Restar fermi al nostro posto è la nostra «azione» (Pt. 1)
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Il valore dell’intransigenza nella teoria e nella battaglia del marxismo rivoluzionario
Il rivendicare la necessità di isolare, separare nettamente la dottrina e il programma del partito da quelli avversi delle classi nemiche, e la intransigenza sul piano della tattica, non è proprio esclusivo della nostra corrente di Sinistra comunista ma rientra pienamente nella impostazione e nella tradizione del partito fin da Marx, da Engels e da Lenin. Non solo nei momenti di avanzata e di vittoria ma nelle varie circostanze controrivoluzionarie del passato, come oggi, il partito ha potuto rafforzarsi e sopravvivere esclusivamente per mezzo della sua chiusura contro il fetore borghese che lo circonda, anche se spesso falsamente profumato di “socialismo”.
Anche quando il proletariato si portò sul piano della rivoluzione ed il partito vide accrescersi le proprie file ciò non fu dovuto ad un allentamento nella intransigenza comunista, al contrario il partito venne riconosciuto dal proletariato come il proprio per la sua netta opposizione, sul piano del programma e della tattica, ad ogni altro.
L’attuale fase controrivoluzionaria non è la prima della storia del capitalismo in cui il movimento proletario ha a tal punto rinculato verso questa tremenda calma sociale. Sicuramente questo è il periodo controrivoluzionario più lungo, più di settant’anni, che ha visto il capitalismo ben più mascherato grazie ai riusciti lavaggi del cervello con i miti dello stalinismo e della democrazia.
Anche Marx ed Engels, pur sempre mai cessando la loro battaglia pratica e rivoluzionaria, hanno dovuto attraversare anni e anni di ritirata e di inerzia politica del proletariato. Sconfitte le rivoluzioni del 1848 e usciti dalla Lega dei Comunisti nel 1852, l’attività a cui Marx e Engels dovettero dedicarsi per quasi quindici anni fu esclusivamente teorica e di critica delle opinioni democratico-borghesi dilaganti. Sarà nel 1864 che Marx, e poi Engels, torneranno a ricollegarsi alla lotta contingente del proletariato con la fondazione della Prima Internazionale.
Passata però quella fase, chiusasi tragicamente con la sconfitta della Comune di Parigi, Marx ed Engels dovettero tornare a dedicare altri anni prevalentemente allo studio e alla maturazione della coscienza del movimento. Si avrà un altro periodo di relativa separazione del partito dalla classe e solo l’ultimo decennio dell’800 vedrà il ritorno in grande di un partito marxista radicato nella classe con l’affermarsi della Seconda Internazionale.
Anche i bolscevichi in Russia si sono trovati in periodi di storica debolezza, come ad esempio fra il 1907 e il 1915, periodi decisamente fertili per il vittorioso urto rivoluzionario dell’Ottobre.
Il Partito è intransigente in quanto deve innanzitutto sconfiggere coloro che al comunismo rivoluzionario sono apparentemente vicini, ma che nella realtà agiscono d’ostacolo al nostro fine. Il Partito, per poter guidare il proletariato nell’abbattere la società borghese, deve essere in grado di smascherare dinanzi alla classe le altre tesi “rivoluzionarie” destinate alla sconfitta. In questa battaglia, nello stesso tempo, il partito difende e affila i suoi strumenti critici che lo rendono in grado, in momenti storici fetenti come questo, di prevedere cosa riserberà il futuro per sapere in anticipo quale dovrà essere l’atteggiamento tattico corretto. Deve conservare chiara la propria strada per valutare le numerose variabili che descrivono il campo dello scontro sociale.
E’ nei periodi controrivoluzionari che nascono, si sa, i frutti più marci e in questi ultimi settant’anni ne abbiamo visti davvero tanti. Abbiamo visto le tattiche opportunistiche e il passaggio al campo nemico degli staliniani, l’entrata nelle file governative dei libertari in Spagna, la prostrazione al democratismo di sedicenti comunisti nella guerra mondiale fino alla sottomissione all’imperialismo del partigianesimo e del CLN, la politica parlamentarista e costituzionalista del PCI, il ribellismo piccolo-borghese degli Anni Settanta spacciato per rivoluzionario e finito nel terrorismo brigatista. Il Partito sopravvive e si rafforza solo prevedendo questi errori e comprendendo la loro origine. In questo compito è inevitabile il non esser sovente compresi dal proletariato stesso.
