Partidul Comunist Internațional

Algeria, Ieri e Oggi Pt.1

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La tragedia che da quasi due secoli va in scena in Algeria ha trovato nell’ultimo decennio del ’900 un nuovo impresario: una guerra civile feroce e interminabile che ha fatto oltre centomila morti. Gli osservatori politici internazionali, e con essi i media di massa, non sono andati oltre la descrizione di una situazione caotica, indecifrabile. All’incertezza se gli assassini provenissero dalla galassia terroristica islamica o fossero un’emanazione di gruppi legati al potere ha fatto sempre riscontro la certezza che le vittime erano invariabilmente proletari.

Chi uccide chi, e perché si uccide? Questa la lancinante domanda che intellettuali di tutte le sponde hanno inutilmente rilanciata a un pubblico ridotto a spettatore passivo e disorientato, per non dire terrorizzato, di fronte allo spettacolo di guerre, massacri e carestie che gli vengono servite all’ora di cena.

Il muro di Berlino è caduto nel 1989, ma il ritmo dei conflitti mondiali, peraltro mai cessati dopo la sedicente vittoria della democrazia nel 1945, non conosce tregue. Il vecchio antagonismo Usa-Urss, ovvero democrazia-stalinismo, ha ormai cessato di essere la foglia di fico che serviva a nascondere la „guerra fredda” contro il proletariato, dopo il tradimento almeno semisecolare dei suoi presunti rappresentanti ufficiali. Nel frattempo, il numero delle „guerre calde” cresce a dismisura. Il mostro capitalista, come ben sanno i comunisti, è in realtà vittima delle sue proprie leggi di sviluppo: la crisi economica mondiale non dà tregua e prepara la resurrezione del suo nemico storico, il proletariato rivoluzionario, anche se questo è oggi ancora sotto il giogo della controrivoluzione. La storia è sempre in movimento – e la nostra Vecchia Talpa ha fiato da vendere.

Disgraziatamente, la borghesia ha oggi in mano l’iniziativa e sferra colpi sempre più tremendi che non solo aggravano le condizioni di vita dei proletari in tutti i paesi del mondo, ma diffondono a macchia d’olio i conflitti politici e militari, mascherando la guerra di classe sotto la forma di scontri etnici, regionali, razziali, religiosi, tribali. L’Algeria è solo un esempio tra molti altri di questo processo di mistificazione della lotta, in cui i contendenti si attaccano dissimulando la loro reale identità.

L’odierna situazione dell’Algeria, a quarant’anni dall’indipendenza, si inscrive a pieno titolo tra le classiche lezioni della controrivoluzione, a conferma delle tesi del marxismo rivoluzionario lungo l’ininterrotto filo rosso che collega Marx-Engels al nostro partito. È tesi di Lenin che i piccoli paesi relativamente poco popolati, che arrivano tardi all’indipendenza nazionale nell’agone capitalista, hanno poche probabilità di sottrarsi al dominio delle grandi centrali imperialiste e raggiungere una reale indipendenza. Con un’aggravante: la classe dominante che si mette alla testa della rivoluzione borghese nei paesi coloniali nasce già reazionaria, prendendo immediatamente coscienza della minaccia mortale che proletariato e contadiname povero rappresentano per la sua sopravvivenza.

In questi paesi, il primo obiettivo del Partito comunista sta nella difesa degli interessi del proletariato; pur partecipando attivamente alla lotta per l’indipendenza nazionale, il proletariato deve preservare sempre la sua autonomia programmatica e organizzativa, come stabilito nelle tesi del III Congresso dell’Internazionale Comunista. Da parte sua, il Partito comunista della metropoli deve aiutare i comunisti del paese coloniale a difendere la propria indipendenza adottando un atteggiamento intransigente verso la borghesia imperialista, denunciando ogni eventuale irresolutezza del movimento rivoluzionario e mirando incessantemente all’unità dei due proletariati.

