si verificava quasi sempre un rivolgimento politico; infatti, se un Negus si sentiva abbastanza forte, nulla gli impediva di proclamarsi Imperatore. Gli altri, naturalmente si schieravano dalla parte dell’uno o dell’altro pretendente; la cosa veniva decisa sul campo di battaglia, e naturalmente seguiva un rivolgimento di tutta la gerarchia. Le potenze occidentali cercano perciò di sfruttare a proprio vantaggio le rivalità tra i vari capi, e di indebolire l’unità dell’Impero.

Al congresso di Berlino del 1885, venne decisa la spartizione dell’Africa. Nello stesso anno gli italiani iniziano l’occupazione dell’Eritrea. Essi cercano di favorire le aspirazioni al trono del Negus Menelik, re della Scioa, fornendogli armi e assistenza tecnica. Ma nel 1887 arriva la prima doccia fredda per le ambizioni imperialistiche della borghesia italiana: il Negus Neghesti Giovanni, invia contro gli italiani un suo Ras il quale a Dogali distrugge un intero battaglione italiano.

Nel 1889 l’Imperatore Giovanni muore in battaglia, e Menelik II il negus più potente, si proclama imperatore. Lo stesso anno Italia ed Etiopia, concludono il famoso trattato di Uccialli; un trattato di «amicizia perpetua» che doveva sancire il protettorato dell’Italia sull’Etiopia. Per avere un’idea della rapacità e della cialtroneria della borghesia italiana, basti pensare che l’art. 17 di questo trattato, nel testo italiano dice che l’imperatore consente a farsi rappresentare dall’Italia nei suoi rapporti con gli altri Stati (il che è come dire rinunciare alla propria indipendenza), mentre nel testo in Amarico si dice che l’imperatore può servirsi dell’Italia, ecc. (cioè può se vuole, ma non è obbligato). Insomma un volgare trucco che dette luogo a una serie di polemiche e di cui l’imperialismo italiano si servì come pretesto per intervenire con la forza. Nel 1893, dopo che Menelik aveva denunciato il trattato di Uccialli, le truppe italiane occupano il Tigré. La tronfia propaganda della borghesia italiana presentava questa impresa come una «nobile missione civilizzatrice». Ma aveva fatto i conti senza l’oste: nel 1896 ad Adua, (capoluogo del Tigré) il corpo di spedizione italiano, forte di 20 mila uomini, viene quasi totalmente distrutto dalle armate di Menelik. Questa vittoria ebbe molta risonanza e costituì anche un ammonimento per le altre potenze coloniali, inducendole a frenare i loro appetiti.

Il contatto con le potenze imperialistiche aveva introdotto anche in questo millenario impero, le meraviglie della tecnica moderna. Le armi da fuoco furono naturalmente il prodotto che i vari Ras e Negus apprezzavano di più, perché ne comprendevano immediatamente l’utilità. Ma poi, tra il 1887 e i primi del ‘900, arrivarono anche le poste, il telefono, il telegrafo, la prima banca, la prima ferrovia, le prime automobili. L’antica struttura sociale rimaneva ancora in piedi, ma cominciavano a penetrare i primi germi che avrebbero provocato la sua distruzione. La minaccia di nemici esterni potenti e agguerriti, esigeva inoltre la centralizzazione dello Stato sotto un comando unico, cioè la fine delle lotte tra i vari signorotti feudali, e la loro sottomissione alla autorità centrale.

L’opera di centralizzazione dello stato, iniziata sotto Menelik II, venne continuata da Ras Tafari che nel 1917, dopo un periodo di lotte intestine seguito alla morte di Menelik, aveva assunto il titolo di Reggente. Nel 1923 (epoca di ingresso dell’Etiopia alla Società delle Nazioni) Ras Tafari emanava un editto in cui condannava a morte chiunque comprasse o vendesse schiavi; nel 1924 decretava che tutti i bambini dovessero nascere liberi. Per molto tempo però questi editti rimasero lettera morta, perché buona parte della produzione era ancora basata sulla schiavitù e la sua abolizione richiedeva una trasformazione economica e sociale.

Ras Tafari dedicò inoltre una particolare cura alla formazione di un esercito attrezzato e inquadrato all’europea; a questo scopo si avvalse di istruttori stranieri, e spedì a studiare nelle accademie militari occidentali i primi giovani della aristocrazia. Questa politica di riforme naturalmente non piaceva ai grandi feudatari, ma non avevano la forza di opporsi all’esercito di Ras Tafari.