Sappiamo che non basta lo schematismo “si fa così perché in passato si è fatto così”: occorre valutare l’evoluzione storica nella sua complessa dinamica. Rivendicando dunque l’intransigenza in Marx, Engels e Lenin rimarchiamo insieme alla continuità le differenze che si osservano rispetto all’atteggiamento del nostro partito, che sono da riferire, per lo più, alla differenza tra il capitalismo attuale, imperialista e fascista, e quello di un tempo, concorrenziale e democratico. A queste differenze nel capitalismo corrispondono per noi diverse tattiche, ma non teorie diverse. La stessa dottrina abbraccia tutte le fasi non diciamo soltanto del capitalismo, ma della storia dell’uomo. Solo nel comunismo si potrà dir altro e di meglio.
L’invarianza sta nello scopo permanente che ci si è da sempre prefissati: l’abbattimento violento del capitalismo, la dittatura politica del proletariato, la società senza classi.
Il “Rovesciamento della Prassi”
La nostra chiave di lettura della storia, Determinismo e Dialettica, fa sì che noi comunisti siamo gli unici che si possano permettere di non improvvisare mai una tattica o una nuova soluzione teorica in quanto ogni questione che viene posta ha la soluzione, in nuce, nei lineamenti del materialismo storico. Non è volontarismo il nostro “voler” essere intransigenti, non è volontarismo dichiararci, in date fasi, “il Partito”. Il filisteo di vedute corte non è in grado di capire, ad esempio, come possono essere parte di un’unica teoria il nostro determinismo e la nostra “volontà” di lotta rivoluzionaria. Quando Marx gridava “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”, pensa il filisteo, non si contraddiceva rispetto al suo rivendicato materialismo?
Il nostro partito ha sintetizzato come noi vediamo il rapporto fra realtà sociale ed organizzazione comunista, in uno schemetto grafico che chiamammo “del Rovesciamento della Prassi”. Qui non c’è modo di riprodurlo ma si trova, per esempio, a pagina 27 del volume che abbiamo recentemente pubblicato Teoria marxista della conoscenza. Analizzando con attenzione lo schema si può vedere, tra l’altro, quanto la nostra concezione del materialismo storico è stata falsificata da più parti. Per noi la realtà oggettiva è determinata da flussi che originano da quattro punti:
1) La Attività delle Forme e rapporti di produzione, che induce effetti conservatori, sui piani della Attività, della Volontà e della Coscienza, sia dei Singoli lavoratori sia di Classe. Solo il Partito ne è immune;
2) Le Spinte fisiologiche nel Singolo lavoratore, che ne determinano, nell’ordine, Interessi, Attività, Volontà e Coscienza;
3) gli Interessi economici della Classe, che ugualmente condizionano Attività, Volontà e Coscienza di Classe;
4) infine la Dottrina del Partito, che recepisce ed integra dalla Classe Interessi, Attività e Volontà, e ripercorre, con valenza rivoluzionaria, i percorsi in senso rovesciato. Da essa Dottrina di Partito emana prima la sua Volontà, poi la sua Attività e, con percorsi meno diretti, sia la Volontà sia l’Attività del Partito influenzano prima la Classe collettiva, poi i Singoli lavoratori.
La Struttura, la quale altro non è che il modo di produzione di una data epoca con le sue leggi dialettiche di evoluzione, produce varie Sovrastrutture (per es. la politica, la religione, l’arte, il pensiero, etc.). Via via che queste sovrastrutture maturano, si evolvono, esse, oltre ad essere costantemente determinate dalla struttura, interagiscono tra di loro creando rapporti dialettici immensi e grandiosi. In ultima istanza rimane però sempre il fattore socio-economico quello che maggiormente influenza un dato processo storico.
