Partidul Comunist Internațional

Prometeo (III) 1947/I/7

America

Il lettore quotidiano della stampa di oggi vede passare sotto i suoi occhi stanchi cifre allucinanti. Non negli scritti che volgarizzano astronomia o fisica corpuscolare, ma proprio in quelli che lo cibano di politica, sempre più, a fine politico, gli parlano di economia, e gli propinano numeri.

Miliardi di dollari. Un miliardo è mille milioni, e si scrive con uno seguito da nove zeri. Tra poco un dollaro corrisponderà a mille delle nostre lire, e giù per su finiranno col fermare la lira lì (ciò vuol dire che la lira comprerà duecento volte meno che all’inizio del secolo). Dunque il miliardo di dollari varrebbe mille miliardi di lire, un trilione (miliardo e bilione è lo stesso) e ciò si scrive con uno e dodici zeri

Vediamo la cosa più palpabilmente. Mettiamo che il lavoratore medio guadagni 1600 lire al giorno. In trecento giorni lavorativi saranno 480 mila lire annue, su per giù 500 dollari. Forte ottimismo, come vedete. 

Con un miliardollaro, bazzecola per gli odierni vincitori, si compra il lavoro di due milioni di persone produttive (le nostre cifre sono arbitrarie per arrotondare, ma gli arbitrii finiscono per compensarsi); il miliardollaro acquista il lavoro per un anno di una popolazione di dieci milioni di anime (S.O.S. – salvate le nostre anime). 

Ora non si sente discutere che della ricostruzione della distrutta Europa e del danaro che l’America deve prestarle a tal uopo.  I miliardollari roteano nella polemica. Truman fa votare, per soccorrere Grecia e Turchia, per ora appena tre decimi di miliardollaro, ma già si sono accorti che il soccorso è insufficiente a distruggere i guerriglieri. Comunque a qualche timida obiezione parlamentare Truman ha risposto con tutta chiarezza che la guerra è costata agli Stati Uniti 341 miliardollari, e per la garanzia di questo „investimento”, o, come dicono i Francesi, „placement”, sarebbe da veri pitocchi esitare a spendere quei pochi soldi in Grecia e Turchia, l’uno per mille appena del capitale messo a rischio per salvare la Libertà. 

La Francia ha per ora avuto un quarto appena di miliardollaro, ma è bastato a mettere fuori dal governo Thorez e i suoi. Per l’Italia si fa balenare un miliardollaro intiero, di cui uno o due decimi sarebbero già liquidi. Ma di ciò tra un momento. 

Questi sono prestiti che naturalmente saranno restituiti con gli interessi, ma vi è poi la beneficenza pura, la erogazione a fondo perduto, l’ultima e sopraffina forma di piazzamento del capitale. Anche qui le direttive dell’UNRRA secondo la dottrina Truman sono chiare: paese per paese gli stanziamenti dipendono dal colore del governo locale o dalla sua soggezione alla politica d’oltreatlantico; nei casi dubbi si manda lo stanziamento a zero. Non è guerra, ma è sempre far leva sulla morte.

Ma vi è di più.  La dottrina Truman, piuttosto grossolana, consiste nel maneggiare il dollaro per distruggere zona per zona l’influenza russa ed è applicata con una delicatezza da bisonte. Per fortuna nella libera America vi è il democratico urto delle opposte opinioni, e contro la dottrina Truman vi è quella di Wallace, un amicone questo della Russia, che invece adotta una raffinatissima diplomazia, e spinge il disinteresse fino ai limiti dell’inverosimile.  Donare prestare anticipare dollari, ecco il sacro dovere dell’America, e soprattutto alla Russia bisogna subito offrirli. Le cifre qui naturalmente salgono. Occorre porre a disposizione dell’Europa 50 di quelle nostre unità, cinquanta miliardollari, e di questi alla Russia bisogna, secondo il signor Wallace, non esitare a darne da un quinto ad un terzo, da 10 a 17 miliardollari. 

Le devastazioni della guerra, secondo un calcolo, raggiungono 150 miliardollari ed egli suppone che nei capitali locali si possa ancora trovarne 50 da investire, mentre gli altri cento miliardollari sarà l’America a prestarli al resto del mondo. 

Tornando ai cinquanta che toccano a noi Europei essi valgono secondo il nostro calcoletto a comprare la forza-lavoro di 500 milioni di abitanti per un anno, ossia appunto della popolazione europea. 

La ricostruzione non si può fare certo in un anno, poiché tutti i prodotti dei lavoratori Europei, divenuti di proprietà americana almeno per i due terzi giusta la teoria di Wallace, non possono andare a rifare impianti e opere distrutte, in quanto i lavoratori stessi devono mangiare e consumare. 

A consumo ridotto, come è nella quasi totalità dell’Europa, supponiamo che essi assorbano metà del loro prodotto. In tal caso, se tutti i 50 miliardi di dollari potessero, il che è certo impossibile, essere di un colpo anticipati ed investiti, in due anni l’Europa avrebbe rinnovata la sua attrezzatura, ma tutto l’utile del capitale che questa produrrebbe „per sempre” sarebbe di diritto americano per i due terzi. 

Le cifre sono molto discutibili, ma è chiaro che il signor Wallace, vero pacifista, progetta un investimento di primissimo ordine. 

Naturalmente egli ha bisogno di garanzie per il ritiro dei formidabili utili, pur essendo sempre in credito della somma anticipata. Quali garanzie? Truman, un poco volgaruccio, le vede nel disarmo altrui e nell’armamento formidabile del creditore, atto per massa e per qualità a tenere in soggezione il mondo, e ad evitare le eventuali bizze di chi non volesse pagare le rate. 

Wallace invece ci spiega e spiega a quelli del Kremlino – che potranno subire, ma sarà un poco difficile che credano – come quella generosa anticipazione sarà il fondamento della pace. Le garanzie saranno puramente legali.  In via di costruire il Superstato che abbia a scala mondiale le stesse funzioni che ha lo Stato, sovrano nel suo territorio, per cittadini ed enti privati, si farà funzionare in campo internazionale il sistema delle ipoteche. Strutture ed impianti nei paesi debitori garantiranno col loro valore e con la loro attività i versamenti a saldo del credito. 

In questa seconda civile versione della supremazia americana vediamo avanzare sulla scena un nuovo personaggio, l’ufficiale giudiziario internazionale. Sappiamo bene come agisce nel campo nazionale. Egli è molto più potente del gendarme, se pure non rechi altre armi che una vecchia borsa di cuoio piena di carte e sia fisicamente misero ed umilmente vestito: infatti i suoi stipendi sono assai più bassi di quelli dei militari, reclutati tra giovani aitanti e rivestiti di lucenti divise.  Ma la sua potenza legale e civile è tanto tremenda che molte volte la vittima, quando ha tutto esaurito negli espedienti della tragica guerra cartacea, al vederlo giungere tremolante ed inerme sbigottisce al punto che, lungi dal tentare di offenderlo e ributtarlo, si fa da sé stessa saltare le cervella. Egli guadagna la battaglia senza sporcarsi di sangue le mani, e senza imbrattarsi il certificato penale o compromettere l’assoluzione da parte del confessore. 

In tal modo il dollaro, con la sua organizzazione mondiale di anticipazione ai poveri, muove alla conquista d’Europa fino ed oltre gli Urali, e ne pianifica il successo senza ricorrere alle traiettorie di siluri atomici e di aerei di invasione per la via polare. 

Per quanto riguarda l’Italia le cose sono già avviate a chiarirsi magnificamente, in quanto il processo più difficile si avrà in quei paesi che per ragioni geografiche sono a diretto contatto con la forza russa e sono presidiate dall’esercito sovietico. Nei paesi intermedi assistiamo a sviluppi originali. Per l’Ungheria pare che sia la stessa Russia ad offrire duecento milioni di dollari (non già di rubli) per evitare la concorrenza. Il male è che alla fine quei dollari si prenderebbero dai miliardi di Wallace, e su essi il banchiere farà un affare duplicato. 

Ma per noi tra poco tutto sarà a posto. L’inflazione si potrà frenare quando sia stabilito il prestito del miliardollaro (in verità siamo la decima parte della popolazione di Europa e siamo tra i più disastrati, ma sui 50 miliardollari di Wallace ce ne viene per ora la cinquantesima parte soltanto; è la sorte di chi non fa più paura). Tra poco i grandi affari in Italia si cifreranno in dollari e non in lire, anzi lo si fa già. La lira sarà ancorata al dollaro (ma che bel termine… non resistiamo alla tentazione di dire che vi sarà ancorata più saldamente di quanto le catene di Vulcano ancorassero Prometeo alla sua roccia…). La formula della vita italiana potrà essere semplice: nulla è perduto; solo l’onore

Naturalmente non versiamo lacrime sull’onore della patria borghesia.  Il concetto di onore vige nelle società divise in caste o in classi, ha un senso fin quando gli uomini sono divisi tra gentiluomini e meccanici, non interessa il proletariato rivoluzionario che non ha onori da perdere, ma solo le… ancore che lo legano alla onorata società del capitale. 

L’operazione del prestito all’estero fino ad ora non viene contestata neppure dagli oppositori di oggi, ieri alleati del governo. Essi – in replica al programma De Gasperi – scrivono disinvoltamente: „Occorrono i dollari, che bella scoperta!„. Sono d’accordo per i dollari e per l’UNRRA, altrimenti, dopo anni ed anni di propaganda idiota che presentava la struttura sociale del capitalismo d’America come la più altamente civile, sarebbe la bancarotta elettorale.

Questi sicofanti sostengono che si potrebbero prendere i dollari ed evitare le influenze sulla nostra „politica interna”.  Ma da quando sono saltati i confini tra le economie dei vari paesi e le loro aree commerciali e monetarie, è finita la differenza tra politica estera ed interna.

I socialcomunisti dicono che bisogna dare per i dollari garanzia sulle industrie, non sullo Stato, garanzie economiche e non politiche. Secondo tali marxisti si può dare una garanzia economica senza che questa si rifletta in influenza politica…  Ma poi quelle industrie, nel programma di quei signori, e in ispecie le grandi industrie monopolistiche (brrr… e leggi le sole che hanno tra noi la potenzialità atta a garantire un po’ di dollari e si stanno già per loro conto coprendo di ipoteche oltremarine), non dovevano essere nazionalizzate, coi soldi dello Stato (presi dal prestito), e non avremmo quindi la vendita e l’affitto dello Stato? 

Siano nello stesso Ministero o meno, sono d’accordo tutti nella politica economica dei prestiti. Erano tutti d’accordo nel prestito interno, ed abbiamo assistito al nauseante spettacolo della pubblicità al prestito su quelli che pretendono di essere i giornali „delle classi lavoratrici”. Il prestito allo Stato, la costituzione del sempre più elefantesco debito pubblico, è uno dei cardini della accumulazione capitalistica.  Marx nel Primo Libro del Capitale, cap. XXVI 8, sulla genesi del capitalista industriale, dice testualmente:  „Il debito pubblico o, in altri termini, l’alienazione dello Stato – sia questo dispotico, costituzionale o repubblicano – segna della sua impronta l’era capitalistica. La sola parte della cosiddetta ricchezza nazionale, che entra realmente nel possesso collettivo dei popoli moderni, è il loro debito pubblico. Perciò è assai conseguente la teoria contemporanea secondo la quale un popolo diventa tanto più ricco quanto più fa debiti. Il debito pubblico diventa il credo del capitale. Ed è così che la mancanza di fede nel debito pubblico, non appena questo si è formato, viene a prendere il posto del peccato contro lo Spirito Santo pel quale non v’è perdono”

Una delle tesi essenziali del marxismo è che quanta più ricchezza si concentra nelle mani della borghesia nazionale, tanta più miseria vi è nella massa lavoratrice. Lo Stato-sbirro, semplice difensore del privilegio della prima, si trasforma oggi sempre più in Stato-cassa. L’attivo di questa cassa va ad incrementare l’accumulata ricchezza dei borghesi, il suo passivo pesa sulla generalità, ossia sui lavoratori. Coi prestiti nazionali si ribadisce la servitù economica del proletariato. Secondo poi l’insensata pretesa che questo addirittura sottoscriva qualche cartella dell’accredito ai suoi sfruttatori, la sua servitù viene ribadita una terza volta. 

In Italia non è certo De Gasperi che rischia di peccare contro lo Spirito Santo!

Ma i suoi avversari attuali in Parlamento, soci fino a ieri nella politica dei prestiti, soci oggi ancora nella politica della servitù dei sindacati operai, restano suoi soci nella politica del prestito dall’America con cui lo Stato italiano si aliena al capitale straniero. 

Abbiamo già detto che per il proletariato essere venduto al capitale straniero o a quello indigeno è una pari sventura. 

Nel caso della attuale classe politica dirigente italiana va però detto che essa, attraverso le indegne metamorfosi del suo schieramento, nella vendita dell’onore del suo Stato saprà scendere ancora qualche altro scalino. 

L’alienazione del proprio onore non è il peggiore affare che si possa concludere. Anche qui, e siamo sempre nella piena meccanica nel mondo borghese, che avversiamo ed odiamo, vi è una questione di prezzo. Si può vendere l’onore sottocosto. Ed è a questo che arriveranno gli odierni gerarchi della politica italiana, negoziando con lo straniero vincitore le condizioni del suo intervento finanziario, preoccupati solo di contendersi tra loro, filoamericani o filorussi che siano, le percentuali di commissione sull’affare. 

Natura, funcția și tacticile partidului revoluționar al clasei muncitoare

(1945)

în “Prometeo”, nr. 7, mai-iunie 1947

Chestiunea cu privire la tacticile partidului este de o importanță fundamentală și va fi clarificată în relație cu istoria dezacordurilor dintre diferitele tendințe și direcții ce s-au regăsit în Internaționalele a II-a și a III-a.

Nu trebuie să privim această problemă ca pe una de natură secundară sau derivată, în sensul în care grupurile care sunt în acord în ce privește doctrina și programul ar putea, fără să afecteze bazele înseși, să susțină și să aplice direcții de acțiune diferite, chiar și doar pentru perioade tranzitorii.

