Partidul Comunist Internațional

I postumi di una abortita rivoluzione borghese alla base dei massacri algerini

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La tragedia, che l’Algeria sta vivendo da più di un decennio e che ha già provocato la morte di migliaia di proletari, assomiglia ad un film del cinema muto, dove l’azione si svolge senza che sia data alcuna spiegazione. Chi uccide chi, e perché? Ecco il ritornello lancinante che danno regolarmente i media e gli intellettuali di tutte le parti ad un pubblico diventato spettatore passivo e raggelato, per non dire terrorizzato, davanti a tanta guerra, massacri, miseria che gli viene servita dalla Tv al momento di andare a tavola.

      Il muro di Berlino è caduto nel 1989, e il ritmo dei conflitti mondiali – già non affatto cessati dopo la vittoria della sedicente democrazia nel 1945 – si è brutalmente accelerato.

      L’antagonismo USA-URSS, ovvero democrazia- stalinismo non è più sufficiente per giustificare la „guerra fredda” ai proletari, traditi da più decenni dai loro rappresentanti ufficiali, e che si trovano oggi accerchiati da un numero di guerre „calde” in crescita smisurata.

      Noi comunisti sappiamo bene che la belva capitalista è presa in trappola dalle sue stesse leggi. La crisi economica mondiale la mette alle strette e prepara la resurrezione del suo nemico ereditario, il proletariato rivoluzionario, benché ancora sottomesso al giogo della controrivoluzione. La storia si è messa in moto e la nostra vecchia talpa non è stanca ancora.

      Sfortunatamente la borghesia ha mosso per prima l’attacco e sferra colpi sempre peggiori, aggravando le condizioni di vita dei proletari in tutte le parti del mondo, diffondendo i conflitti politici e armati e mascherando la guerra di classe in conflitti etnici, regionali, razziali, religiosi, tribali. L’Algeria non è che una dimostrazione fra le tante di questo processo.

      La situazione dell’Algeria odierna, a trent’anni dal compimento della sua rivoluzione nazionale, può essere iscritta tra le lezioni della controrivoluzione che confermano la giustezza delle tesi del marxismo di sinistra, da Marx-Engels fino al nostro partito. È ben giusta la tesi di Lenin che sosteneva che i piccoli paesi di relativa scarsa popolazione, che conseguivano tardivamente l’indipendenza nazionale nel quadro del capitalismo, avrebbero avuto scarse possibilità di sottrarsi al dominio delle grandi centrali imperialiste e di ottenere un’indipendenza reale. È ancora più esatta quella che ripeteva che la classe che si mette alla testa della rivoluzione borghese nei paesi coloniali, nasce reazionaria e prende immediatamente coscienza della minaccia mortale del proletariato e dei contadini poveri.

      Compito del Partito Comunista dei paesi in questione è mettere al primo posto la difesa degli interessi del proletariato anche quando questo partecipa alla lotta per l’emancipazione nazionale, difendendo sempre la propria indipendenza programmatica ed organizzativa, come raccomandano chiaramente le tesi del II° Congresso dell’I.C. del 1921. Da parte sua il Partito Comunista della metropoli dovrà aiutare i comunisti delle colonie a mantenere la loro indipendenza, sostenendoli ed anche invitandoli ad appoggiare il movimento rivoluzionario coloniale, ma col fine permanente dell’unità fra i proletari delle colonie e dello Stato colonizzatore e contro la propria borghesia imperialista, nei confronti della quale mostrerà un atteggiamento massimamente intransigente.

      Il Partito Comunista Francese, in tutto il rifulgere del suo stalinismo, ed gli sbirri della CGT, si guardarono bene dal seguire questa via, preferendo quella che dirottava i proletari nella difesa del movimento „democratico” algerino e francese „contro il fascismo”. In questo modo fu liquidata la tendenza marxista algerina, e le masse algerine definitivamente tradite con gli accordi di Evian, nei quali la borghesia francese passava a quella algerina le redini delle manovre antiproletarie.

      Il lavoro di partito in corso, partendo dai testi marxisti e dai numerosi articoli della nostra stampa dei decenni 50/90, dimostra come la nostra profezia del 1962 per l’Algeria indipendente si è dolorosamente verificata. «Il risultato di questa insurrezione abbandonata a se stessa, venduta dalla Sinistra francese legata ai suoi propri interessi borghesi nazionali, e non sostenuta dal proletariato, tradito e disarmato, il risultato della lunga lotta eroica del popolo algerino non è nient’altro che una rivoluzione borghese abortita. La rivoluzione di una borghesia che ha conseguito un successo politico, ma è incapace di elevarsi all’altezza dei compiti sociali elementari che le derivano (…) La borghesia algerina, associata o no alla Francia, è incapace di intraprendere questo sconvolgimento, inadatta a risolvere seppure al modo borghese la spaventosa crisi della società algerina; essa è incapace di dare la terra ai milioni di uomini sradicati dai loro villaggi, mentre è incapace di dare loro un lavoro salariato. In Algeria si vedono spinte all’estremo le contraddizioni che, nell’era dell’imperialismo, frenano la rivoluzione borghese fin dal suo sorgere (…) Non vedete la spaventosa miseria che spingeva gli algerini alla lotta? E questa miseria è sempre lì; la borghesia algerina non vi porrà rimedio e milioni di uomini sradicati e senza lavoro non si lasceranno pagare a parole. Costituiscono una formidabile forza esplosiva, contro la quale la borghesia algerina già prepara le sue forze dell’ordine. Che tremi anch’essa e tutti i cantori di pace: non ci sarà pace sociale nell’Algeria indipendente!

      Il solo aspetto positivo dell’indipendenza è stato di togliere un’ipoteca. Benché sia sempre legata alla Francia in base ad accordi, la borghesia algerina non avrà più da occuparsi delle rivendicazioni sociali „pregiudiziali” dell’indipendenza nazionale, e le questioni si porranno sul loro vero terreno: quello della lotta di classe. Spinti alla lotta dalla miseria, le masse algerine spezzeranno prima o poi l’Unione nazionale ed infiammeranno la lotta di classe in tutta l’Africa.

      Il proletariato africano potrà allora trovare il congiungimento con il proletariato internazionale, e con questo, la soluzione di tutti i problemi dei paesi del Terzo Mondo. Popolazioni sotto la dominazione borghese, quale che sia il colore della loro pelle, mai potranno uscire dalla crisi sociale nella quale li ha precipitati l’irruzione del capitalismo. Solo la dittatura internazionale del proletariato, liberato di tutte le contraddizioni e gli imperativi dell’economia capitalista, vi giungerà» („Programme Communiste”, n.19, giugno 1962).

      Ecco quanto il nostro partito proclamava nel 1962 e che noi rivendichiamo per intero nel 1999 di fronte ai massacri perpetrati sulle masse algerine dal terrorismo borghese.