All’epoca della guerra d’indipendenza algerina il Partito Comunista Francese, all’apice della sua parabola stalinista, insieme alla sbirraglia della CGT, si guardò bene dal seguire questa via, preferendo invece imboccare la strada della difesa interclassista del movimento „democratico” algerino e francese „contro il fascismo”. In questo modo venne liquidata la corrente marxista algerina, mentre le masse furono definitivamente tradite con la firma degli accordi di Evian, che sancirono il passaggio delle redini delle manovre antiproletarie dalle mani della borghesia francese in quelle della borghesia algerina.

Ripercorrendo i testi classici marxisti e i numerosi articoli apparsi sulla nostra stampa a partire dagli anni ’50, il lavoro di partito di oggi vuole dimostrare come la nostra previsione del 1962 si sia dolorosamente avverata nell’Algeria „indipendente”. Ecco quanto scrivevamo sul nostro Il Programma Comunista (n.9/1962): «Il risultato di una insurrezione abbandonata a se stessa, venduta dalla sinistra democratica legata ai suoi interessi nazional-borghesi, non sostenuta dal proletariato tradito e disorientato, il risultato della lunga lotta eroica del popolo algerino non è se non una rivoluzione borghese abortita, la rivoluzione di una borghesia che ha ottenuto un successo politico ma che è incapace di elevarsi all’altezza dei compiti sociali elementari che le incombono (…) La borghesia algerina, associata o no alla Francia, è incapace di intraprendere questa metamorfosi rivoluzionaria, è inetta a risolvere anche solo in modo borghese la terribile crisi della società algerina; non può dare la terra ai milioni di uomini strappati al loro villaggio, ne può loro fornire neppure un lavoro salariato. In Algeria si vedono spinte all’estremo le contraddizioni che, nell’era dell’imperialismo, ostacolano fin dall’inizio la rivoluzione borghese (…) Non vedete l’atroce miseria che li spingeva atta lotta? Ma questa miseria e sempre lì; la borghesia indigena non potrà rimediarvi e i milioni di uomini sradicati e senza lavoro non si lasceranno nutrire di parole. Essi costituiscono una gigantesca forza esplosiva contro la quale la borghesia algerina affila già le sue forze dell’Ordine. Tremino, essa e tutti i cantori della pace: non vi sarà pace sociale nell’Algeria indipendente!». La seconda parte della previsione prosegue nell’invarianza marxista: «Il solo vantaggio dell’ „indipendenza” è di togliere un’ipoteca. Sebbene sempre legata alla Francia in virtù degli accordi di Evian, la borghesia algerina non potrà più contrapporre alle rivendicazioni sociali la „premessa necessaria” dell’indipendenza nazionale, e i problemi si porranno sul loro vero terreno: il terreno di classe. Spinti alla lotta dalla disperazione, le masse algerine presto o tardi infrangeranno l’Unione nazionale e daranno fuoco alle polveri della lotta di classe in tutta l’Africa. Il proletariato africano potrà allora trovare la sua saldatura con il proletariato internazionale e, per suo mezzo, la soluzione di tutti i problemi dei paesi del Terzo Mondo. Perché nessuna dominazione borghese, qualunque sia il colore della sita pelle, potrà mettere fine alla crisi sociale in cui li ha precipitati l’irruzione del capitalismo. Solo la dittatura internazionale del proletariato, liberata dalle contraddizioni e dagli imperativi dell’economia capitalistica, vi riuscirà!».

Questo il nostro partito proclamava nel lontano 1962 e noi, comunisti internazionalisti, vigorosamente lo ribadiamo oggi di fronte ai massacri perpetrati contro le masse algerine dal terrorismo borghese.

Una peculiare morfologia del suolo

L’Algeria, Sahara compreso, copre 2.381.741 kmq, ossia all’incirca 8 volte l’Italia, con una popolazione di quasi 29 milioni di abitanti. Ma la parte abitabile, che corrisponde grosso modo alla zona costiera, non supera la distanza che separa Torino da Venezia (450 km) con una superficie di 210.000 kmq. La parte abitabile dell’Africa del Nord non è che una sottile striscia racchiusa tra mare e deserto, il Sahara, mare di sabbia, da cui il suo nome arabo Djezirat El Maghreb, isola del sole che tramonta, ossia isola dell’Occidente.