A pune problema naturii și acțiunii partidului înseamnă a te muta din câmpul interpretării critice a proceselor sociale spre cel al interpretării influenței pe care aceste procese o pot exercita asupra unei forțe angajate activ. Tranziția este cel mai important și delicat punct al întregului sistem marxist și a fost încadrată în frazele timpurii ale lui Marx astfel: „Filosofii doar au interpretat lumea în diferite feluri. Scopul, însă, este să o schimbăm” și „Fără îndoială, arma criticii nu poate înlocui critica armelor”.

Această trecere de la cunoașterea pură la intervenția activă trebuie să fie înțeleasă conform metodei materialist dialectice, într-o manieră complet diferită față de cea a discipolilor ideologiilor tradiționale. Prea des le-a fost util oponenților comunismului să exploateze fondul teoretic marxist pentru a sabota și a nega consecințele acțiunii și a luptei sau, de partea cealaltă, pentru a părea că aderă la practica partidului proletar deși, în același timp, confruntă sau resping principiile sale fundamentale. În toate aceste cazuri, deviația a fost consecința influențelor anticlasiste și contrarevoluționare și s-a exprimat în crize pe care le denumim, pentru a fi succinți, oportunism.

Principiile și doctrinele nu există în sine ca fundații apărute și stabilite înaintea acțiunii; principiile și acțiunea se formează într-un proces paralel. Interesele materiale contradictorii sunt lucrul care împinge în practică grupurile sociale să lupte, iar din acțiunea instigată de interesele materiale se naște teoria ce devine moștenirea caracteristică partidului. Dacă echilibrul de interese, motivațiile de a acționa și directivele practice pentru acțiune se schimbă, atunci doctrina partidului este de asemenea modificată și distorsionată.

Să crezi că această doctrină ar fi devenit sacră și inviolabilă datorită codificării sale într-un text programatic și printr-un aranjament organizațional și disciplinar strict al organismului de partid și că astfel pot fi adoptate diverse politici și se poate recurge la multiple manevre în sfera activității tactice, înseamnă să eșuezi în a identifica, din punct de vedere marxist, adevărata problemă care trebuie rezolvată pentru decide cum pot fi alese metodele acțiunii tactice.

Ne întoarcem la analiza deterministă. Oare evenimentele sociale se desfășoară din cauza unor forțe incontrolabile, dând naștere diverselor ideologii, teorii și opinii dintre oameni, ori pot fi acestea modificate după dorința mai mult sau mai puțin conștientă a oamenilor înșiși? Această chestiune este tratată de partidul proletar prin propria sa metodă, cu care dă la o parte, în mod radical, gândirea tradițională, ce se referă întotdeauna la individul izolat, pretinzând să rezolve chestiunea individului și apoi să deducă din aceasta soluția pentru întreaga societate, pe când, din contră, problema trebuie mutată de la individual la colectiv. “Colectivul” este înțeles mereu prin abstracția metafizică drept societatea tuturor oamenilor, pe când, marxist vorbind, noi înțelegem colectivul ca pe grupul de indivizi definit concret ce, într-o situație istorică dată, au, prin relațiile lor sociale, adică în relație cu poziția lor în producție și în economie, interese paralele – grupuri ce se numesc, de fapt, clase. 

Pentru multele clase sociale pe care istoria omenirii le prezintă, problema abilității lor de a înțelege exact procesul în care trăiesc și de a exercita un anumit grad de influență asupra lui nu este rezolvată în unul și același fel. Fiecare clasă istorică a avut propriul său partid, propriul sistem de gândire și de propagandă; fiecare a pretins, cu aceeași insistență, să interpreteze semnificația evenimentelor în mod precis și să le direcționeze spre un scop mai mult sau mai puțin vag conceput. Marxismul furnizează critica și explicația pentru toate aceste abordări și puncte de vedere, arătând că diversele generalizări ideologice au fost reflecția condițiilor și intereselor claselor antagoniste, exprimate prin opinii.

În această schimbare perpetuă, ale cărei motoare sunt interesele materiale, ai cărei protagoniști sunt grupările în partide de clasă și organisme guvernamentale și ale cărei aparențe exterioare sunt școlile politice și filosofice, clasa proletară modernă, odată ce condițiile sociale pentru formarea sa s-au maturizat, se prezintă cu abilități noi și superioare, atât în termenii posesiunii unei interpretări nesuperficiale ale mișcării istorice în întregimea sa, cât și în ceea ce privește eficiența concretă a acțiunii sale în lupta politică și socială de a influența desfășurarea generală a acestei mișcări.

Alt concept fundamental a fost stabilit de marxiști prin frazele clasice și notabile: “Odată cu revoluția proletară, umanitatea iese din preistorie” și “Revoluția socialistă constituie trecerea de la lumea necesității la lumea libertății”.

Nu este, deci, o chestie de a pune, în banalii termeni tradiționali, întrebarea dacă omul are liber arbitru sau dacă este determinat de mediul înconjurător, dacă o clasă și partidul său sunt conștiente de misiunea lor istorică și, din această conștiință teoretică, derivă puterea de o implementa, cu scopul de a îmbunătăți societatea, sau dacă sunt atrase în luptă, spre succes sau spre ruină, de forțe preaînalte ori necunoscute. Trebuie, mai întâi, să ne întrebăm despre ce clase și partide este vorba, care sunt relațiile lor pe câmpul forțelor productive și al puterilor de stat, care este calea istorică pe care acestea o urmează deja și care este calea ce urmează a fi urmată, conform concluziilor analizei critice.

Conform doctrinei școlilor religioase, cauza evenimentelor stă în afara omului, în Dumnezeul Creator, ce a decis totul și a hotărât de asemenea să cedeze un grad de libertate de acțiune individului, pentru care acesta va trebui să dea socoteală în viața de apoi. Este binecunoscut faptul că analiza socială marxistă a abandonat complet o astfel de rezoluție la problema liberului arbitru și a determinismului.

Dar și soluția oferită de filosofia burgheză, cu pretinsa sa critică iluminată și iluziile cum că ar fi eliminat orice presupunere arbitrară sau revelată, rămâne la fel de înșelătoare, deoarece chestiunea acțiunii este redusă mereu la relația dintre subiect și obiect, iar în versiunile antice, cât și recente, ale variilor sisteme idealiste, punctul de plecare este căutat în subiectul individual, în “Eu”, tocmai în mecanismul gândirii sale ce mai apoi se reflectă succesiv în intervenția Eului asupra mediului natural și social. De aici decurge minciuna politică și legală a sistemului burghez conform căreia omul este liber și, în calitate de cetățean, are dreptul să guverneze binele comun conform părerilor zămislite în mintea sa și, deci, conform intereselor sale. 

Astfel, precum s-a debarasat de orice influență transcendentală și revelație divină, interpretarea marxistă a istoriei acțiunii umane a răsturnat cu aceeași hotărâre schema burgheză a libertății și a voinței individuale, arătând că nevoile și interesele individului sunt cele care îi explică mișcarea și acțiunea, iar opiniile și credințele sale și ceea ce se numește conștiință nu sunt determinate decât ca ultim efect al celor mai complicate influențe.

Într-adevăr, abia atunci când trecem de la conceptul metafizic al conștiinței și al voinței Eului la conceptul real și științific al conștiinței teoretice și al acțiunii politice și istorice a partidului de clasă problema poate fi pusă în mod clar și soluția poate fi adresată.

Această soluție are o consecință inedită pentru mișcare și pentru partidul proletariatului modern, prin aceea că apare o clasă socială care este determinată nu doar să zdrobească vechile sisteme și vechile forme politice și legale ce împiedică dezvoltarea forțelor de producție (o sarcină revoluționară pe care au avut-o și clasele precedente), ci, pentru prima oară, duce lupta sa nu doar pentru a clădi o nouă clasă dominantă, ci pentru a stabili relații de producție ce permit eliminarea presiunii economice și a exploatării unei clase de către alta.

Astfel, proletariatul are la dispoziția sa o claritate istorică superioară și, ghidând societatea, exercită o influență mai directă asupra evenimentelor decât o puteau face clasele precedente.

Această atitudine istorică și facultate nouă a partidului de clasă al proletariatului trebuie urmărită în procesul complex al manifestării sale în succesiunea evenimentelor istorice cu care mișcarea proletară s-a confruntat până în prezent.

Revizionismul Internaționalei a II-a, ce a făcut loc oportunismului prin colaborarea cu guvernele burgheze, atât pe timp de război, cât și pe timp de pace, a fost manifestarea influenței pe care perioada de pace și aparent progres a lumii burgheze a avut-o asupra proletariatului spre finalul secolului XIX. La acea vreme, părea că expansiunea capitalistă nu ducea, după cum arătase schema clasică a lui Marx, la ascuțirea inexorabilă a antagonismelor dintre clase și a exploatării sau la pauperizarea proletariatului. Părea, atât timp cât limitele lumii capitaliste încă mai puteau fi împinse fără a stârni crize violente, că nivelul de trai al claselor muncitoare putea crește treptat în cadrul sistemului burghez. Din punct de vedere teoretic, reformismul a elaborat schema unei evoluții lipsite de ciocniri sau conflicte de la o economie capitalistă la una proletară; din punct de vedere practic, și în concordanță cu teoria, afirma că partidul proletar poate exercita o influență pozitivă, câștigând avansuri parțiale prin activitatea sindicală, cooperativă, administrativă și legislativă de zi cu zi, lucru ce ar crește numărul de nuclee ale viitorului sistem socialist în interiorul sistemului prezent, ceea ce l-ar transforma, treptat, în întregime.

Ideea sarcinii partidului nu mai era aceea a unei mișcări ce ar face totul dependent de pregătirea unui efort final pentru a-și atinge scopul, ci s-a transformat într-o idee esențialmente voluntaristă și pragmatică, în sensul în care munca de zi cu zi era prezentată drept o realizare solidă și definitivă, pusă în contrast cu goliciunea așteptării pasive a unui succes viitor grozav ce se va fi ridicat din lupta revoluționară.

Nu mai puțin voluntaristă a fost școala de gândire sindicalistă, ce adera declarat unor filosofii burgheze mai recente. Chiar dacă vorbeau de conflict de clasă deschis și de desființarea însuși aparatului de stat burghez pe care reformiștii voiau să-l îmbibe cu socialism, în realitate, localizand lupta și transformarea socială la companii individuale, sindicalismul credea, de asemenea, că proletarii puteau stabili succesiv poziții victorioase în interiorul unor insule ale lumii capitaliste. Teoria consiliilor de fabrică înaintată de mișcarea italiană Ordine Nuovo, în care unitatea internațională și istorică a mișcării de clasă și a transformării sociale este fragmentată într-o serie de câștiguri de posturi în cadrul unor elemente ale economiei producției, în numele unei pregătiri concrete și analitice pentru acțiune, nu era de fapt decât o derivație a conceptului sindicalist.

Întorcându-ne la revizionismul gradualist, este clar că, de vreme ce realizarea programatică maximală a acțiunii partidului a fost pusă pe locul secundar, în timp ce cuceririlor zilnice și parțiale le-a fost acordat rolul principal, tactica binecunoscută a devenit cea a susținerii alianțelor și coalițiilor cu grupuri și partide ce din când în când acceptau să susțină cererile parțiale și reformele înaintate de partidul proletar. 

Chiar și atunci, exista o obiecțiune substanțială la această abordare, aceea că alianța dintre partid și alte entități, într-un front pe care lumea politică îl împarte în două pe baza unor probleme specifice ce se ridică la un moment dat, distorsionează partidul, învăluind în ceață claritatea sa teoretică, slăbindu-i organizarea și împiedicându-i abilitatea de a încadra lupta maselor proletare în faza revoluționară a cuceririi puterii.

Lupta politică este de așa natură încât alianța unor forțe din două tabere diferite ce se separă prin soluții contradictorii la aceeași problemă contingentă, îndreptând toate acțiunile grupului spre un interes vremelnic, un scop imediat și înăbușind orice propagandă programatică și orice coerență cu principiile tradiționale, va determina anumite orientări în cadrul grupurilor militante ce vor reflecta și traduce direct cerințele pentru care luptă într-o manieră neșlefuită.

Sarcina partidului, ce era aparent una pașnică pentru socialiștii epocii clasice, trebuia să fie aceea de a reconcilia intervenția sa în probleme specifice și victorii contingente cu păstrarea fizionomiei sale programatice și a abilității sale de a se mișca pe terenul propriei sale lupte spre țelul general și final al clasei proletare. De fapt, practica reformistă, nu doar că a făcut proletarii să dea uitării pregătirea revoluționară de clasă , dar a și condus tocmai liderii și teoreticienii mișcării să se debaraseze de ea, proclamând că nu mai era nevoie să ne facem griji cu privire la obiective maximale, că criza finală revoluționară prezisă de marxism nu e în sine decât o utopie și ceea ce contează sunt cuceririle zilnice. Deviza comună a reformiștilor și a sindicaliștilor era: “scopul nu înseamnă nimic, mișcarea este totul’.

Criza acestei metode s-a manifestat din plin odată cu războiul. Aceasta a distrus presupunerea istorică a unei conduceri capitaliste ce devine mai tolerabilă cu timpul, căci resursele colective acumulate de burghezie, în mică parte îndreptate spre aparenta îmbunătățire a nivelului de trai al maselor, au fost aruncate în cuptorul de foc al războiului, astfel încât, nu doar că rezultatele câștigurilor reformiste s-au dus pe apa sâmbetei odată cu criza economică, ci, pe deasupra, viețile a milioane de proletari au fost sacrificate. În același timp, cât secțiunea încă sănătoasă a mișcării socialiste s-a înșelat crezând că o așa violentă reprezentare a barbariei capitaliste ar provoca întoarcerea grupurilor proletare de la poziția colaboraționismului la cea a luptei generale deschise pe chestiunea centrală a distrugerii sistemului burghez, din contră, ceea ce s-a întâmplat a fost criza și colapsul tuturor, sau aproape al tuturor, organizațiilor proletare internaționale.