Il Partito, la cui estensione è riflesso del momento storico, non si può immaginare capace di determinare con la sola sua volontà il favorevole rapporto delle forze sociali e creare quando più lo desidera una situazione rivoluzionaria. Gli individui possono agitarsi singolarmente quanto vogliono, ma non bastano teste e volontà per muovere la storia.
Il Partito comunista è stato più volte escluso dalla vita contingente della classe, ma questo si è dato non per una sua rinuncia o scelta intellettualistica, ma perché forze ben più grandi di lui mantenevano (come oggi) il proletariato idiotizzato dalla forza borghese. Quando il Partito comunista è riuscito a rompere quel guscio – che nemmeno nei periodi di nera controrivoluzione mai ha cessato di provare a fessurare – e si è potuto inserire come avanguardia fra il proletariato anche qui non si tratta solo di volontà combattiva, ma di spinte storiche più grandi della sua organizzazione.
Così leggiamo la cosa. Il Partito della Rivoluzione proletaria è un prodotto necessario della società borghese. Il Capitale non può non creare la sua dialettica negazione, il proletariato, e a sua volta questo non poteva non esprimere la sua avanguardia, il Partito. La scienza della storia che vantano possedere i marxisti non è frutto della loro “intelligenza” ma prodotto e necessaria negazione del primo pensiero borghese rivoluzionario e dell’esperienza storica del proletariato.
Il Partito non crea nessuna rivoluzione, ma la Rivoluzione è, diviene tale, per scontro dialettico, arrivato all’estrema conseguenza, fra due modi di produzione differenti, di cui quello nuovo è ormai troppo più forte e produttivo del vecchio. Lo stesso può dirsi della controrivoluzione: stiamo vedendo con i nostri occhi come la guerra imperialista, ad un certo grado di maturazione della crisi generale del capitale mondiale, è, appare, indipendentemente dalle individuali volontà degli stessi borghesi; la storia si trova poi i suoi uomini.
Lo scontro titanico fra modi di produzione si rende manifesto attraverso la crisi e la conseguente guerra fra capitali. Non è automatico che queste inneschino la rivoluzione, come l’esperienza della Seconda Guerra insegna. Fattore necessario perché la Rivoluzione esca vincente dalla crisi borghese è l’esistenza e l’influenza ampia del Partito sulla classe e sulle organizzazioni difensive di classe, che le sappia indirizzare accompagnandole senza incertezze alla vittoria definitiva su ogni opposizione borghese. Del Comunismo maturano le condizioni oggettive; la Rivoluzione concresce nella misura in cui si dà un forte partito rivoluzionario; senza partito rivoluzionario la situazione non sarà mai rivoluzionaria. E’ frase senza senso quella che afferma che il partito è “in ritardo” sulla rivoluzione.
Gli anni oscuri di Marx ed Engels
Marx ed Engels nella propria vita, pur di non rinunciare all’integrità della dottrina, dovettero più volte veder allontanare da essi le masse proletarie. Dallo scioglimento della Lega dei Comunisti nel 1852 alla fondazione dell’Internazionale nel 1864 la loro attività si limitò alla teoria politica e alla critica delle correnti sedicenti rivoluzionarie sparse per l’Europa. In quegli anni, appena dodici comunque, Marx ed Engels non sentirono la necessità di darsi una forma visibilmente organizzata, della quale c’era l’intera impalcatura ancora da costruire. Essi ebbero tuttavia, anche allora, la pretesa di definirsi “Partito”. Marx scrive ad Engels il 18 maggio 1859: «La nostra designazione a rappresentanti del partito non ci proviene da nessun altro che da noi stessi. Ma essa è sancita dall’odio esclusivo e generale che tutte le frazioni del vecchio mondo e tutti i partiti ci riservano». Altrove afferma «Io, tu Lupus e pochi altri siamo il partito».
I filistei deprecavano l’atteggiamento di Marx ed Engels di allontanarsi da ciò che all’esterno si definiva comunista ma che in realtà non esprimeva che rivendicazioni democratiche, piccolo-borghesi, sindacaliste o simili. Noi non disegnamo parallellismi fra epoche diverse per piacere di semplicità e simmetria, ma intediamo tirare lezioni storiche: la lezione che traiamo dal movimento rivoluzionario degli ultimi 200 anni è appunto quella della necessità di mantenere intatta la nostra intransigenza contro ogni cedimento alle fumisterie borghesi, anche se ciò può avere come conseguenza la fuga, piuttosto che l’avvicinamento, di militanti.
