Partidul Comunist Internațional

Spartaco 1964/I/15

Perché i militanti rivoluzionari lottano nei Sindacati opportunisti

Il riaccendersi di lotte rivendicative in numerosi paesi europei, dall’Italia alla Spagna alla Francia al Belgio alla Germania all’Inghilterra, e la situazione storica in cui esse vengono a collocarsi — situazione caratterizzata dall’assenza del Partito di classe come organizzazione internazionale e dal trionfo della più disastrosa controrivoluzione della storia — rendono indispensabile ristabilire le posizioni classiche di Marx e Lenin sul carattere e sui limiti della lotta economica, sul rapporto fra Partito rivoluzionario e sindacato, sui compiti che i comunisti devono svolgere nelle organizzazioni sindacali. L’articolo che traduciamo dal n. 5 del nostro „Le Prolétaire„, „I rivoluzionari devono lottare nei sindacati reazionari?”, ristabilisce appunto, in un paese come la Francia nel quale la classe operaia si è tradizionalmente trovata ad essere preda di deviazioni anarchiche e anarco-sindacaliste, le tesi di Marx, di Lenin e dell’Internazionale Comunista sul rapporto fra Partito e sindacato, lotta economica e lotta politica, dimostrandone e ribadendone la validità nell’attuale situazione.

Le sconfitte che il proletariato ha dovuto successivamente subire nella sua lotta contro il capitalismo riportano all’ordine del giorno la questione dell’unità sindacale. La C.G.T. [come la C.G.I.L.] ormai non sa più parlare di altro che di „unità”. Ora, noi abbiamo avuto ripetutamente modo di chiarire la nostra posizione al riguardo: l’unità sindacale, per noi, non è un assoluto. La cosa essenziale, in questa questione, è sapere per quali obiettivi l’unità sindacale viene realizzata. D’altra parte, sappiamo che una frazione del proletariato continua a rimanere al di fuori delle organizzazioni sindacali. E tuttavia, per questi operai non organizzati la lotta di classe continua ad essere una necessità: soltanto, essa assume in questo caso una forma più dura e più aspra.

Di fronte a questa situazione, il fine per cui noi ci battiamo è la unificazione della classe operaia. Di conseguenza, noi non possiamo né abbandonare a se stessa la frazione non organizzata del proletariato, la quale si trova in balia del capitale, né rimanere fuori e contro i sindacati. Noi combattiamo contro le direzioni dei sindacati. Noi invitiamo tutti gli operai a realizzare l’unità alla base, e a non escludere da questa unità, una volta raggiunta, i loro fratelli più sfruttati che non hanno la possibilità di accedere all’organizzazione sindacale, che non possiedono il diritto alla lotta per il minimo vitale, in una parola tutti gli operai considerati come „estranei” e „stranieri”.

[Se in Francia questo fenomeno assume proporzioni esplosive, e i nostri compagni parlano degli operai algerini, marocchini, negri di diverse regioni africane, italiani, spagnoli, ecc. esclusi dalle organizzazioni sindacali, è opportuno ricordare che questo fenomeno si verifica in misura minore anche in Italia. La maggior parte degli operai meridionali immigrati nelle grandi città del Nord si trova infatti fuori dei sindacati. La stessa cosa vale per i giovani operai e per i proletari che lavorano nelle piccole e medie aziende. E non è inutile ricordare che l’esplosione proletaria di Piazza Statuto, verificatasi nel corso degli scioperi del 1962, vide come protagonisti i giovani operai meridionali immigrati a Torino ed esclusi dai sindacati, definiti dai bonzi sindacali come „teppisti”.]

L’unità per la quale lottiamo si può dunque realizzare soltanto se gli operai cacciano dai sindacati gli attuali bonzi che li dirigono, soltanto se gli operai impongono nei sindacati la loro propria direzione per mezzo di militanti rivoluzionari devoti alla causa della propria classe.

Nel proporci questo compito, noi non facciamo che seguire esattamente l’insegnamento di Lenin, il quale, nel capitolo de «L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo» da cui noi abbiamo tratto il titolo di questo articolo, scriveva: «Noi lottiamo contro „l’aristocrazia operaia” in nome della massa degli operai per attirare a noi quest’ultima; noi combattiamo i dirigenti opportunisti e socialsciovinisti per guadagnare alla nostra causa la classe operaia. Sarebbe assurdo misconoscere questa verità elementare e più che evidente».