Amânarea frontului de agitație și a acțiunii imediate ce a avut loc în anii practicii reformiste s-a dovedit a fi o slăbiciune fatală, având în vedere că obiectivele maximale ale clasei proletare au ajuns să fie date uitării și să fie de neînțeles pentru proletarii înșiși.  Metoda tactică de acceptare a aranjamentului partidelor în două coaliții opuse, în funcție de țară și de contingență, folosind cele mai diverse sloganuri (pentru o mai mare libertate de organizare, pentru extinderea dreptului de vot, pentru naționalizarea unor sectoare economice, etc. ) a fost amplu exploatată de clasa dominantă cu efecte nefaste, încurajând acele formațiuni politice din cadrul conducerii proletariatului care reprezentau degenerarea social-patriotică.

Folosind inteligent popularitatea postulatelor propagandistice non-clasiste ale marilor partide ale Internaționalei a II-a cu organizațiilor lor de masă puternice, abaterea de la pregătirea politică s-a dovedit ușoară, demonstrând că era în interesul proletariatului, și chiar al drumului său spre socialism, să apere în același timp alte obiective, cum ar fi civilizația germană împotriva țarismului feudal și teocratic, sau democrația occidentală împotriva militarismului teuton.

Riposta mișcării muncitorești la trădarea Internaționalei a II-a a constituit-o formarea Internaționalei a III-a, prin Revoluția Rusă. Trebuie spus, totuși, că deși restaurarea adusă de noua Internațională valorilor revoluționare în ceea ce privește principiile doctrinare, abordarea teoretică și chestiunea centrală a puterii de stat a fost magnifică și atotcuprinzătoare, aranjamentele sale organizaționale și abordarea cu privire la propriile tactici și cele ale partidelor membre nu au fost la fel de cuprinzătoare.

Critica sa la adresa oportuniștilor Internaționalei a II-a a fost, totuși, completă și lipsită de ambiguitate, nu doar cu privire la părăsirea totală a principiilor marxiste a acestora, ci și la tactica lor de coaliție și colaborare cu guverne și partide burgheze.

A făcut clar faptul că linia particularistică și contingentă adoptată de vechile partide socialiste nu a garantat muncitorilor mici beneficii și îmbunătățiri materiale în schimbul renunțării la pregătirea pentru un atac total asupra instituțiilor și a puterii burgheze, ci a dus la o situație chiar mai rea, compromițând atât obiectivele minime cât și pe cele maximale, mai exact la situația în care organizațiile proletare, energia și combativitatea, viețile proletarilor au fost folosite nu pentru a realiza țelurile politice și sociale ale clasei lor, ci pentru a consolida imperialismul capitalist. Cu ajutorul războiului, imperialismul a reușit deci să depășească, pentru cel puțin o perioadă istorică, amenințarea inerentă a contradicțiilor din cadrul sistemului său de producție și apoi să depășească criza politică creată de război și de repercusiunile sale prin supunerea la propria voință a formațiunilor politice și sindicale ale inamicului său de clasă, prin politicile de coaliții naționale.

Aceasta, conform criticii leniniste, a fost totuna cu pervertirea completă a rolului și funcției partidului clasei proletare, care nu sunt acelea de a proteja patria burgheză sau de a apăra așa-zisa libertate burgheză aflată la ananghie, ci de a menține forțele muncitorești pe linia istorică generală a mișcării, a cărei punct culminant inevitabil este cucerirea completă a puterii politice prin răsturnarea statului burghez.

În perioada imediat următoare războiului, a apărut o situație în care condițiile subiective pentru revoluție păreau nefavorabile (spre exemplu, eficiența organizațiilor proletare și a partidelor politice), în timp ce condițiile obiective păreau favorabile – datorită manifestării unei crize în toată regula în lumea burgheză – pentru a redresa principala deficiență printr-o reorganizare rapidă a internaționalei revoluționare.

Procesul a fost dominat, și lucrurile nu ar fi putut decurge altfel, de grozava realizare istorică a primei victorii revoluționare a muncitorilor din Rusia, ce a permis marilor directive comuniste să fie readuse la lumină. Dar au dorit ca tacticile partidelor comuniste, ce în alte țări erau o fuziune dintre grupurile socialiste opuse oportunismului de război, să fie modelate spre a reproduce direct tacticile aplicate cu succes în Rusia de către partidul bolșevic în timpul preluării puterii în lupta istorică din perioada februarie-noiembrie a lui 1917.

Implementarea acestei politici a stârnit de îndată dezbateri importante cu privire la tacticile Internaționalei, și mai ales la cea cunoscută drept Front Unit, ce consta în invitații emise frecvent spre alte partide socialiste sau proletare spre acțiune și agitație unite, cu scopul de a demonstra inadecvarea metodelor acelor partide, pentru a muta influența lor tradițională asupra maselor spre avantajul comuniștilor.

Totuși, în ciuda avertismentelor sincere ale Stângii Italiene și ale altor grupuri de opoziție, liderii Internaționalei nu au luat în considerare faptul că tacticile Frontului Unit, prin care organizațiile revoluționare au fost forțate alături de cele social-democrate, social-patriotice și oportuniste de care tocmai se despărțiseră în opoziție implacabilă, nu doar că au dezorientat masele prin a face imposibil avantajul pe care această tactică era menită să îl aducă, dar, de asemenea, – și mai grav – ar contamina înseși partidele revoluționare. Este adevărat că partidul este cel mai bun și cel mai puțin constrâns factor din istorie, dar în mod egal, acesta nu se oprește din a fi produsul acesteia, rămânând subiect la transformare și schimbare de fiecare dată când are loc o modificare a forțelor sociale. Chestiunea tacticii nu ar trebui să fie gândită precum mânuirea deliberată a unei arme, care, indiferent unde țintești, rămâne la fel; tacticile partidului influențează și modifică partidul în sine. Dacă este adevărat că nici o tactică nu ar trebui condamnată în numele unor dogme a priori, în mod egal fiecare tactică ar trebui să fie analizată și discutată în lumina unei întrebări ca aceasta: în dobândirea unei eventuale mai mari influențe a partidului asupra maselor, nu se riscă oare o compromitere a caracterului partidului și a capacității acestuia de a conduce aceste mase către obiectivul final?

Adoptarea tacticii Frontului Unit de către Internaționala a III-a a arătat, de fapt, că și Internaționala Comunistă era pe același drum spre oportunism care a dus Internaționala a II-a către lichidare și înfrângere. Caracteristic tacticii oportunismului fusese sacrificarea victoriei finale, totale, la succese parțiale și contingente; tactica Frontului Unit s-a dovedit a fi și ea oportunistă, tocmai în măsura în care a sacrificat și garanția primară, indispensabilă a victoriei finale, totale (capacitatea revoluționară a partidului de clasă) în favoarea unor acțiuni sporadice care ar fi asigurat proletariatului anumite momente și avantaje parțiale (creșterea influenței partidului asupra maselor și o mai mare coeziune proletară în lupta pentru îmbunătățirea treptată a condițiilor materiale și menținerea eventualelor avantaje).

În circumstanțele perioadei de după Primul Război Mondial, care părea obiectiv revoluționară, conducerea Internaționalei a fost motivată de îngrijorarea – nu cu totul nefondată – că ar putea fi luată prin surprindere și cu un sprijin insuficient în rândul maselor atunci când ar izbucni o mișcare europeană generală, cu potențialul de a prelua puterea în unele dintre marile țări capitaliste. Posibilitatea unei prăbușiri rapide a lumii capitaliste a fost atât de importantă pentru Internaționala Leninistă încât astăzi putem înțelege cum, în speranța de a conduce mase din ce în ce mai mari în lupta pentru revoluția europeană, au relaxat criteriile de admitere făcând loc unor mișcări care nu erau partide comuniste autentice; și cum au încercat, cu tacticile flexibile ale Frontului Unit, să păstreze contactul cu masele care se aflau în spatele ierarhiilor partidelor ce oscilau între revoluție și conservatorism.

Dacă circumstanță favorabilă s-ar fi întâmplat, impactul acesteia asupra politicii și economiei primei puteri proletare din Rusia ar fi fost atât de mare încât ar fi permis o recuperare extrem de rapidă a organizațiilor naționale și internaționale ale mișcării comuniste.

Dar cum în schimb s-a ajuns la un rezultat mai puțin favorabil, acela al redresării relative a capitalismului, proletariatul revoluționar a trebuit să reia lupta și să meargă mai departe cu o mișcare care își sacrificase abordarea politică clară și omogenitatea structurală și organizațională, iar acum era expusă la noi degenerări oportuniste.

Cu toate acestea, eroarea care a deschis ușile Internaționalei a III-a noului val oportunist, mai mortal, nu a fost doar o eroare de calcul cu privire la probabilitatea ca proletariatul să devină revoluționar; a fost o eroare de abordare istorică și de interpretare, consecventă cu dorința de a generaliza experiențele și metodele bolșevismului rus, aplicându-le în țări în care civilizația burgheză, capitalistă progresase mult, mult mai mult. Înainte de februarie 1917, Rusia era încă o țară feudală în care forțele de producție capitaliste erau îngrădite de relații de producție învechite. În această situație, similară Franței în 1789 și Germaniei în 1848, era evident că partidul proletar trebuia să lupte împotriva țarismului, chiar dacă instaurarea unui regim capitalist burghez, odată ce țarismul ar fi fost răsturnat, părea imposibil de evitat; în consecință, era la fel de evident că partidul bolșevic trebuia să intre în contact cu alte grupări politice, contacte devenite necesare prin lupta împotriva țarismului. În perioada februarie-octombrie 1917, partidul bolșevic s-a confruntat cu condiții obiective care au favorizat un plan mult mai ambițios: acela de a suprapune răsturnării țarismului o victorie revoluționară proletară ulterioară. În consecință, pozițiile sale tactice au devenit mai rigide, adoptând o poziție de luptă deschisă și nemiloasă împotriva tuturor celorlalte formațiuni politice, de la susținătorii reacționari ai unei restaurări feudale țariste la socialiștii revoluționari și menșevici. Și totuși, faptul că o posibilitate reală de restaurare a absolutismului și a absolutismului teocratic era încă temută și faptul că, într-o situație extrem de fluidă și instabilă, formațiunile politice și statale controlate sau influențate de burghezie nu aveau încă nicio soliditate sau capacitate de a atrage și absorbi forțele proletare autonome; aceasta a pus partidul bolșevic într-o poziție în care a putut accepta nevoia de contacte și acorduri provizorii cu alte organizații care aveau adepți proletari, așa cum s-a întâmplat în timpul episodului Kornilov.

Prin realizarea frontului unit împotriva lui Kornilov, partidul Bolșevic se lupta, de fapt, împotriva unei restaurări reacționare feudale; mai mult, bolșevicii nu trebuiau să-și facă griji că organizațiile menșevice și socialiste revoluționare erau mai bine organizate, ceea ce le-ar fi permis să exercite o influență asupra partidului, și nici că nivelul de soliditate și consistență al puterii de stat era de așa natură încât să-i fi permis acesteia din urmă să obțină vreun avantaj din alianța contingentă cu bolșevicii, întorcând-o ulterior împotriva lor.

Cu toate acestea, circumstanțele și relațiile de forțe din țările în care civilizația burgheză era mai avansată erau complet diferite. În aceste țări nu mai exista nicio perspectivă de restaurare reacționară a feudalismului (și cu atât mai mult astăzi!) și, prin urmare, rațiunea de a fi a unor posibile acțiuni comune cu alte partide lipsea cu desăvârșire. Mai mult, în aceste țări, puterea de stat și grupările burgheze erau atât de bine ancorate în putere și atât de obișnuite să o exercite încât se putea prezice în mod rezonabil că organizațiile autonome ale proletariatului, dacă erau împinse în contact frecvent și strâns cu acestea prin tactica Frontului Unit, ar fi fost aproape inevitabil influențate și absorbite progresiv de acestea.

Odată ce a ignorat această profundă diferență de circumstanțe și a ales să aplice metodele tactice ale bolșevicilor în țările avansate, tactici care erau adaptate la situația regimului burghez în formare din Rusia, Internaționala Comunistă s-a clătinat de la un dezastru la altul, conducând în cele din urmă la tragica sa lichidare.

Tactica Frontului Unit a fost extinsă până la a lansa sloganuri care se îndepărtau de cele programatice ale partidului cu privire la problema statului, susținând instalarea unor guverne muncitorești, adică: guverne compuse dintr-un amestec de reprezentanți comuniști și social-democrați, capabile să ajungă la putere prin mijloace parlamentare normale, fără a fi nevoite să distrugă violent mașinăria de stat burgheză. Acest slogan al „guvernului muncitorilor” va fi prezentat la cel de-al Cincilea Congres al Internaționalei Comuniste ca fiind rezultatul firesc și logic al tacticii Frontului Unit, ulterior ajungând să fie aplicat în Germania, ducând la o gravă înfrângere pentru proletariatul german și partidul său comunist.

Odată cu degenerarea deschisă și progresivă a Internaționalei după Congresul al IV-lea, cuvântul de ordine al Frontului Unit a servit la introducerea tacticii perverse de a forma blocuri electorale cu partide care nu erau doar necomuniste, ci chiar neproletare, de a crea fronturi populare, de a sprijini guvernele burgheze, cu alte cuvinte – și aici apare cea mai recentă provocare – de a proclama că în situațiile în care contraofensiva fascistă burgheză a obținut monopolul puterii, partidul muncitorilor, suprimând lupta pentru scopurile sale specifice, trebuia să formeze aripa stângă a unei coaliții antifasciste care să nu mai cuprindă doar partidele proletare, ci și partidele burgheze și liberale, cu obiectivul de a combate regimurile totalitare burgheze și de a pune în aplicare guverne de coaliție ale tuturor partidelor burgheze și proletare opuse fascismului. Începând de la Frontul Unit al clasei proletare, ajungem astfel la unitatea națională a tuturor claselor, burgheze și proletare, dominante și dominate, exploatatoare și exploatate. Cu alte cuvinte, pornind de la o mișcare tactică discutabilă și contingentă, având ca precondiție declarată autonomia absolută a organizațiilor comuniste și revoluționare, ajungem la lichidarea efectivă a acestei autonomii și la negarea nu numai a intransigenței revoluționare bolșevice, ci și a conceptului marxist de clasă în sine.