Marx ed Engels non ci hanno lasciato un testo organico sulla questione Partito nei momenti sfavorevoli, ma dal carteggio si può ben vedere cosa essi intendessero, in quei momenti difficili, per Partito e inoltre quali difficoltà oggettive c’erano a mantenere un partito, seppure esiguo di militanti.
Innanzitutto i problemi di questa “organizzazione” erano dovuti al fatto che i pochi militanti erano perlopiù dei puri proletari. Così problemi di partito diventano i seguenti: «Steffen ha perduto il suo posto a Brighton», «Pieper ha perduto il posto di corrispondente», «Lupus sta malissimo», «Eccarius è costretto a fare il sarto dalle 5 alle 8 di sera», ecc. I pochi compagni solo con molto sacrificio possono lottare per il comunismo.
Si possono poi vedere però anche le difficoltà a mantenere salda la linea della Rivoluzione fra compagni che a volte tendono verso il democratismo oppure passano dichiaratamente al campo opportunista. Ricordiamo Lassalle, Freiligrath e altri.
Ecco qualche critica del piccolo Partito-Marx-Engel-Lupus ai grandi partiti “proletari”.
Scrive a Becker il 26 febbraio 1862: «La marmaglia delle associazioni (…) è tutta di idee costituzionali anzi ha simpatia per l’unità nazionale sotto la Prussia. Quegli individui sarebbero disposti a dar soldi piuttosto per eliminare uno scritto come il Suo. Lei deve sapere che questi tedeschi, giovani e vecchi, sono tutti uomini ultraintelligenti, abili, pieni di acume pratico, ritengono le persone come Lei e me dei pazzi immaturi, che ancora non sono guariti dalle fantasie rivoluzionarie. E la canaglia in patria è uguale a quella all’estero. Quando fui a Berlino ecc… mi convinsi che ogni tentativo di agire con gli scritti su questa canaglia era assolutamente inutile. La stupida compiacenza di quella gente che nella sua stampa, questa stampa miserabile, ritiene di avere uno straordinario elisir di lunga vita ha dell’incredibile».
E a Freiligrath il 29 febbraio 1860: «Se si pensa agli enormi sforzi di tutto il mondo ufficiale contro di noi, che per rovinarci non ha semplicemente sfiorato il codice penale, ma vi è sprofondato fino al collo; se si pensa alla maldicenza della “democrazia degli stupidi”, che mai ha potuto perdonare al nostro partito di avere più intelletto e carattere di lei stessa; se si conosce la storia contemporanea di tutti gli altri partiti; se infine ci si domanda che cosa veramente (…) possa essere rinfacciato a tutto il nostro partito, si giunge alla conclusione che esso occupa una posizione eccezionale per la sua purezza in questo diciannovesimo secolo». Per far capire di quale organizzazione parlasse Marx aggiungeva: «Parlando di partito intendevo il partito nel grande senso storico della parola».
Un augurio però Marx si faceva, e uno stimolo a Lassalle: «Un partito così poco numeroso (…) è da sperare che compensi con l’energia ciò che gli manca nel numero» (22 novembre 1859).
Di quel Partito la teoria era il caposaldo irrinunciabile e lo dimostrò l’importanza che Marx diede ai suoi lavori teorici in quegli anni, da “Per la critica dell’economia politica” alla preparazione del “Capitale”, ai numerosissimi articoli scritti per vari giornali. Scrive Marx in un’altra lettera: «Mi è giunta da parte dei capi dell’associazione comunista di New York, che è abbastanza diffusa, una lettera che è passata nelle tue mani in cui in un certo senso mi si pregava di riorganizzare la vecchia Lega. Prima che rispondessi passò un anno intero, e poi risposi che dal 1852 non ero più in rapporto con nessuna associazione e che ero fermamente convinto che i miei lavori teorici servissero alla classe operaia più che l’organizzare associazioni, ormai fuori del tempo, sul continente» (a Freiligrath, 29 febbraio 1860). O ancora: «Io mi sono ritirato, dall’epoca del processo di Colonia, nel mio studio. Il mio tempo era troppo prezioso per sciuparlo con fatiche inutili e beghe meschine» (a Weydemeyer, 1 febbraio 1859).