Questa zona costiera è attraversata dall’Atlantico alla Tunisia da due catene montuose che, collegate dal Medio Atlante marocchino, prendono la forma di una A allungata: la catena settentrionale, Atlante Telliano, parte da Tangeri, la meridionale, Atlante Sahariano, da Agadir, per ricongiungersi a Tunisi. Il litorale algerino, lungo 1200 km, è formato da scogliere e Algeri, per esempio, si trova in una baia ai piedi del monte Sahel. L’Atlante Telliano cade a picco sul mare, senza golfi profondi né porti naturali né fiumi navigabili che offrano accesso allíinterno: una costa inospitale se si eccettuano tre brandelli di pianura a Orano, Algeri e Annaba. Il Tell, che in arabo significa altezza, corrisponde alla fascia utile larga da 80 a 120 km che si distende per oltre mille km lungo la costa; include gli altipiani calcarei di Tlemcen, Saida e l’Ouarnese; ad est gli altipiani costantinesi. Tra le due catene una grande depressione dal clima continentale forma gli altopiani dalla Tunisia al Marocco, terre di pascoli e di coltivazioni cerealicole.

Sulla linea costiera le precipitazioni raggiungono i 1.000 mm annui con punte fino a 1.500 mm, corrispondenti grosso modo alla media europea. Per contro l’Atlante Telliano fa da barriera ai venti umidi del Nord-Ovest lasciando passare solo quelli caldi e secchi. Con tutto ciò i 200/500 mm di pioggia che cadono sugli altopiani interni sono più che sufficienti per le coltivazioni di grano, orzo, artemisia, alfa (confezione di panieri, utensili, carta). Estesi oltre 150.000 kmq, ossia il 6,7% dell’Algeria, gli altipiani sono costituiti da due insiemi ineguali: gli altipiani costantinesi (42.000 kmq) che nel 1987 ospitavano il 12,5% della popolazione algerina, e gli altipiani algero-oranesi, semi-aridi, terra del montone alfatier. Ai piedi dell’Atlante Sahariano, che fiancheggia il versante meridionale di questo corridoio, si trova la regione pedemontena sahariana e il vero e proprio deserto, dominato a Sud-Est dal massiccio vulcanico dellíAhaggar, con cima di 2918 metri.

Ma le piogge non sono ripartite in maniera omogenea, né nel corso dell’anno né da un anno all’altro. Con l’eccezione del Nord, l’Algeria resta un paese secco. Numerose dighe sbarrano le valli dell’Atlante Telliano. A Sud l’Atlante Sahariano protegge l’immenso Grand Erg occidentale e il Sahara arido. Tuttavia piogge violente possono abbattersi sull’Ahaggar. Periodi di siccità si ripetono frequenti e, nel corso di uno stesso anno, dopo un periodo secco, piogge torrenziali possono abbattersi sulla costa provocando scoscendimenti di terreno. Così l’agricoltura non può sopravvivere senza opere idrauliche che consentano la regolazione delle acque e senza un costante lavoro di drenaggio. Per questa ragione Marx inseriva l’Algeria nella vasta area orientale che si estende dall’Africa fino alle steppe dell’Asia centrale.

L’Algeria è terra di invasioni e di transito. Ma la sua configurazione rende difficile l’attraversamento nel senso Est-Ovest. Gli invasori sono arrivati dal mare; ma l’accesso dal mare è agevole solo dalle due estremità dell’Atlante, il Marocco e soprattutto la Tunisia. Fu così per i Fenici, che fondarono Cartagine (Tunisi), i Romani, che prima di estendersi ad Ovest occuparono la parte orientale del Maghreb, e i Francesi. Hanno fatto eccezione gli Arabi, che nel VI secolo invasero l’Africa del Nord dall’interno. Mentre sotto i Romani tutte le grandi città erano situate sulla costa, con Cartagine come capitale, sotto la dominazione araba la capitale sarà una città dell’interno, Costantina, anch’essa però fondata dai Romani.