Această evoluție progresivă, pe de o parte, duce la un contrast gratuit cu tezele tactice ale primelor congrese ale Internaționalei înseși și cu soluțiile clasice susținute de Lenin în „Stângismul“ — boala copilăriei comunismului, iar pe de altă parte, după experiența a mai bine de douăzeci de ani de viață a Internaționalei, este declarat să credem că abaterea enormă de la primul scop propus a rezultat, în paralel cu evenimentele nefavorabile ale luptei revoluționare anticapitaliste, dintr-o abordare inițială inadecvată a problemei sarcinilor tactice ale partidului.

Astăzi se poate concluziona, fără a reaminti totalitatea argumentelor-cheie din textele discuțiilor contemporane, că bilanțul tacticilor supra-elastice și supra-manipulate nu numai că a avut rezultate negative, ci a fost absolut ruinător.

Este adevărat că, între anii 1928 și 1934, a avut loc o fază în care Cominternul a revenit la sloganul pozițiilor autonome și al luptei independente, revenind dintr-o dată la frontul polemic și opozant împotriva curentelor burgheze de stânga și social-democrate. Dar această bruscă întoarcere tactică a produs doar cea mai absolută dezorientare în partidele comuniste și nu a oferit niciun succes istoric în anihilarea contraofensivei fasciste sau a acțiunilor comune ale coalițiilor burgheze împotriva proletariatului.

Planurile tactice ale partidului, dimpotrivă, chiar dacă prevăd o varietate de situații și conduite, nu pot și nu trebuie să devină monopolul ezoteric al cercurilor de conducere; ele trebuie să fie strict coordonate și coerente cu teoria, cu conștiința politică a militanților, cu tradițiile mișcării, și trebuie să pătrundă în organizație astfel încât aceasta să fie întotdeauna pregătită în avans și capabilă să prevadă cum va răspunde structura unitară a partidului față de evenimentele favorabile și nefavorabile din cursul luptei. A te aștepta la mai mult și la lucruri diferite de la partid, și a crede că acesta nu va fi „scufundat” de lovituri neașteptate aduse cârmei sale tactice, nu înseamnă a avea un concept al partidului mai complet și mai revoluționar, dar clar înseamnă, după cum faptele istorice ne dovedesc, procesul clasic definit de termenul oportunism, care ori duce partidul revoluționar la dizolvare și ruină sub influența defetistă a politicii burgheze, ori se găsește mai vulnerabil și dezarmat în fața represiunii.

Atunci când nivelul de dezvoltare al societății și cursul evenimentelor determină proletariatul să slujească unor scopuri care nu sunt ale sale, constând în falsele revoluții de care burghezia aparent are nevoie din când în când, oportunismul este cel care învinge; partidul de clasă intră în criză, direcția sa trece sub influența burgheză, iar revenirea pe calea proletariatului nu poate avea loc decât prin separarea de vechile partide, formarea de noi nuclee și reconstrucția națională și internațională a organizației politice proletare.

În concluzie, tactica pe care o va aplica partidul proletar internațional, pentru a-și realiza reconstrucția în toate țările, va trebui să se bazeze pe următoarele directive.

Experiențele tactice ale crizelor oportuniste și ale luptelor duse de marxiști de stânga împotriva revizioniștilor Internaționalei a II-a și împotriva devierilor continue ale Internaționalei a III-a a demonstrat că nu poți păstra intacte programul partidului, tradiția politică și soliditatea organizației dacă partidul aplică o tactică care, chiar dacă numai formal, implică atitudini și sloganuri care sunt acceptabile pentru mișcările politice oportuniste.

În mod similar, toate incertitudinile și indulgențele ideologice se reflectă într-o tactică și acțiune oportunistă.

Prin urmare, partidul se diferențiază de toți ceilalți, indiferent dacă sunt dușmani declarați sau pretinse suflete pereche, și chiar de cei care pretind că își recrutează adepții din rândurile clasei muncitoare, deoarece praxisul său politic respinge manevrele, alianțele și blocurile care sunt formate în mod tradițional pe baza unor postulate și sloganuri comune mai multor partide.

Această poziție a partidului are o valoare esențialmente istorică, care îl deosebește în domeniul tactic de toate celelalte, la fel ca și viziunea sa originală asupra perioadei prin care trece în prezent societatea capitalistă.

Partidul revoluționar de clasă este singurul care înțelege că postulatele economice, sociale și politice ale liberalismului și democrației sunt astăzi antiistorice, iluzorii și reacționare și că lumea se află acum în faza în care, în țările mari, organizarea liberală dispare și face loc unui sistem mai modern, fascist.

În mod contrar, în perioada în care clasa capitalistă nu își începuse încă ciclul liberal, aceasta trebuia încă să răstoarne vechea putere feudală sau chiar în unele țări importante trebuia să treacă prin etape și faze notabile de expansiune, încă laissez-faire în ceea ce privește procesele economice și democratic în ceea ce privește statul; în aceste cazuri, o alianță tranzitorie a comuniștilor cu aceste partide era de înțeles și acceptabilă: în primul caz, cu partide care erau în mod deschis revoluționare, antilegale și organizate pentru lupta armată, iar în al doilea, cu partide care încă mai jucau un rol în asigurarea unor condiții utile și cu adevărat „progresiste”, permițând regimului capitalist să accelereze ciclul care trebuie să conducă la căderea sa.

Această schimbare în tactica comunistă, care corespunde trecerii de la o perioadă istorică la alta, nu poate fi redusă la un studiu de caz local și național și nici nu poate fi dispersată în analiza incertitudinilor complexe pe care evoluția istorică a capitalismului le prezintă fără îndoială, fără a duce la practica deplânsă de Lenin în Un pas înainte, doi pași înapoi.

Politica partidului proletar a fost, înainte de toate, internațională (și acest lucru îl deosebește de toate celelalte) încă de când programul său a fost formulat pentru prima dată și de când a apărut necesitatea istorică a organizării sale eficiente. După cum afirmă Manifestul, comuniștii, care susțin pretutindeni orice mișcare revoluționară împotriva ordinii sociale și politice existente, prezintă și afirmă, alături de problema proprietății, interesele comune ale întregului proletariat, care sunt independente de orice naționalitate.

Iar strategia revoluționară a comuniștilor, până când a fost coruptă de stalinism, a inspirat o tactică internațională care urmărea să realizeze ruptura frontului burghez în țara în care apar cele mai bune oportunități, mobilizând toate resursele mișcării în acest scop.

Prin urmare, tactica alianțelor insurecționale împotriva vechilor regimuri se încheie din punct de vedere istoric cu marele eveniment al revoluției ruse, care a eliminat ultimul mare aparat de stat și militar cu caracter non-capitalist.

După această fază, posibilitatea, chiar și teoretică, a blocurilor tactice trebuie să fie denunțată în mod formal și central de către mișcarea revoluționară internațională.

Importanța excesivă dată, în primii ani ai Internaționalei a III-a, aplicării tacticii rusești în țări cu un regim burghez stabil, cât și în țări înafara Europei și în colonii, a fost prima manifestare a reapariției primejdiului revizionist.

Cel de-al doilea război imperialist, împreună cu consecințele sale evidente, sunt caracterizate de influența preponderentă, extinsă în toate regiunile din lume, chiar și în zonele în care cele mai înapoiate forme ale societății indigene există, nu atât a formelor economice capitaliste puternice, cât a controlului politic și militar inexorabil exercitat de marele centru imperial al capitalismului, reunit acum într-o coaliție gigantică, care include statul rus.

În consecință, tacticile locale nu pot fi decât aspecte ale strategiei revoluționare generale, care trebuie să fie, înainte de toate, restaurarea clarității programatice a partidului proletar global, iar apoi reconstruirea rețelei de organizare a acestuia în fiecare țară.

Această luptă se desfășoară într-un cadru în care iluziile și seducțiile oportunismului domină într-o măsură maximă: propaganda în favoarea cruciadei pentru libertate împotriva fascismului în domeniul ideologic și în politica practică a coalițiilor, blocurilor, fuziunilor și cererilor iluzorii prezentate unanim de către conducerile a nenumărate partide, grupuri și mișcări.

Masele proletare vor putea înțelege necesitatea reconstrucției partidului revoluționar într-un singur mod, substanțial diferit de toate celelalte: proclamând respingerea irevocabilă din punct de vedere istoric a practicii acordurilor între partide nu ca o reacție contingentă la saturnaliile oportuniste și la combinațiile acrobatice ale politicienilor, ci mai degrabă ca o directivă fundamentală și centrală.

Chiar și în fazele tranzitorii, niciuna dintre mișcările la care participă partidul nu trebuie să fie dirijată de un „supra-partid” sau de o mișcare superioară care se află deasupra unui grup de partide afiliate.

În faza istorică modernă a politicii globale, masele proletare se vor putea mobiliza pentru obiective revoluționare numai prin realizarea unității lor de clasă în jurul unui partid unic, solid în teoria sa, în acțiunea sa, în pregătirea pentru asaltul insurecțional și în gestionarea puterii.

Această soluție istorică trebuie, în orice manifestare a partidului, chiar și limitată, să apară în fața maselor ca singura alternativă posibilă pentru a se opune consolidării dominației economice și politice internaționale a burgheziei și formidabilei sale capacități – nu eterne, dar astăzi din ce în ce mai puternice – de a controla contradicțiile și convulsiile care amenință existența regimului său.

The Tactics of the Comintern from 1926 to 1940 (Pt. 5)

We have seen in the first parts of this chapter, in what the essence of the Comintern’s new curve-ball from “social-fascism” to “anti-fascism” consisted. The economic crisis which first appeared in New York in 1929 and then spread to all countries had found no other solution after 1934 than the preparation of the second imperialist war. In correspondence with the economic reality that imposed on capitalism the need for the radical solution of war, the communist parties had also to become extreme, having become instruments of counterrevolution and accomplices of the other bourgeois forces, whether they be fascist, socialist or democratic. If previously the communist parties oriented their moves towards an inevitable defeat, now they channel their energies into the outlet of their respective capitalist States.

Just as the theory of social-fascism had no direct bearing on countries not threatened by a fascist attack, and its international character resulted from the fact that Germany – where this tactic was of decisive importance – was at that time the pivot of world capitalist evolution, so did the new anti-fascist tactic have no direct impact on the countries where fascism was firmly established (Germany, Italy), but it was of great importance in France at first, and then in Spain, i.e. in the two countries where not only where the classes there engaged in furious struggle, but where an apparatus for keeping international order was being developed, which was to work to its full capacity during the 1939-45 war.

In the course of this period (1934-38) the particular character of the political evolution in which we are still immersed in becomes apparent for the first time. Contrary to what generally happened in all countries and particularly in 1898-1905 in Russia, when the impetuous strikes generated the affirmation of the class party, the powerful Austrian, French, Belgian and Spanish movements not only did not determine the affirmation of a proletarian and Marxist vanguard, but leave the Italian communist left, which remained faithful to the revolutionary postulates of internationalism against the anti-fascist war and of the destruction of the capitalist State and of the founding of the proletarian dictatorship against the participation or the influence of the State in an anti-fascist direction, in fatal isolation.

Parallel to the success of the maneuver that was supposed to lead the capitalist State to tighten its tentacles on the masses and its movements, we witness the detachment between these movements and the vanguard, if not the total non-existence of the latter. The events confirm in an unequivocal way the thesis masterfully developed by Lenin in “What Is To Be Done?”, that the socialist consciousness cannot be the spontaneous result of the masses and their movements, but is rather the result of the importation in their very core of the class consciousness elaborated by the Marxist vanguard. The fact that this vanguard is unable to influence situations of great social tension, in which huge masses take part in an armed struggle, as was the case in Spain, does not alter in any way the Marxist doctrine, which does not consider that the proletarian class exists because a social and political bloc passes to the armed struggle against the one in power, but it only directs the proletarian class if its objectives and postulates are those of the developing social agitation. In the case where the masses go into struggle for objectives which, not being theirs, can only be those of the capitalist enemy, this social convulsion is but a moment in the confused and antagonistic development of the capitalist historical cycle which – to use an expression of Marx – has not yet matured the material conditions of its negation.

Marxist analysis allows us to understand that if social-fascism was a tactic that was inevitably meant to facilitate and accompany Hitler’s victory in January 1933, the tactic of anti-fascism was even more critically the case, because its objective went far beyond and from falsely siding with the masses in their struggle, still nonetheless explicitly against the capitalist State, it passed, with the tactic of anti-fascism, to advocate the integration of the masses in the core of the anti-fascist capitalist State.

It is not strange that, in the face of such a powerful and formidable capitalist organization comprising democrats, social-democrats, fascists and communist parties, the resistance of the Austrian proletariat in February 1934, which at times took on heroic aspects, was not capable of even putting a dent to the evolution of world events that had been definitively consecrated by the violent degeneration of the Soviet State, which had become, under the leadership of Stalin, an effective instrument of world counterrevolution.

On February 12, when the proletarians of Vienna rebelled, it was the very Christian Dolfuss who had the cannons aimed at the workers’ city of Vienna, the “Karl Marx” district, but behind these cannons stood the Second and Third International. The former had constantly restrained the proletarian reactions against Dolfuss’ plan of corporatist organization, the latter, which had previously excelled in mounting international demonstrations set up on purely artificial bases, let the proletarians be slaughtered and took care not to launch an appeal to the proletarians of all countries to show their solidarity in favor of the Austrian proletariat.

In the first days the organs of the Belgian and French socialist parties try to appropriate the heroism of the Vienna insurgents, but a few days later the synchronization is perfect.