Alla guida della classe
Nel 1864 l’isolamento del Partito veniva rotto e all’improvviso ci si trovò a guida del proletariato internazionale. Dell’Associazione Internazionale degli Operai, ricordata come Prima Internazionale, Marx e la sua dottrina furono il cuore, la guida tanto politica quanto teorica. Un personaggio che qualche anno prima si era ritirato nel suo studio, e che in modo burbero rispondeva che non faceva parte di nessuna associazione, passò come d’incanto alla guida dell’Internazionale: il proletariato riconobbe semplicemente quella dottrina come sua.
Se diamo lo sguardo alle origini della Prima Internazionale e che negli anni la resero sempre più influente sul proletariato si vedrà che non furono sforzi sovrumani di individui e di “illuminati” ma fattori economico-sociali, e solo dopo politici e di dedizione militante, volontaria e spesso eroica, che la determinarono. Dirà Marx dell’Internazionale: «Il grande successo che finora ha coronato i nostri sforzi è dovuto a circostanze che esulano dal potere dei suoi membri. La stessa fondazione dell’Internazionale è stato il risultato di queste circostanze, e per nulla il merito di uomini che si consacrarono a tale compito. Essa non è stata opera di un pugno di uomini abili; tutti i politici di questo mondo presi assieme non avrebbero potuto creare le condizioni e le circostanze che furono necessarie al successo dell’Internazionale» (K. Marx, da The World, 13 ottobre 1871).
Ecco quali furono le condizioni e le circostanze:
1) Crisi del 1857. In Inghilterra e in Francia la crisi spinge gli operai a rispondere minacciosi ai borghesi chiedendo la diminuzione dell’orario di lavoro e aumenti salariali;
2) Necessaria radicalizzazione degli scioperi. In Inghilterra ed in Francia il movimento operaio comprende ben presto che la lotta economica non basta per la propria difesa e comincia ad avvicinarsi all’offensiva politica;
3) Rivoluzione in Polonia. La rivoluzione del 1863 in Polonia e il massacro conseguente perpetuato dai russi smuovono gli operai francesi ed inglesi che cercano di coalizzarsi e di spingere i propri rispettivi governi contro la Russia;
4) Guerra di Secessione Americana. L’appoggio dato dal governo inglese agli Stati del Sud indigna il proletariato il quale con la sua mobilitazione costringe l’Inghilterra a non intervenire;
5) Unità d’Italia. Le imprese del “popolare” Garibaldi animano gli spiriti europei, mentre indigna l’atteggiamento del governo francese di appoggio allo Stato della Chiesa;
6) Esposizione Universale di Londra del 1862. In questa esposizione viene inviata un’ampia delegazione del proletariato francese da cui cominciano i rapporti fra il proletariato dei due lati della Manica.
Questi, e non altri, sono i motivi che crearono l’Internazionale.
Non fu Marx, inoltre, a conferirsi il ruolo di primo piano nell’Internazionale, ma furono gli organizzatori della conferenza di fondazione che sentirono la necessità di invitarlo. Quando Marx comprese che il proletariato stava per prendere la sua strada e che esso ora aveva bisogno sul serio di una dottrina rivoluzionaria coerente egli si dedicò anima e corpo, una volta eletto nel Consiglio Centrale, ad indirizzare l’Associazione per i suoi fini dichiarati. E ci riuscì.