Quasi il 65% dei 29 milioni di algerini hanno meno di 25 anni, ma dal 1986 l’insicurezza e l’abbassamento del livello di vita hanno portato a una vera e propria caduta della natalità: dagli 8 figli per donna del 1975 si e passati a 3. Oltre 24 milioni di algerini abitano il nord del paese; il Sahara, pur occupando i 4/5 del territorio (2 milioni di kmq), non è popolato che da 2,8 milioni di persone. L’84% degli algerini si accalcano quindi su una stretta fascia costiera che rappresenta il 16% di tutto il territorio e che comprende la parte essenziale del tessuto industriale. La conurbazione nella baia di Algeri e nella piana della Mitidja è estremamente urbanizzata. La popolazione del governatorato della Grande Algeri, che dal 1987 gode di uno statuto speciale rispetto agli altri 48 wilayas (dipartimenti), E’ passata dai 900 mila abitanti del 1966 ai 2,5 milioni del 1998, e rappresenta un polo d’attrazione per decine di migliaia di contadini in fuga dalle campagne che vi vanno a costruire una cintura di bidonvilles. Alla tragica insicurezza (molti massacri colpiscono soprattutto questa popolazione sradicata) si aggiunge la mancanza cronica di acqua potabile, trasporti, scuole e ospedali. Ormai un algerino su 5 abita la Grande Algeri.

La Mitidja è una vasta piana sub-litoranea con un’estensione di 100 km di lunghezza per 10 di larghezza, situata tra due montagne, le basse colline del Sahel di Algeri a Nord e l’alta catena del Tell di Blida a Sud. La catena del Tell è una vera barriera naturale, innevata una parte dell’anno

e tagliata soltanto da profonde gole. La Mitidja è una pianura agricola passata rapidamente nelle mani dei coloni a viticoltura e agrumi. Le 1.660 fattorie coloniali e l’80% delle terre furono raggruppate dopo l’indipendenza in 175 aziende autogestite. A partire dal 1985 queste aziende e cooperative furono divise in una miriade di piccole aziende collettive la cui privatizzazione va a tutto profitto della speculazione immobiliare cittadina. L’evoluzione della regione è legata a quella della capitale. All’Ovest tipicamente rurale si contrappone una parte centrale formata di agglomerati urbani (Blida, Boufarik, Sidi Moussa) e da campagne molto povere, mentre ad Est l’arco di cerchio tra Baraki e Ruiba-Reghaia, grande zona industriale, si collega all’agglomerato di Algeri.

La Mitidja e il Sahel concentravano all’inizio degli anni ’90 il 40% dell’occupazione industriale di tutta la regione di Algeri, restando quest’ultima, nonostante la sua recente de-industrializzazione, il principale centro industriale del paese. La piana contava 970.000 abitanti nel censimento del 1987 (285 abitanti per kmq nel 1966 e 720 nel 1987). Il suo tasso di urbanizzazione, 57%, resta il più elevato tra le pianure e i bacini telliani d’Algeria. Il reticolo urbano, costituito da una ventina di agglomerati, è dominato da Algeri, ma un ruolo non secondario è svolto da Blida, città storica, importante centro industriale, amministrativo e universitario.

Il dinamismo economico e demografico del centro e dell’Est, già provato dalla crisi economica generale, è ulteriormente compromesso da un terrorismo più esteso e più virulento che altrove che provoca lo spostamento delle popolazioni verso Algeri. Un’altra caratteristica del paese e l’insediamento, a fianco di una popolazione arabofona predominante, dei popoli berberofoni disseminati in tutta l’Africa del nord. I berberi, che costituiscono la popolazione originaria, vivono soprattutto sulle montagne (l’indigeno berbero fin dall’antichità ha cercato rifugio in montagna, lasciando le coste all’invasore), mentre gli arabofoni vivono in pianura. I berberi ( il termine vie ne dal latino barbari) non rappresentano una popolazione omogenea ma comprendono diverse etnie che si sono stabilite nel territorio già dal paleolitico e dal neolitico. Gli arabofoni sono d’altronde in maggioranza berberi che sotto la dominazione araba ne hanno accettato la cultura. La pianura, l’altopiano e le città parlano l’arabo dialettale.

Il dialetto berbero ha varianti in kabyle, chaouia (massiccio degli Aures), chleuh (ad Ovest), mozabite, tuareg (Sud algerino). La stessa struttura familiare, agnatizia (patrilineare), appartiene ad arabofoni e berberofoni. Questi ultimi hanno conservato alcuni caratteri della cultura pre-islamica: la lingua, un diritto consuetudinario, una pratica religiosa esterna all’islam.