Bauer and Deutsch, the leaders of the Schutzbund (the paramilitary organization of Austrian social-democracy) in a February 18 interview with the organ of Belgian social democracy, “Le Peuple”, stated:

«For many months our comrades had endured provocations of all sorts, always hoping that the government would not push things to the brink so that a final collision could be avoided. But the last provocation, that of Linz, brought the exasperation of our comrades to a boiling point. It is known, in fact, that the Heimwehren had threatened the governorship of Linz with resignation from their functions and with the decapitation of all municipalities with a socialist majority. It is understood that on Monday morning, when the Heimwehren attacked the Linz People’s House at gunpoint, our comrades refused to allow themselves to be disarmed and defended themselves energetically. In consequence, the Central Directorate of the Party could only obey this signal of struggle. That is why it launched the order for the general strike and the mobilization of the “Schutzbund”. This purely proletarian explosion was not at all in the political line of Austrian and international social democracy. They were perfectly aligned on the front of a diplomatic action of the left-wing French government, whose foreign minister Paul Boncour wanted to make the Austrian workers’ movement serve the interests of the French State: this was meant to hinder Hitler’s expansionism and was supported – at that time – even by Mussolini who, in July 1934, when Dolfuss was assassinated by the Nazi Pianezza, made the inconsequential (for Hitler) blunder of sending Italian divisions to the Brenner Pass.

«A few days before the insurrection in Vienna, on February 6, 1934, Paris was the scene of important events. The political scene had for some time been soiled by all the scandalous pornography about collusion between financial adventurers, high State officials and government personnel, particularly those of the left-wing parties. There is no need to point it out: the so-called proletarian parties – the socialist and communist parties – are thrown into this scandalistic fray and the proletarians will be uprooted from the revolutionary struggle against the capitalist regime, to be dragged into the struggle against some financial adventurers and mainly against Stavisky. The right wing of Maurras and Action Française takes the lead in a struggle against the government presided over by the radical Chautemps who, on January 27, gives way to a more pronounced left-wing government headed by Daladier and where Frot, who had until recently been a militant in the SFIO (French Socialist Party, French Section of the Workers’ International), occupied the post of Minister of the Interior. The Prefect of Police Chiappe, also compromised in the Stavisky scandal, was chosen by socialists and communists as a scapegoat, and was dismissed from the Police Prefecture and transferred to the “Comédie Française”. This was the occasion chosen by the Right for a demonstration in front of Parliament where they demanded the resignation of the Daladier government.

«Daladier yields, resigns, in spite of Leon Blum’s advice to resist, and on February 9 two counter-protest demonstrations take place: one called by the Communist Party in the center of Paris where the arrest of Chiappe and the dissolution of the Fascist Leagues are demanded, the other called by the Socialist Party and held in Vincennes where the flag of “defense of the republic threatened by the Fascist uprising” is raised. The memory of the struggle against “social-fascism” was not yet definitively extinguished, but if there are two distinct demonstrations, there is nevertheless a single uniformity: it is no longer a question of affirming the autonomous class positions of the masses, but of directing them towards that modification of the form of the bourgeois State which will be realized only two years later when, following the elections of 1936, we will have the government of the Popular Front under the direction of the head of the SFIO, Leon Blum.

«But immediately after these two separate demonstrations, another united demonstration takes place, that of the CGT with similar slogans to those of the two parades that had preceded it. In effect, through the general strike, it will be demanded that “the sectarian, riot provoking people” be repressed because “the offensive that has been projected for some months against political freedom and democracy has broken out».

The Communist Party, which still held a dominant position in the industrial center of Paris, did not use it to direct operations and allowed the socialists and the CGT to lead the initiative. As for the CGTU, which had long ceased to be a trade union organization capable of organizing the masses for the defense of their partial demands and had become an appendage of the Communist Party, it did not come into the open even when preparing the general strike, which was a complete success.

In the meantime, the socialist-communist grouping and a governmental evolution that became more and more pronounced to the left became more precise.

On July 27, 1934 a pact of unity is signed between the Communist Party and the Socialist Party, on the basis of the following points: a) defense of democratic institutions; b) abandonment of the strike movements in the struggle against the full powers of the government; c) workers’ self-defense on a front that will also include the socialist radicals.


And in the international field the new orientation of the foreign policy of the Russian State is accentuated, which triumphantly enters the League of Nations.

Here is what Ossinsky’s theses of the First Congress of the Communist International in March 1919 say: The revolutionary proletarians of all the countries of the world must wage an implacable war against the idea of Wilson’s League of Nations and protest against the entry of their countries into this League of plunderers, exploiters and counter-revolution.

Here is what fifteen years later, on 2-6-1934, the organ of the Russian Party, Pravda, wrote: «The dialectic of the development of imperialist contradictions has led to the result that the old League of Nations, which was to serve as an instrument for the imperialist subordination of the small independent States and colonial countries, and for the preparation of anti-Soviet intervention, has appeared, in the process of the struggle of the imperialist groups, as the arena where – Litvinov explained this at the recent session of the Executive Central Committee of the Soviet Union – the current interested in the maintenance of peace seems to triumph. Which perhaps explains the profound changes which have taken place in the composition of the League of Nations».

Lenin, when he spoke of the League of Nations as a “society of plunderers”, had already taught us that this institution should serve to maintain “in peace” the predominance of the victorious States sanctioned at Versailles.

But Pravda’s articleswere nothing but rhetoric. In fact Litvinov immediately and radically changed his position. From supporting the German and Italian theses for progressive disarmament, he passed to the open declaration that it was not possible to find a guarantee of security, and he supported the French thesis which, by making the realization of disarmament depend on the proclaimed impossible security, sanctioned the policy of arms development.

At the same time another radical change of course occurred with the Sarre question. The Communist Party, which had previously struggled with the word of the “Red Sarre at the core of a Soviet Germany”, advocates, on the occasion of the plebiscite, the status quo and that is, the maintenance of French control over this region.

Laval, the foreign minister of the Flandin Cabinet, comes up with the plan of isolating Germany. He couldn’t claim this nationalist achievement for himself at the trial where he was condemned to death: but it’s certain that he, a thousand times more and better than his nationalist and chauvinist cronies in the French Resistance, attempted the realization of the defense of the “French homeland” against Hitler. If France has been definitively degraded to the role of a vassal and second-rate power, this is due to the characteristics of the current international evolution, while all the hubbub around the defense of the “land of liberty and revolution” could only have one objective, however, which was fully achieved: the massacre of the French and international proletariat. The Third French Democratic Republic, born under the baptism of the alliance with Bismarck and the extermination of 25,000 communards at Père la Chaise, finds its worthy and macabre epilogue in the Popular Front, solidly based on the radical republican-socialist-communist trinity.

The essential points of Laval’s maneuver to isolate Germany are: 1) The meeting with Mussolini in Rome on January 7, 1935. 2) The meeting with Stalin in Moscow on May 1, 1935.

In the first one, there was an attempt to solve the Italian demands in Ethiopia through compromise, which had to be accepted by the English minister Hoare.

In the second, Poincaré’s move, which was to lead to the Franco-Russian alliance in the war of l9l4-17, will be renewed, and on the occasion of the new Franco-Russian pact Stalin declares that he fully realizes the necessity of the policy of armaments for the defense of France.

On July 14, 1935, at the demonstration of the Bastille to honor the birth of the bourgeois republic, the communist leaders, next to Daladier and the socialist leaders, wear a tricolor scarf; the red flag is united to the tricolor, while against the “fascist danger” Joan of Arc and Victor Hugo, Jules Guesde and Vaillant are evoked, and we go so far as to speak of the “Austerlitz sun” of the Napoleonic victims. We have already said why all this chauvinism was inconclusive and ineffective since France, like Italy, Spain and all the other former powers outside the current Big Three, had to play the role of giving away concessions while being occupied by this or that great power; let us now add that when war broke out in September 1939 between France and Germany, the pact of May 1935 was not applied by Russia.

But all these are secondary questions in the face of the essential which is the class struggle on a national and international scale. And on this class front, the Bastille Manifestation, its precedents and the events that resulted from it were of capital importance not only for the French proletariat but also for the Spanish and international proletariat.

When, in March 1935, Mussolini went on the offensive against the Negus of Ethiopia, everything was ready to unleash an international campaign based on the application of sanctions against “fascist Italy”. A simultaneous action against Mussolini and the Negus was not even to be considered by the socialist and communist parties. Both of them are fighting in defense of the Negus’ feudal regime, which is, at the same time, a magnificent defense of Mussolini’s fascist regime. In fact, Mussolini could not have found better justification for the formation of that atmosphere of national unity favorable to his Ethiopian campaign than in the application of deliberately harmless sanctions.

Leon Blum proposed to the League of Nations, the supreme bulwark of “peace and socialism”, the arbitration of the conflict and wanted to entrust Litvinov, who, at that time, was President in office; after the Laval-Hoare compromise failed, the League of Nations sided, in its overwhelming majority, against Mussolini. Needless to say, the Italian “emigrés” aligned themselves with this action in defense of the Negus and British imperialism: at the Brussels Congress of September 1935, a motion was voted whose sloppy and servile terms show how far – one year after would come the Spanish War and four years after another World War – the masses had already arrived in joining the bourgeois bandwagon. Here is the text: “To Mr. Benes, President of the SdN” [League of Nations]

The Congress of Italians which, in the present circumstances, has had to meet abroad to proclaim its attachment to peace and freedom, bringing together hundreds of delegates of the popular masses of Italy and of Italian emigrés in a single will to fight against the war, from Catholics to liberals, from Republicans to socialists and communists, notes with the greatest satisfaction that the Council of the SdN has clearly separated, in condemning the aggressor, the responsibilities of the fascist government from those of the Italian people; affirms that the war in Africa is the war of Fascism and not that of Italy, that it was unleashed against Europe and Ethiopia without any consultation with the country and in violation not only of the solemn commitments made to the SdN and Ethiopia, but in violation also of the sentiments and true interests of the Italian people; confident of interpreting the authentic thought of the Italian people the Congress declares that it is in the duty of SdN, in the interest of both Italy and Europe, to erect an unbreakable dam to the war and undertakes to support the measures that will be taken by the SdN and the workers’ organizations to impose the immediate cessation of hostilities”.

The Comintern disciplined to the decisions of the SdN. Here was a result from which Mussolini could only be victorious.

In the meantime, the atmosphere was being prepared that would lead to the dispersion of the formidable strikes in France and Belgium and to the crushing of the powerful insurrection of the Spanish proletariat in July 1936, in the imperialist and anti-fascist war.

At the end of 1935, the French Parliament, in a session qualified as “historic” by Blum, was unanimous in its acknowledgment of the defeat of Fascism and of the “reconciliation” of the French people. At the same time, the strikes of Brest and Toulon are attributed, by the same united front of all the “reconciled”, to the action of “provocateurs”; and in January 1936 Sarraut – the same one who in 1927 had stated “communism, here is the enemy” – will benefit from the fact that, for the first time, the communist parliamentary group abstains from voting on the ministerial declaration. The attack against Blum in March 1936 pushes the Communist Party to launch the formula of the fight “against the Hitlerites of France”, a formula that will later be held against it, after the signing of the Russian-German treaty in August 1939.

On March 7, 1936, Hitler denounced the Treaty of Locarno and remilitarized the Rhineland. In the backlash that ensues in the French Chamber, the chauvinist fury displayed is as sensational as it is inconsequential in its international repercussions.

The events forced French capitalism to use the reaction to Hitler’s fait accompli only in the field of domestic politics and the Communist Party excelled in this action: recalling the time when the French legitimists fled France during the revolution, it speaks of the “emigrants of Coblentz, of Valmy”, evokes again “Napoleon’s Austerlitz sun”, and went as far as to make use of the words of Göthe and Nietzsche about “Germany still submerged in the state of barbarism” without hesitating to falsify Marx himself whose phrase “the German resurrection will be announced by the crowing of the French rooster” whose meaning changes in its social and class context of the French proletariat to the national and nationalist camp of France and its bourgeoisie.

Russian diplomacy strengthened the patriotic position of the French Communist Party at the same time that it remained very cautious – as did England – about the response to Hitler’s coup. Litvinov limits himself to declaring that «the USSR would associate itself with the most effective measures against the violation of international commitments” and to explaining that «this attitude of the Soviet Union is determined by the general policy of struggle for peace, for the collective organization of security and the maintenance of one of the instruments of peace: the League of Nations». Molotov is even more cautious, and, in an interview with the “Temps”, says: «We are aware of France’s desire to maintain peace. If the German government were also to testify to its desire for peace and respect for treaties, particularly those concerning the League of Nations, we would consider that, on this basis of the defense of the interests of peace, a Franco-German rapprochement would be desirable».

The leaders of the French Communist Party reasoned in this way: Russia is in danger; to save her we’ll use our capitalism as a shield.

And with the usual shameless demagogic spirit they did not hesitate to support this theory by referring to Lenin’s action; Lenin himself who in 1918, in order to save Russia from the attack of all the capitalist powers, called for the proletarians of every country against the capitalism of their own country in a revolutionary attack aimed at its destruction. The contrast between the two positions is as fundamental as the contrast between revolution and counter-revolution.

It is in this atmosphere of national unity, of reconciliation of all French people, of struggle against the “Hitlerites of France” that the wave of strikes matures, beginning on May 11 at the port of Le Havre and in the aviation workshops of Toulouse. The victories of these two first movements is then combined by the immediate extension of the strike to the Paris region, to Courbevoie and Renault (32,000 workers), on May 14, to the whole Parisian metallurgy on the 29th and 30th. The demands are: the increase of wages, payment for the days of strike, workers’ vacations, collective agreement. The strikes lasted for a long time, extended first to the mining North and then to the whole country, and took on a new aspect: the workers occupied the workshops despite the appeal of the Confederation of Labor, the Socialist and Communist Parties. One appeal reads that they were

resolved to keep the movement within the framework of discipline and tranquility, the trade union organizations declare themselves ready to put an end to the conflict wherever the just working-class demands are met.

But how different were these from the Italian factory occupations, in September 1920! In Paris the red flag and the tricolor wave together, and in the workshops there was only dancing: the atmosphere had nothing of a revolutionary movement. Between the spirit of national unity that animated the strikers and the radical weapon of the occupation of the workshops there was a stark contrast. However, the facts leave no possibility for misunderstanding: both the Confederation of Labor, which had already reabsorbed the CGTU back into it, and the Socialist and Communist Parties had no initiative in these huge strikes. They would have opposed them if this had been possible, and it is only the fact that they have spread to the whole country that imposes on them declarations of hypocritical sympathy for the strikers.