Marx e l’Internazionale
Si potrebbe pensare che la nostra programmatica intransigenza sia strumento per resistere nelle fasi più difficili ma che quando il proletariato è disposto all’azione politica, il suo partito sarà allora costretto ai continui piccoli compromessi della “politica” in quanto, altrimenti, la massa proletaria non sarebbe in grado di capirlo. A ciò noi abbiamo sempre risposto che sarà proprio la giusta dottrina, preservata dalle schifezze che la lusingano, che farà ad un certo punto distinguere dagli altri il proprio partito alla minoranza migliore, più capace, combattiva e generosa, del proletariato. La massa degli operai conosceranno non con la testa ma con la lotta e con l’organizzazione sindacale, nella quale battaglia quotidiana il partito si confronterà con gli altri partiti che influenzano la classe. Non neghiamo qui la necessità di compromessi e tregue, col nemico e con i falsi amici, sul terreno esclusivo dell’azione difensiva di classe e delle necessità della sua lotta. Mai comunque alcun compromesso sui principi. La lotta sindacale ha due principi: 1) indipendenza dal nemico, 2) fedeltà incondizionata all’interesse di classe.
Quando Marx decise di accettare la milizia attiva nell’Associazione Internazionale degli Operai egli sapeva di dover combattere innanzi tutto le ideologie particolari, allora dominanti nell’Associazione, ovvero il proudhonismo dei francesi e il sindacalismo degli inglesi. Gli Statuti e l’Indirizzo Inaugurale che fu incaricato di redigere curarono di emancipare l’Internazionale operaia da quelle sovrapposizioni. Il prevalere della impostazione generale di Marx sulle sette pseudosocialiste è sancito dal Congresso di Ginevra del 1866 e da quello di Bruxelles del 1868 dove l’Internazionale rifiutò le teorie proudhoniane.
Marx dedicò ogni sua volontà ed energia al lavoro di organizzazione e di indirizzo dell’Internazionale. Gli avversari approfittarono di questo suo merito per accusarlo di svolgervi un’azione “dittatoriale” nefasta. Non riescono però a spiegare come, nei suoi circa dieci anni di esistenza, l’Internazionale, nella quale tutto avrebbe deciso Marx, aumentasse sempre di più il proprio prestigio fra il proletariato e come mai il proletariato di Europa e degli Stati Uniti riconoscesse nell’Internazionale il mezzo per la propria emancipazione. Attraverso la vibrante parola e gli appassionati scritti di Marx si esprimeva la “dittatura della necessità”, le necessità imposte della condizione e dei destini di una classe dai compiti immensi.
Marx opera una demolizione sistematica dei fallaci indirizzi che i seguaci di Bakunin e di Proudhon si sforzavano con ogni mezzo di imporre al movimento e che, costante dell’opportunismo, sembravano così facili e accattivanti, demolizione che forse per la massa del proletariato era allora e resterà sempre difficile da comprendere. Può sembrare, ad esempio, solo un dettaglio, che non meritasse tanto scontro al Congresso di Basilea nel 1869, la questione del diritto di eredità. Bakunin diceva che bisognava lottare per l’abolizione di questo diritto fin dall’interno della società presente; Marx rispondeva che nostro precedente compito è la Rivoluzione, e non avanzare rivendicazioni democratiche. Dietro la roboante risoluzione di Bakunin già si nascondeva la politique d’abord dell’opportunismo con i fantasmi del riformismo, del gradualismo, del progressismo…
Potevano sembrare anche “astratte” agli operai le critiche di Marx alla società idealizzata dai proudhoniani, così come le critiche serrate che Marx gettò in faccia agli operai inglesi che pensavano che la lotta sindacale da sola potesse risolvere la condanna delle loro classe. Nel maggio del 1865 al Consiglio Centrale Marx spiegava: «La classe operaia non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale e dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per la ricostruzione economica della società» (in “Salario, prezzo e profitto”).
L’Internazionale era un’unione di vari organismi operai d’Europa e degli Stati Uniti, influenzati da dottrine politiche e filosofiche le più diverse, comprese e forse dominanti quelle di matrice piccolo borghese. Marx ed Engels aderirono con slancio ad una simile organizzazione che rappresentava la sincera volontà e capacità del proletariato mondiale di opporre le sue lotte al mondo borghese per difendersi dal selvaggio sfruttamento cui era sottoposto. Che vi albergassero dottrine incomplete o non proletarie, cioè non marxiste, è da ascrivere all’immaturità del proletariato internazionale di allora e alla ancor troppo breve esperienza politica: prove storiche dell’utopismo delle altre ideologie, proudhonismo, anarchismo, sindacalismo, non ve n’erano ancora state. La prova storica, tremenda, le diede la Comune del 1971: da allora è fuori dalla strada verso il Comunismo chi dubita della necessità della dittatura del proletariato e della funzione di un forte e centralizzato partito comunista.