Le risorse del sottosuolo, fosfati, ferro, piombo, petrolio, gas, si estendono su migliaia di chilometri quadri nelle zone più aride. Le riserve di petrolio grezzo sono stimate in 9 miliardi di barili e quelle di gas in 5.000 miliardi di metri cubi. Il 95% delle entrate algerine provengono dall’esportazione di idrocarburi (13,6 miliardi di dollari nel 1997). I giacimenti di gas si trovano a Hassi Messaoud, In Salah e Hassi R’Mel. Dei gasdotti assicurano il trasporto verso la costa (Orano, Arzew, Algeri, Tizi-Ouzou, Skikda); un gasdotto transmediterraneo attraversa la Tunisia, la Sicilia e l’Italia e un altro raggiunge líEuropa da Tangeri in Marocco, via Spagna. Il gas liquefatto è trasportato in Europa con navi in partenza dai porti di Arzew e Skikda. I giacimenti di petrolio si trovano nelle stesse zone di quelle del gas, con un centro di estrazione in progetto a In Salah e un giacimento a In Ammas-Edjele. I principali centri industriali si trovano quindi sulla costa: Orano, Arzew, Algeri, Skikda, Annaba. Il tessuto industriale è fortemente inquinante: quasi il 40% del mercurio riversato nel Mediterraneo proviene dalle coste algerine.

Per la natura delle sue coste l’Algeria non e mai stata un paese di pescatori, quanto piuttosto di coltivatori e di nomadi.

I massicci dell’Aures erano prosperati nell’antichità e la loro popolazione, i berberi chauias, erano pastori. Due terzi della superficie del paese sono occupati da dune, steppe, massicci desertici. Nelle oasi si trovano palmizi da datteri.

Sotto il peso della colonizzazione, popolamento e attività economiche hanno privilegiato la striscia costiera, essendo questo il luogo dei primi insediamenti stranieri. Tutte le città portuali o Algeri, Orano, Annaba o hanno conosciuto un grande sviluppo a spese delle città musulmane storiche come Costantina e Tlemcen, che sono decadute. Nell’interno una rete di nuove città, da Sidi Bel Abbes a Setif a Batna, ha segnato lo spazio algerino: due terzi delle città attuali sono di origine coloniale. L’esodo rurale, già iniziato sotto la colonizzazione francese, è stato accelerato dall’industrializzazione selvaggia dopo il 1962.

Attualmente le terre fertili dell’Ovest, regione di Orano, sono il simbolo ormai di una agricoltura in abbandono. Tra la catena del Dhara e il massiccio dell’Aursenis, nella valle dello Cheliff le colture agricole si susseguono per centinaia di chilometri. La regione fu sfruttata dai „pied-noir” di origine spagnola (l’espressione „pied-noirs” designava nel 1917 gli arabi d’Algeria, poi negli anni 60 passò ad indicare i francesi d’Algeria!). Nel 1962 i loro grandi possedimenti, ritornati allo Stato, furono rimodellati sull’esempio delle aziende sovietiche votate alla monocultura. Oggi i campi sono in abbandono e lo Stato cerca di venderli.

L’Algeria non ha un catasto degno di questo nome, la funzione notarile è pressoché ignorata. Ma ciò non toglie che il mercato immobiliare e fondiario sia fiorente, con i traffici favoriti dalla guerra. Basta che un massacro colpisca un villaggio per far crollare i prezzi della terra, mentre gli stessi prezzi lievitano nelle zone „normalizzate”. Una „carta bollata”, ovvero un semplice modulo municipale firmato dall’acquirente e dall’ex proprietario, con il dovuto timbro, E’ più che sufficiente. Poiché la maggioranza della popolazione non sempre possiede il titolo di proprietà dell’atavico pezzo di terra, per evitare una vendita „selvaggia” è costretta a difendersi inviando ai notai delle diffide alla vendita.