The fact that the bosses are archly disposed to accept the demands of the workers does not determine the end of the movements. A decisive blow is needed. The May elections had given a majority to the left-wing parties and among them to the Socialist Party.

So here we are at the Popular Front: well before the deadline set by parliamentary procedure, Blum’s government was formed on June 4. The Delegation of the Left, the parliamentary body of the Popular Front, in an order of the day, «notes that the workers defend their bread in order and discipline and want to keep to their movement a claiming character from which the Croix-de-Feu (Colonel La Roque’s paramilitary movement) and the other agents of reaction will not succeed in detaching them». Humanité for its part publishes in its headlines that «order will ensure success» and that «those who go outside the law are the bosses, those Hitler’s agents that do not want the reconciliation of the French and push the workers to go on strike».

On the night of June 7 to 8, what will later be called the “Matignon agreements” (the residence of Prime Minister Blum) is signed and it consecrates:
     a) the collective agreement;
     b) the recognition of the right to join a trade union;
     c) the establishment of union delegates in the workshops;
     d) the increase in wages from 7 to 15% (which is then 35% since the work week has been reduced from 48 to 40 hours);
     e) paid vacations. This agreement would have been signed even earlier if in some factories those who were called “reactionaries” had not proceeded to the arrest of some directors.

On June 14, Thorez, the head of the French Communist Party, launched the formula that would make him famous: «We must know how to end a strike as soon as the essential demands have been achieved. It is also necessary to reach a compromise in order not to lose any strength and above all not to facilitate the panic campaign of the reaction».

After two weeks French capitalism succeeds in extinguishing this powerful movement, powerful not because of its class significance, but because of how extensive it was, the importance of the occupational demands, and the extent and degree of the means employed by the workers to achieve success.

The pseudo-proletarian organizations which had had no responsibility in the unleashing of the movement were the very ones who would take it upon themselves to put an end to it. The French Communist Party had to play a role of the first order in stifling any revolutionary possibility which might have had arisen, and it succeeded in doing so to astonishing effect by contemptuously defaming the few workers who tried to make the occupation of the factories converge with a revolutionary approach to the struggle as “Hitlerites”. And in this alone consisted the tactical problem that the French Party had to solve.

Almost simultaneously, strikes broke out in Belgium. They began at the Port of Antwerp and then spread throughout the country. The manifesto immediately launched by the Belgian Workers’ Party is significant: «Port workers, don’t commit suicide. There are people inciting you to stop work. Why? They are demanding a wage increase. We are not saying anything different in this regard at a time when the Belgian Transport Workers Union is discussing its policy of wage increases. And we will not be thrown a curve-ball by irresponsible people. We don’t want to see the same disastrous consequences in Antwerp that occurred after the Dunkirk strike. We have a regulation that must be respected. Those who incite you to strike do not care about the consequences. Port workers, listen to your managers. We know what your wishes are. Onwards with our union! Don’t strike unreasonably. We’ll still discuss things with the bosses today».

Despite a similar appeal from the Trade Union Commission (the equivalent of the Confederation of Labor), on June 14 the Miners’ Congress was forced to accept the situation and gave the order to strike. The day before, the organ of the Socialist Party communicated its agreement with the government decisions to avoid the occupation of the workshops.

On June 22, in the Cabinet of Prime Minister Van Zeeland, who presided over a coalition with the participation of the Socialists, an agreement was signed where the following was established: a) a 10% wage increase; b) 40-hour week for unhealthy industries; c) 6 days of annual vacation.

The Belgian Communist Party uses what little influence it has among the masses to profit from a tactic similar to that followed by the French Party: it blocks the strike along the Workers Party and the Trade Union Commission which monopolize the leadership of the movement. It had no initiative in starting the strikes and all its activity consisted in demanding that the government intervene in favor of the strikes.

As for the results, these were far inferior to those obtained by the French workers. But, in both countries, these union successes, moreover ephemeral, far from signifying a resumption of the autonomous and class struggle of the proletariat, favor the development of the maneuver of the capitalist State which, thanks to the arbitration of conflicts, succeeds in gaining the confidence of the masses and it will use this confidence to tighten the net of its hegemonic control over them.

The sanctioning of State authority in the labor contract represents not a victory but the defeat of the workers. In reality this contract is but an armistice in the class struggle and its application depends on the relations of force between the two classes. The mere fact that State intervention is accepted radically reverses the terms of the problem since the workers thus entrust their defense to the fundamental institution of capitalist rule: the class unions are now replaced class collaborationist unions intertwined with the officials of the Ministry of Labor who control the application of the law.

The French and Belgian strikes precede by just one month the outbreak of social unrest in Spain and the opening of the imperialist war in that country. We will explain the course of these events in the next chapter.

Elementi dell’ economia marxista Pt.3

Capitale costante e capitale variabile

Come abbiamo veduto, il denaro anticipato dal capitalista per acquistare i mezzi di produzione (materie prime e strumenti di lavoro: la materie prime sono di doppia specie: alcune ricompaiono nel prodotto, altre spariscono all’atto dell’impiego, come i combustibili, e si dicono ausiliarie; gli strumenti di lavoro, come macchine, impianti, edifizi, sono da considerare per la frazione di logorio che risulta dal loro valore totale e dalla loro durata) ricompare integralmente nel prezzo del prodotto. È perciò che a tale parte del capitale il nome di capitale costante.

Il denaro anticipato invece per salario degli operai, ossia per l’acquisto della forza-lavoro, ricompare nella vendita dei prodotti aumentato del plusvalore e lo chiameremo capitale variabile.

Avevamo riassunto il bilancio dell’operazione capitalistica nelle due formule:

spese: MSF (materie prime + logorio strumenti + salari)
entrate: MSF + Plusvalore = P (valore dei prodotti)

Avremo: MS = capitale costante, che indichiamo con c, e v = capitale variabile.

Chiamando K il capitale totale anticipato, p il plusvalore, K’ il capitale ricavato alla fine, avremo:

Kcv
K’cvp = K + p

Saggio del plusvalore

Più che conoscere caso per caso la quantità assoluta del plusvalore realizzato dal capitalista, interessa conoscere il rapporto in cui il plusvalore sta col capitale che lo ha prodotto.

È importantissimo rilevare che il capitale che effettivamente è suscettibile di produrre plusvalore è quello anticipato per la forza lavoro, ossia il capitale variabile v. Quanto al capitale costante c esso ricompare integralmente nel prodotto e di per sé stesso non dà luogo a nessun incremento.

È per ciò che volendo definire una quantità la cui misura ci dia l’idea della intensità di produzione di plusvalore, Marx assume come saggio del plusvalore non il rapporto di questo a tutto il capitale, ma il rapporto al solo capitale variabile.

Dunque, indicato con s il saggio del plusvalore,

s = P/v

Nell’esempio quantitativo da noi dato V era F ossia 6 x 3 = 18 Lire. Il plusvalore era 10 x 3 – 6 x 3 = 12 Lire. Il saggio del plusvalore è s = 12:18 = 66%.

Passando ora ad esaminare il tempo di lavoro, e riferendoci per fissare le idee ad una sola giornata di un solo operaio e al numero di ore di cui si compone, che chiameremo t (nell’esempio 10 ore) si definisce una nuova quantità: il lavoro necessario ed il relativo tempo di lavoro necessario. Si intende per tale il tempo o numero d’ore che l’operaio dovrebbe lavorare per trasmettere al prodotto un valore esattamente uguale a quello che gli è stato pagato per la sua forza lavoro. Nel nostro caso l’operaio è stato pagato in ragione di £. 18 ossia 6 ore di lavoro. Se egli lavorasse 6 ore riprodurrebbe esattamente il valore a lui pagato come salario ossia quello equivalente alle sue sussistenze: in tal caso scomparirebbe il plusvalore e con esso la ragione di essere dell’impresa capitalistica.

Ma l’operaio lavora 10 ore in luogo di 6, e noi distinguiamo le 10 ore in 6 di lavoro necessario e 4 che chiameremo di pluslavoro, chiamando questo tempo anche tempo di sopralavoro.

Ripetiamo: tempo di lavoro necessario è quello che basterebbe a riprodurre il valore del salario; tempo di sopralavoro o pluslavoro quello in più che l’operaio lavora e che produce la differenza di valore o plusvalore a beneficio del capitalista.

Se i valori sono proporzionali ai tempi di lavoro in cui vengono prodotti, identificandosi per una giornata il salario al capitale variabile si ha:

tempo di sopra lavoro / tempo di lavoro necessario = plusvalore / capitale variabile o salario

Questi due rapporti si riducono a quello già noto come saggio del plusvalore, da cui il teorema: il pluslavoro diviso per il lavoro necessario dà il saggio del plusvalore.

Nel nostro esempio la proporzione scritta sarà:

4 : 6 = 12 : 18 = saggio del plusvalore 66%.

Legge generale del plusvalore

Tuttavia sarà bene mostrare la cosa in modo più generale. Riepiloghiamo le notazioni; ricordando che ci riferiamo ad un solo operaio e ad una sola giornata di lavoro:

V = capitale variabile o salario giornaliero
P = plusvalore
s = saggio del plusvalore, ossia P diviso V
t = numero delle ore di lavoro
n = ore di lavoro necessarie
e = ore di pluslavoro.

L’operaio trasmette al prodotto il valore totale (fatta astrazione del capitale costante) V + P, lavorando t ore. Adunque in un’ora l’operaio produce il valore:

(V+P)/t = Produzione di valore oraria

Ora vogliamo calcolare il tempo di lavoro necessario n in cui l’operaio produce il valore V. Per definizione in n ore l’operaio produce il valore V: V = n x Produzione di valore oraria. Quindi, sapendo la produzione di valore oraria, basta una divisione:

n = t V / (V+P)

Abbiamo così trovato n. Semplicissimo è il calcolo di e (pluslavoro):

e = t – n = t – t V/(V+P) = (t V +t P – t V)/(V+P) = t P /(V+P)

Il problema era trovare il rapporto tre e (pluslavoro) ed n (lavoro necessario); dividendo l’una per l’altra le rispettive formule, si ha:

e/n = t P /(V+P) ÷ t V /(V+P) = P ÷V = s

resta quindi dimostrata la proporzione fondamentale che qui ripetiamo per chiarezza: il pluslavoro sta al lavoro necessario come il plusvalore sta al capitale salario; questo rapporto comune è il saggio del plusvalore.

Dimostrazione della legge fondamentale

Per dimostrare che il riferire il plusvalore al solo salario e non a tutto il capitale non è una convinzione arbitraria, facciamo l’esempio di una impresa nella quale venga a cambiare la proporzionale del capitale costante col capitale variabile, rimanendo inalterato il valore di scambio o prezzo dei prodotti, quello delle materie prime e strumenti di lavoro, singolarmente, nonché il salario e la giornata di lavoro. Se il prezzo del lavoro finito deve restare lo stesso, rappresentando esso un tempo di lavoro, non dobbiamo immaginare un mutamento nei procedimenti tecnici di produzione: ma noi possiamo scegliere un esempio (probante del resto anche per chi non parte dalla nostra teoria del valore) in cui la impresa venga ad incorporare anche uno stadio precedente della lavorazione, producendo direttamente quanto prima acquistava sul mercato.

Così un’acciaieria che prima acquistava la ghisa per convertirla in acciaio, prenda a lavorate direttamente il minerale di ferro, da cui proviene la ghisa.

È chiaro che il capitalista spenderà meno in materie prime, costando il minerale assai meno della ghisa, e, sebbene ci sia un relativo aumento degli strumenti di lavoro, diminuirà la quota di capitale costante rispetto al totale.

Anche volgarmente si riconosce che il capitalista realizzerà un profitto maggiore, in quanto cumulerà il profitto di due aziende preesistenti. E realizzerà un profitto maggiore anche a parità di capitale totale anticipato poiché, sebbene per ogni chilo di acciaio egli avrà anche l’onere del nuovo impianto producente ghisa, tale onere egli lo pagava anche prima nel prezzo di mercato della ghisa, anzi aumentato del profitto del produttore di ghisa.

In altri termini il capitale anticipato per una operazione lavorativa è sempre compreso nel prezzo di vendita del relativo stock di prodotto, quindi a parità di potenzialità finanziaria il capitalista potrà produrre lo stesso numero se non più di Kg. di acciaio. Ma su tale cifra il suo guadagno è aumentato; e ciò perché il capitale investito per ottenere il Kg. di acciaio contiene ora meno spese per materie prime e più spesa per acquisto di forza lavoro. Dunque è la quantità di capitale salario che, a parità di trattamento dei lavoratori, a parità di condizioni del mercato, varia proporzionalmente al guadagno del capitalista. Se deve quindi riferire il plusvalore alla massa del solo capitale salario e non a quella di tutto il capitale.

E ciò è valido anche socialmente parlando, poiché sulle varie quote di capitale costante vertono altre quote di plusvalore delle lavorazioni precedenti, ammesso che si siano effettuate col meccanismo capitalistico. Il capitale ghisa era, per la parte non rappresentata da minerale di ferro e logorio impianti del venditore di ghisa, già affetto da plusvalore incassato da costui; il capitale minerale di ferro per il capitalista della miniera era affetto da plusvalore tratto dal pluslavoro dei minatori; e analogamente può dirsi per gli impianti meccanici dell’industria dell’acciaio, della ghisa, nella miniera, riuscendo finalmente soddisfacente – al di fuori delle piacevolezze sui pescatori di perle e simili – la nostra spiegazione che, sia qualitativamente che quantitativamente, scopre in ogni valore di scambio un tempo di lavoro, e in ogni profitto un pluslavoro.

Marx avverte di non cadere nel grossolano errore di confondere il saggio del plusvalore col saggio del profitto. L’economia volgare intende per saggio del profitto il rapporto tra i guadagno netto del capitalista (differenza tra le entrate e le spese di un certo periodo, per es., un anno, a condizione che resti inalterato il valore (patrimoniale) di tutti gli impianti e compensata ogni passività) e il valore totale del capitale investito negli impianti aumentato della somma di denaro che deve essere tenuto disponibile per far fronte agli acquisti di materie prime, al pagamento dei salari, ecc.