Chiusa nel 1974 l’esperienza dell’Internazionale, Engels poté già augurarsi che quella che sarebbe rinata alla fine di questo nuovo periodo controrivoluzionario sarebbe stata un’Internazionale “totalmente marxista”. Scriveva Engels in una lettera a Sorge, il 12 settembre 1876: «Per dare vita ad una nuova Internazionale nella forma della vecchia, come un’alleanza di tutti i partiti proletari di tutti i paesi, sarebbe necessaria una repressione generale del movimento operaio, come quella del 1849-1864. Ma per questa il mondo proletario è oggi diventato troppo grande, troppo esteso. Io credo che la prossima internazionale – dopo che i libri di Marx avranno esercitato la loro influenza per alcuni anni – sarà puramente comunista e propagherà direttamente i nostri principi».
La dialettica storica, lo scontro fra gli enormi potenziali del capitalismo imperialista del ’900 e del Partito comunista, spingerà quest’ultimo necessariamente a divenire sempre più rigido verso tutto ciò che di a-comunista vi è all’esterno. Già Lenin tenterà con la III Internazionale di creare un partito unico comunista a livello mondiale, ma il fatto che nella realtà molte sezioni nazionali, come quelle francesi, inglesi, ecc., di marxismo ne masticassero ben poco, concorsero al fallimento della Rivoluzione in Europa. L’abuso della “transigenza” allora e il farne il supremo principio tattico da parte dello stalinismo, del trotskismo e di tutti, dopo, fornisce altra dura lezione storica al futuro Partito Comunista.
Il Partito Bolscevico
Il Partito bolscevico fu, nei primi venticinque anni del ’900, l’unico partito, insieme alla Sinistra in Italia, collocato senza incertezze sul terreno che definiamo marxismo rivoluzionario. La “giusta tattica” da esso propugnata è dimostrata dalla vittoria dell’Ottobre. Il Partito bolscevico non avrebbe preso il potere con tanta sicurezza e determinazione se non avesse avuto alle spalle un coerente lavoro di partito e circa vent’anni di esperienze le più diverse. Ne “L’Estremismo, malattia infantile del comunismo”, del 1920, Lenin poté affermare che i successi del suo partito e della dittatura del proletariato erano dovuti innanzitutto alla «disciplina severissima, veramente ferrea del nostro partito», alla «centralizzazione assoluta», al rapporto che si era andato via via formando fra il partito e la classe proletaria e soprattutto alla «giustezza della sua direzione politica».
Contro gli economicisti Lenin aveva scritto nel “Che fare?”: «Si pensi… ad un’insurrezione popolare. Tutti riconoscono certo che oggi dobbiamo pensarci e prepararci. Ma come? Come potrebbe il Comitato centrale inviare fiduciari in tutte le località per preparare l’insurrezione? E anche se avessimo un Comitato centrale che prendesse una tale misura, non riusciremmo a niente nelle condizioni attuali della Russia. Invece una rete di fiduciari che si fosse formata da sé, lavorando alla creazione e alla diffusione di un giornale comune, non si accontenterebbe di “attendere con le braccia incrociate” la parola d’ordine dell’insurrezione, ma svolgerebbe un’attività regolare che le garantirebbe le maggiori probabilità di successo in caso di insurrezione».