Quest’ultimo nel 1928 si fece proclamare Negus, e nel 1930 venne fastosamente incoronato imperatore, assumendo il nome di Haile Selassie (benedetto dalla trinità). Tutta l’opera di Haile Selassie fu sempre rivolta a minare l’autorità dei grandi feudatari e a rafforzare il potere centrale. Uno dei mezzi che egli usava, era quello di tenere i feudatari presso la sua corte, mentre intanto minava la loro autorità nelle provincie, facendole governare da suoi emissari diretti; (proprio come Luigi XIV in Francia).

Ma il colpo più grosso i feudatari lo ebbero nel 1931, quando Haile Selassie emanò la prima costituzione, emanata, dice il testo «senza che alcuno ce ne facesse richiesta, per Nostra volontà». E si capisce che nessuno gliel’aveva chiesta!

In questa costituzione non si parla dei capi e della loro funzione, ma si stabilisce che il titolo di Negus Neghesti non debba uscire «dalla discendenza di Hailé Selassie I, stirpe venuta succedendosi da Menelik I nato da Salomone re di Gerusalemme e dalla regina di Etiopia denominata regina di Saba». Un intero capitolo era dedicato alle attribuzioni del Negus Neghesti, il quale doveva detenere «tutt’intero in sua mano il potere supremo».

La costituzione prevedeva inoltre la formazione di due camere di consiglio per la definizione della legge e per l’indirizzo legislativo, ambedue nominate dall’Imperatore. Inoltre, per la prima volta, veniva istituito un bilancio statale. La circolazione monetaria rimase tuttavia per molto tempo irrisoria; le rendite venivano pagate soprattutto in natura. Nella lingua amarica non esiste la parola «moneta», ma si usa la parola argento o una parola derivata dall’arabo (v. E. Giurco: Ordinamento politico dell’Impero Etiopico). Ciò ha naturalmente scandalizzato gli alfieri della «civiltà» borghese.

Fino al 1931 ed oltre, l’unica moneta circolante era il «Tallero di Maria Teresa» (coniato a Vienna) e i «sali» (piccoli parallelepipedi di sale). Questa moneta non era ancora «capitale» ma solo mezzo di scambio; basti pensare che i talleri d’argento venivano usati dagli orafi etiopici come materia prima per fabbricare i loro monili. Sempre nel 1931, la Banca di Abissinia, che era nata nel 1905 e funzionava con capitale europeo, viene nazionalizzata con indennizzo, e diventa la Banca Nazionale di Etiopia.

La breve parentesi dell’occupazione italiana (1936-1941) accelera la trasformazione economica e sociale, nascono le prime industrie, si sviluppano le vie di comunicazione e i commerci. La schiavitù viene abolita, ma la struttura sociale nelle campagne, i diritti dei nobili sulla terra, rimangono in piedi.

Alla fine della guerra gli inglesi non occupano l’Etiopia, nonostante ne avessero per così dire il «diritto» trattandosi di una ex colonia italiana. Hailé Selassié riprende il suo posto. Non mancano proteste da parte della borghesia italiana; nel 1946, De Gasperi sostiene, con verginale candore, che l’impresa italiana in Etiopia è stata una missione civilizzatrice e chiede che la «tutela» della ex colonia venga almeno in parte affidata all’Italia. Nel 1952, in seguito ad un accordo con gli inglesi, anche l’Eritrea si unisce federativamente all’Etiopia.

Nel 1962, l’Eritrea perde ogni sua autonomia e diviene una semplice provincia dell’Impero. È a partire da questa data che nasce e si sviluppa il movimento indipendentista eritreo.

Lo sviluppo economico non ha formato una forte borghesia imprenditoriale; però ha originato una piccola borghesia radicale, gli intellettuali, gli studenti, gli ufficiali dell’esercito sono fautori della introduzione dei moderni rapporti di produzione.

Nel 1960 un tentativo di rivolta degli ufficiali della guardia imperiale viene soffocato nel sangue.

Solo nel settembre 1974, l’Etiopia è approdata alla rivoluzione borghese.

Il Derg (comitato militare rivoluzionario) rappresentante le esigenze borghesi, ha però proceduto in maniera contraddittoria; ha abbattuto e imprigionato Haile Selassie, ma solo sette mesi dopo ha proclamato la repubblica; ha arrestato i notabili dell’ex Impero, ma anche i capi dei sindacati, e ha sparato sugli operai e sui contadini. Non ha concesso l’autonomia alle nazionalità oppresse da secoli, non ha proclamato la riforma agraria se non quando si è trovato con l’acqua alla gola.

Insomma ha agito in maniera rivoluzionaria di fronte all’assolutismo, e in maniera reazionaria di fronte agli operai e ai contadini.