L’economia volgare distingue anche nel profitto un interesse puramente commerciale da pagare per i capitali investiti, e la ulteriore differenza o profitto vero e proprio dell’imprenditore.

Non è ora il caso di spingere più innanzi il confronto fra tale computo e le calcolazioni da noi seguite. Basti considerare che la considerazione del tempo è assorbita dall’aver noi tenuto presente un intero ciclo lavorativo, ad es.: quello per cui si perviene al Kg. di acciaio. Più aumenta l’intensità nel tempo e l’estensione di tale atto produttivo, più aumenta il guadagno dell’imprenditore e in generale anche il saggio del profitto.

Il saggio del plusvalore dipende invece dal grado di sfruttamento della forza lavoro ed è sempre molto più alto; i facili esempi di Marx mostrano che a saggi di profitto, ad es. del 10-15%, può corrispondere un saggio del plusvalore anche del 100%.

Tuttavia come esercizio di applicazione di quanto precede si potrebbe istituire il calcolo sul profitto in una azienda che si trasformasse nella maniera indicata nell’esempio dell’acciaieria, supponendo cifre concrete per i prezzi e quantità di minerali, ghisa, acciaio, per i salari, le ore di lavoro, le giornate annue di lavoro ecc. (Vedi appendice).

Ripartizione del valore del prodotto in parti proporzionali delle quantità di prodotto o della giornata di lavoro

Abbiamo dato inizialmente l’esempio del prodotto di valore F il quale si componeva del valore di materie prime e strumenti logorati (M + A = C, capitale costante) e del valore generato nella giornata di 10 ore di lavoro. Facevamo corrispondere il valore di scambio di £. 3 ad ogni ora di lavoro; supponiamo ora che il valore C sia di £. 60. Avremmo allora:

F = C + 10 x 3 = 60 + 30 = 90 Lire

Inoltre, delle 30 Lire di valore aggiunte dall’operaio, 18 = 6 x 3 rappresentavano il salario o il capitale variabile, 12 = 4 x 3 rappresentavano il plusvalore.

Supponiamo ora che il prodotto del prezzo di £. 90 pesi Kg. 1.800.

Come abbiamo: 90 = 60 + 18 + 12 Lire possiamo porre: 1.800 = 1.200 + 360 + 240 Kg.

Allora avremmo rappresentato in parti proporzionali del prodotto gli elementi che ne costituiscono il valore.

Kg. 1.200 = £. 60 rappresentano il capitale costante, Kg. 360 = £. 18 rappresentano il capitale salario (o capitale variabile), Kg. 240 = £. 12 rappresentano il plusvalore. Sommando queste ultime due parti, Kg. 600 = Lire 30 = 10 ore di lavoro rappresenterebbero il valore totale prodotto dal lavoro (tanto del lavoro necessario quanto del pluslavoro).

Questa suddivisione è legittima, ma affatto convenzionale, essa non interpreta il processo produttivo in quanto, se è vero che le £. 60 preesistono all’applicazione del lavoro in quanto erano materia prima e macchina, in quanto parte del prodotto, né una Lira, né un grammo se ne può avere senza lavoro.

Abbiamo qui una pura esercitazione convenzionale; bisogna convincersi che di natura ben diversa è la nostra conclusione sulla ripartizione delle Lire 30 di valore in salario e plusvalore; ripartizione data da una legge che si attaglia esattamente ai caratteri tecnici, economici, storici e sociali del fenomeno studiato.

Con esercitazione analoga divideremo non più i chilogrammi 1.800 ma le 10 ore impiegate a produrli in parti proporzionali agli elementi del valore. Come infatti sussiste, a parità d’altre condizioni, la proporzionalità tra quantità di prodotti e loro valori, sussiste quella tra valore del prodotto (quantità) e tempo di lavorazione. In un’ora uscirebbero dalle mani dell’operaio grammi 180 di peso e Lire 9 di valore ossia il decimo di 1.800 e di 90.

Adunque alla ripartizione: 90 = 60 + 18 + 12 Lire, corrisponde l’altra: 10 = 6,66 + 2 + 1.33 ore e decimali di ora (10 h. = 6 h. 40′ + 2 h. + 1 h. 20′). Adunque 6 h. 40′ rappresenterebbero il capitale costante, 2 h. il capitale variabile e 1 h. 20′ il plusvalore.

Questa rappresentazione può venire interpretata in modo capzioso (vedi in Marx „L’ultima ora di Senior”) dicendo che delle 10 ore l’operaio lavora per il capitalista soltanto 1 h. 20′.

Con tale argomentazione si voleva dimostrare che la giornata di 8 ore avrebbe rovinato il capitalista. Tale argomento sarebbe stato uno di più a favore delle 8 ore, ma l’esperienza ha dimostrato che le 8 ore sono perfettamente compatibili con la produzione del plusvalore.

Quell’argomentazione equivale a supporre che l’operaio produca anche le materie prime e gli strumenti, il cui valore rappresenta invece tempi di lavoro preesistenti.

La ripartizione esatta, giusta la nostra teoria, è la seguente:

90 = 60 + 18 + 12 Lire = valore del prodotto.
30 = 20 + 6 + 4 ore di lavoro = valore espresso in tempi di lavoro.
20 ore sono il lavoro contenuto come valore nel capitale costante acquistato dal capitalista,
6 ore di lavoro necessario (pagato),
4 ore il pluslavoro (non pagato).

La riduzione della giornata ad 8 ore non toglierebbe che 2 delle 4 ore di pluslavoro, ammesso che fenomeni concomitanti (aumenti di produttività del lavoro) non riducano parallelamente il tempo di lavoro assorbito dai mezzi di sussistenza ossia il lavoro necessario.

Appendice – Calcolo dell’azienda di cui al prg. 19

Trattazione generale del caso di una azienda che assorba una lavorazione precedente, a dimostrazione della legittimità del riferimento del plusvalore al solo capitale variabile. Si suppone che un’azienda data, ad es. una acciaieria, assorba un’azienda che le vendeva precedentemente le materie prime di cui essa abbisognava (ad es. una miniera di minerale di ferro), dando così origine ad una terza azienda unificata. Per quanto concerne la rappresentazione simbolica, si conviene di utilizzare gli stessi simboli per designare le categorie proprie a ciscuna delle tre imprese, distinguendole tuttavia a mezzo di un apice per l’azienda assorbita e per due apici per l’azienda unificata.

Elenco dei simboli:

A = quota annua degli ammortamenti degli impianti fissi
H = spese annue accessorie
M = costo delle materie prime in un anno
V = spesa annua salari
C = capitale costante
P = plusvalore
F = entrate annue dell’azienda, fatturato

Le spese annue sono: C = A + H + M + V.

Il profitto risulta: P = FC = F – (A + H + M + V).

Adesso l’attuale azienda ingloba tutta una azienda per una lavorazione precedente delle sue materie prime. Tale azienda produce in un anno esattamente la quantità M occorrente alla prima azienda.

È chiaro che il valore del suo prodotto F’ è lo stesso di M

Il bilancio di questa azienda isolata sarà:

P’ = F’C’ = MC’ = M – (A’ + H’ + M’ + V’)

Poiché il prodotto dell’azienda unificata è uguale a quello della prima azienda, F” = F, il suo bilancio sarà:

P” = F”C” = F – (A” + H” + M” + V”) = F – (A + H + V + A’ + H’ + M’ + V’) = F – (A + H + M + VM + A’ + H’ + M’ + V’) = F – (A + H + M + V) + [M – (A’ + H’ + M’ + V’)] = (FC) + (F’C’) = P + P’

Distinguiamo, nei vari casi, per il capitale totale:

K = C + V = FP
K’ = C’ + V’ = F’P’ = MP’
K” = C” + V” = F”P” = F – (P + P’) = (FP) + P’ = KP’

e per il capitale costante:

C = A + H + M
C’ = A’ + H’ + M’
C” = A” + H” + M” = A + H + A’ + H’ + M’ = C + C’M

Ma poiché M = F’ = C’ + V’ + P’, allora

C” = C + C’M = C + C’ – (C’ + V’ + P’) = C – (V’ + P’)

Adunque si è verificato, nel passaggio dalla prima alla azienda unificata:
    il capitale costante C è diminuito (di V’ + P’)
    il capitale totale C + V è diminuito (di P’)
    il capitale variabile V è aumentato (di V’).

L’aumento del guadagno o plusvalore, che è passato da P a P” = P + P’, non può dunque che essere effetto del solo capitale che sia aumentato, ossia del capitale variabile. Quindi giustamente prendiamo come saggio del plusvalore il rapporto di esso al solo capitale variabile che lo ha determinato. Se lo mettessimo in rapporto al capitale costante o al capitale totale avremmo l’assurdo di verificare tra i due termini del rapporto una proporzionalità non diretta ma inversa1.

  1. Non si trovi troppo arida questa successione di formulette. Essa vuole essere una dimostrazione della validità della legge generale del plusvalore data da Marx, nella rappresentazione dell’azienda economica di tipo capitalistico. Siamo qui alla fine della Sezione III che stabilisce la definizione di plusvalore. In fine della V e prima di passare alla trattazione dell’accumulazione del capitale, in un capitoletto riassuntivo sulle varie formule del plusvalore, Marx contrappone i due gruppi di formule che caratterizzano la economia classica borghese e la economia marxista (cap. XVI del testo originale).
    Entrambe si fondano sull’ammissione che il valore sia dato dal lavoro. Ma presentato la cosa assai differentemente quando si tratta di rispondere alla domanda: quanta parte della giornata di lavoro l’operaio fa per sé, e quanta per il padrone dell’azienda?
    In entrambi i casi possiamo parlare di lavoro necessario per la prima parte, che è quella retribuita in pieno, e di pluslavoro per la seconda parte (del tempo di lavoro) che è quella il cui equivalente fa a formare il profitto del possessore dell’azienda.
    Secondo l’economista borghese e le formule sono:
    Pluslavoro / Lavoro necessario = Plusvalore / Costo del prodotto
    In altri termini quel rapporto riproduce ciò che la contabilità capitalistica chiama saggio del profitto, utile, dividendo e così via. La stessa frazione la troviamo scrivendo al numeratore il margine di guadagno su una data produzione, ossia l’eccedenza del prezzo realizzato sul costo totale, e al denominatore questo stesso costo.
    Se un’automobile, poniamo, costa tra materie salarii usura macchine etc. etc. centomila, e si vende per 110.000, l’azienda guadagna il 10%. Si pretende allora che l’operaio sia stato sfruttato solo per il 10% del suo tempo di lavoro. Se ha lavorato 11 ore, per dieci ha riavuto l’intero ricavo, e per una sola ora ha lavorato per il capitalista.
    La economia ufficiale moderna colle sue pretese di positiva esattezza ricalca sempre questa tesi e quindi nega la teoria del plusvalore di Marx trattandola come una brillante esercitazione polemica e non come scienza.
    In questa, invece, le formule prendono ben altro andamento e sono (partendo dallo stesso rapporto iniziale):
    Pluslavoro / lavoro necessario = Plusvalore / capitale variabile = Plusvalore / Spesa salari
    Il grado di sfruttamento, ossia la quantità di lavoro non pagato, viene messo in rapporto all’intera spesa, ossia all’intero capitale anticipato, ma alla sola spesa per salari, detta da noi parte variabile del capitale totale.
    La differenza tra le due accezioni è enorme. Quantitativamente, come Marx qui e altrove mostra, comporta che il saggio del plusvalore è molto più alto. Se in quell’automobile si sono spese per salarii, sulle centomila, solo ventimila, il saggio sale dal 10% al 50% essendo dato dal rapporto del profitto di 10.000 al capitale variabile di 20.000. Un terzo della giornata non è pagato. Vi sono esempi, come uno tratto dall’agricoltura inglese dell’epoca, di saggi del 300%.
    Qualitativamente poi la formula dell’economia corrente si presta a mostrare il rapporto tra salariato e capitalista come forma di libera associazione, mentre la legge marxista ne dimostra il fondamentale carattere antagonistico.
    Abbiamo voluto col nostro calcoletto sulla riunione di due aziende dimostrare come la istituzione del rapporto quantitativo tra plusvalore e capitale salario non è un arbitrio di scuola, ma è la sola che può rendere ragione del fenomeno studiato, in quanto quello, che nel singolo ciclo appare come capitale costante nelle mani del proprietario di azienda, non è che il prodotto accumulato di precedenti capitali salarii che hanno dato luogo ad altre precedenti plusvalenze da lavoro non retribuito.
    Il trucco e la tendenziosità sono dunque proprio nella normale presentazione dei bilanci delle aziende produttive (anche non private) accettati come evidenti e fedeli dalla economia accademica e dalla legalità borghese.
    ↩︎

Il trotskismo si aggiorna ma…

 Camarades, votre chien est-il enragé   ou   non? Peralta 

Non da oggi il trotzkismo è agitato dal­lo sforzo di rivedere alcune delle posi­zioni fondamentali assunte nel corso del suo sviluppo e cristallizzatesi, specie do­po la scomparsa del suo cervello pen­sante, Leone Trotzky, in una specie di or­dinaria amministrazione del patrimonio ideologico e tattico lasciato dal Maestro. Evidentemente, la lezione dei fatti si con­cilia sempre meno con l’armamentario di teorie e di parole d’ordine conservate nell’Arca Santa del Segretariato Internazio­nale; ma la revisione critica che parte dal­la periferia e non dal centro, invece di af­frontare i problemi nel loro complesso e nelle loro necessarie connessioni, investe i problemi ad uno ad uno e, mentre tradi­sce un’inquietudine intellettuale che po­trebbe essere feconda, dimostra anche l’in­capacità ad uscire dal vicolo cieco di una impostazione generale, che fa di quest’ala del movimento proletario un rivoluziona­rismo… evoluzionista.