Ma quali erano i connotati del Partito bolscevico? Emblematico sulla questione sarebbe analizzare la sua attività nei periodi più difficili. Racconta Zinoviev: «La lotta per la rigenerazione ideologica del partito durò per tutto il 1909. La situazione, lo ribadisco, era estremamente dura. In un gran numero di compagni lo spirito rivoluzionario veniva meno. Il nostro partito si spezzettava in gruppi, sottogruppi e frazioni. Un piccolo circolo di conciliatori, che si facevano chiamare dei bolscevichi partitisti, si staccò a sua volta dai leninisti. Con le sue esitazioni fece molti danni e fu utile ai liquidatori. Parecchi dei suoi esponenti, come M. Ljubimov, si unirono in seguito ai menscevichi difesisti, gli altri, come Rykov e Sokolnikov, compresero i propri errori e si ricongiunsero ai bolscevichi leninisti. Il nostro ruolo fu quello di mettere insieme pietra su pietra i materiali di partito, di preparare la sua rigenerazione e soprattutto difendere le basi stesse del marxismo contro tutto coloro che lo snaturavano. Se il bolscevismo avesse fatto allora delle concessioni teoriche o politiche ai suoi avversari non avrebbe potuto portare a termine il suo compito. Ecco perché questa pagina della nostra storia merita una studio attento da parte dei giovani militanti, soprattutto adesso (1923) che sorgono, qua e là, teorie che per molti aspetti ricordano quelle della fase che ho appena descritto» (“La formazione del Partito bolscevico”).
Il duro periodo 1907-10 così viene descritto ne “L’estremismo” da Lenin: «Lo zarismo ha vinto. Tutti i partiti rivoluzionari e i partiti d’opposizione sono battuti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissione, decomposizione, apostasia, pornografia invece di politica. Aumenta la propensione per l’idealismo filosofico. Il misticismo è l’involucro che copre le tendenze controrivoluzionarie. Ma, in pari tempo, appunto la grande sconfitta è per i partiti rivoluzionari e per la classe rivoluzionaria un’effettiva ed utilissima lezione, una lezione di dialettica storica, una lezione sulla comprensione, la capacità e l’arte di condurre la lotta politica. Nella sventura si conoscono gli amici. Gli eserciti battuti imparano bene (…) I partiti rivoluzionari debbono completare la loro istruzione. Essi hanno imparato a condurre l’offensiva. Ora bisogna comprendere la necessità di completare questa scienza con la scienza della ritirata in buon ordine. Bisogna comprendere – e la classe rivoluzionaria impara a comprendere dalla propria amara esperienza – che non si può vincere senza aver appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata. Fra tutti i partiti d’opposizione e rivoluzionari battuti, il partito dei bolscevichi si ritirò con maggiore ordine, con le minori perdite per il suo “esercito”, conservando meglio il suo nucleo, con le scissioni minori (per profondità e insanabilità), con la minor demoralizzazione e con la maggior capacità di riprendere il lavoro nel modo più ampio, giusto ed energico».
Lenin dirà che il Partito per giungere al livello di maturità al quale è giunto ha dovuto lottare su tre campi: politico, economico e sociale. Nell’azione la capacità di combinare lavoro legale e lavoro illegale permise al Partito quell’abilissima capacità di movimento.
Ma qual era, secondo Lenin, il mezzo migliore per poter combattere nella giusta direzione? Aveva scritto nel “Che Fare?”: «Solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere la funzione di combattente di avanguardia». «Se è necessario unirsi – scriveva Marx ai capi del partito – fate degli accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei principi, e non fate “concessioni” teoriche. Questo era il pensiero di Marx, e fra noi si trova della gente che nel suo nome tenta di diminuire l’importanza della teoria! Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario». Lenin riportava poi una citazione di Engels a difesa della sua tesi: «Il socialismo, da quando è diventato una scienza, deve pure essere trattato, cioè studiato, come una scienza».
L’attacco di Lenin passa poi contro lo spontaneismo. Ecco quali erano i rischi allora per i marxisti: «Ogni sottomissione alla spontaneità del movimento operaio, ogni restrizione della funzione dell’”elemento cosciente”, della funzione della socialdemocrazia (oggi leggasi comunismo) significa di per sé – lo si voglia o no – un rafforzamento dell’influenza dell’ideologia borghese sugli operai. Tutti coloro che parlano di “sopravvalutazione dell’ideologia”, di esagerazione della funzione dell’elemento cosciente, ecc., coloro immaginano che il movimento puramente operaio sia di per sé in grado di elaborare – e si elabori in realtà – una ideologia indipendente». Poi aggiunge: «Il nostro movimento è ancora nell’infanzia e per raggiungere presto la virilità esso deve corazzarsi d’intolleranza contro coloro i quali, sottomettendosi alla spontaneità, ne ritardano lo sviluppo».