Alla greppia dello Stato
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Come sempre prima dell’esame natalizio di coscienza (e del pranzo a base di tacchino), si sono potuti sentire certi organi della stampa borghese (il «Mondo» per esempio, per tacere delle ormai croniche geremiadi di Luigi Sturzo) accorati lamenti sulla galoppante crisi di degenerazione dello Stato italiano, colpevole di rinunciare ai « compiti suoi propri » (che sarebbero compiti imparziali, collettivi, nuotanti al di sopra delle classi e delle loro categorie) per devolvervi a gruppi, associazionis, singoli privati.
Si è lamentato, per dirne una, che lo Stato conservi’ in vita, anzi lasci proliferare a dismisura, enti parastatali o para-parastatali che, mentre da un lato mungono senza nessuna giustificazione produttiva i sussidi dello Stato, dall’altro levano sul «cittadino» veri e propri balzelli. Si è lamentato che il potere centrale sostenga enti deficitari, affitti part delle sue mansioni ad appaltatori speculatori, sperperi il denaro «pubblico» in imprese di pura forma per la collettività, ma di sostanza (vogliamo dire di profitto) per chi vive alla greppia. E se ne è fatto carico a De Gasperi, vittima del suo scetticismo e della sua cristiana rassegnazione.
Lamenti di guardiani severi del «bene pubblico», o di concorrenti falliti a un’equa partecipazione alla greppia? Lasciamo perdere: lamenti, comunque, vuoti e fittizi, ridicoli per lo «Stato in generale», ancor più ridicoli per lo Stato italiano in particolare. O che è forse una novità – esimii rivendicatori di una purezza passata contro la corruzione presente – che la storia dello Stato italiano è la storia delle più sconce imprese private foraggiate dal centro statale a danno del «cittadino», dalle commesse militari e dalle forniture navali e ferroviarie sullo scorcio della «fin de siècle» fino alle orgie della siderurgia nelle guerre coloniali e mondiali del secolo in corso? O che forse Giolitti – o laudatori liberali e togliattiani del giolittismo – non passò alla cronaca col nome di ministro della malavita non solo per aver gettato sul Paese (come De Gasperi) una rete di clientele compiacenti e compiaciute e di «ascari» legali ed illegali, ma per aver benignamente «dato impulso» alle più artificiose (dal punto di vista economico), più assurde (dal punto di vista sociale), ma più redditizie (dal punto di vista degli interessati) imprese speculative?
Lo Stato è il comitato esecutivo della classe dominante, abbiamo sempre detto. E non lo è soltanto «in generale» nel senso che agisce non per il cosidetto bene di tutti o per i superiori interessi della «collettività nazionale» ma per quelli di una classe: lo è anche «in particolare», in quanto strumento delle cricche, dei circoli, delle bande di capitalisti (con o senza capitale) che manovrano le leve di comando della classe. Lo Stato che non «abdicasse» ad alcuni dei suoi compiti a favore di gruppi organizzati e di singoli rappresentanti della classe di cui è strumento finirebbe nel letamaio: tradirebbe la sua funzione in Italia come in tutti i Paesi capitalistici del mondo.
Lo Stato non spende mai «male», tanto è vero che possono cambiare i governi, può un regime essere anche violentemente sostituito perché «improduttivo» e i loro debiti li onoriamo puntualmente noi Pantaloni. Il professore borghese che lancia urli di patetico sdegno non ha dunque che una funzione: difendere la santità dello Stato di fronte al pubblico degli sfruttati e spolpati perché la «corruzione» passi per una malattia da curare, non per una missione storica inscindibile dalla natura di classe dello Stato.
La classe proletaria non ha raddrizzamenti e moralizzazioni dello Stato da chiedere: ha da guardare in faccia lo Stato borghese così com’è, come non può non essere, nell’unità di tutte le sue funzioni, forcaiole sempre, dirette alla conservazione della classe e dei suoi rappresentanti titolati. Ha da guardargli in faccia per riconoscere in esso – qualunque sia la sua apparenza – il nemico da abbattere, il braccio secolare della classe da distruggere.
Alla greppia dello Stato nazionale mangia la borghesia nazionale (e non parliamo delle greppie internazionali): naturale, finché la scure proletaria non l’avrà distrutta.