Come la geografia determina la storia

Le forme della società algerina e del suo modo di produzione si spiegano non solo con le condizioni geografiche ma con la sua storia, che è consistita in una serie di colonizzazioni. Utilizziamo qui lo studio „Basi e prospettive economico-sociali del conflitto algerino” apparso in „Programme Communiste” n. 15 del 1961 e in „Programma Comunista” n. 7 e 8 dello stesso anno. Scriveva Engels a Marx il 6 giugno 1853: «L’assenza della proprietà fondiaria è in realtà la chiave per tutto l’Oriente. Qui risiede la storia politica e religiosa. Per quale motivo gli orientali non arrivano ad avere una proprietà fondiaria, neanche quella feudale? Io credo che la ragione risieda soprattutto nel clima, assieme con le condizioni del suolo, specialmente con le grandi zone desertiche che si estendono dal Sahara attraverso l’Arabia, la Persia, l’India e la Tartaria, fino ai più alti altipiani dell’Asia».

La produzione agricola sfrutta due elementi naturali, la terra e l’acqua. Negli stadi primitivi della produzione, il carattere dell’agricoltura è determinato dal problema: la pioggia cade in quantità sufficiente e al momento giusto? In Oriente è lo sviluppo dell’irrigazione artificiale (lavoro collettivo) che permette la regolazione delle acque e rende possibile l’agricoltura. Quando l’agricoltura è favorita dalle piogge, essa può utilizzare strumenti di lavoro efficaci per sfruttare al meglio le risorse della terra e, per le grandi estensioni, esige l’impiego di animali da tiro. Nelle zone ad irrigazione artificiale, al contrario, il lavoro può svilupparsi con utensili relativamente più primitivi, ma ha bisogno di essere coadiuvato da tutto un arsenale di impianti idraulici sovente assai perfezionati: più il lavoro diviene intensivo grazie all’irrigazione, più la superficie necessaria alla riproduzione dei produttori immediati diminuisce, e meno vantaggioso diventa l’impiego delle bestie da soma. Nelle zone irrigate la produzione dipende dunque in massimo grado dallo zelo del lavoratore, in quanto si possono avere più raccolti; l’agricoltura assume un carattere orticolo, e si dimostra inadatta la manodopera servile nel senso proprio del termine, ossia privata di ogni proprietà e famiglia, e operante su immensi fondi privati (come a Roma). In Oriente non troviamo

che schiavi di lusso, domestici.

Marx riprende la lettera di Engels prima citata, in un articolo scritto per il „New York Daily Tribune”, La dominazione britannica in India del 25 giugno 1853: «il clima e le condizioni geografiche, particolarmente le vaste distese di deserto estendentisi dal Sahara attraverso l’Arabia, la Persia, l’India e la Tartaria fino ai più elevati altipiani asiatici, fecero dell’irrigazione artificiale per mezzo di canali e opere idrauliche la base dell’agricoltura orientale. Come in Egitto e in India, anche in Mesopotamia, in Persia, ecc., le inondazioni sono utilizzate per fertilizzare il suolo; si sfruttano le piene per alimentare i canali d’irrigazione. Questa necessità primaria di un uso economico e comunitario dell’acqua, che in Europa spinse l’iniziativa privata ad associazioni volontarie, come nelle Fiandre e in Italia, richiese in Oriente, dove il processo di civilizzazione era troppo arretrato e il territorio troppo esteso, l’intervento del potere accentratore del governo. Quindi a tutti i governi asiatici si impose una funzione economica, la funzione di provvedere ad opere pubbliche. Questa fertilizzazione artificiale del suolo, che dipende dal governo centrale e che immediatamente decade quando l’irrigazione e il drenaggio sono trascurati, spiega il fatto, altrimenti strano, che oggi sono aride e desertiche intere distese di territorio che un tempo furono splendidamente coltivate, come Palmira, Petra, le rovine nello Yemen e vaste zone dell’Egitto, della Persia e dell’Indostan; spiega anche come poté accadere che una sola guerra devastatrice ha potuto spopolare un paese per secoli e spogliarlo di ogni traccia di civiltà».