I sindacati sono delle organizzazioni della classe operaia. Essi giocano dunque un ruolo fondamentale nel movimento operaio. «I sindacati hanno rappresentato un progresso gigantesco per il proletariato all’inizio dello sviluppo del capitalismo; essi hanno rappresentato il passaggio, dalla situazione di isolamento e d’impotenza nella quale si trovavano gli operai ai primi tentativi di organizzazione di classe. Quando incominciò a svilupparsi la forma più perfetta dell’organizzazione del proletariato in classe, il Partito rivoluzionario del proletariato (che non meriterà questo nome fino a quando non riuscirà ad unire i capi, la classe e le masse in un tutto omogeneo, indissolubile), i sindacati dimostrarono inevitabilmente di possedere alcune particolarità reazionarie, una certa angustia corporativa, una certa tendenza all’apoliticità, un certo spirito di routine, ecc.»…

Oggi, la classe operaia si trova frazionata e divisa, e i vari sindacati legalizzano con la loro stessa esistenza una simile situazione. D’altra parte, non esiste oggi un partito rivoluzionario così come Lenin lo definiva. Tuttavia, per Lenin come per Marx e per noi, il partito è la forma di organizzazione che permette alla classe operaia di raggiungere il suo più alto grado di unità, che fa della classe operaia un tutto il quale si muove secondo uno scopo preciso: l’abbattimento del capitalismo. Noi ci troviamo dunque oggi in una situazione arretrata nei confronti della situazione descritta da Lenin. Questo rinculo del movimento operaio definisce precisamente la vittoria della controrivoluzione, e può essere così espresso: distruzione fisica del partito di classe, frazionamento della classe operaia.

Ma la controrivoluzione, se ha distrutto fisicamente il partito rivoluzionario, non può distruggere il programma comunista, non può distruggere l’essenza stessa, la coscienza impersonale della classe nella quale si trovano espressi definitivamente il fine a cui il proletariato deve pervenire e i mezzi che il proletariato deve impiegare per raggiungerlo. I militanti rivoluzionari rimasti sul terreno del programma comunista hanno dunque un solo compito: difendere questo programma. Essi possono e devono farlo all’interno di quelle organizzazioni reazionarie che sono gli attuali sindacati. È vero che questi ultimi sono attualmente diretti da équipes di traditori professionali che impongono agli operai parole d’ordine e mezzi di lotta contrari ai loro interessi più immediati. Ma i sindacati rimangono malgrado ciò organizzazioni della classe operaia. Dunque, come scriveva Lenin, «il compito fondamentale dei comunisti consiste nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare in mezzo ad essi e non separarsi da essi in nome di parole d’ordine „estremiste” frutto di invenzioni puerili»…

Oggi la maggioranza della classe operaia è composta di «ritardatari». La borghesia ha vinto perché ha saputo per mezzo di intermediari piccolo-borghesi, opportunisti, burocrati, ecc. prendere in mano la direzione delle organizzazioni sindacali. Il nostro compito è di cacciare dai sindacati i servi della borghesia. Ma il nemico che abbiamo di fronte non si lascerà battere facilmente. La borghesia ha interesse a prolungare indefinitamente il vantaggio storico che ha saputo conquistarsi all’interno dei sindacati; essa cerca di impedire il ristabilirsi di un legame qualsiasi fra la classe operaia e l’avanguardia rivoluzionaria, fra il proletariato e il Partito che difende il programma della classe, il programma comunista. Noi sappiamo dunque che fra noi, fra il programma comunista, e la classe operaia, la borghesia pone oggi numerosi ostacoli dei quali si serve: i sedicenti partiti operai, i consigli di azienda, i sindacati… Ebbene, noi dobbiamo combattere ferocemente tutti i partiti, ma dobbiamo lavorare nei sindacati. Chi nega la necessità di questo lavoro rivoluzionario nelle organizzazioni sindacali, chi afferma che occorre inventare nuove forme di organizzazione (come numerosi gruppi sedicenti di sinistra) non fa altro che teorizzare la separazione del partito dal proletariato e il frazionamento indefinito della classe operaia: non fa altro che teorizzare la disfatta della classe operaia: «Stupidità imperdonabile, che equivale a un servizio immenso reso alla borghesia» (Lenin).

Noi vogliamo penetrare nel seno della classe operaia, per insegnarle il programma invariabile che essa ha dimenticato sotto il peso della sconfitta: il suo programma, il programma comunista. Questo programma vogliamo insegnarlo a tutti i «ritardatari», per poterli elevare alla visione generale della lotta unitaria del proletariato contro il nemico unico: il capitale. Solo nel corso di questo grande movimento di unificazione del proletariato si ricostruirà il Partito Internazionale di classe, si ricostruirà la sola organizzazione in grado di condurre la lotta della classe operaia sino alla fine, alla vittoria suprema.