Accade così che si delineino posizioni an­titetiche, per esempio sul problema russo — attuale pomo della discordia in seno alla IV Internazionale — senza che queste comportino modificazioni nei problemi ge­nerali della tattica; e la fedeltà dei se­guaci di Cannon alla tesi ortodossa del Se­gretariato non esclude la possibilità di una prossima riconciliazione con l’infedele ete­rodossia di Shachtman, così come l’abban­dono da parte dei seguaci di quest’ultimo della tesi secondo la quale l’URSS è uno stato tuttora proletario con l’incidentale disgrazia di essere governato da una bu­rocrazia traditrice (e, come tale, conserva caratteri progressivi ed anticapitalistici, e va difeso dal proletariato internazionale anche con la guerra) non importa affatto l’abbandono delle classiche teorie sul fron­te unico, sul programma transitorio, sull’appoggio ai « governi di sinistra », sulle guerre coloniali ecc, che costituiscono la ca­ratteristica fondamentale del trotzkismo (1).Abbiamo detto che l’epicentro dell’inquie­tudine della periferia trotzkista è il pro­blema russo. Recentemente, la rivista « The New International», che fa capo alla cor­rente Shachtman, ha pubblicato uno stu­dio di F. Forest sulla natura dello Stato russo che è, per quel che ci consta, il pri­mo serio tentativo trotzkista di affrontare il problema sulla base di un’analisi scien­tifica dei rapporti economici e di classe (2). Non   lasciandosi abbagliare    dagli    aspetti formali della gestione economica, non ri­cercando le leggi di sviluppo di una so­cietà nei titoli legali di proprietà ma nei modi di produzione o di realizzazione del plusvalore, l’autore conclude che la legge del valore domina l’economia capitalistica, e che il funzionamento di questa legge « ha portato   alla   polarizzazione   della   ricchez­za, all’alta composizione organica del ca­pitale, all’accumulazione   della   miseria da una parte e del capitale dall’altra. Si ha così una società capitalistica unica,   un’e­conomia   governata   dalle   leggi   del   capi­talismo   mondiale».   Queste   leggi   regola­no   prezzi   e   salari , e   si   esprimono   so­prattutto nel   « dominio del lavoro morto sul lavoro vivo », nella prevalenza del ca­pitale costante sul capitale variabile e per­ciò della produzione dei beni strumentali su quella dei beni di consumo, insomma nel fenomeno   generale   dell’accumulazione crescente   a   spese   della   retribuzione   del lavoro   (3),   coi fenomeni   correlativi   dello stakhanovismo,   dei   bassi   salari   e   dell’e­spansione imperialistica. « Finché la piani­ficazione   è   governata   dalla   necessità   di pagare   il   lavoratore il minimo   necessario per la sua sussistenza e di estrarne il mas­simo di plusvalore allo scopo di mantenere il sistema   produttivo   il più possibile   nei limiti delle leggi del mercato mondiale, dominato a sua volta dalla legge del valore, finché tutto questo avviene i rapporti di produzione capitalistici esistono, qualun­que sia il nome attribuito al regime sociale in questione ». Per chi non si lasci illudere dal « feticismo della proprietà statale », ma guardi alla realtà dei rapporti di produzio­ne e perciò di classe, la società sovietica segue dunque il destino di tutte le società capitalistiche e ne ripete le contraddizioni, le crisi, gli squilibrii; e, poiché — secondo la classica formula di Engels sul capitalismo di stato — li esaspera, riproduce an­che necessariamente, i metodi e le espe­rienze per dominarli.Ne segue che è assurdo parlare di ca­ratteri progressivi di quest’economia, se non nel senso che essa è la realizzazione compiuta del moto generale del regime ca­pitalistico verso la statizzazione: « l’espe­rienza russa ci ha reso concreta la verità fondamentale del marxismo, che in nessuna società contemporanea può esistere un’e­conomia progressiva in nessun significato del termine, e che solo può esserlo un’eco­nomia fondata sulla emancipazione del la­voro». Ne segue anche che va definitiva­mente abbandonata la tattica della « difesa dell’URSS » e tutto ciò ch’essa ha com­portato su scala internazionale nel ritar­dare la ripresa del movimento proletario su basi di classe.E sia, ma, se questo è vero, come giustifica Farrel l’insieme della tattica trotz­kista, che si fonda sulla determinazione de­gli eventuali aspetti progressivi dell’econo­mia e della società borghese, e in funzione di essi orienta le lotte del proletariato nel ginepraio delle diverse fasi « transitorie »? La tattica dell’appoggio ai governi « di si­nistra » o quella del fronte unico non han­no forse radice in una concezione generale del moto di sviluppo della società capita­listica e perciò nell’ammissione che per il proletariato si pongano problemi di « scel­ta » fra l’una e l’altra espressione politica del dominio borghese? Se la pianificazione non è per se stessa progressiva, come si giustifica la campagna trotzkista per le na­zionalizzazioni? In definitiva, se l’esperien­za russa autorizza conclusioni generali non limitate ad essa non è soltanto il « difensi­smo » che crolla, ma crolla l’intermedismo, il transitorismo, l’ideologia che porta il pro­letariato ad accettare posizioni borghesi in vista di realizzazioni transitorie; crolla, in­somma, tutto l’edificio tattico che, agli occhi di militanti della stessa TV Interna­zionale, fa passare quest’ultima per una « ala sinistra dello stalinismo ». O si ha il coraggio di andare fino in fondo ed accet­tare queste conclusioni, o lo sforzo di ri­pensamento è stato vano e cento ragioni ha l’ortodossia di rivendicare la sua supe­riorità sugli eretici. E’ questo « ma » che toglie valore agli  aggiornamenti   critici   di   alcune   ali   trotzkiste (4).Un passo avanti è stato compiuto, e bi­sogna renderne atto, dalla sezione spagnola al Messico della IV Internazionale: e al­ludiamo sopratutto ai due recenti opuscoli di Munis e di Peralta (5) nei quali si esprime, più che una revisione scientifica e storica dell’impostazione del problema russo, la reazione battagliera e la polemica appassionata del militante.Munis ha perfettamente capito l’insoste­nibilità della tesi antimarxista di un regime sociale economicamente progressivo e po­liticamente reazionario, e l’inconsistenza di un’analisi che vede nello stalinismo una specie di bubbone transitorio nato sul tron­co di una base produttiva «socialista »: la sua critica tagliente della pianificazione so­vietica esclude senza possibilità di appello che possa considerarsi « socialista » un’ac­cumulazione allargata fondata sull’appro­priazione di plusvalore da parte di una classe, sulla separazione fra produttore e mezzi di produzione, sulla legge del sala­rio, sulla compressione anziché sullo svi­luppo della coscienza e della cultura dell’operaio: « parlare oggi di pianificazione in Russia è un’ironia sanguinosa per le masse ed una concessione alle tendenze deca­denti del capitalismo mondiale… Quanto alla burocrazia, non si ha il diritto di at­tribuirle i caratteri particolari di una bu­rocrazia operaia, ma quelli di una classe la cui struttura definitiva è in via di cristal­lizzazione e che, per cristallizzarsi comple­tamente, deve soffocare la rivoluzione pro­letaria dovunque essa appare, e integrarsi alle forme decadenti che il capitalismo mon­diale adotterà». L’autore ha anche per­fettamente compreso il ruolo dei partiti operai nel quadro della ricostruzione capi­talistica: « Attraverso le nazionalizzazioni, si intravede già una fase in cui i leaders proletari dirigeranno essi la società, più sfruttata e asservita che mai, per il labirin­to abissale della decadenza… I leaders ope­rai sono sempre più indispensabili per evi­tare la rivoluzione proletaria, lo sfrutta­mento delle masse e la dittatura dei pri­vilegiati non possono sostenersi alla lun­ga che grazie ed essi. La loro vittoria, che necessita almeno di alcune misure di na­zionalizzazione dei mezzi di produzione, rappresenta il punto cruciale nella corsa alla decadenza, con tutta le regressione cul­turale e la decomposizione del proletaria­to, che questo comporta. La forza di punta di questo processo è lo stalinismo ».Quanto a Peralta, la sua polemica con­tro le ambiguità della posizione ufficiale del trotzkismo raggiunge i limiti di una violenza passionale. Non è più ammissi­bile una tattica che, mentre afferma il ca­rattere progressivo dell’economia sovietica, assiste pavida alle spoliazioni, alle anghe­rie, all’evidente contenuto imperialistico dell’espansione russa; non è più tollerabile la tesi che attribuisce allo stalinismo la colpa di aver « intralciato » con una serie di errori lo sviluppo rivoluzionario, quando si assiste al passaggio aperto e perfino vio­lento del nazionalcomunismo alla contro­rivoluzione: è assurdo predicare « la difesa delle misure economiche progressive rea­lizzate nei territori occupati dall’Armata rossa » e nello stesso tempo constatare « la spoliazione delle industrie e dei focolari in Germania, in Austria e in tutti i territori della Europa orientale occupata »; è ri­dicolo patrocinare l’appoggio ai partiti di « sinistra » quando è ormai chiaro che il capitalismo si salva solo a condizione di mandare alla direzione dell’economia e dello stato proprio queste giovani forza a tradizione proletaria; è antistorico pro­porre il fronte unico a partiti ormai « inte­grati nello Stato »: è contraddittorio lanciare nello stesso tempo le parole d’ordine de « la convocazione immediata della Costi­tuente » e dell’istituzione dei Consigli ope­rai e contadini. « Occorre abbandonare senza residui la difesa dell’URSS, a pro­fitto di una politica di lotta senza pietà contro il capitalismo e contro lo stalini­smo suo complice. Per condurre vittorio­samente questa lotta, bisogna svelare ad ogni passo e concretamente il carattere controrivoluzionario della burocrazia russa smascherare la menzogna delle nazionaliz­zazioni e delle riforme agrarie, sviluppare la fraternizzazione fra occupanti e occu­pati, dichiarando apertamente che né gli uni né gli altri hanno più nulla da difen­dere in Russia, ma al contrario hanno tutto da distruggervi allo stesso titolo che in non importa quale stato capitalista, sia che al governo di questo partecipino o no gli agenti del Cremlino ». E infine, basta con una concezione evolutiva della lotta ope­raia, per cui il proletariato deve essere ob­bligatoriamente condotto attraverso una se­rie di esperienze rovinose, per sbarazzarsi di presunte illusioni democratico-borghesi che siamo noi i primi a intrattenere in lui! La revisione del difensismo ha qui por­tato all’abbandono di alcune fra le posi­zioni fondamentali dell’ideologia trotzkista. Ma tanto Munis quanto Peralta puntano ancora sulla carta di un raddrizzamento della IV Internazionale, di un suo cambia­mento di rotta. E sono presi essi stessi nel­la rete dei residuati della loro origine trotz­kista: lo sono quando continuano a parlare di un « fronte unico » nella fabbrica, nella località, nella regione, che ha ormai per­duto i suoi caratteri di fronte unico per diventare agitazione di parole d’ordine immediate; lo sono quando credono di con­trapporre al peso soffocante dei partiti con­trorivoluzionari i consigli « democratica­mente eletti » degli operai e dei contadini, come se, negli attuali rapporti di forza, non fossero destinati ad essere lo specchio fe­dele delle forze politiche dominanti in se­no alla massa operaia; lo sono quando agi­tano come parole d’ordine transitorie la difesa delle « libertà fondamentali », la sca­la mobile, la confisca dei beni capitalistici, dei profitti di guerra, delle fabbriche…E allora? Allora non v’è che augurarsi che questo sforzo di rivedere le proprie posizioni politiche vada oltre i suoi termini attuali e porti i militanti migliori a rico­noscere che, come la socialdemocrazia, co­me lo stalinismo, anche il trotzkismo ha ormai una sua specifica ed inalterabile fun­zione storica, è la retroguardia non di un esercito in ritirata, ma di un esercito scon­fitto. I compagni messicani che hanno avu­to il coraggio di sbarazzarsi di una parte del bagaglio intermedista avranno, speria­mo, la forza e l’« audacia » — per usare un termine a loro caro — di sbarazzarsi anche dell’altro. (1) Da Cannon a Shachtman prendono nome le due ali in cui si è diviso il trotz­kismo americano (Socialist Workers Party e Workers Party) e delle quali si annuncia ora prossima la rifusione.(2)   F. Forest: The Nature of the Rus­sian Economy, nei numeri di dic. 1946 e genn. 1947. Lo stesso A. aveva pubblica­to nel 1942-3 una Analysis of Russian Eco­nomy.(3) Il Piano del 1941 prevede un aumen­to del 6,5 % sui salari per ogni 12 % di aumento nella produttività del lavoro; nel 1940, la produzione di beni strumentali ha assorbito il 61 % della produzione Comples­siva, quello di beni di consumo il 39 %.(4)   Il caso inverso è rappresentato dal gruppo   americano che fa capo   a   Marlen e   che   continua   a   sostenere   la   tesi   del­la Russia « stato operaio degenerato » men­tre   ha   liquidato   tutte   le   posizioni   tatti­che   del   trotzkismo,   ed   è contro l’appog­gio   ai partiti   opportunisti, contro la for­mula del « governo operaio e contadino », contro    la    Costituente    borghese,    contro « l’appoggio alla borghesia coloniale e ogni concessione all’idea che le borghesie colo­niali   possano   combattere   l’imperialismo », contro la teoria del controllo della produ­zione, contro la vecchia impostazione della questione   nazionale,   contro   il   programma transitorio ecc. (cfr. soprattutto il n. 3 di Political   Correspondance   of   the   Workers League for a Revolutionary Party, p. 13 e 14). La fedeltà della teoria dello « Stato ope­raio degenerato » ha condotto Marlen alla stupefacente tesi della « Sham War », per cui il secondo conflitto  mondiale sarebbe stato condotto in realtà non fra i paesi dell’Asse e il blocco democratico, ma fra tutti i paesi capitalistici e l’URSS socialista!(5) G. Munis, Les révolutionnaires devant la Russie et le Stalinisme mondial; Peralta, Le « Manifeste » des Exégètes, entrambi del 1946,   Mexico,   Editorial « Revolucion »