Evidentemente le condizioni climatiche di cui qui parla Marx sono solo una delle condizioni di un tale sviluppo. Le zone ad agricoltura irrigua possiedono le medesime caratteristiche fondamentali di quelle ad allevamento nomade, la mancanza d’acqua, sia per la quantità sia per la distribuzione nel tempo. Ma, a uno stadio primitivo dell’agricoltura, è determinante l’esistenza localmente di una certa fauna e di una certa flora: l’assenza di queste condizioni ha causato una stagnazione in Australia e una cultura unilaterale nelle Ande.

Le zone di nomadismo e quelle irrigue, pur avendo una base naturale comune, hanno diverse strutture delle forze produttive e tratti specifici diversi. Queste due economie di produzione sono collegate da zone di transizione che hanno conosciuto le invasioni, le cosiddette dinastie nomadi, il fenomeno delle Grandi Muraglie e altri lavori effettuati da masse di uomini. Le grandi società nomadi si svilupparono in Africa e in Asia al confine delle società agrarie che praticavano l’irrigazione, imponendo ad esse dall’esterno un elemento militare e politico. In Africa, questa zona confina con la regione tropicale, in cui non Ë possibile alle economie primitive, né d’altronde all’economia capitalistica, privata e mercantile, regolamentare le acque a fini agricoli.

Accanto al fattore naturale delle precipitazioni interviene un fattore economico e sociale: l’ordine di grandezza dei lavori idraulici necessari, fattore decisivo per determinare le strutture della produzione agricola e dell’insieme dell’economia. Quando si tratta di arginare le acque su grande scala (Fiume Giallo, Nilo, Eufrate, ecc.), costruire dighe, scavare canali, i mezzi tecnici di cui dispongono gli individui o anche i gruppi locali risultano insufficienti: la regolazione delle acque deve essere effettuata centralmente, il che favorisce inevitabilmente lo sviluppo dello Stato. L’unità economica – come si vede in Algeria – è più piccola quando può essere organizzata da gruppi locali (specialmente nelle zone di allevamento e di nomadismo). La proprietà non è qui mai individuale, ma statale o comunale, perché l’appropriazione individuale non è sufficiente. Inoltre, in queste forme di economia legate alla natura, la piccola agricoltura e l’allevamento sono strettamente legati all’industria domestica ovvero, nelle unità di produzione più vaste, alle caste.

L’Algeria non possiede grandi fiumi paragonabili al Nilo o all’Eufrate per cui non si è reso indispensabile un potente Stato centrale che provvedesse ai lavori di irrigazione. Per questo motivo l’Algeria non ha conosciuto una forma di produzione e di proprietà vasta e concentrata. L’irrigazione è realizzata localmente nelle vallate da unità relativamente piccole (tribù o gruppi di tribù), mentre nel resto del territorio domina il nomadismo.

Neppure esiste all’interno una provincia abbastanza vasta e prospera capace di divenire, come in altri paesi rivieraschi del Mediterraneo, il nucleo dell’unità nazionale. Persino la Tunisia e il Marocco risultano più favoriti, poiché l’Algeria non ha come retroterra che distese infinite di steppe e di deserto.

La fascia costiera è più stretta ad Ovest che ad Est ove l’Atlante occupa più spazio rispetto alla steppa. Questa caratteristica si ripercuote sulla natura del popolamento, sul modo di vita e sull’attività economica: l’agricoltura stanziale si estende fino all’Atlante sahariano nell’Algeria orientale, ma poco si allontana dalla costa nell’Ovest del paese dove gli Altipiani sud-oranesi si spingono molto a Nord.

Questo squilibrio tra Ovest ed Est è ancor più accentuato dall’opposizione tra la zona costiera coltivata e il retroterra ad economia nomade. Queste due zone potrebbero completarsi armoniosamente in quanto hanno bisogno l’una dell’altra – il Sud più del Nord – per non deperire. Gli abitanti delle oasi del deserto e i pastori nomadi delle steppe hanno bisogno dell’orzo e del grano coltivato dagli agricoltori stanziali delle regioni più favorite dalle piogge, ma in cambio possono loro fornire un prezioso contributo in lana, carne, latte, formaggi, datteri. Perciò i re berberi sceglievano sempre come capitale una città dell’interno, contrariamente agli invasori che limitandosi ad occupare la zona Nord hanno rovinato il Sud e squilibrato completamente l’economia del paese.